Antichi Culti fra cielo e terra

(c) Daniela D’Amico, Laurea in Lettere Classiche con indirizzo Archeologico e Laurea in Scienze dell’Antichità

monte-parnaso-mitologiaChi ha qualche dimestichezza con la storia delle religioni e l’antropologia non può ignorare il prezioso contributo di James Fraser che nel suo “Il ramo d’oro”, per la prima volta, studia i miti e i costumi di popoli antichi e moderni utilizzando la tecnica comparativa. Questo studio gettò le basi per le future ricerche antropologiche e religiose anche se alcune scoperte oggi sono state superate. L’assunto principale dell’opera di Fraser era che, alla base degli antichi culti e delle usanze di tutti i popoli della terra, vi fosse una radice “contadina”, legata appunto ai cicli della vegetazione e al variare delle stagioni.

Quasi mezzo secolo dopo, Giorgio de Santillana, in collaborazione con Herta Von Dechend, scrisse il Mulino di Amleto, un libro culto per tutti gli appassionati di archeoastronomia. Come lo stesso de Santillana afferma nelle prime pagine del suo libro, James Fraser ha fatto il suo tempo: i miti, le tradizioni che gli Antichi (sì, proprio con la maiuscola, come fossero un unico popolo) ci hanno tramandato sono collegati all’osservazione delle stelle e allo scorrere del tempo.

Questo dualismo fra cielo e terra piace molto agli studiosi che possono così schierarsi da una parte o dall’altra. Ma ritengo che le cose non siano così semplici e che gli Antichi (continuiamo a chiamarli così) non fossero così selettivi nell’osservare il mondo che li circondava.

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L’idea mi è venuta durante il mio ultimo viaggio in Grecia. A Delfi, alle pendici del monte Parnaso, ho appreso dell’antico mito della Ierogamia, un matrimonio mistico fra cielo e terra avvenuto in tempi primordiali per dare origine alla vita stessa. In quello stesso luogo, durante il diluvio universale, trovarono rifugio Deucalione e Pirra, l’unica coppia di umani scampati allo eccidio divino, che lì ricrearono la stirpe degli uomini.

Dunque, cielo e terra come moglie e marito in grado di generare la vita. Moglie dai molteplici aspetti, dalle molteplici virtù, marito altrettanto versatile, un po’ sole e un po’ pioggia. Tra i miti e i racconti dei secoli passati non è stato difficile rintracciare i legami e gli indizi che, da Delfi, mi hanno portata anche molto lontano.

Ma proprio da Delfi vorrei cominciare questa prima tappa del viaggio. Qui, in tempi storici era venerato Apollo, il dio della luce, il guaritore, il veggente. La sua sacerdotessa, la Pizia, nascosta negli anfratti al di sotto del grande tempio, esprimeva con parole confuse le visioni che il dio le infondeva. Oggi si ritiene che la sacerdotessa respirasse dei vapori tossici che le procuravano “visioni” ed “estasi”; le tracce di questi gas sono state ritrovate nelle rocce sottostanti in tempio.

apollo_python_Ma è sul termine Pizia che vorrei soffermarmi. Esso deriva dal Python, un mostro ctonio, con un chiaro legame con la dea terra che qui aveva celebrato il suo matrimonio, ucciso poi da Apollo. Il pitone, questo grosso serpente, richiama l’iconografia della dea madre di Creta rappresentata nell’atto di brandire un serpente per ogni mano. Il serpente è un chiaro riferimento ai culti legati alla terra e lo troviamo anche in altre culture mediterranee, a cominciare da quel serpente di origine fenicia, o meglio filistea, che irretì Eva nel giardino dell’Eden.

Ma, scavando nel mito, attingendo direttamente ad Omero, scopriamo che Apollo, insediatosi nel suo nuovo santuario, fu chiamato Delfinio. Come ci ricorda Diodoro Siculo, esperto di antichità, Delfina era il nome di una “draconessa” padrona di quei luoghi prima dell’arrivo del dio Apollo. Dunque, nella sua forma più arcaica, il Pitone altri non era che una divinità ctonia femminile.

