L’Albero della fecondità di Massa Marittima

Insulto politico o simbolo pagano?

dott.ssa Beatrice Emma Zamuner – Università di Firenze

Un piccolo fuori porta mi porta a Massa Marittima, nel Grossetano.

Del borgo medievale vengo a conoscenza nel 2008, quando la mia allora futura relatrice e professoressa di Storia Medievale, mi propose come argomento di tesi, poi non affrontato, l’analisi storico-artistica della “Fonte dell’Abbondanza”, una struttura architettonica dall’insolita decorazione, situata proprio nel centro di questo piccolo gioiello toscano.

Dopo sei anni decido che è giunto il momento di visitarlo.

Che questa parte di Toscana, l’alta Maremma sia ancora molto poco frequentata dal turismo di massa lo si percepisce subito: le strade sono completamente deserte, come se tutto, colori, suoni e odori fosse destinato a te soltanto.

Massa Marittima mi accoglie, ad una sessantina di km da Volterra e 20 km dal mare, su di una piccola collina a 400 metri di altezza, fra la “città vecchia” dall’intenso sapore medievale raccolta intorno al magnifico Duomo, e la “città nuova”, frutto di un’espansione progettata nel 1228.

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Un giro veloce fra le chiare architetture romaniche ed eccomi in pieno centro, alla ricerca della famosaFonte.

In tutta sincerità no2n so cosa sto cercando e non noto neppure l’edificio; pensavo di dovermi intrufolare in qualche piccola e angusta grotta e invece no: le Fonti sono costituite da un massiccio edificio con in facciata tre grandi e robusti archi a sesto acuto, costruito, come indicato nell’iscrizione, nel 1265.

Sopra le tre arcate venne poi innalzato il magazzino (detto dell’abbondanza) che serviva da pubblico granaio.

Dall’esterno un’architettura apparentemente aninoma, ma il bello è celato al suo interno: dietro una recinzione in vetro posta sul muretto della grande vasca in pietra, in passato piena d’acqua, una delle campate conserva quello che comunemente si conosce per “Albero della Fecondità”, rara testimonianza di pittura murale duecentesca, il cui interesse sta tutto nell’inconsueto soggetto profano, che sembra affondare le radici nei culti della fertilità dell’antichità.

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L’affresco, datato 1265, scoperto nel 1999 e da poco restaurato, raffigura un grande albero che s’impone per il suo “sintetico naturalismo”: tutti i suoi rami sono addobbati da numerosi falli umani. Ai piedi della pianta alcune donne stanno conversando, due si accapigliano vistosamente, mentre un’altra sembra scacciare alcuni corvi, pronti ad avventarsi sugli inconsueti frutti.

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Una grande aquila nera, presentata in forma araldica ad ali spiegate, si pensa stia ad indicare allo stesso tempo lo stemma della città di Pisa, dalla quale proveniva il podestà del momento, oppure l’emblema dell’Impero, visto che Massa Marittima fu di ‘fede’ ghibellina fino al 1266.

Passato l’iniziale ironico imbarazzo, proviamo a comprenderne il significato.

Secondo una prima teoria l’affresco è un simbolo di fertilità, con funzione “apotropaica”, volta ad auspicare abbondanza nel raccolto. Al tempo stesso, ma con visione diametralmente opposta doveva scansare la malaugurata possibilità di ricorrere alle scorte del magazzino: gli organi maschili, quindi, sono simbolo di fertilità e abbondanza mentre i corvi neri simboleggerebbero l’insidia, il pericolo.
Una delle più esaustive analisi del soggetto, venne fatta pochi anni fa dall’esperto di arte toscana medievale George Ferzoco, dell’Università di Leichester; secondo lo studioso l’affresco rappresenterebbe il primo “manifesto politico” della storia, un messaggio dei Guelfi sostenitori del Papa, contro i Ghibellini sostenitori dell’Imperatore: i Guelfi avvertivano i frequentatori della fonte, che nel caso in cui i Ghibellini fossero tornati al potere, questi ultimi avrebbero diffuso idee eretiche, stregoneria e perversioni sessuali.

