Quando Berta filava – Penelope tessitrice e le altre figure mitologiche

di Daniela D’Amico, Laureata in Lettere Classiche all’Università di Messina e in Scienze dell’Antichità alla Cà Foscari di Venezia

Nel 755 l’imperatrice Koken importò in Giappone la festa cinese di QiXi che venne rinominata Tanabata, la settima notte. La storia che sta alla base di questa festività è quasi del tutto identica sia in Cina che in Giappone e ha a che vedere con divinità celesti che personificano stelle ben precise, Vega e Altair.

Orihime e Hikoboshi

Secondo la leggenda giapponese, Orihime, la stella Vega, viveva sulle sponde del fiume celeste, la Via Lattea. La fanciulla aveva il compito di tessere gli abiti per suo padre Tentei, l’imperatore del cielo, ma il suo compito era così assiduo che non le lasciava tempo per nient’altro e un giorno si sedette sulle rive del fiume piangendo il suo destino e soprattutto per il fatto che non avrebbe mai conosciuto l’amore. Intenerito dalle lacrime della figlia, Tentei decise di darle un marito, Hikoboshi, il mandriano, la stella Altair. I due sposi rimasero insieme per sette anni e non si conobbe mai una coppia più felice di loro. Ma Orihime trascurò gravemente i suoi doveri di tessitrice e il padre Tentei decise di punire gli sposi allontanandoli per sempre, incatenandoli ai lati opposti della Via Lattea. La figlia però, disperata, continuava a piangere e così il padre decise di concederle un momento di tregua a questa dura punizione.

I due amanti si incontrano grazie al volo delle gazze

Il settimo giorno del settimo mese lunare i due sposi potevano incontrarsi nuovamente. Se il cielo era sereno toccava al traghettatore celeste portare Orihime dal suo sposo ma se la fanciulla non aveva tessuto bene, il padre la puniva riempiendo il cielo di pioggia che avrebbe innalzato le acque del fiume celeste e impedito al traghettatore di compiere la traversata. Allora, solo uno stormo di gazze poteva aiutare i due amanti. Infatti, Orihime poteva incontrare Hikoboshi volando sulle ali delle gazze celesti.

Una volta all’anno, ancora oggi, in Giappone, si festeggia il Tanabata. I fedeli scrivono i loro desideri su foglietti di carta colorati che ricordano i fili tessuti da Orihime. I foglietti vengono poi appesi a rami di bambù e spesso i desideri hanno a che fare con l’amore.

Il mito cinese, da cui il Tanabata prende origine, è praticamente identico a parte il fatto che qui la protagonista Chuh Nu, figlia della dea del cielo, sposa un mortale, un semplice mandriano, Niulang. L’amore tra i due non è stato un dono della madre di lei, anzi Chuh Nu lascia spontaneamente i suoi compiti di tessitrice in cerca di amore e Niulang la irretisce rubandole i vestiti mentre lei fa il bagno. Il finale della storia invece è identico sia in Cina che in Giappone e si può dire che questi due amanti celesti siano così famosi che le feste che li ricordano vengono viste come la versione orientale di San Valentino.

Orihime e Chuh Nu, i cui nomi significano semplicemente la fanciulla tessitrice, non sono le uniche divinità celesti a praticare quest’arte tipicamente femminile. Piuttosto si può dire che anche altri elementi del loro mito sono rintracciabili in storie anche lontane nello spazio e nel tempo.

 

Il Kalevala

Si racconta che Vanaimoinen, l’eroe finnico, un giorno iniziò a intonare una meravigliosa melodia che riuscì ad affascinare ogni creatura vivente, non solo mortale ma anche divina.

 
Paivatar, dea del sole

Paivatar e Kuntar, sorelle figlie della dea del Sole, per qualche tempo scordarono il loro compito di tessitrici proprio ascoltando questa bellissima musica. L’autore del Kalevala ce le dipinge sedute su nuvole di colore rosso, alla fine di un lungo arcobaleno. L’arcobaleno, in questo caso, è la Via Lattea dove le due sorelle tessono vesti d’oro e d’argento per gli altri dei. Paivatar rappresenta l’estate, l’aurora, il giorno e usa l’oro nel suo lavoro.

Kuntar, dea della luna

Kuntar invece rappresenta il crepuscolo, la neve dell’inverno, la luna e usa l’argento. Le due fanciulle sono seguite da uno stormo di uccelli non meglio identificati.

