Bibliomanzia

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di Giovanna Ungaro di Montejaisi

Una facoltà dell’anima oggi quasi sconosciuta, ma utile e accessibile, consiste nella capacità di individuare una risposta a una domanda(inerente alla sfera spirituale) aprendo un libro reputato sacro o profetico.

Questa pratica, annoverata fra i metodi divinatori, era in auge presso i greci e poi presso i romani. I primi utilizzavano soprattutto i testi omerici, da cui la definizione di sortesHomericae, i secondi quelli di Virgilio, da cui sortesVergilianee.Il procedimento consisteva nel formulare un interrogativo e nell’aprire successivamente il testo a caso: dove lo sguardo era richiamato poteva esserci un consiglio utile alla contingenza.

Perché i versi di Omero e  Virgilio erano considerati sacri o profetici? Perché gli antichi ritenevano che un poeta fosse ispirato dalla divinità.

Che un libro si apra e ti offra una risposta può sembrare casuale o misterioso, ma

  1. A) il caso non esiste e
  2. B) noi non siamo mai soli.

Una parte ignorata di noi, il MetT, media un contatto sia con l’anima sia con “altro da sè”; ma di tale contatto la ragione, improntata dalla cultura contemporanea, non è consapevole. Non vediamo, sappiamo, percepiamo, crediamo ecc. che esista un qualcosa/qualcuno a monte che si occupa del nostro benessere e che, per venirci in aiuto senza sopraffarci, né decidendo al posto nostro, adotta i mezzi di comunicazione che può.

Far cadere un libro da uno scaffale, o farlo sparire fra i cuscini di un divano, o dare energia alla pagina “giusta”, sembra piuttosto elementare per chi sa dirigere l’energia (le energie sottili rispondono al pensiero, all’intenzione e all’amore).

L’utilizzo del computer, che ha sostituito il cartaceo, facilita grandemente la bibliomanzia. Se sai come usarlo (il pc), come porre la domanda… e se hai almeno socchiusa la porta con l’anima. Ho denominato tale qualità bibliomanzia digitale.

La bibliomanzia fu praticata dagli indovini nei templi italici, come Preneste e Cere e fu adottata, secondo gli storici, anche dall’imperatore Adriano, da Alessandro Severo e da Claudio II (notamente non degli idioti). Poiché oltre ai libri (che erano meno comuni di oggi) venivano utilizzate delle pedine su cui erano scritti dei versi, pedine che bisognava pescare da un vaso, si verificò che fu attribuito il termine sors a qualsiasi oggetto utilizzato per predire gli avvenimenti, in un misto fra magia e lotteria.

Il vocabolo “sortilegio” deriva dagli antichi indovini, detti “sortilegi” perché “tiravano e leggevano le sorti” (cioè le pedine, come se uno leggesse nei dadi delle storie invece che dei numeri).

Per un certo periodo i cristiani adottarono la Bibbia e il Libro dei Salmi, così che la bibliomanzia fu definita Sortes Sanctorum, mentre nell’Islam utilizzarono il Corano e gli Hafiz. In ambito protestante le sortes ricevettero il nome di VergilianLots, ma furono affiancate anche dalla Bibbia e dalle opere di William Shakespeare.

 

Anche S. Agostino e S. Francesco utilizzarono l’antico rituale: Agostino racconta nelle Confessioni di aver maturato la propria conversione grazie alle parole della Bibbia, aperta a caso dopo aver sentito dei bimbi che – mentre lui era in meditazione – gridavano “tolle, lege”, che significa “prendi e leggi”. Diventato vescovo, Agostino tollerò la bibliomanzia “purché non adoperata per fini terreni”. San Francesco, invece, avrebbe aperto tre volte i Vangeli per conoscere la volontà divina in merito alla Regola da istituire. Attraverso il tempo fu condannata dalla Chiesa.

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