Nulla di strano per l’epoca: fra nel XIII secolo in Toscana circolavano leggende di streghe che tagliavano il pene agli uomini per metterli nei nidi di uccelli; le donne raffigurate sotto l’albero, secondo questa interpretazione sarebbero, quindi, streghe, solite, come si sa ad atti fuori costume e talvolta licenziosi (una sembrerebbe raffigurata proprio nell’atto di aggiungere un fallo all’albero, e le altre sulla destra si starebbero masturbando). Ma ci torneremo.

L’analisi, già in premessa si mostra molto interessante, ma per comprenderne bene il significato dell’opera bisogna risalire alla data precisa di realizzazione, il 1265.

A quel tempo Massa Marittima era governata dai Ghibellini, che rimasero al potere sino all’anno successivo: il Palazzo dell’Abbondanza fu commissionato dal Podestà ghibellino Ildebrando da Pisa senza che rimanessero documentazioni o informazioni relative all’affresco. In ragione di ciò, se l’affresco venne realizzato entro il 1266, il soggetto avrebbe senza dubbio significato di fertilità dal momento che unpodestà ghibellino non si sarebbe mai sognato di denigrare i ghibellini stessi. Se invece vogliamo vederlo come manifesto politico dobbiamo postdatarne la realizzazione, tra 1267 ed il 1335 quando i ghibellini lasciano il potere.

Al di là del puro contesto storico, gli aspetti decisamente più affascinanti, sui quali voglio soffermarmi, sono quelli relativi all’interpretazione “alternativa” del soggetto, quella meno canonica, meno ideologica e più simbolica.

E’ naturale supporre che al momento della scoperta fu grande lo sconcerto:qualcuno lo considerò un soggetto osceno o erotico, qulcuno lo interpretava in maniera allegorica, sottolineandone “l’aderenza” con il luogo di ritrovamento, una fonte e con l’elemento acqua (così come l’acqua, anche i peni generano la vita); all’opposto, molti sostenitori di un’interpretazione pornografica e la considerazione che era deliberatamente osceno. Punto.

Come uscirne?

Per questi paesi, appollaiati su colline, come per le coeve Città-stato, la salvaguardia della propria sorgente d’acqua era una necessità. Massa Marittima, grazie alla sua ricchezza ed in particolare alla sua competenza tecnologica, sviluppatasi attraverso la costruzione di gallerie e condotti nelle miniere, riuscì a canalizzare grandi quantità di acqua, all’interno delle mura, verso il centro della città: questo significava che nessuno avrebbe dovuto recarsi troppo lontano per rifornirsi di acqua, guadagnandone in tempo in sicurezza personale.

Coloro i qualiaffermanola tesi della fertilità, si basano sull’immagine “vera e propria” dei falli visibili sull’albero, soffermandosi sull’iconografia pura degli stessi, ricongiungendola al significato che essa già avevain epoca Etrusca e Romana, quando il pene veniva considerato simbolo di fortuna e, appunto fertilità.

Eppure i peni in mostra in questa pittura non hanno nulla a che vedere con questo concetto: una cosa è avere un immagine simbolica, priva di dettagli ornamentali, avulsa da qualsiasi contesto spaziale, un’altra è porla in un quadro differente, come crescere su un albero ad esempio.

Dal momento che la cultura medievale, più della nostra, era molto sensibile a quella che veniva percepita come la bontà della Natura, risulta eccezionale, se non “strano” che proprio da un albero cresca qualcosa che non sia un frutto naturale. Dov’è si ravvede la fecondità?

5Inoltre a donna sulla sinistra del murale, in piedi e isolata, sembra in attesa, ma se la si guarda con attenzione si nota alle sue spalle un pene, in posizione sodomitica. E sappiamo quanto questo sia in opposizione con il concetto fisiologico di fertilità.

Nel Medioevo la rappresentazione artistica del fallo non era insolita, ma quella di un pene molto grande o in erezione, come in questo caso è estremamente rara.

E’ proprio su questo argomento sono scesi in campo gli affascinati dalla stregoneria, che hanno fatto di tutto per legare questa immagine ad un famoso passaggio, dal significato piuttosto oscuro, del Malleus Maleficarum, nel quale si fa un bizzarro riferimento ad una pratica per cui una strega taglierebbe i genitali ad un uomo per porli in un nido preparato su di un albero dal quale poi comincerebbe a crescere.