I Balcani

Ancora una volta, il sole è identificato con una divinità femminile, Saule. Madre Sole vive nel cielo insieme alle sue figlie, le stelle. Il loro compito principale è filare e tessere i raggi del sole, la luce e i colori del cielo.

Madre Saule

Come stiamo osservando, in molte culture il sole è una divinità femminile. Non dimentichiamo che nel pantheon nipponico, ad esempio, la dea più importante, da cui discendono tutti gli imperatori del celeste impero, è Amaterasu, dea del sole, anche lei patrona della tessitura.

Egitto

L’antico Egitto rappresenta, per certi aspetti, un’eccezione notevole. Mentre, in tutte le altre culture, la tessitura era un lavoro strettamente femminile, in Egitto anche gli uomini questo compito, soprattutto sui telai verticali, più faticosi da manovrare. In ogni caso, le divinità preposte a questa occupazione erano sicuramente donne.

 
Neith

La più antica è Neith, madre del dio Rha, colei che è, secondo il significato del suo nome. È una dea difficile da definire proprio perché remota ma anche perché in epoca storica venne semplificata e “addomesticata” dato il suo passato di divinità femminile predominante in un mondo ormai dominato dagli uomini. Neith era la dea preposta alla vita, intrecciava e tesseva reti con cui catturava gli esseri viventi. Era dunque la dea della vita ma anche della morte e del parto dato che fu la prima a sperimentare questa fatica delle donne dando alla luce Rha, il sole.

Iside

L’altra dea legata al telaio è Iside, la grande dea egizia di epoca storica, che inventò questo strumento e lo donò agli uomini. Simili a Iside sono Tanit, dea fenicia, e Astarte o Ishtar, dea mesopotamica. Tutte presiedono al matrimonio, alla fertilità, alla guerra e lavorano al telaio.

Il RigVeda

L’aurora per gli indiani era annunciata da Usas. Il nome proviene dalla stessa radice dell’Aurora romana ed è stretta parente anche della greca Eos. Usas possiede un carro con sette cavalli o meglio sette buoi con cui porta la luce nel mondo ogni mattina.

Usas

I sette buoi ricordano i septem triones, i sette buoi dell’Orsa che corrispondono al Nord e non è un caso che il numero sette ricorra in molte delle storie che abbiamo incontrato finora e in altre che hanno a che fare con il sole. Lo stesso Apollo nacque dopo una gestazione di sette mesi, sette giorni in ritardo rispetto alla sorella Artemide e i cigni che assistettero al parto volarono sette volte intorno a Leto.

Usas guida dunque un carro tutto d’oro e scaccia con la sua venuta gli spiriti notturni. Il suo colore è il rosa o il rosso, come le nuvole su cui siedono Paivatar e Kuntar.

Le fanciulle cigno

In Irlanda si racconta di Angus Oeg, il cui nome vuol dire “forte canto”. Figlio di dei, dio dell’amore lui stesso, si dice che una notte sognò la sua futura sposa sotto l’aspetto di un cigno. Trovò lei, Caer Ibormeith, e le sue centocinquanta compagne sotto forma di cigno presso le rive di un lago. Esse erano costrette a rimanere sotto quell’aspetto da Samhain a Beltain, ovvero da novembre a maggio che per i paesi del nord Europa corrispondono all’inizio dell’inverno e della primavera. Caer era una fanciulla tessitrice, così disse a Angus, e lo pregò di trovarla e liberarla. Infatti, solo se l’avesse riconosciuta in mezzo alle altre, l’avrebbe avuta in sposa. Angus trasformò sé stesso in un cigno, cominciò a cantare e lei lo seguì.

Il sogno di Angus

È interessante notare qui come le fanciulle sono costrette a rimanere sotto l’aspetto di cigno quando il sole è meno forte nel cielo e come il loro ruolo di tessitrici quindi si interrompe nei mesi più freddi. Inoltre anche qui sono legate alla figura di un uccello, il cigno che abbiamo già incontrato nel mito di Apollo e come il canto ha un ruolo salvifico nella storia.

In ultimo, Angus Oeg è figlio di Boann, una dea vacca le cui gocce di latte nel cielo hanno formato la Via Lattea. Questo spiega forse cosa ci faccia un mandriano come Hikoboshi in mezzo alle stelle.