Robert Graves affermò che la battaglia fra Apollo e il Pitone e la sconfitta di quest’ultimo non è altro che il ricordo ancestrale dell’arrivo del popolo nordico dei Dori, apportatori di una nuova religione, legata al culto astronomico, contro la religione mediterranea legata al culto solare.

La spiegazione sarebbe supportata da documenti archeologici che testimoniano il passaggio da un culto a una divinità femminile a una divinità maschile. Ma se guardiamo all’etimologia del nome Apollo le cose si complicano un po’. E il nostro viaggio prende una direzione imprevista.

Ufficialmente il nome del dio ha un etimo sconosciuto. In verità, se guardiamo non al greco antico, in cui non si trovano corrispondenze, ma alle altre lingue indoeuropee, vediamo la somiglianza con Apple (inglese), Apfel (tedesco), o Aval e Afal (bretone e gaelico) da cui deriva anche Avalon, la mitica isola delle mele di Artù. Dunque, Apollo collegato non solo a un serpente ma anche a una mela…

Apollo, come lo stesso mito ci tramanda, veniva dall’estremo nord, dal popolo degli Iperborei e amava tornare spesso in quelle terre. È questo un indizio per comprendere al meglio la sua origine?

Sulla mela bisognerebbe scrivere un trattato a parte, sulle sue risonanze e il suo peso in racconti e miti lontani nel tempo e nello spazio. Basti ricordare, in questo contesto, le virtù di Apollo guaritore e la salubrità della mela che, come frutto risanatore, è riconosciuto da tutti i popoli (una mela al giorno….).

OmphalosIl monte Parnaso però custodisce anche un altro mistero, un punto misterioso e magico, legato non alle stelle, non al culto astronomico di Apollo, così come gli studi ufficiali ce lo mostrano, ma ancora una volta alla terra, l’Omphalos, l’ombelico del mondo sotto forma di una pietra, riproduzione romana di una molto più antica. Dunque Delfi era davvero il luogo di nascita del mondo e dei suoi abitanti, il luogo in cui Gea e Urano si unirono misticamente. L’Omphalos altri non è che il simbolo del ventre della Terra, l’ombelico a cui tutti noi siamo legati, il punto sacro da cui la vita è partita e ha preso la sua strada nel mondo.

Culto della dea madre, dunque, ma culto anche del cielo nelle nuove vesti di Apollo, custode e protettore di quei luoghi e dell’Omphalos in particolare. Apollo e il Pitone insieme o meglio la draconessa, maschile e femminile, celeste e terrestre, insieme a preservare il luogo da cui è nata la vita.

Questo Omphalos ha una forma relativamente conica e, nella versione a noi pervenuta, dei disegni a losanghe e fiori che, nell’interpretazione corrente degli archeologi, raffigurava la rete di lana che doveva proteggerlo in passato. Nel mito, Zeus, dio del cielo, mandò due aquile che dai confini del mondo dovevano incontrarsi nel suo centro e questo centro fu Delfi.

Per i Greci, e per le genti prima di loro che vivevano in quelle plaghe, Delfi era quindi il luogo che si identificava con l’Axis Mundi, l’asse del mondo dove l’albero primigenio sosteneva i mondi, il cielo, la terra (di mezzo) e gli inferi, luoghi di serpenti e draghi.

Dunque, gli Antichi così immaginavano l’universo, come un insieme di mondi sovrapposti tenuti insieme da un albero conficcato nel ventre della terra.

Torniamo allora alla ierogamia, al matrimonio mistico fra Gea e Urano e alle innumerevoli forme prese da queste due divinità in seguito, alle loro mutevoli facce.

