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I BACCANALI: LA REPRESSIONE DI UN CULTO RELIGIOSO NELLA ROMA ANTICA 
prima parte/2
di Alessandro Coscia

CONGIURE E SOCIETA’ SEGRETE NEL II SECOLO A.C.

Roma e il Mediterraneo: gli antefatti del «caso Baccanali».

Roma, 186 a.C. Quella che era una città stato laziale stava diventando una potenza mediterranea. Dopo la vittoria su Cartagine e Annibale, l’avvio dell’espansione romana a Oriente era divenuto inarrestabile. Nel 197 a.C. il proconsole Tito Quinzio Flaminino aveva sconfitto il re macedone Filippo V a Cinocefale, e controllava di fatto la Grecia. Flaminino, con un gesto da abile diplomatico, aveva sancito pubblicamente, in occasione dei giochi istmici, «la liberazione di tutte le città greche», illudendo le poleis sulla possibilità di un ritorno agli antichi splendori dell’età classica, in realtà aprendo la strada alla gestione romana nell’area ellenica.

Questa politica, a prescindere dal sincero filellenismo di Flaminino, preparava il terreno per il confronto con il più potente dei sovrani ellenistici, Antioco III il Grande; con il pretesto dell’intervento di Antioco ai danni della Grecia, di cui i Romani si erano proclamati tutori, le legioni intervennero e sconfissero l’armata di Antioco alle Termopili, nel 191 a .C. e a Magnesia, l’anno successivo. «Il gran re di Siria» dovette firmare nel 188 una pace in base (la famosa «pace di Magnesia») alla quale, oltre a un colossale riscatto (15000 talenti), doveva consegnare la sua flotta da guerra e l’intera Asia Minore fino alla catena del Tauro.

Era solo l’inizio di quella che sarebbe stata una vera e propria egemonia di Roma nell’area greco-orientale; l’approccio di Roma nei confronti di questa regione è ancora oggi un esempio geniale di «geopolitica» applicata: di fatto, Roma si attribuì il ruolo di arbitro nei conflitti interni ed esteri di quest’area, non solo quelli dei recenti nemici e degli «stati liberati», ma anche quelli dei cosiddetti «alleati» (la Lega Achea, Pergamo, i regni di Rodi e della Macedonia). Spesso questi conflitti interni erano «alimentati» da Roma stessa, che aveva così il pretesto per intervenire e rimodellare i rapporti di forza secondo quanto conveniva alla repubblica.

In questo modo, nel corso di dieci anni, la repubblica sottomise la Grecia e umiliò e indebolì le potenze ellenistiche.

Polibio, lo storico greco che immortalò l’ascesa inarrestabile di Roma e che ne fondò teoricamente le pretese egemoniche, scriveva all’inizio delle sue storie: «Nel corso di neppure cinquantatre anni (dall’inizio della seconda guerra punica alla battaglia di Pidna, cioè l’arco cronologico originariamente previsto per l’opera), quasi tutto il mondo si trovò sotto l’esclusivo dominio di Roma, una cosa che prima mai era accaduta (1.1.5).

E aggiungeva : «da allora (cioè dal 168, anno della battaglia di Pidna e della frantumazione della Macedonia) fu cosa chiara a tutti e assolutamente necessaria che bisognava obbedire ai Romani ed eseguire i loro ordini» (3.4.2-3).

«Graecia capta…», scriveva Orazio e non aveva torto. L’accesso diretto di Roma al patrimonio culturale (e non solo finanziario) del mondo greco, scatenò inevitabilmente un fenomeno di ricezione dei modelli sociali proposti dal questa civiltà, vinta politicamente, ma ancora viva e «parlante» sotto gli altri punti di vista. Il rapporto di Roma con la cultura greca è stato analizzato storiograficamente in termini di «ricezione, rielaborazione e contro-reazione»; di fatto, l’allargarsi dei confini del dominio, provocò fenomeni di mutamento anche all’interno della stessa società romana. In altri termini, dal mondo ellenistico, nel periodo a cui abbiamo accennato sopra, cominciarono ad arrivare ricchezze, ma anche «prodotti meno tangibili, ma non per questo meno incisivi»: fenomeni culturali, religiosi, modelli di vita sconosciuti prima, nell’orizzonte della vecchia repubblica. In questo contesto, dunque, si situa la vicenda dei «Baccanali», le manifestazioni religiose legate al culto di Dioniso: si tratta del primo vero caso di repressione religiosa istituzionalizzata nella storia di Roma (e in quella occidentale, tout court).

