Alchimia: breve saggio

Un alchimista potrebbe dar carne e sangue ad un sogno?

Di Mary Falco

Si ritiene comunemente che il termine alchimia derivi dall’arabo al-kimiya o al-khimiya (الكيمياء o الخيمياء), che è probabilmente composto dall’articolo al- e la parola greca khymeia (χυμεία) che significa “fondere”, “colare insieme”, “saldare”, “allegare”, ecc. (da khumatos, “che è stato colato, un lingotto”). Dalla radice “chimia” deriverà tra l’altro anche la chimica, scienza moderna che secondo i più deve le sue origini a questa antica disciplina, prima della nascita del metodo scientifico. Gershom Scholem però ritiene invece che il termine kimija, pur se reperita in fonti arabe, abbia la sua prima origine nella kabbalah ebraica e significhi: “ciò che viene da Dio”. Un’altra etimologia collega la parola con Al Kemi, che significa “l’arte egizia”, dato che gli antichi Egiziani chiamavano la loro terra Kemi ed erano considerati potenti maghi in tutto il mondo antico. Il vocabolo potrebbe anche derivare da kim-iya, termine cinese che significa “succo per fare l’oro”.

Aldilà del suo significato letterale, ci troviamo di fronte un antico sistema filosofico esoterico, che combina elementi di chimica, fisica, astrologia, arte, semiotica, metallurgia, medicina, misticismo e religione in un tutto armonico… o almeno si propone di farlo, fondendo insieme tre ambiziosi obiettivi: conquistare l’onniscienza, creare la panacea universale, (rimedio per curare tutte le malattie, prolungando indefinitamente la vita) ed infine il più famoso di tutti: trasmutare i metalli in oro. Per far ciò era indispensabile la famosissima pietra filosofale, sostanza non meglio identificata, che potrebbe essere anche una polvere o un liquido, non necessariamente una pietra nel senso letterale, secondo alcuni si tratterebbe di una pianta.

Qualcuno ha proposto per questo ruolo la moscatella, nota col nome scientifico di adoxa moschatellina pianta erbacea tipica del sottobosco di faggio, un tempo comune in tutte le zone temperate e fredde dell’emisfero boreale ed oggi ridotta a poche zone caratteristiche delle Alpi Marittime e dell’Appennino ligure.

Ecco la pietra in tutto il suo ermetico splendore, descritta in un sonetto del 1329:

Chi solvere non sa, ne’ assottigliare

corpo non tocchi, ne’ argento vivo

per chi non puo’ lo fisso et volativo

tenere chi non sa de duo un fare.

Fatelo dunque stretto abbracciare

con acqua viva e sal disolutivo,

tene bene e coque piane si che sie privo

della terra mama la qual lo fa celare

Allora vedrai fuggire la morte abscura

et ritornar lo Sole lucente e bello

con molti fiori ornato in sua figura .

Questa e’ la pietra, questo e’ quello

delli filosofi l’antica scrittura

Che sull’incudine batte lo martello.

Finis.

estratto dal testo l’Acerba. Si trova nel Codice Riccardiano n.946, nel Codice Magliabechiano II – III – 308 a carte 406 della Biblioteca Nazionale di Firenze.

L’autore è Cecco d’Ascoli pseudonimo di Francesco Stabili, fu astrologo, filosofo e alchimista. Nel 1324 fu condannato da Fra Lamberto da Ciangulo dell’ordine dei frati predicatori ad essere arso vivo come eretico. La sentenza dice cosi: “Frate Accursio dell’Ordine dei Frati Minori Inquisitore a Firenze, visto il processo che gli è stato mandato al 17 luglio 1327 da Frate Lamberto da Bologna contro Maestro Cecco d’Ascoli… che l’ha dichiarato eretico e lo ha consegnato al tribunale secolare del vicario ducale onde essere assoggettato alle pene che gli sono dovute; ha condannato il libro di Astrologia di cui è autore ed un altro, in lingua volgare, intitolato l’Acerba; ha decretato che sarebbero bruciati ed ha colpito da scomunica tutti quelli che possedessero tali o simili libri“.