Grecia e Roma

Nella Roma arcaica molte erano le leggi bizzarre imposte al popolo, legate più alla superstizione che a un’effettiva utilità pubblica. Tra queste, quella che proibiva alle donne di tessere in pubblico perché portava sfortuna all’uomo che le avrebbe viste.

Probabilmente i Romani avevano perso il senso profondo di questo precetto e forse anche noi siamo lontani dal comprenderlo. In ogni caso Romani e Greci erano accomunati anche dal culto verso due divinità molto simili, Eos e Aurora. Entrambe guidavano un carro con due cavalli solari, Splendente e Focoso, e coloravano il cielo mattutino con le loro dita rosa.

Eos sul suo carro dorato

Eos era sposata con un mortale come Chih Nu ma stavolta la storia non ha alcun tipo di lieto fine. Titone era un giovane bellissimo, fratello di Priamo, ed era abile a suonare e cantare. Eos, innamorata, chiese a Zeus l’immortalità per il suo sposo e Zeus gliela concesse senza suggerirle che questo dono sarebbe stato anche la sua condanna. Titone infatti non può morire ma invecchia e diventa sempre più orribile finché la dea non lo trasformerà nella cicala. I suoi figli moriranno entrambi e la dea li piangerà ogni giorno, candide e copiose lacrime coprono infatti la terra ogni mattino: la rugiada.

La tessitura invece è dominio di Atena, la dea in armatura che condivide con Neith questo doppio ruolo di dea guerriera e patrona delle arti femminili. Atena, nata dalla testa di Zeus, il cui simbolo è la civetta, punisce la povera Aracne trasformandola in un ragno che tesse una tela destinata a essere sempre strappata.

Probabilmente il ragno era un tempo immagine stessa della dea e simbolo solare ben evidente. Il corpo del ragno è il nucleo dell’astro mentre le sue molteplici zampe sono i raggi del sole.

Fra i Norreni

Anche fra i Norreni esisteva una dea che guidava il carro del sole. Era Sol o Sunna, da cui sun in inglese, e possedeva due cavalli molto simili a quelli di Eos anche nei nomi: Arvak, la prima alba, e Alsid, l’arsura. Il padre di Sol era Mundifarre, il filatore del mondo, l’uomo mortale che presiedeva al Mulino cosmico, che conosceva la misura di ogni cosa.

Sol e Mani

Sol e suo fratello Mani, la luna, erano dunque figli di un mortale, anche se così speciale, e divennero dei come punizione per l’arroganza del loro padre che li paragonò a due astri.

Frigg invece era una dea di razza, moglie di Odino e figlia della Terra. Era la protettrice dei matrimoni e suo era il Filatoio di Frigg ovvero la cintura di Orione.

Frigg mentre lavora al fuso

Era proprio Frigg a far girare le stelle grazie alla spoletta del suo telaio. Quando Odino errava per il mondo, i suoi fratelli, Vili e Ve, comandavano la reggia celeste sedendo al suo posto. Loki, sempre un po’ maligno, accusò ingiustamente Frigg di tradire il marito con i due cognati. La dea, inoltre, possedeva un mantello di piume di falco con cui poteva volare.

Frau Holle

Nei racconti folclorici tedeschi, si trova lo strano personaggio di Frau Holle. Come Frigg anche lei è patrona delle paludi e, in tempi anche recenti, venivano abbandonati corpi soprattutto di bambini e fanciulli morti in queste acque stagnanti. Holle deriva da Hell, gli inferi, in inglese moderno Hell, l’inferno.

Hel

Per i norreni era uno dei regni cosmici, il luogo in cui giungevano le anime di coloro che non erano accolti nel Valhalla. Hel era figlia di Loki e presentava una duplice natura: il suo volto era per metà giovane e per metà cadaverico. Frau Holle è la versione popolare, ormai priva di ogni elemento divino della precedente Hel. Per giungere a lei bisogna scendere attraverso un pozzo che portava giù fino al nord celeste.

Frau Holle

La sua duplice natura la collega a Perchta o Berta, divinità dell’Italia alpina, mezza giovane e mezza vecchia. Perchta vuol dire splendente, bianca eppure la sua prosecuzione moderna è solo nella figura di vecchia megera anche se il suo ruolo principale è quello di portare dolci ai bambini buoni alla fine di Yuletide, il giorno dell’Epifania.

