ACAM Associazione Culturale Archeologia e Misteri ~

Gli adoratori del Cielo: (parte Terza su quattro)
di Dino Vitagliano

“Occhi che guardano al Cielo”  

Simbolo universale del mistero cosmico, troneggia nell’Oceano Pacifico la splendida Isola di Pasqua. Un tempio delle stelle da cui seguire il corso dei mutamenti celesti, designata dai primordi col nome di Mata–Ki–Te–Rani, “Occhi che guardano al Cielo”.

Adagiata a circa 144 gradi est da Angkor, durante l’Èra Glaciale, nel 10.000 a.C., insieme ad altre isole componeva un territorio vasto quanto la catena andina in Sudamerica, formato da cime altissime e rocce frastagliate.

La venuta dei saggi

I miti tramandati di generazione in generazione vogliono che un gruppo di sette saggi di una terra lontana, Hiva, in seguito ad una visione si recasse sull’Isola di Pasqua per costruire i “monti di pietra”. Dopo l’affondamento del loro mondo, sicuramente la remota Mu, trecento persone raggiunsero l’isola guidati dal re–dio Hotu Matua che ricreò dal nulla la civiltà secondo i principi e le direttive celesti del regno perduto. Tali narrazioni, analoghe a quelle di altre popolazioni del globo, permettono di tracciare un quadro unitario della storia del nostro pianeta.

I volti dei progenitori

Una possente piramide a gradini svetta inh tutta la sua magnificenza dal picco più alto della baia di Anakena, a nord dell’isola. Sulla cima giace una piattaforma con sette enigmatiche figure di tufo vulcanico rosso che fissano mute l’orizzonte, i famosi Moai che racchiudono nel loro sguardo segreti dimeticati. Sormontati da un grande copricapo, le statue rappresentano i “monti di pietra” voluti dagli iniziati di Mu, innalzati con la forza del pensiero, e nel contempo gli originari colonizzatori dell’isola, individui immensi, i Giganti biblbici che Il Libro di ciò che è nel Duat, in Egitto, descrive alti 6 metri.

Tali sculture, pesanti svariate tonnellate, ammontano nell’intera isola a più di 600, facendo inferire che cosituissero una linea guida per i nativi, in grado di permeare il sostrato religioso e comsologico della loro società. Disseminate sul cratere del vulcano Rano Raraku centinaia di teste di Moai incompleti paiono sfidare la mnostra intelligenza, come un enigma ancora insoluto a distanza di millenni. Ignoti, infatti, i motivi che spinsero gli artigiani ad abbandonare improvvisamente l’opera colti da un presentimento soprannaturale. Giustamente Hancock asserisce che l’intero progetto fosse intenzionale, data la composita perfezione che il luogo ispira. I loro occhi, ciechi, forse rappresentano la conoscenza che a noi spetta svelare, parte di un grande segreto legato ai cicli solari, che investì in egual maniera la civilizzazione olmeca in Mesoamerica (cfr. L’oro degli Olmechi, ACAM Sezione Civiltà Antiche).

L’architettura ancestrale

Nella stessa baia di Anakena, la piattaforma è stata eretta a più riprese nel corso delle epoche seguendo di volta in volta sempre differenti orientamenti.

Il famoso archeologo norvegese Thor Heyerdahl ha riportato alla luce nel 1987 un muro di blocchi giganteschi di ashlar lavorati. Il terreno circostante conserva poi un grande recinto di pietra a forma di nave, che richiama le imbarcazioni solari rinvenuti nella piana di Giza e ad Abydos, e avvalora le leggende oceaniche su re Hotu Matua, che “Scese dal Cielo sulla Terra…Venne sulla nave…venne sulla Terra dal Cielo”.

I megaliti di Ahau Tahira, a sud–ovest , formati anch’essi da rocce incastrate alla perfezione sono praticamente identici ai monumenti incaici di Cuzco e Sacsayhuaman, nel lontano Perù (cfr. La fortezza dei Giganti, ACAM Sezione Civiltà Antiche).

Una muta eredità

Quello che lascia tuttora perplessi gli archeologi è l’impossibilità di decifrare la scrittura Rongorongo dell’ Isola di Pasqua, costituita da segni ideografici di tipo bustrofedico, dove ogni riga segue un andamento contrario alla precedente.