I fatti secondo le fonti antiche

Torniamo al 186 a.C., la data da cui siamo partiti. E’ proprio l’anno in cui esplode l’affaire dei Baccanali. Lo svolgimento dei fatti sembra ben documentato, anche se- come vedremo- permangono molte ombre sui retroscena della vicenda. Una vicenda in cui emergono sullo sfondo «strani» personaggi: indovini etruschi, sacerdotesse campane, testimoni prezzolati e pittoreschi, ma anche membri delle élites romane, tutti  legati a «culti» eversivi e pericolosi per la repubblica.

La fonte principale per la ricostruzione degli eventi è lo storico patavino  Livio (Ab urbe condita XXXIX, 8 –18). Ma possediamo anche una testimonianza diretta: un’iscrizione bronzea rinvenuta nel 1640 a Tiriolo (in Calabria),e  contenente il testo del «senatoconsulto» emanato per reprimere il culto di Dioniso (VEDI BOX).

Livio risulta essere una fonte tendenziosa e , probabilmente, anche male informata per quanto concerne in particolare la storia delle associazioni bacchiche a Roma, la loro struttura organizzativa e la specificità dei rituali che si svolgevano.(ricordiamo che Livio scriveva la sua opera all’inizio dell’età augustea, due secoli dopo la vicenda in questione). Lo storico romano fornisce due versioni contrastanti per quanto riguarda l’origine dei Baccanali. In un passo del suo resoconto (8,3-5), scrive che questo culto era apparso dapprima in Etruria ad opera di «un greco di umili origini» (Graecus ignobilis in Etruria primum venit…), indovino e pratico di riti sacrificali notturni, che all’inizio erano riservati a pochi, ma poi erano stati divulgati a masse di uomini e donne. (Initia erant quae primo paucis tradita sunt, dein volgari coepta per viros mulieresque).

Nella seconda versione (riferita da Livio in 13, 8- 9), invece, le cerimonie bacchiche sembrano essere giunte in Roma dalla Campania, dove in principio erano compiute di giorno da sole donne, poi si erano trasformate in riti orgiastici ad opera di Paculla Annia, una sacerdotessa campana che le aveva estese anche agli uomini, iniziandovi per primi i figli Minio ed Erennio Cerrino.(Pacullam Anniam Campanam sacerdotem eam primam omniam tamquam deum monitum immutasse; nam et viros eam primam filios suos initiasse, Minium et Herennios Cerrinus…).

Chi sono i protagonisti di questo intrigo? L’indovino etrusco o la sacerdotessa campana? Questa indubbia contraddizione, nel racconto di Livio, è interessante perché dimostra che – già in epoca antica – circolavano notizie divergenti intorno alla provenienza delle cerimonie bacchiche. Il fatto che la loro origine fosse collocata in Etruria o in Campania è da interpretare nel senso che tutto l’ambiente ellenistico intorno a Roma conosceva da molto tempo questo culto, che solo dopo la seconda guerra punica si diffuse in misura tale da allarmare il senato romano. I due cosiddetti (da Livio) «fondatori» del rito lo avevano forse soltanto divulgato con successo, in un momento in cui il contesto sociale di Roma era propizio per la penetrazione del culto.

Il quadro generale, dunque, è quello di un culto mutuato dalla Magna Grecia, che ad un certo punto viene considerato «pericoloso». Perché? Livio –nel passo «incriminato» che abbiamo già analizzato, a proposito dell’indovino etrusco che avrebbe introdotto il rito in ambito italico (XXXIX, 8.2-8), parla di «riti segreti e notturni», sempre più diffusi; il ritratto dello storico romano è a tinte fosche: piaceri del vino e banchetti, promiscuità di uomini, donne e fanciulli, depravazioni e crimini di ogni genere, dalle violenze al plagio di individui costretti a falsi testamenti e false testimonianze (falsi testes, falsa signa testamentaque), avvelenamenti e uccisioni di parenti.