Ne parla, fra le altre cose, l’interessante sito:

http://www.montesion.it/_alchimia/_alchimiap/Alchimia_Frame.htm

L’alchimia, oltre ad essere una disciplina fisica e chimica, implicava un’esperienza di crescita ed un processo di liberazione e di salvezza dell’artefice dell’esperimento. Per questo spesso entrò in urto con i dogmi della Chiesa, fino ad arrivare alla guerra aperta nel medioevo feudale. La scienza alchemica veniva considerata sacra e ricondotta ad un tipo di conoscenza metafisica e filosofica, assumendo connotati mistici, cosicché i processi e i simboli alchemici possiedono sovente un significato interiore relativo allo sviluppo spirituale in connessione con quello prettamente materiale della trasformazione fisica. Così per esempio l’oro e l’argento acquisiscono nell’iconografia alchemica i tratti simbolici del Sole e della Luna, della luce e delle tenebre e del principio maschile e femminile, che si uniscono nella coniunctio oppositorum della Grande Opera.

Gli elementi cosmici avevano grande importanza non solo per la loro influenza sui processi alchemici, ma anche per il parallelismo che li legava agli elementi naturali, in base alla credenza che “ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto”, perciò il sapere alchemico era strettamente legato all’Astrologia.

Tradizionalmente, ognuno dei sette corpi celesti del sistema solare conosciuti dagli antichi era associato con un determinato metallo: Il Sole governa l’Oro, metallo perfetto, simboleggiato dal colore rosso e ritenuto un principio maschile. La Luna è connessa con l’Argento, ad uno scalino immediatamente inferiore, principio femminile simboleggiato dal bianco. Mercurio è collegato ovviamente all’elemento omonimo che, essendo volatile, ebbe fin dapprincipio una trattazione a parte. Venere al rame, che un tempo era ritenuto un momento di passaggio in cui oro ed argento si trovassero ancora insieme; la metallurgia antica infatti considerava i metalli come gradini intermedi rispetto alla perfezione, rappresentata dall’oro: più il metallo era lontano dal sole e più gli era difficile liberarsi dalle “scorie” terrene. Di qui la necessità di fonderli e la speranza di riuscire a trasmutarli appunto in oro. Seguiva Marte, collegato al ferro; Giove allo stagno e finalmente Saturno al piombo… ed all’influsso di questo pianeta il Rinascimento riconduceva l’umore malinconico.

La malinconia è uno stato emotivo molto caratteristico e diffuso tra gli uomini; si è soliti distinguerla dalla “melanconia” in quanto la seconda avrebbe una matrice clinica più esplicita. Originariamente la melanconia, nelle teorie mediche greche, apparteneva alla categoria degli “umori”; si assumeva la melanconia come autentico male da curare. Nel corso dei secoli questa visione si è complicata sempre più; basti pensare a l’immagine di Albrecht Dürer intitolata proprio Melencolia I, dove l’artista tedesco realizzò una sintesi di implicazioni teologiche, emotive e scientifiche, mettendo in mostra il pianeta tradizionalmente legato al sentimento della melanconia (Saturno) e le connessioni alchemiche tra razionalità e creazione artistica. Ma l’immagine di Dürer porta a compimento un vasto processo simbolico che interessa tutto il medioevo.

Nelle illustrazioni dei trattati medievali e di epoca rinascimentale compaiono spesso figure ermetiche tratte dal mondo vegetale ed animale, se lo studio dei primi è vastissimo e ci porterebbe decisamente troppo lontano, tra gli animali il corvo ed il cigno (già cari alla mitologia celtica ed entrati a buon diritto nell’araldica medioevale) e la fenice sono per così dire i protagonisti degli studi alchemici. Quest’ultima, per la sua capacità di rinascere dalle proprie ceneri, incarna il principio del “nulla si crea e nulla si distrugge”, tema centrale della speculazione alchimistica. Inoltre, era sempre la fenice a deporre l’uovo cosmico, che a sua volta raffigurava il contenitore in cui era posta la sostanza da trasformare. Anche il serpente che si mangia la coda, ricorre spesso nelle raffigurazioni delle opere alchemiche, in quanto simbolo della ciclicità del tempo e del “Uno il Tutto” (“En to Pan”).

L’alchimia abbraccia alcune tradizioni filosofiche che si sono propagate per quattro millenni e tre continenti e la loro generale inclinazione per un linguaggio criptico e simbolico rende difficile tracciare le loro mutue influenze e relazioni.

Jollivet-Castellot F. nella sua: STORIA DELL’ALCHIMIA pubblicato a puntate sulla testata francese “Hyperchimie” dal 1897 al 1898,ed attualmente visibile, con prefazione di Giuliano Kremmerz, (sul sito ww.montesion.it/_alchimia/_alchimiap/Alchimia_Frame.htm) sostiene che le origini della scienza alchemica, della filosofia ermetica e dell’arte spargirica (spagiria, nella terminologia Greca, significa separare, dividere e quindi associare, o unire) risalgano alla più remota antichità:

“Nelle fraternità iniziatiche perdura tuttora la tradizione che queste metafisiche trascendentali fiorissero splendidamente in seno alla misteriosa Atlantide ed alla vetusta Lemuria, i cui tempi, cinquantamil’anni prima di Cristo, lasciarono i loro segreti in retaggio ai santuari indiani ed egiziani.”