Con l’arrivo dei Dori le genti mediterranee parvero dimenticare la madre Terra o Gea che dir si voglia e perfezionarono un campionario di dee all’apparenza molto diverse tra loro. Era, la superba moglie di Zeus, dagli occhi di bue come Omero la descrive, era dunque il retaggio di un culto più antico, legato alla terra e alla vegetazione. Il suo nome ha forse a che fare con le Horae, le divinità delle stagioni e del mutare del clima. Artemide, la Potnia Theron, la signora degli animali, viveva nei luoghi selvaggi e si dedicava alla caccia. Atena, dall’occhio azzurro, personificata nella civetta, era la dea alata come la Nike che la seguiva e con cui a volte era scambiata. Atena, protettrice della città di Atene, a cui aveva donato l’ulivo, si presentava a volte ai marinai come la Lilith con cui condivide l’aspetto di uccello. E per ultima Afrodite, la dea carnale dell’amore inteso come motore universale di vita e crescita, secondo le immortali parole di Lucrezio, dea nata dalla spuma del mare. Rimane Demetra ma per lei sarebbe meglio un saggio a parte.

È chiaro che le dee femminili della Grecia classica altro non sono che personificazioni di un’unica immagine, grande e potente, nelle sue tante sfaccettature, la Dea Madre le cui tracce si trovano ancora chiare dopo molti secoli, nei luoghi più impensati.

D’altra parte cosa sono le divinità maschili se non altrettante personificazioni del cielo? Di Apollo il lucente abbiamo già detto. E di suo padre Zeus? Padrone del cielo, avendone preso il trono dopo Urano e Saturno, signore dei fulmini e reggitore dei destini dell’uomo, egli è il padre degli dei, il dio cielo per eccellenza. Non per niente la radice di Zeus, Djeus, ha dato in latino dies, in inglese day, il giorno, la luce insomma e lo scorrere del tempo. Poseidone, (il dio delle acque certo, ma da dove provengono le acque se non dal cielo?), scuotitore della terra, era in grado di provocare oltre che i maremoti anche i terremoti. Come sarebbe possibile per un dio del mare se non fosse che egli è comunque sposo della terra? E per ultimo Ade, il reggitore degli Inferi, sposato, guarda caso, con Persefone, figlia di Demetra, la dea madre per eccellenza il cui culto è legato spesso ai luoghi inaccessibili, ai monti e alle grotte, il cui volto è scuro come la terra che protegge e incarna, come le Vergini Nere che costellano l’Europa.

Dunque, sono davvero così lontani terra e cielo? E chi ha ragione, dopotutto, Fraser o De Santillana? Proprio quest’ultimo spiegò che gli Antichi studiavano il cielo per conoscere meglio lo scorrere del tempo e delle stagioni, oltre che per rintracciare uno scopo e una spiegazione alla vita stessa. Prevedere il mutare delle stagioni e del clima non erano certo occupazioni oziose per gli Antichi ma legate al lavoro dei campi, alla coltivazione della terra affinché essa fosse generosa e fruttifera.

lilith civettaCielo e terra, dunque, non erano poi così lontani. Sono state le tradizioni successive, la nostra visione “cristiana” del maschile e del femminile, a dividerli ed è con questi occhiali distorti che abbiamo interpretato le storie del passato e i suoi principali attori, ritenendoli antagonisti, portatori di valori antitetici senza avvederci che le tracce della loro unione, della loro collaborazione, erano ben presenti fin dall’alba dei tempi.

La pioggia bagna la terra che poi si riempie di frutti, il sole bacia la terra con i suoi dardi acuminati… non sono forse simboli di quell’antica unione mistica?

Lance, dardi, spade sono sempre stati interpretati dagli studiosi come simboli solari. E mi sembra che una mitica spada nella roccia, un dardo solare nel ventre terra, sia sepolto ancora da qualche parte in Toscana, in un tempio rotondo come la Tholos, storicamente dedicata ad Atena, ma legata a culti ctonii, che campeggia tra l’erba alta, nella valle al di sotto del santuario di Delfi.