Livio insiste sulla natura clandestina e orgiastica di questi riti: di fatto, si tratta di una connotazione comune ai riti misterici di Dioniso (l’equivalente di Bacco) in Grecia, ma anche a quelli orientali, in Tracia e in Egitto. (VEDI BOX).

Come vedremo, queste accuse ricalcano le tipiche imputazioni che vengono fatte durante le persecuzioni o i processi alle associazioni –religiose o parareligiose- clandestine o avvertite come tali (si pensi alle accuse mosse alle prime comunità cristiane), e in generale a tutte le società segrete, anche in contesti storici differenti (nel Medioevo, è il caso dei Templari).

Ma come venne scoperta quella che Livio descrive come una «congiura»? La narrazione liviana, qui, assume i tratti di «un dramma borghese»o di una «commedia», come è stato scritto da qualcuno.(XXIX, 9-12).

Lo stuolo dei protagonisti, infatti, sembra tratto di peso dai «caratteri tipici» delle novelle antiche: i due giovani amanti, P. Ebuzio e la liberta, «cortigiana» Ispala Fecennia; il patrigno di Ebuzio, avido dell’eredità del figlioccio che cerca di plagiarlo iniziandolo ai riti dei Baccanali, con la complicità della madre Deuronia; l’anziana e saggia zia di Ebuzio, Ebuzia, che abita – non a caso- sull’Aventino, e che prenderà la decisione di avvisare il console Postumio e fargli ascoltare le rivelazioni che la cortigiana Ispala ha da fare sui baccanali. In poche parole, l’amore della cortigiana Ispala per il cittadino romano Ebuzio sarebbe all’origine della denuncia. Da qui sarebbe partita l’inchiesta avviata dal console. La storia tende anche ad attribuire al cattivo patrigno la responsabilità grave assunta da un cittadino romano di nascita nell’accogliere i riti stranieri.

Abbiamo dunque una storia palesemente romanzata e non verificabile, ma piena di indizi, dietro il velo della favola. Lo scopo dello storico sembra quello di dare un colorito drammatico all’indagine preliminare del console Postumio, per poter descrivere la seduta senatoria che ne seguì (e da cui scaturirono poi i provvedimenti che vedremo), come svolta nel clima di emergenza creato da un caso eccezionale: la «scoperta della congiura». In realtà, è molto improbabile che ci volesse la denuncia di una «cortigiana» (leggi «prostituta»), anche se «non priva di buona fama e di nobili sentimenti», per far sapere alla classe di governo che in Roma si erano diffuse le associazioni che praticavano il culto in onore di Bacco. I ripetuti accenni che Plauto riserva ai Baccanali nelle commedie scritte prima del 186 a.C. dimostrano che l’opinione pubblica era al corrente della loro esistenza. Probabilmente non vi fu né «congiura», né «scoperta», ma i motivi per cui Livio imposta in tal modo la sua trattazione sono non meno significativi e rivelatori di un fenomeno sociale «allarmante» per il sistema politico di Roma.

 

Quella di Livio sembra una versione dei fatti fabbricata post eventum per coprire il vero motivo della repressione, con un non secondario intento moralistico. In ogni caso, si tratta della «rielaborazione» degli eventi fatta con l’ottica tipica, «istituzionalizzata», di un romano di età augustea, quale era Livio.