Si possono distinguere almeno due grandi canali, che sembrano essere in gran parte indipendenti, almeno nelle tappe più remote: l’alchimia orientale, attiva in Cina e nella zona della sua influenza culturale, e l’alchimia occidentale, il cui centro nei millenni è slittato tra Egitto, Grecia, Roma, il mondo islamico ed alla fine l’Europa. L’alchimia cinese fu strettamente connessa al Taoismo, mentre quella occidentale sviluppò un proprio sistema filosofico, connesso solo superficialmente con le maggiori religioni occidentali. Se queste due tipologie abbiano avuto una comune origine e fino a che punto si siano influenzate l’una con l’altra è tuttora oggetto di discussione.

Mentre quella occidentale fu più concentrata sulla trasmutazione dei metalli, l’alchimia cinese ebbe una maggiore connessione con la medicina. Un trait d’union importante può essere considerata la medicina ebraica, con la sua attenzione all’uomo integrale. Per chi vuol saperne di più e non è in grado d’addentrarsi in complicati studi sulla “kabbalah” sarà senz’altro utile la lettura di “Medicus” il primo dei tre libri che Noah Gordon dedica alla saga di una famiglia di medici scozzesi, siamo ai primordi dell’XI secolo ed il protagonista raggiungere la Persia dove esiste l’unica scuola di medicina: quella di Abu Ali al-Hussein Ibn Sina noto con il nome un po’ “tradotto” di Avicenna.

E qui ci conviene di nuovo dar la parola al nostro Jollivet-Castellot F.:

“Con Avicenna [in arabo Abu Ibn Sina] incontriamo uno dei più famosi ermetisti orientali, che le varie discipline moderne si contendono. Nacque nel 980 nei dintorni di Scivaz, piccola città persiana, [o ad Afsenna, nel canato di Bocara]. Mostrò talento precoce nelle matematiche e nella più sublime filosofia.

Come tutti gli adepti di quei tempi, praticò quella medicina che deriva direttamente dalla spargiria e dovette una desideratissima reputazione a numerose e sollecite cure [fu detto Principe dei medici. Fu anche astronomo. Dante lo nomina nel IV canto dell’Inferno:

……. e vidi……

Ippocrate, Avicenna e Gali’eno,

Averrois che ‘l gran commentofeo.

(v. 143 e 144). ]

La sua fama crebbe maggiormente durante i viaggi che fece nell’Arabia e nella Siria, regioni che percorse da nomade. Alfine si stanziò a Ispahan, dove morì [nel 1037 o 1057 altri però lo dicono defunto ad Hamadan nel 1073. Questa notizia è più attendibile dell’antecedente]. Lasciò parecchie opere, due delle quali sull’alchimia: il Tractatulus alchemiae e De conglutinatione lapidum [Sulla medicina lasciò i Libri quinque canonis medicinae]”

Ma torniamo al problema delle origini ed alle differenze fra Oriente ed Occidente. La pietra filosofale degli alchimisti europei può essere comparata con l’elisir dell’immortalità cercato dagli alchimisti cinesi. Comunque, da un punto di vista ermetico, questi due interessi non erano separati e la pietra dei filosofi era spesso equiparata all’elisir di lunga vita.

Gli alchimisti occidentali generalmente fanno risalire l’origine della loro arte all’antico Egitto. Metallurgia e misticismo erano inesorabilmente legati insieme nel mondo antico, in cui una cosa come la trasformazione dell’oro grezzo in un metallo scintillante doveva sembrare un atto governato da regole misteriose. La trattazione alchemica dei metalli affonda le radici nell’antichità. La fusione a cera persa è, infatti, un metodo che veniva usato già da Sumeri, Egizi, Etruschi, popoli Africani e Precolombiani. Questi popoli rivedevano nel processo di fusione a cera il processo di creazione della vita umana. Per cui, la tecnica di fusione a cera rendeva per loro ogni manufatto unico ed irripetibile, come l’essere umano ed il fabbro partecipava in qualche modo di poteri divini. La mitologia celtica e la religione etrusca danno grande spazio alla metallurgia ed eroi e dei si contendono il privilegio d’esercitare quest’arte. Niente di strano che vi siano connesse conoscenze importanti, negate agli uomini comuni.

