ACAM
Gli adoratori del Cielo:
(parte
Seconda di quattro)
di Dino Vitagliano
Immerso nelle profondita delle giungle cambogiane, distanti
migliaia di chilometri, giace uno dei complessi cultuali più affascinanti al
mondo: Angkor. Il nome, che risveglia
un’epoca lontana dominata dalla fiera cultura khmer, è indissolubilmente
legato all’Egitto, poiché Ankh–Hor significa “Il dio Horus vive”.
Il Cobra del Cielo
Nella sua estensione copre 300 Km2 lungo il fiume
Mekong. La sua realizzazione adombra uno scopo preciso: ricreare la profonda
storia cosmologica e spirituale della nostra Terra. È Angkor.
Le similitudini archeoastronomiche con il Messico e
l’Egitto erompono evidenti se osserviamo che gli edifici di Angkor furono
anch’essi eretti sopra colline primordiali di un periodo lontanissimo.
La costruzione del complesso di Angkor, ad opera dei quattro Devarajas
(re–dio) khmer, Jayavarman II, Yasovarman I, Suryavarman II e Jayavarman VII,
abbraccia un arco di tempo di poco più di quattro secoli, dall’802 al 1220
d.C. Iniziato da un altissimo bramino, Jayavarman II si reca con lui nel
territorio della futura Angkor e fonda i tre templi di Roulos, controparte di
tre astri della Corona Borealis. Poi, si dedica per lunghissimo
tempo a una serie di rilevazioni geodetiche per la stesura di Angkor, opera
continuata dai suoi successori.
La linea sinuosa che i numerosi templi tracciano sul terreno
chiamano dal cielo la costellazione del Dragone che, quale cobra all’attacco,
veglia dall’alto su Angkhor.
Nel Rigveda, testo sacro indù, appaiono maestosi i Naga, re–cobra del cielo, giunti sul nostro pianeta da ignote dimore stellari. I semidei Kaundinya e Kambu, iniziatori del regno cambogiano, sposarono due principesse naga. Kambu diede vita al popolo dei Kambujas, che danno il nome all’odierna Cambogia.
Un patrimonio comune
Angkor
giace a 72° est da Giza. In Egitto, come sappiamo, Orione sorgeva
all’orizzonte dodicimila anni fa e i pozzi stellari settentrionali della
Grande Piramide guardavano, nel 2.500 a.C., Kochab dell’Orsa Minore e Thuban
nel Dragone.
I templi di Ta Sohm e Benthei Samre
rappresentano queste due stelle, mentre Neak Pean, contiguo a Ta Sohm, Zeta
dell’Orsa Minore. Completa la porzione di cielo settentrionale Western
Mebon, costruzione che incarna la stella Deneb nel Cigno.
Nonostante Angkor risalga al IX sec.d.C. riflette il cielo di migliaia di anni prima, mostrando così la perfetta conoscenza astronomica degli iniziati indù in connessione con la scienza sacra egizia.
Il Mandala Cosmico
Angkor
Wat – il “Tempio” – è la prima di una serie di splendide città di
pietra che appare ai nostri occhi.
Sopra un’isola magnificente che si specchia sul lago sacro,
quattro bastioni di mura uno dentro l’altro racchiudono un’enorme piramide.
L’intera costruzione è un mandala, figurazione geometrica particolare
– come i Crop Circles
(1) – che risveglia nell’uomo determinati centri di coscienza.
I suoi lati corti presentano un orientamento impressionante
al vero nord–sud, mentre quelli lunghi curiosamente si volgono verso un’asse
preciso di “0,75° a sud dell’est e a nord dell’ovest”. Presenta poi un
allineamento est–ovest con gli equinozi e il cancello d’ingresso occidentale
guarda i solstizi estivo e invernale sorgere dai templi di Phnom Bok e Prast
Kuk Bangro.
Angkor, pure, era parte di un progetto vergato dagli dèi del
paradiso Tushita.
Dal fossato si dipana una lunga strada che giunge sino alla
piramide con cinque torri
sovrapposte, centro energetico dell’intera struttura, la quale incarna il Monte
Meru della mitologia indù.
Le
parole del tempio
Particolare importanza, per le sue
connotazioni esoteriche, riveste la galleria maestra di Angkor Wat che si snoda
per l’intero perimetro della costruzione. Ornano le sue pareti immensi
bassorilievi che ritraggono la Frullatura dell’Oceano di Latte, che
avviene al termine di ogni ciclo cosmico per donatre agli dèi l’amrita,
il nettare dell’immortalità.