Per la cronaca, i «collaboratori» Ebuzio e Fecennia ricevettero dal senato un compenso di centomila assi di bronzo ciascuno e a Fecennia furono concessi diritti civili non garantiti normalmente a persone del suo rango (era una liberta), oltre alla protezione del senato. Al di là di questi dettagli «dietrologici»(che, se confermati, aumenterebbero il sospetto di una versione fabbricata ad arte con tanto di «testimoni», accrescendo il dubbio che i due possano essere stati «infiltrati» nell’associazione dei Baccanali), altri elementi nel testo liviano sono significativi. Innanzitutto, l’identità dei vari  personaggi, che hanno tutti nomi e ruoli riferibili alle famiglie vissute a Roma proprio all’epoca dei fatti (vedi  A. Zoia, «Il senatusconsultum de Bachanalibus», in Zetesis, 2, 2001). Ad esempio, le famiglie «non romane» a cui Livio attribuisce responsabilità nell’introduzione del culto dionisiaco e nella sua organizzazione, sono tutte prevalentemente di origine osco-campana. Campana era la già menzionata sacerdotessa Paculla Annia, la quale avrebbe rinnovato il rituale ampliandone l’ambito e iniziandovi per primi i figli Minio e Erennio Cerrino. E’ interessante notare che, nel testo di Livio, la menzione della fantomatica Paculla Annia viene attribuita alla delatrice Fecennia (mentre nell’introduzione Livio parla dell’indovino greco). E’ chiaro che in questo caso Livio, che scriveva molto dopo gli eventi,  si servì di un’altra fonte per la sua narrazione, una fonte interessata a dirottare le accuse verso gruppi sociali ben precisi. Presto vedremo chi può essere questa fonte. Se Pacullia può anche non essere esistita, i nomi a lei legati sono invece rintracciabili. Infatti, qualche capitolo dopo, in maniera poco coerente, Livio dice che «era chiaro» (constabat esse) che «i capi della congiura erano Marco Atinio della plebe romana, il falisco Lucio Opicernio e il campano Mino Cerrino: da costoro ebbero origine i delitti e le empietà, costoro erano i sommi sacerdoti e gli iniziatori del culto». Ecco che dalla mitologia a base di indovini e sacerdotesse campane, Livio passa a nomi reali, ben precisi. I Cerrini, la famiglia adombrata dietro la figura di Paculla Annia, erano un gruppo gentilizio osco, il cui nome ricorre frequentemente nelle iscrizioni pompeiane. Ma anche il nome stesso di Annia è ricollegabile alla famiglia degli Annii, una gens plebea collegata a una tradizione di rinnovamento religioso. Quanto agli Atinii, anch’essi sono riconducibili a un ambiente osco-campano: un edile Maras Atinis figura su una iscrizione bacchica da Pompei, che può essere datata all’incirca all’epoca della «congiura» dei Baccanali.

Le informazioni di Livio rimandano ad un ben preciso ambiente sociale: il complesso delle élites affiliate al culto bacchico è rintracciabile, dunque, nell’ambito della plebe abbiente che risiedeva nella capitale, formata dai grandi negotiatores, i commercianti, spesso di origine magno-greca, coagulati nell’area dell’Aventino. L’Aventino: il colle di Roma tradizionalmente deputato ad accogliere, topograficamente, i culti «stranieri» e le gentes  ad essi legate. Nell’Aventino risiedeva anche un’altra protagonista dell’affaire:  Ebuzia, la zia del delatore. Tutto ruota intorno a quest’area di Roma e non a caso, lo ripetiamo: in quest’area extrapomeriale (fuori le mura di Roma), in cui confluivano elementi di origine etnica e di strati sociali differenti, è probabile che il culto bacchico abbia attecchito e proliferatoa Roma.

L’aristocrazia plebea aveva da tempo tentato la scalata al potere politico e , parallelamente, a quello religioso; a partire dall’approvazione delle leggi Licinie Sestie, nel 367 a .C., il controllo delle cariche religiose viene «democraticizzato» e esteso anche a elementi della plebe: gli interpreti dei famosi libri Sibillini erano stati portati dal numero di due a quello di dieci, rendendo questi oracoli accessibili anche ai plebei. Queste vittorie politiche avrebbero favorito anche la naturalizzazione di molte divinità d’importazione, come la triade di Cerere, Libero e Libera.

Tuttavia, proprio negli anni della repressione dei Baccanali, si assiste a una battuta d’arresto di questo fenomeno: il ceto dei negotiatores venne allontanato dal potere politico. Tra il 218 e il 179 a.C. la nobilitas impedisce agli homines novi(coloro che non avevano ascendenza nobile)l’accesso alle magistrature. Proprio nel 218 a.C. un plebiscito, impedendo ai senatori di possedere un censo tale da armare una nave capace di trecento anfore, escluse dal senato proprio il ricco censo dei negotiatores. In sintesi, nel II secolo a.C., si assiste a una controreazione dell’aristocrazia che emargina (o tenta di farlo) dal potere le nuove forze economiche. E’ probabile che una risposta sociale a questo fenomeno sia stata proprio la proliferazione di associazioni religiose svincolate dal controllo ufficiale dello stato: le èlites commerciali escluse dal potere potrebbero essersi rivolte a nuove forme di aggregazione «politica», entrando nei quadri dirigenti del culto bacchico. Un culto che garantiva la devozione, e quindi il controllo, di numerose persone legate a queste èlites non più da rapporti di tipo clientelare, ma da un’alleanza di tipo diverso, volontaristica e soprattutto fondata su legami di tipo religioso. Ma, se questa è una pista di ricerca corretta, chi può essere stato l’ispiratore della reazione aristocratica contro i nuovi culti considerati pericolosi per l’ordine sociale?