Perchta

Sì, proprio la Befana, la proverbiale Berta che filava che ricorda tempi passati che non ritornano più. Il suo aspetto cangiante e il nome ricordano la Luna così come il fatto di essere collegata a tutti gli esseri viventi, anche agli animali, come Artemide, Potnia Theron. La Befana non per caso viaggia a bordo di una scopa. Si raccontava infatti di Hel che, quando visitava il mondo, portava malattia e morte e se usava la scopa non c’era scampo per nessuno.

Omero

Nei poemi omerici troviamo molte figure di donne tessitrici. Elena, nell’Iliade, è raffigurata nell’atto di tessere un prezioso tessuto di broccato in cui vengono rappresentate scene della guerra di Troia. Calipso e Circe tessono e cantano e pare che per Omero le due occupazioni siano strettamente legate. Ma anche in molte altre culture tessere è sinonimo di cantare, imbastire canti. Circe è la figura più interessanti fra le due amanti di Ulisse perché figlia del dio Helios, proprietaria di un cocchio solare e tessitrice di abiti per il suo divino padre.

Calipso

Ma la tessitrice per eccellenza nell’Odissea è sicuramente Penelope.

La moglie di Ulisse vanta un nome raro e bizzarro che significa anatra e che nessun’altra porta nella mitologia greca se non vogliamo credere che la madre di Pan e moglie di Ermes sia un’altra persona. Il mito racconta che il padre Icario ascoltò su di lei un vaticinio, quando era ancora una bambina: avrebbe tessuto il sudario del padre. Icario lo interpreta nel modo peggiore, crede che la figlia finirà per ucciderlo e decide di prevenire il fatto uccidendola prima del tempo. Penelope viene gettata in mare ma saranno gli uccelli di cui porta il nome a salvarla. Oltre al fatto che il mare è l’elemento di sua madre, Peribea, una Naiade.

Penelope

Penelope viene poi fatta sposa da Ulisse il quale la preferisce alla cugina Elena. Mentre tutti i principi di Grecia sgomitano per avere la più bella Ulisse preferisce questa fanciulla più quieta e meno pericolosa. Elena tesse una tela di porpora in cui Greci e Troiani si sfidano a morte, il suo volto bellissimo è fatale a chi la insegue. Penelope invece diventerà la sua compagna ideale. Ella è in grado di aspettarlo per lunghi anni mentre la sua casa è insidiata dai Proci. Nell’attesa, e per ingannare i pretendenti, Penelope tesse il sudario del suocero. Questa tela è destinata a non essere mai completata ma ha un ruolo importante nel poema. La regina di Itaca la tesse di giorno e la disfa di notte, un tessuto tutto bianco, senza alcun disegno, al contrario di quello di Elena, splendente come luna e stelle, secondo le parole di Omero. La luna e le stelle che brillano nel sentiero del cielo, lo stesso che Ulisse attraversa nel suo viaggio. Il sole scende nel mondo dei morti e conosce egli stesso la morte. Nelle sue peregrinazioni va verso ovest, attraversa i luoghi del cielo più freddi e oscuri, visita i morti e poi ritorna. Quando Ulisse torna è così cambiato che nessuno lo riconosce, nemmeno la sua fedele moglie. Solo nel giorno del solstizio egli risorge in tutta la sua gloria. Il sole che muore e risorge ogni giorno come la tela di Penelope viene fatta e disfatta ogni giorno, il sole che attraversa le sedi del cielo boreale e viene insidiato dagli spiriti della notte nel lungo inverno ma risorge all’apice del solstizio.

Ulisse massacra i Proci

Penelope condivide con le sue colleghe tessitrici la figura dell’uccello, l’attesa e la fedeltà verso lo sposo come la sfortunata Orihime, il lavoro al telaio come sinonimo di destino ed eterno ritorno. Ecco perché i Romani non volevano vedere una donna lavorare al telaio, in essa rivedevano le antiche dee intente a filare il destino di vita e di morte degli uomini. Come Frigg che nei suoi tessuti inseriva i fili delle Norne così ognuna di queste dee tessitrici, anche Penelope, è più di una semplice custode di un lavoro femminile. In lei rivive l’antica dea che presiedeva, come Neith, come Hel, come Amaterasu, al ciclo della vita e della morte.