La città di Alessandria in Egitto fu un centro di conoscenza alchemica, e conservò la propria preminenza fino al declino della cultura egiziana antica. Sfortunatamente non esistono documenti originali egizi sull’alchimia. Questi scritti, qualora fossero esistiti, andarono perduti nell’incendio della Biblioteca di Alessandria, nel 391. L’alchimia egiziana è per lo più conosciuta attraverso le opere di antichi filosofi greci, sopravvissute solamente in traduzioni islamiche.

La leggenda vuole che il fondatore dell’alchimia egiziana sia il dio Thot, chiamato Ermes-Thoth o Ermes il tre volte grande (Ermes Trismegisto) dai Greci. Secondo la leggenda il dio avrebbe scritto i quarantadue libri della conoscenza, che avrebbero coperto tutti i campi dello scibile, fra cui anche l’alchimia. Il simbolo di Ermes era il caduceo (bastone con due serpenti attorcigliati) che divenne uno dei principali simboli alchemici. La Tavola di Smeraldo di Ermes Trismegistus, che è nota solamente attraverso traduzioni greche ed arabe, è generalmente considerata la base per la pratica e la filosofia alchemica occidentale.

Le dottrine alchimistiche della scuola greca passarono attraverso tre fasi evolutive: l’alchimia come tecnica, cioè l’arte prechimica degli artigiani egizi, l’alchimia come filosofia ed infine quella religiosa. I Greci s’appropriarono delle dottrine ermetiche degli Egiziani, mescolandole, nell’ambiente sincretistico della cultura alessandrina, con le filosofie del Pitagorismo e della scuola ionica e successivamente dello Gnosticismo. La filosofia pitagorica consiste essenzialmente nella credenza che i numeri governino l’universo e che siano l’essenza di tutte le cose, dal suono alle forme.

Il pensiero della scuola ionica era basato sulla ricerca di un principio unico e originario per tutti i fenomeni naturali; questa filosofia, i cui esponenti principali furono Talete ed Anassimandro di Mileto, fu poi sviluppata da Platone ed Aristotele, le cui opere finirono per diventare parte integrante dell’alchimia. Si delinea, come base della nuova scienza, la nozione di una materia prima che forma l’universo, e che può essere spiegata solamente attraverso attente esplorazioni filosofiche. Un concetto molto importante, introdotto in quel tempo da Empedocle, è che tutte le cose nell’universo erano formate solamente da quattro elementi: terra, aria, acqua e fuoco. A questi Aristotele aggiunge l’etere, la materia di cui sono formati i cieli e che viene denominata quintessenza. La terza fase si differenzia dalla precedente di speculazione filosofica per le caratteristiche di una religione esoterica, per l’abbondanza di rituali misteriosi e per il linguaggio. Nei primi secoli dell’età imperiale, in età ellenistica, si sviluppò una letteratura di carattere filosofico-soteriologico-religiosa, di vario carattere, accomunata dalla pretesa rivelazione da parte del dio Thot-Ermete, da cui il nome di letteratura ermetica. Il supporto dottrinale di questa letteratura è una forma di metafisica che si rifà al Neoplatonismo ed al Neopitagorismo.

Nel II secolo sarebbero stati scritti anche gli Oracoli caldaici, dei quali sono pervenuti solo frammenti, che presentano molte analogie con gli scritti ermetici. In questo momento storico, quindi, si sarebbe operata una fusione tra il patrimonio filosofico greco e la gnosi ermetica, nella quale la grande opera assume connotati di tecnica tesa alla realizzazione in senso interiore e cosmico.

Tra gli alchimisti ellenistici vanno citati Bolo di Mende e Zosimo di Panopoli, il primo autore che abbia scritto opere alchemiche in modo sistematico e firmando la propria creazione.

La distruzione del Serapeo e della Biblioteca di Alessandria segnò la fine del centro culturale greco, spostando il processo dello sviluppo alchemico verso il Vicino Oriente. L’alchimia islamica è molto meglio conosciuta perché meglio documentata e molti dei testi antichi giunti sino a noi si sono preservati come traduzioni islamiche.