 

In seguito alla denuncia, l’intervento delle autorità fu immediato, secondo Livio (XXIX, 18), il Senato si riunì e decise di promuovere un’inchiesta, estendendola in modo capillare e organizzato da Roma a tutta la penisola, in ogni città e in ogni paese (fora et conciliabula). Livio parla, in questo caso con verosimiglianza, di due diversi senatoconsulti (mentre il testo conservato nella tabula di Tiriolo è unitario, e probabilmente frutto di un «riassunto» riproducente la lettera inviata dai consoli a tutte le comunità alleate. (VEDI BOX); in una prima seduta (14, 3-8), il Senato, ascoltata la relazione del console Postumio, prese alcuni provvedimenti di emergenza e delegò ai magistrati la cura di impedire ulteriori riunioni dei Baccanali, di ricercare i partecipanti e di giudicarli con molta severità; solo dopo aver ristabilito l’ordine, in una seconda seduta (18, 7-9), il senato prese decisioni a lungo termine, ordinando di distruggere i luoghi del culto e determinando a quali condizioni sarebbe stato possibile esercitarlo in avvenire senza suscitare nuovi allarmi.

Nel racconto di Livio la ricostruzione degli avvenimenti insiste esclusivamente su particolari pittoreschi ma insignificanti e sulla grande libertà dei comportamenti sessuali degli iniziati al culto, per comporre un quadro generale molto fosco in cui vengono poi inserite le accuse vere e proprie, che vanno dai reati comuni quali il falso e l’omicidio fino alla cospirazione contro la repubblica. Le accuse di Ispala, su cui si basa la narrazione liviana e su cui si fondò l’inchiesta del console Postumio, in linea generale non costituivano «rivelazioni» inedite sullo svolgimento dei riti bacchici. La partecipazione maschile (oltre che femminile), l’esclusione dei maschi adulti, lo svolgimento notturno, la «follia» della possessione erano tradizionali in questo movimento, sia in Grecia che in Italia, e non avevano in sé niente di criminoso. Che tali elementi del rito favorissero ogni tipo di comportamento sessuale anche deviante per la morale pubblica, compresa l’omosessualità maschile (secondo Livio), è certo credibile, come è credibile che a Roma, a differenza che in Grecia, tali costumi non fossero socialmente accettati. E’ infine anche possibile che nell’atmosfera allucinata e stregonesca del culto trovassero posto comportamenti criminosi legati a oscure storie di vendette familiari o personali (i «crimini» familiari di cui parla Livio).

E’ invece solo un’affermazione della delatrice Ispala, quella secondo cui chi si rifiutava di fare o subire violenza veniva ucciso, come vittima sacrificale alla divinità: in un altro passo, infatti, tornando sull’argomento, la cortigiana fa una seconda affermazione che rende lecito qualche sospetto anche sulla prima: le vittime sarebbero state sacrificate in maniera molto teatrale, legandole a macchine che le trascinavano in oscure caverne, in modo da far credere alla folla dei partecipanti che gli uccisi erano stati «rapiti dal dio» . Bisogna ricordare che tale pratica corrisponde, invece, a un momento effettivamente presente nell’iniziazione di molti riti misterici: la discesa dell’iniziando in una caverna simboleggiava una discesa nel mondo degli inferi, e quindi la «morte rituale» ,simbolica, dell’individuo, che «rinasceva» come iniziato. Si deve anche aggiungere che, nello stesso resoconto che Livio dà dei risultati processuali ottenuti con le inchieste successive, non vi è niente che confermi queste accuse di omicidio reale a scopi rituali. Del tutto menzognera, infine, sembra l’accusa di «cospirazione» contro la repubblica, basata su un’interpretazione tendenziosa del cerimoniale d’iniziazione.