Il re–naga a cinque teste
Vasuki, attorcigliato attorno alla montagna sacra Mandera, viene
trascinato da schiere contrapposte di Deva e Asuras, gli angeli
lucenti ed oscuri del pantheon indù. Al di sotto, nell’oceano celeste, la
tartruga Kurma sostiene su di sé l’Universo. La perfezione architettonica dei
rilievi è meravigliosa ma ancor più il messaggio che comunicano a colui che sa
guardare oltre l’apparenza. I sacerdoti codificavano nella pietra molteplici
informazioni a beneficio dei posteri, lo stesso Hancock afferma chiaramente che “il
tempio è un buon maestro e trova molti modi per trasmettere le conoscenze
esoteriche che i costruttori ritenevano potessero portare alla trasformazione
spirituale”.
Il
Guardiano del Kalpa
L’equilibrio dell’ordine cosmico è magistralmente
espresso nelle strada rialzata che con le sue misure standard (lo hat khmer, cioè 0,43545 m) traccia il quadro del ciclo di
creazione, composto da quattro epoche: Krita Yuga, l’ ”Età dell’Oro”,
– 1.728.000 anni – , Treta Yuga – 1.296.000 anni, Davpara Yuga – 864.000
anni e l’ultimo, l’epoca odierna, il Kali Yuga, di 432.000 anni, cominciata
nel 3.100 a.C. circa, data analoga al computo maya, che vedeva l’attuale mondo
realizzarsi nell’anno zero, il 3.114 a.C.
Sempre il numero 72 funge da divisore nel calcolo di durata
di tali epoche, cifra chiave anche per gli Indù, che contemplano un Manvantara
o periodo di Manu, composto da 71 sistemi di quattro Yuga. 71, forse, è una
cifra più accurata nella precessione degli equinozi, dato che l’avvicendarsi
delle costellazioni zodiacali nel cielo si completa un grado ogni 71,6 anni.
La
sacra ziggurat
A nord di Angkor Wat appare la piramide montagna di Phnom
Bakeng, che si sviluppa per 67 metri in altezza, custodita all’ingresso dai
leoni gemelli, i quali richiamano i divini Akeru egizi. La salita est
conduce sino a una ziggurat a quattro comparti con un santuario, mentre 108
torri circondano la struttura.
Il
sublime distacco
Un’altra spettacolare realizzazione è l’insieme dei
templi di Angkor Thom, La Grande – costruiti dal sovrano
Jayavarman VII (1.181–1.219 d.C.) che sopra un’iscrizione del palazzo reale
dichiara: “La terra di Kambu è simile
al cielo”. Le quattro entrate, fiancheggiate da 54 statue di, i Deva e gli
Asuras che frullano l’Oceano di Latte, sono vegliate da quattro volti
rilassati che trasfondono al visitatore una calma infinita e inducono alla
contemplazione meditativa.
La suprema compenetrazione
Il primo dei tre templi che s’incontra all’interno
all’interno di Angkor Thom è il Phimeneakas, il Palazzo del Cielo,
una piramide a gradini con orientamento nord–sud che presenta innegabili
affinità architettoniche con quelle maya.
Nella camera meridionale avveniva la fusione stellare del monarca con la costellazione del Dragone, cerimonia importante che legittimava la discesa della regalità dal cielo, similmente ai faraoni egizi che nei riti stellari si identificavano con determinati astri, le terre cosmiche delle anime.
La Torre di Shiva
Il secondo tempio è il Baphuon, definito dall’emissario dell’imperatore cinese Chou Ta Kuan, nel XIII secolo, La Torre di Bronzo, anch’essa una piramide monumentale che presentava in cima la dimora sacra dello Shivalinga, il “veicolo di Shiva”, mentre i suoi sotterranei scendevano in profondità, andando a costituire le radici della Terra.
Il Cuore del Drago
Ultimo, ma centrale per la sua disposizione, è il Bayon, dal sanscrito Pa Yantra o “Padre dello Yantra”, lo strumento mandalico che conduce alla perfetta conoscenza di sé. L’edificio presenta 54 torri di pietra con quattro volti litici analoghi a quelli che dominano le entrate di Angkor Thom. La struttura, nel suo insieme, assurge a cuore del Drago stellare, il Polo Nord esatto dell’Eclittica Celeste.