Alchimisti islamici come Abu Bakr Mohammad Ibn Zakariya al-Razi, (in latino Rasis o Rhazes) diedero un contributo fondamentale alle scoperte chimiche, come la tecnica della distillazione, e ai loro esperimenti si devono l’acido muriatico (l’antico nome dell’acido cloridrico), l’acido solforico e l’acido nitrico, oltre alla soda (al-natrun) e potassio (al-qali), da cui derivano i nomi internazionali di sodio e potassio, Natrium e Kalium. L’apporto di nomenclatura alchimistica a tutta la posteriore cultura occidentale è di origine araba: termini arabi sono infatti: atanor (fornace), azoth (forma corrotta da al-zawq, ‘mercurio’), alcool (da al-kohl, ‘antimonio’), elisir (da al-iksīr, “pietra” filosofale) e alambicco. La scoperta che l’acqua regia, un composto di acido nitrico e muriatico, potesse dissolvere il metallo nobile – l’oro – accese l’immaginazione degli alchimisti per il millennio a venire.

Jollivet-castellot f. osserva ancora che: “I filosofi islamici diedero anche grandi contributi all’ermetismo alchemico. Al riguardo la più grande e influente figura è probabilmente Giabir ibn Hayyan (in arabo جابر إبن حيان), latinizzato in Geber il Geber o Geberus dei Latini. Nacque ad Haran, nella Mesopotamia, alla fine del secolo ottavo. In quell’epoca la civiltà orientale brillava del massimo splendore e Bagdad, divenuta il centro delle umane cognizioni, sostituiva quasi Alessandria.

Giaber compì gli studi alla scuola di Edessa, che godeva giustamente molta reputazione, v’era insegnata la più parte delle lingue: il greco, il caldeo e il siriaco, e v’eran commentate l’opere dei più dotti filosofi.

Giaber non solo assimilò le parole dei maestri, ma si fece notare per la sua iniziativa nella scienza alchemica.

Paracelso l’ebbe in grande stima e lo chiamò magister magistrorum (Maestro dei maestri). Difatti la sua Summa perfectionis abbraccia, in modo originalissimo, tutta la spargiria. Egli indica, in termini perfetti, le qualità richieste per l’adeptato: volontà, perseveranza e pazienza, e ne commenta gli effetti sull’opera.

Versatissimo nella pratica, Giaber constatò la maggior parte delle nozioni sperimentali, delle quali andiamo oggi tanto orgogliosi. [Trovò la preparazione dell’acido nitrico e dell’acqua regia… conobbe probabilmente i preparati della potassa colla calce, del sale ammoniaco e dell’alcool, non che la pietra filosofale, il sublimato corrosivo, ecc. ]. A lui spetta anche l’onore d’aver diffuso nel mondo profano il gusto per la chimica volgare, cioè per l’essoterismo della scienza ermetica. Fece far passi giganteschi alle conquiste industriali, pur conservando accuratamente, mediante uno scelto cenacolo, i segreti tradizionali della pietra trasmutatoria.

Il Compendio di perfezione di Giaber si trova, in latino, nella Biblioteca Chimica del Manget. Fu tradotto in francese e inserito nella Biblioteca dei Filosofi chimici del Salmon.

Dell’altre sue opere, meritano d’essere menzionati: il Testamento e il Trattato dell’alchimia [Lapis philosophorum]. Gli vengono attribuiti cinquecento scritti, dei quali però molti si sono smarriti e molti sono, senza dubbio, apocrifi.”

Questo importante alchimista, fu il primo, a quanto sembra, ad aver analizzato gli elementi secondo le quattro qualità base di caldo, freddo, secco e umido. Jābir ipotizzò che, siccome in ogni metallo due di queste qualità erano interne e due esterne, mescolando le qualità di un metallo, si sarebbe ottenuto un altro metallo. La grande serie di scritti che gli vengono attribuiti esercitò una enorme influenza sulle correnti alchimistiche europee.

Nell’alto Medioevo infatti la tradizione alchemica era stata del tutto dimenticata e tornò in Occidente attraverso gli Arabi. L’incontro tra la cultura alchemica araba ed il mondo latino avviene per la prima volta in Spagna, probabilmente ad opera di Gerberto D’Aurillac o di Soisson, monaco del monastero di Bobbio, che fu tra l’altro maestro dell’imperatore Ottone III. Fu l’uomo più dotto dei suoi tempi. Alcuni lo vogliono celebre mago, altri semplice curioso di cose occulte, privo dei pregiudizi tanto comuni alla sua epoca. Iniziato alla scienza sacra in Spagna, diffuse in Italia, mediante i suoi confratelli, l’uso delle cifre arabiche; naturalmente non mancano i detrattori, che sostengono fosse innalzato al seggio pontificale in virtù d’un patto stretto col demonio. In ogni caso papa Silvestro II godé poco dell’eccelsa carica: eletto il 2 aprile 999, morì il 13 maggio 1003.