Coniurare e coniuratio sono le parole usate ripetutamente da Livio nel riportare l’accusa di cospirazione, e indicano secondo la terminologia latina giuridica il formare un’associazione garantita dal giuramento comune dei soci. L’implicazione del testo è che la coniuratio dei Baccanali fosse rivolta contro la repubblica.

Ma un giuramento era abitualmente richiesto agli adepti dei culti misterici, e, come sappiamo, doveva essere prestato da coloro che stavano per essere iniziati al dionisismo in Grecia: allo stesso titolo faceva parte della cerimonia iniziatica anche in Roma, dove gli aspiranti «pronunciavano le formule di preghiera ripetendo le parole del sacerdote» (Liv, 18, 3). Tale giuramento riguardava soprattutto la segretezza relativa a ciò che si svolgeva durante i riti, e in secondo luogo instaurava una certa solidarietà tra i membri del gruppo: lo stesso Livio ci informa che, una volta scatenata la repressione, la notizia dell’imminente pericolo si diffuse rapidamente per tutta l’Italia mediante lettere scritte dai cosiddetti congiurati (litteris hospitum). La qualifica di hospites indica un legame di «ospitalità» riconosciuto dal costume, e che non comprendeva altro se non un’amicizia personale.

Si può dunque concludere che il giuramento con cui si legavano i membri delle associazioni bacchiche fondava in qualche modo  «una società segreta»: ma il segreto da mantenere era quello «comunicato» dal dio ai suoi seguaci, e non il segreto di una congiura politica diretta a sovvertire la repubblica. Analizzando le forme giuridiche assunte dalla repressione, si comprendono bene i motivi dell’ingerenza del senato romano nei sentimenti religiosi di tanta parte del popolo, che vennero assunti come il centro di una pericolosa organizzazione sovversiva. Gli elementi essenziali risultano da due documenti summenzionati, il resoconto di Livio e il testo del cosiddetto senatoconsulto. Come abbiamo già scritto, la prima fase dell’inchiesta vede i magistrati impegnati nella ricerca di tutti i sacerdoti del culto e di tutti coloro che si fossero impegnati con giuramento a praticarlo; i consoli stessi dovevano anche provvedere ad evitare l’ulteriore svolgimento di riunioni e di cerimonie, anche in luoghi extracittadini.

Il contenuto giuridico del senatoconsulto sembra, dal passo di Livio, abbastanza generico: in particolare, sembra che in questa occasione il senato non si fosse preoccupato di questioni relative al culto e all’offesa che il dio Bacco poteva risentire nel vederlo improvvisamente negato; nello stile concitato di Livio, la delibera ha l’aria di essere stata presa in un clima di emergenza, tale da giustificare misure eccezionali. Che le direttive impartite ai consoli fossero eccezionali appare indiscutibile, come è stato notato da vari storici e giuristi, anche se non lo troviamo espressamente dichiarato in nessun luogo delle fonti antiche. La frase di Livio «quaestionem extra ordinem consulibus mandant» non è da riferire ad un’estensione dell’imperium consolare (il potere e le facoltà di azione del console conferitagli dal senato), ma è da intendere come «inchiesta da svolgere fuori dall’ordine normale, prima di altri compiti».

Per comprendere meglio il contenuto del senatoconsulto e le direttive imposte ai consoli, bisogna esaminare i risultati delle inchieste come li riferisce Livio. (XXIX, 17-18). Dopo aver annunciato i premi per i delatori ed un giorno per la comparizione volontaria in giudizio, i consoli ottennero molte confessioni: poi si recarono anche fuori città per processare sul posto molti congiurati fuggiaschi. Per quel che riguarda le condanne, Livio afferma che gli iniziati ai Baccanali che non avevano commesso reati sessuali o comuni furono trattenuti in prigione, mentre i colpevoli dei delitti furono condannati a morte.  La condanna a morte dei colpevoli non si trova, nel racconto di Livio, mai comminata dal senato né dai consoli: era tuttavia implicita nell’accusa di coniuratio (che si ritrova anche nell’iscrizione).

