ACAM
L’antica
Eredità Africana del Messico
A cura di Franco Corsi
A
partire dal 1989 è stato lanciato in Messico il Programa Nacional La
Tercera Raíz, allo scopo di far conoscere ed apprezzare l'importanza della
presenza africana nella cultura messicana ed in tutta l'America Latina.
Il Museo
de las Culturas Afromestizas è stato da poco aperto nella città di
Cuajinicuilapa,
nella regione
di Costa Chica dello Stato di Guerrero, dove vive una comunità di discendenti
africani e dove l'antropologo Gonzalo Aguirre Beltrán ha condotto i suoi
pionieristici studi negli anni '50, sul tema "Cuijla. Esbozo
etnográfico de un pueblo negro".
Il Museo è
caratterizzato dall'attenzione posta alla tradizione locale delle culture
afrometicce del Messico, cui hanno dato un importante apporto quelle
indigene. La presenza dell'eredità africana è evidente nella regione,
non solo per i tratti somatici ed il colore della pelle di molti suoi abitanti,
ma anche per i modi di pensare e di agire, per la creatività musicale, la
passione per il ritmo, la preferenza verso alcuni cibi, la socievolezza.
La cultura di
Costa Chica è un esempio eloquente dell'influsso reciproco tra indigeni ed
africani, anche se la “terza radice” della propria cultura è la meno
apprezzata, sconosciuta alla
maggioranza dei messicani ed
addirittura agli stessi abitanti di Guerrero,
dove pure è ancora viva una
tradizione orale che ha fatto propri gli elementi apportati dalla cultura degli
schiavi.
Nel
nuovo museo, che raccoglie con intento didattico oggetti e testimonianza della
vita quotidiana degli africani deportati e dei loro discendenti, una
grande mappa è appesa ad un muro. E’ la “La Ruta de los Esclavos”:
l’itinerario compiuto dalle navi negriere e le
successive
destinazioni degli schiavi, una volta giunti sul suolo americano.
Il
Messico non è tra i paesi più conosciuti per la storia della schiavitù, ma
anche in questa parte così importante delle antiche colonie spagnole fu diffusa
la pratica della compravendita di schiavi africani utilizzati
nelle miniere, come artigiani o servitori domestici. Il loro lavoro è
testimoniato da dettagliati diagrammi, che mostrano il lavoro degli
africani e degli indigeni nelle miniere d’oro, mentre alcuni dipinti
raffigurano governanti nere che ninnano i figli delle ricche famiglie spagnole.
Uno
spazio è dedicato a Yanga, il primo africano della storia americana che
guidò
una ribellione contro la schiavitù e si rifugiò sulle montagne per costituire
la prima comunità di cimarrones (gli schiavi fuggitivi). Tutto questo
accadeva nel 1620. Un monumento
allo schiavo ribelle è stato eretto nella città che porta il suo nome, nello
Stato di Veracruz.
Di
grande interesse è un particolare
strumento musicale custodito nel museo: il tarimba o cajon. SI
tratta di un pezzo di legno sul quale i “suonatori” ballavano, colpendolo
con i piedi ed ottenendo suoni molto simili a quelli prodotti dal battere delle
mani sui tamburi. Vietato quale oggetto "diabolico"
dall’Inquisizione durante il XVII secolo,
il divieto si estese nel secolo successivo a tutti i tamburi. La rivolta
degli schiavi ad Haiti, infatti, era stata preannunciata proprio dal suono
dei tamburi, che avevano chiamato a raccolta i rivoltosi.
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