Nel XII secolo va ricordata la figura del più importante dei traduttori di opere arabe, Gerardo da Cremona, che interpretò Averroè, il cui nome arabo era Abū l-Walīd Muhammad ibn Ahmad Muhammad ibn Rushd, diventato nel Medioevo Aven Roshd e infine Averroes, tradusse l’Almagesto, e forse alcune opere di Razes e Geberus.

Il rientro vero e proprio dell’alchimia in Europa viene in genere fatto risalire al 1144, quando Roberto di Chester tradusse dall’arabo il Liber de compositione alchimiae, un libro dai forti connotati iniziatici, mistici e esoterici, nel quale un saggio, Morieno, erede del sapere di Ermete Trismegisto, insegna al Re Calid.

Il materiale alchimistico dei testi arabi verrà rielaborato durante tutto il XII e XIII secolo. Alberto Magno (1193-1280) affronta la tematica alchemica nel De mirabilibus mundi e nel Liber de Alchemia di incerta attribuzione. A Tommaso d’Aquino (1225-1274) vengono attribuiti alcuni opuscoli alchemici, nei quali è dichiarata la possibilità della produzione dell’oro e dell’argento. Per le opere alchemiche di Tommaso e per la confutazione ad opera di Naudé, Parisien nell’Apologia dei grandi uomini supposti di magia, scritto nel 1712, rimandiamo nuovamente al sito dei nostri amici: ww.montesion.it/_alchimia/_alchimiap/Alchimia_Frame.htm

Il primo vero alchimista dell’Europa medievale deve essere considerato Ruggero Bacone (1241-1294) un francescano, che esplorò i campi dell’ottica e della linguistica oltre agli studi alchemici. Le sue opere, il Breve Breviarium, il Tractatus trium verborum e lo Speculum Alchimiae, oltre ai numerosi pseudo-epigrafi a lui attribuiti, furono utilizzate dagli alchimisti dal XV al XIX secolo.

Alla fine del XIII secolo l’alchimia si sviluppò in un sistema strutturato di credenze soprattutto con Raimondo Lullo (1235-1315), che divenne presto una leggenda per la sua presunta abilità alchemica. Nel sito di Montesion troviamo il testamento che fu redatto dal Lullo, secondo alcuni studiosi, nel 1276 ad Assisi, dove si era recato per prendere i voti come “terziario Francescano”; secondo altri lo scritto è, invece del 1295 e redatto a Mallorca (o Maiorca, isola delle Baleari) nello stesso anno in cui fondò il Collegio “Miramar”, struttura dedicata alla preparazione dei futuri Missionari.

La traduzione di Massimo Marra è stata eseguita sul testo “Bibliotheque des Philosophes Chimiques” Paris, 1740-1754, vol. IV.

Nel XIV secolo l’alchimia ebbe una flessione a causa dell’editto di Papa Giovanni XXII, che vietava la pratica alchemica, fatto che scoraggiò gli alchimisti appartenenti alla Chiesa dal continuare gli esperimenti. La fiamma del sapere fu comunque tenuta viva da uomini come Nicholas Flamel, il quale è degno di nota solamente perché fu uno dei pochi alchimisti a scrivere in questi tempi travagliati. Flamel visse dal 1330 al 1419 e sarebbe servito da archetipo per la fase successiva della pratica alchemica. Il suo unico interesse per l’alchimia ruotava intorno alla ricerca della pietra filosofale; in anni di paziente lavoro riuscì a tradurre il mitico Libro di Abramo l’ebreo, che avrebbe acquistato nel 1357, e che gli avrebbe rivelato i segreti per la costruzione della pietra dei filosofi.

Non abbiamo tuttavia nessuno scritto originale di Flamel e men che meno del manoscritto ebraico che avrebbe tradotto, il che ne ha fatto materia d’una fittissima leggenda. Nel 1655, Pierre Borel, medico ordinario del re Sole, Luigi XIV, fu il suo primo biografo ufficiale e ne parlò estesamente nel suo “Tresor de recherches et antiquitez gauloises et françoise” che tra l’altro è anche un vero e proprio trattato alchemico… purtroppo tutto si può dire della corte del re Sole, men che ci fossero buoni medici! Famosa è l’epidemia di morbillo che decimò la famiglia del re, in cui il pronipote del monarca, Luigi duca d’Angiò fu salvato dalla sua governante, che lo sottrasse alle cure “ufficiali” a base di salassi, per provvedere personalmente a lui. Perciò il Borel non gode d’un gran credito nel mondo della scienza e Flamel con lui!

http://www.montesion.it/_alchimia/_alchimiap/Alchimia_Frame.htm riporta “L’Alchimia di Flamel” così com’è stato pubblicato a Londra da J. e E. Hodson nel 1806 da un manoscritto del 1772, ma ci avverte che, per quanto sia stato attribuito all’alchimista del XIV, è certamente opera del cavaliere Denis Molinier. Secondo gli studiosi anche il “Libro di Abraham l’Ebreo” e il “Testamento”, compendio della più nota opera “Il Breviario”, sarebbero tutti da attribuire alla penna di questo autore e quindi permeati dalla cultura illuminista dell’epoca.