Per quel che riguarda invece l’iscrizione di Tiriolo, le numerose irregolarità notate dagli specialisti nel testo, dove manca la formula consueta relativa all’introduzione dell’argomento da parte dei consoli, parte integrante di ogni senatoconsulto, hanno fatto supporre che si trattasse non del testo originale ma di un suo adattamento, la lettera inviata alle comunità italiche con le direttive in merito alla repressione. Non solo, ma la forma in cui queste sanzioni sono esposte, tende probabilmente a mascherare l’ingerenza che il senato sapeva di commettere nei confronti degli alleati delle comunità italiche, imponendo ad essi le sue decisioni al di fuori delle competenze stabilite in un regolare trattato, come era uso nel II secolo a.C., quando il dominio di Roma sull’Italia si basava ancora sul modello della confederazione di varie città -stato (i foederati). Con la forma ambigua usata dai consoli nel redigere il testo, «la sanzione non veniva comminata direttamente ai foederati né imposta ai loro tribunali; ma solo si addiceva la delibera presa dai Romani per le persone sottoposte alla loro giurisdizione e si faceva capire agli alleati che la potenza egemonica si attendeva da essi un’uguale severità» (come ha scritto Arangio-Ruiz). Anche per quanto riguarda la storia delle relazioni tra Roma e i socii italici, la questione dei Baccanali segna un momento molto importante, in quanto rappresenta la prima intromissione del senato romano nella loro sfera di autonomia. Ma un altro aspetto della sanzione capitale decisa dal senato è decisivo per la nostra interpretazione degli eventi dei Baccanali.

 Tutta la tradizione repubblicana attesta l’esistenza di un principio più volte ribadito mediante lex publica, che taluni fanno risalire addirittura all’età regia e che viene definito dallo stesso Livio «l’unica garanzia della libertà» (Liv, III, 55, 4). In base a questo principio, il cittadino romano maschio condannato a morte o alla fustigazione poteva provocare ad populum, poteva cioè pretendere che il magistrato convocasse il comizio centuriato affinché esso, mediante regolare votazione, confermasse la condanna o viceversa pronunciasse l’assoluzione. In contrasto con questa tradizione assodata, a proposito dei processi per i Baccanali non si trova alcuna menzione di provocatio, un fatto davvero strano se si pensa che tra i condannati c’erano anche dei cittadini romani. Né vi è la possibilità di pensare che essa manchi in quanto il senato agiva in base ad una delega legislativa popolare: sappiamo che il popolo fu riunito solo per ascoltare la comunicazione dei senatoconsulti già deliberati. Il forte sospetto è  che tutta la questione si sia svolta in un clima di «caccia alle streghe», in cui vi fu poco spazio per considerazioni di ordine costituzionale, o meglio, in cui vi fu un’effettiva e programmatica volontà di limitare la libertà individuale e di riunione.

Dietro le quinte, Catone...

I Baccanali sembrano essere stati impopolari tra i «benepensanti». Il commediografo Plauto vi accenna sempre in tono grottesco e di derisione, ricordandone gli aspetti negativi (chiasso, invasamento, ostilità verso gli estranei) e seguendo, probabilmente, in questo l’opinione che ne aveva il pubblico delle sue commedie. Nella stessa direzione, in maniera ancor più accentuata, va il discorso del console Postumio riferito da Livio, in cui il magistrato espone al popolo le decisioni del senato. Il discorso è qui elaborato da Livio in tono allarmistico, e con un’altra contraddizione importante. Livio ci ha descritto i Baccanali come una congiura segreta rivolta a cospirare contro la repubblica, ma le parole di Postumio sono: « Son certo che voi sapete non solo per sentito dire- ma per lo strepito e per gli ululati notturni che risuonano per tutta la città, che ci sono i Baccanali: da un pezzo in tutta l’Italia e ora anche a Roma in molti luoghi; peraltro non sapete di cosa si tratti: e alcuni credono che sia una religione, altri un gioco o uno scherzo permesso». Ma allora, i Baccanali erano così «segreti», o no? Probailmente no: questo passo, infatti, implica che il console «fosse consapevole di rivolgersi a una maggioranza silenziosa la quale, pur senza sapervi reagire, considerava con fastidio i rumorosi Baccanali» , come ha scritto Franca De Marini Avonzo....  FINE PRIMA PARTE/2...