Osservando il murale si nota una delle donne scuote ripetutamente un nido su uno dei rami dell’albero: Ferzoco è convinto che il murale di Massa Marittima sia uno dei primi esempi di rappresentazione pubblica della stregoneria dell’epoca medievale in Europa, e la sua sicurezza deriva dal fatto che non esiste ad oggi una sola immagine di strega che si avvicini in termini cronologici, neppure lontanamente, a questa.

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La connessione della donna col nido, inoltre, è molto importante: l’albero del murale sembra proprio dipinto per illustrare il capitolo del Malleus: l’albero presenta, per lo meno per quello che è visibile ad occhio nudo dalla sua scoperta nel 2000, venticinque peni e proprio secondo il Malleus Maleficarum su di un albero potevano crescere dai venti ai trenta falli.

Sarebbe affascinante poter approfondire la tematica, ed osservare con più attenzione, e nei minimi dettagli l’affresco, ma il tramonte incombe e la visibilità inizia a scarseggiare. Mi prometto di riprendere in mano la ricerca.

Detto, fatto!

La prima cosa che scopro è che, nonostante la straordinarietà dell’oggetto, ahimè non è l’unico esistente, o almeno non più: in Val Venosta, presso il Castello di Lichtenberg, rimastoora un rudere, vi era un ciclo pittorico, datato alla fine del Trecento, poco noto alla critica artistica. All’inizio del Novecento, per cautela conservativa gli affreschi vennero quasi totalmente staccati dalle pareti e trasportati al Tiroler Landesmuseum Ferdinandeum di Innsbruck, dove sono tuttora custoditi.

7Gli affreschi, purtroppo poco leggibili e fortemente deteriorati, forniscono una vera e propria summa delle scelte iconografiche legate al mondo cavalleresco e al tramonto dell’epoca medioevale ( i passatempi e le predilezioni nobiliari, immagini di luoghi, consuetudini della vita di corte, scene della Genesi, le sante Barbara e Agata, la leggenda del re Laurino, cacce, tornei, danze, favole e allegorie). Il sacro accostato al profano!

Tuttavia a Lichtenberg si ravvisano alcuni elementi insoliti che palesano l’immagine allegorica dell’albero delle meraviglie o albero della fecondità, der Wunderbaum.

Fino a qualche anno fa, la sola testimonianza pittorica che si accostava alla rappresentazione dell’albero della fecondità nel ciclo cortese di Lichtenberg, era quella di Castel Moos, nei pressi di Appiano, dove s’incontra la medesima iconografia: un albero con frutti a forma di fallo caduti in abbondanza in un giardino raccolti con grande solerzia e portati via in cesti, da un gruppo di donne nude.

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Da qualsiasi parte si decida di schierarsi: puristi o licenziosi l’elemento che accomuna le due visioni è a mio avviso il solo concetto di fertilità.

A tal proposito mi viene in mente una citazione Bruno Munari che disse:” L’albero è l’esplosione lentissima di un seme….”.

A voi la conclusione!

dr.ssa Beatrice E. Zamuner – Università degli studi di Firenze

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Bibliografia

BAGNOLI A., CLEMENTE P. (2000), Massa Marittima: l’albero della fecondità, Comune di Massa Marittima

COCCO C. (2007), Arte di corte nella regione atesina: i dipinti murali del castello di Lichtenberg, in “Studi Trentini di Scienze Storiche”, 86, Temi, Trento, pp. 9-43

HUIZINGA J. (1966), L’autunno del Medioevo, Sansoni, Firenze, pp. 147-164

MONTEL R. (1997), Castel Moos: la cosiddetta “stanza dei gatti e dei topi”, in Südtirol Aspekte, Castelli e residenze dell’Oltradige, Provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige, Scuola e cultura italiana, Bolzano, pp. 134-136

Il murale di Massa Marittima di George Ferzoco è pubblicato dal Consiglio Regionale della Toscana in collaborazione con il Centro Studi Toscani dell’Università di Leicester