A questo punto va fatta una doverosa precisazione: in un primo tempo gli alchimisti si concentrarono nella ricerca dell’elisir della giovinezza e della pietra filosofale, credendo che fossero entità separate. Molti di loro interpretavano la purificazione dell’anima in connessione con la trasmutazione del piombo in oro (nella quale credevano che il mercurio giocasse un ruolo cruciale). Questi individui erano visti come maghi e incantatori da molti, e furono spesso perseguitati per le loro pratiche, perché di fatto opponevano ai dogmi della Chiesa un sistema diverso di credenze.

Con la grosse spinta commerciale che seguì le crociate si fece avanti invece uno spirito diverso: l’apertura verso altri popoli ed altre credenze, iniziata dalla Chiesa stessa col movimento francescano, diffuse una diversa interpretazione del mondo. Il sapere antico fu riscoperto come valore in se’ e si fece strada l’idea che tutta una gamma di conoscenze fossero utili per vivere meglio, indipendentemente dal nucleo originario. L’alchimia fu quindi riconosciuta come una scienza utile… a patto di concentrarsi sempre di più sugli aspetti pratici, trascurandone volutamente quelli esoterici. Era iniziata in realtà la sua decadenza… ma chiunque avrebbe pensato il contrario!

Nel contesto delle idee del Cinquecento è impossibile delimitare una disciplina scientifica dall’altra, come anche tracciare molte linee di separazione tra il complesso delle scienze da un lato e la riflessione speculativa e magico-astrologica dall’altro. In questo periodo magia e medicina, alchimia e scienze naturali e addirittura astrologia e astronomia operano in una sorta di simbiosi, legate le une alle altre in modo spesso inestricabile.

Agli inizi del XVI secolo uno dei maggiori interpreti di questo coacervo di discipline scientifiche fu il medico, astrologo, filosofo e alchimista Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim, 1486-1535. Costui credeva di essere un mago e di essere capace di evocare gli spiriti. La sua influenza fu di modesta entità, ma come Flamel, produsse opere, fra le quali il De occulta philosophia, alle quali fecero riferimento tutti gli alchimisti posteriori. Ancora come Flamel fece molto per cambiare l’alchimia da una filosofia mistica ad una magia occultista. Inoltre mantenne vive le filosofie degli antichi alchimisti, che includevano scienza sperimentale e numerologia, aggiungendovi la teoria magica, che rinforzava l’idea di alchimia come credenza occultista.

Il nome più importante di questo periodo è, senza dubbio, Paracelso, (Theophrastus Bombastus von Hohenheim, 1493-1541), il quale diede una nuova forma all’alchimia, spazzando via un certo occultismo che si era accumulato negli anni e promuovendo l’utilizzo di osservazioni empiriche ed esperimenti tesi a comprendere il corpo umano. Rigettò le tradizioni gnostiche e le teorie magiche, pur mantenendo molto delle filosofie ermetiche, neoplatoniche e pitagoriche.

Per Paracelso l’alchimia era la scienza della trasformazione dei metalli, reperibili in natura per produrre composti utili per l’umanità. La iatrochimica (dal greco iatros (ιατρός) medico e dal gr. chemeía chimica) di Paracelso era basata sulla teoria che il corpo umano fosse un sistema chimico nel quale giocano un ruolo fondamentale i due tradizionali principi degli alchimisti, e cioè lo zolfo ed il mercurio, ai quali lo scienziato ne aggiunse un terzo: il sale. Paracelso era convinto che l’origine delle malattie fosse da ricercare nello squilibrio di questi principi chimici e non dalla disarmonia degli umori, come pensavano i galenici. Quindi, secondo lui, la salute poteva essere ristabilita utilizzando rimedi di natura minerale e non di natura organica. È questo il principio base della farmacopea moderna.