La freccia per Mu
Il nostro viaggio prosegue nell’Oceano Pacifico seguendo
uno spostamento di 54° est da Angkor. Nan Madol, la Barriera del Cielo,
è una serie di 100 isole di basalto e corallo edificate dall’uomo, al largo
dell’isola più grande di Pohnpei. La tradizione riporta che i mitici
progenitori Olosopa e Olosipa, giunti da una lontana terra dell’ovest, fondano
a Pohnpei quattro capitali in luoghi differenti: Sokehs, Net, U, Madolenihmw.
Dalle alture dell’isola scorgono, poi, una metropoli
sommersa nell’acqua, Khanimweiso, e decidono di replicarne la costruzione
sulla terraferma. Con l’aiuto di un drago alzano in volo enormi lastre
di pietra creando diversi templi, tra cui lo splendido Nan Douwas, dalla
forma di freccia che punta l’ovest. Si compone di numerose mura di basalto
megalitiche l’una nell’altra, sovrastate dal santuario centrale che
sprofonda nella terra per un metro e mezzo.
Secondo l’archeologo ponhpeiano Rufino Mauricio, lo scopo dei templi di Nan Madol è permettere all’anima del defunto di raggiungere l’oltretomba situato nelle profondità marine dove giace Khanimweiso. Il Muro Occidentale di Nan Douwas presenta la forma curiosa di un vascello che solca le acque per accompagnare le anime a destinazione.
L'Orizzonte celeste
L’esistenza di Khanimweiso è stata appurata dallo stesso
Hancock che ha osservato colonne di pietra sul fondale a 30 metri di profondità
da Nan Douwas.
Speculare a Khanimweiso è un’altra città più lontana,
Khanimweiso Namkhet. Con estrema disinvoltura scopriamo che il suffisso egizio akhet
è “orizzonte”, mentre Khanimweiso significa “città”. Il toponimo
completo racchiude il concetto di Città dell’Orizzonte, un luogo sperduto
riposo dell’anima.
Il
Triangolo stellare
Le profondità dell’Oceano Pacifico nascondono un mistero archeologico affascinante, al largo dell’isola giapponese di Yonaguni, esattamente a 19, 5 gradi est da Angkor: un’immensa struttura piramidale a 27 metri sul fondo costituita di blocchi squadrati con altissima precisione.
La scoperta, “di immensa e fastidiosa importanza
storica”, si deve al marinaio nipponico Kihachiro Aratache che rimase
folgorato dalle insolite vestigia nel corso di una serie di esplorazioni
dell’immensa costa nel 1987. Il
geologo cinese dell’Università
di Riyukyu Masaaki Kimura, dopo
anni si studi accurati ed esami ravvicinati alla struttura, asserisce senza
ombra di dubbio che il monumento non è naturale.
Lo studio attento dell’equipe di
Hancock, iniziato nel marzo ’97, ha rivelato che la costruzione si
compone di diverse figurazioni geometriche incastonate l’una nell’altra, con
quattro terrzze che digradano verso un fosso allineato agli equinozi primaverile
e da autunnale lungo un asse est–ovest, mentre l’intera struttura guarda al
nord–sud. In cima, dei pozzi scavati nella roccia, colpiti dal Sole a
mezzogiorno esatto nel 7.000 a.C., circondano un altare simile all’Intihuatana
in Perù. Completano l’opera una scalinata spiraliforme e varie nicchie
rettangolari lungo le mura.
Kimura ritiene che Yonaguni era
parte della frastagliata catena di Okinawa, sommersa dall’acqua circa 10.000
anni fa, alla fine dell’Èra Glaciale, quando Yonaguni si trovava vicino al
Tropico del Cancro. I blocchi monolitici formavano un triangolo astronomico insieme a
un tempio sul monte di Yonaguni e a un sito non ancora esplorato sulla
costa orientale.
(1) Simbologie esoteriche che appaiono nei campi di cereali, soprattutto inglesi, opera di intelligenze cosmiche che governano il nostro Universo e presiedono alla rigenerazione globale del pianeta Terra. (continua...)
Chi è Dino Vitagliano
Studioso
di esoterismo e misteri del passato, ha maturato una visione globale dei
fenomeni ufologici e paranormali, collegandoli alle antiche conoscenze di
culture scomparse. Specializzatosi nello studio della paleoastronautica con
particolare interesse verso le popolazioni precolombiane, partecipa a conferenze
sul tema. Ha collaborato con diverse riviste nazionali del settore.
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