I caratteri, simili ai pittogrammi ritrovati nella Valle dell’Indo, costituivano il sapere dei sacerdoti di Hiva impresso su 67 tavolette di legno, di cui ne restano soltanto 24. Una di esse, parzialmente letta da un vecchio del luogo, narrava di immense strade pavimentate disposte a raggiera, come la tela di un ragno, secondo un piano prestabilito.

Ancora oggi vengono salmodiati i suoi contenuti, reatggio di una conosecena impartita in una scuola circolare di Anakena, uno dei molti centri di sapere della Terra che irradiavano energia sul globo intero.

La rete solare

Gran parte dei monumenti che costellano l’isola, come Ahu Tepeu, Ahu Hekii, Ahu Tongariki e Vinapu, seguono il sorgere del Solstizio d’Inverno, mentre le sette statue rivolte verso il mare della maestosa struttura di Ahu Akivi, nella zona centrale del territorio, risorgono simbolicamente a metà inverno e all’inizio della primavera.

Un concetto identico presso gli Egizi dove le immagini dgli dèi prendevano vita se “i raggi di Ra entrano nel loro corpo”.

Il vocabolo raa, presso i nativi dell’isola, possiede lo stesso significato  e il sito di Ahu Ra’ai, che forma un triangolo preciso  con due vulcani, segna anch’esso l’arrivo del Sole nel Solstizio di Dicembre.

Infine, ad Orongo, sulla punta meridionale, vicinio al cratere di Rano Kau, compaiono quattro buchi che costituiscono segnali permanenti per l’astro infuocato, mentre un insieme di 54 abitazioni ovaliformi copre il territorio circostante. Una roccia porta incisa la figura dell’uomo–uccello, a ricordo di un’antica gara iniziatica per la ricerca del primo uovo della sterna grigia sull’isola di Moto Nui. A due km est da Anakena, nel sito di Ahu Te Pito Kura, una pietra tonda scolpita circondata da quattro sfere più piccole simboleggia l’ombelico dell’isola, puntoi centrale dotato di propria energia.

L’opera, secondo noi, rispecchia fedelmente un’incisione della tribù africana dei Dogon che rappresenta Giove attorniato dalle sue quattro lune. Nella lingua dell’Isola di Pasqua, Te Pito Kura è “l’ombelico di luce”, simbolo del Sole e, particolare curioso ma significativo, il pianeta Giove, secondo molti astronomi, è un sole mancato della nostra Galassia.

Una rete solare immortale punta inequivocabilmente al Cosmo. Forse l’Isola di Pasqua è realmente “l’Ombelico del Mondo”, una sorta di punto cardinale geodetico comer vuole Hancock, e ancora una volta le tradizioni perdute ma sempre vive nel cuore dei nativi sembrano confermare il maestoso piano degli Antichi.

La Croce delle Galassia

Voliamo sopra l'Oceano Pacifico nel nostro affascinante itinerario per giungere in Sudamerica. A 180° est ed ovest da Angkor e 198 da Giza, il paesaggio muta improvvisamente, parendosi ai nostri occhi Paracas, sulla costa peruviana. Si erege nel suo splendore il «Candelabro delle Ande»», un’incisione immensa che raffigura un tridente con motivi fiammeggianti sulle punte, segnale misterioso vergato da un popolo remoto per scopi essenzialmente astronomici. Infatti, il petroglifo è disposto lungo il vero nord–sud, direttamente verso il meridiano celeste. 

Lo scenario mozzafiato che la volta celeste offriva all’Equinozio di Primavera 2.000 anni fa era la Via Lattea attraversata dalla Croce del Sud, a 52° di altitudine, uguale inclinazione della Grande Piramide di Giza. La costellazione era osservata anche dagli Egizi e dai Greci in epoche passate.

La Strada degli Antenati

Vicino alla Croce si trovano due nebulose chiave delle credenze cosmogoniche andine, la Vulpecula e il Lama, che incarnano un’epoca lontanissima del mondo rinnovata da un diluvio voluto da una particolare congiunzione  astrale.

La Via Lattea, fiume cosmico, purifica la Terra al di sotto e come un ponte di luce verso regni sconosciuti, apre le sue porte alle anime nella regione celeste situata vicino ai Gemelli, mentre per gli Egizi era nel Duat, tra il Leone ed Orione, esattamente nello stesso luogo (cfr. Gli adoratori del Cielo, ACAM Sezione Civiltà Antiche).