A Venezia l’alchimia fu esercitata più che altrove con l’intento pratico di produrre colori per la pittura, la tintoria e soprattutto per l’arte vetraria, con processi tecnici ignorati ed invidiati dagli scienziati moderni. Alcune particolari formule sono rimaste segrete e con la chiusura delle scuole d’arte, voluta da Napoleone, se ne perse per sempre il segreto di fabbrica. Per questo fu avversata molto tiepidamente dal governo, perché di fatto portava lustro alla città. Qui furono stampati nel 1583 i “Tre dialoghi sull’oro” di Avraham Portaleone da Mantova, in cui appare evidente il legame tra l’alchimia e la Kabbala ebraica.

Ci fu anche la clamorosa beffa del cipriotto Marco Bragadin, detto Mamugnà, che, giunto a Venezia il 26 novembre 1590, fu ospitato in casa Dandolo alla Giudecca, dove cominciò a “trasformare l’argento vivo in oro finissimo”, ma quando dalla Serenissima si trasferì in Baviera il duca scoprì la frode e lo condannò alla decapitazione. Probabilmente la famosa trasformazione altro non era che un semplicissimo processo di doratura del tutto superficiale!

Sempre a Venezia, facendo fede alla lettera di Leone da Modena datata 1615, esercitarono sia suo figlio Mordechaj che il dotto prete Don Giuseppe Grillo, che s’erano messi i società per produrre argento, lavorando il piombo con l’arsenico. È interessate il fatto che tale lucrosa attività fu sospesa perché nuoceva alla salute d’entrambi, non già perché non producesse gli effetti voluti!

La fine del cinquecento e gli albori del secolo successivo sono gli anni d’oro dell’alchimia. Anche molti artisti, come per esempio Girolamo Francesco Maria Mazzola, detto il Parmigianino e persino personalità politiche del periodo si interessarono alla “Grande Opera” Tra questi: Caterina Sforza, Francesco I de’ Medici[, nel cui studiolo di Palazzo Vecchio fece dipingere allegorie alchimistiche da Giovanni Stradano, e Cosimo I de’ Medici.

In Inghilterra, l’alchimia nel XVI secolo è spesso associata al dottor John Dee (1527-1608), meglio conosciuto per il suo ruolo di astrologo, crittografo ed in generale “consulente scientifico” della regina Elisabetta I d’Inghilterra. Dee si interessò anche di alchimia tanto da scrivere un libro sull’argomento (Monas Hieroglyphica, 1564) influenzato dalla Cabala.

Il declino dell’alchimia in Occidente fu causato dalla nascita della scienza moderna con i suoi richiami a rigorose sperimentazioni scientifiche.

Nel XVII secolo Robert Boyle (1627-1691) diede l’avvio al metodo scientifico nelle investigazioni chimiche, alla base di un nuovo approccio alla comprensione della trasformazione della materia, che di fatto rivelò la futilità delle ricerche alchemiche della pietra filosofale.

Anche gli enormi passi avanti compiuti dalla medicina nel periodo seguente e la stessa iatrochimica di Paracelso, supportati dagli sviluppi paralleli della chimica organica, diedero un duro colpo alle speranze dell’alchimia di reperire elisir miracolosi, mostrando l’inefficacia se non la tossicità dei suoi rimedi.

Ridotta ad arcano sistema filosofico, scarsamente connesso al mondo materiale, l’Ars magna subì il fato comune di altre discipline esoteriche quali l’astrologia e la cabala; esclusa dagli studi universitari e ostracizzata dagli scienziati, si cominciò a guardare ad essa come ad una pura superstizione.

A livello popolare, tuttavia, l’alchimista era ancora considerato come il depositario di grandi saperi arcani. Facendo leva sulla credulità popolare, molti imbroglioni si attribuirono titoli di guaritore e per dimostrare effettive capacità produssero manuali manoscritti che imitavano, nel gergo e nelle illustrazioni, i trattati di famosi autori alchemici (in tal modo, nacquero anche i cosidetti “erbari dei falsi alchimisti” che solo di recente hanno iniziato ad essere analizzati in modo attento dagli studiosi).

Dopo aver goduto per più di duemila anni di un grande prestigio intellettuale e materiale, l’alchimia uscì in tal modo dal pensiero occidentale, salvo ricomparire nelle opere di studiosi a cavallo tra scienza, filosofia ed esoterismo, quali lo psicanalista Carl Gustav Jung e il pensatore Julius Evola.

Aurora Prestini ha un punto di vista diverso. In un romanzo ambientato nella Venezia di fine cinquecento immagina che un alchimista padroneggi davvero il segreto della vita, fino al punto di…

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