La custode delle linee

La piana di Nazca, nell’entroterra peruviano, é costellato da una serie incredibile di immensi disegni di varia specie, in gran parte ritratti di animali e figure geometriche, compiute forse dalla «cultura Nazca», vissuta nel II secolo a.C. Il sito, da anni, è oggetto di studio da parte dei ricercatori, tra cui spicca la defunta Maria Reiche, trasferitasi durante la guerra in Perù ove entrò in contatto con l’astronomo americano Paul Kosok, già attivo a Nazca. Da allora decise di rimanere in quei luoghi affascinata dai petroglifi.

Nessuno è riuscito sinora a penetrare il mistero delle linee, le quali, secondo l’affermazione della Reiche: «Ci insegnano che l’intera idea che abbiamo sui popoli dell’antichità è sbagliata, che qui in Perù c’era una civiltà progredita, che aveva una comprensione avanzata della matematica e dell’astronomia, che era una civiltà di artisti che espressero qualcosa di unico sullo spirito umano perché fosse compreso dalle generazioni future».

I Geometri del Cosmo

Molte raffigurazioni sul terreno sono legate alla rappresentazione del cielo di 2.000 anni fa, in base ai profondi studi della Reiche. L’enorme Scimmia con la coda arrotolata, ad esempio, puntava verso il tramonto della stella Benetnasch all’estremità dell’Orsa Maggiore, mentre il Ragno è l’immagine di Orione, vista di fianco a quelle latitudini, e una linea perpendicolare che interseca il disegno indicava la discesa della costellazione nell’emisfero celeste.

Dal canto suo, l’astronoma Phyllis Pitluga dell’Adler Planetarium di Chicago, durante il XV Congresso annuale della Società per l’esplorazione scientifica nel 1996, confermò le intuizioni della Reiche, mostrando che i segni della piana di Nazca incarnano le costellazioni che circondano la Via Lattea comprese le oscure nebulose.

Hancock, che ha conosciuto personalmente le due studiose, nel libro riporta i risultati della sua ricerca in situ. Con l’ausilio del programma Skyglobe 3.5, con il quale si mostra la carta celeste di ogni epoca, ha compreso che 2.000 anni fa il Ragno è stato effigiato con una linea sinuosa sotto la zampa posteriore, il fiume Eridanus nel firmamento.

Le altre costellazioni, con i loro corrispettivi sul terreno, sono il Canis Major, la Lucertola, Cetus (la Balena), come pure il Triangolo Meridionale, Octans e le Bussole. Maestose appaiono infine, completando la volta stellata di migliaia di anni prima, Monoceros (il Condor dalle ali spiegate), i Gemelli, rettangolo celeste, riprodotto in forma analoga a terra, il Cancro (il Colibrì) e infine la Lince (l’Alcatraz).

La città–piramide

Senza ombra di dubbio, un popolo altamente civilizzato compose una simile pittura stellare. A sud–ovest di Nazca, infatti, compare la metropoli di Cahuaci, abitata da sconosciuti individui anteriormente al 2.000 a.C. e sorprendentemente edificata su colline sacre, come abbiamo visto per il Messico e l’Egitto. Troneggia a Cahuachi una piramide a gradini a 5 scomparti, con entrata al nord, alta 18 metri ed allineata al vero nord–sud. La fiancheggiano due piramidi erose. Poco oltre, appare un colle, il Grande Tempio, che domina un immenso spiazzo cinto da mura.

L’archeologo John Reinhard asserisce: «Le piramidi di Cahuachi  fungevano da paesaggio simbolico, dove le forme architettoniche e i ritratti delle divinità riflettevano una geografia sacra».

 

La fortezza dei Giganti

 

Tiahuanaco, quasi 4.000 m sulle Ande boliviane. Alcune leggende degli indios Aymara la vogliono scaturita in una sola notte ad opera di una razza di giganti, nata molto tempo prima degli Incas, scomparsa dopo un diluvio ... ... ...    (>> continua >>)

 

Chi è Dino Vitagliano

Studioso di esoterismo e misteri del passato, ha maturato una visione globale dei fenomeni ufologici e paranormali, collegandoli alle antiche conoscenze di culture scomparse. Specializzatosi nello studio della paleoastronautica con particolare interesse verso le popolazioni precolombiane, partecipa a conferenze sul tema. Ha collaborato con diverse riviste nazionali del settore.

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