Il codice astronomico di Dante

Il sapere proibito della Divina Commedia

di Chiara Dainelli autrice de “Il codice astronomico di Dante” Eremon Edizioni

Codice_astronomicoIn circa settecento anni di critica dantesca, l’aspetto scientifico della “Divina Commedia” è stato preso molto poco in considerazione: analizzando l’imponente bagaglio bibliografico e lo smisurato impianto letterario, storico, teologico e filosofico riguardante la “Comedìa”, ci si rende conto di quanto sia stato scritto dal punto di vista spirituale sull’Opera massima dell’Alighieri e quanto al contrario, sia stata completamente messa in ombra la sua possente cultura e conoscenza scientifica.

L’Alighieri, Cantica dopo Cantica, verso dopo verso, lascia un percorso ben scritto e delineato, perfettamente visibile, che indica la via per arrivare a comprendere, non un labirinto di nozioni medievali, ma un tragitto ben segnato di conoscenze matematico-astronomiche, che si svolgono e si esplicano con una chiarezza incommensurabile.

Partiamo dall’inizio! L’Inferno è immaginato da Dante come una voragine a forma di cono rovesciato, il cui vertice è al centro della Terra. La sua struttura si formò al principio dei tempi a causa della caduta di Lucifero, che precipitò dal Paradiso, in modo tale da rimanere conficcato al centro della Terra; la voragine infernale si apre al di sotto di Gerusalemme, che ha per asse la verticale di Sion. Secondo l’architetto e matematico Manetti (1423-1497), la base del cono infernale ha un diametro di 3.250 miglia, pari al valore del raggio terrestre. Il fatto che il cono dell’ “etterno dolore” (If., III, 2), arrivi al centro della Terra, ci dà la perfetta corrispondenza con il movimento circolare che l’asse terrestre compie intorno all’eclittica; Dante partendo dall’Inferno stesso, ci consente di arrivare al primo indizio della precessione equinoziale.

La città di Gerusalemme, come specificato, è posta sulla verticale di Sion, visto che l’Alighieri pone la città santa al centro delle terre abitate. Conosce l’asse terrestre: l’asse che ruota e genera il cono creatosi dal ritiro delle terre emerse, orripilate dall’arrivo di Lucifero, non è altro che l’asse terrestre stesso, che rispetto al Polo dell’eclittica ha un’angolazione pari a 23°,5’, e punta dritto sulla Stella Polare.

L’Alighieri conosceva tale stella, visto che il suddetto asse punta direttamente su di essa: la Stella Polare è l’ultima “facella” della costellazione dell’Orsa Minore, perfettamente visibile nell’emisfero boreale, verso il Polo Nord. Dante accenna a tale importantissimo astro: “Onde è da sapere che, se una pietra potesse cadere da questo nostro polo (il Boreale), ella cadrebbe là ( a perpendicolo fino al Polo Nord terrestre, nell’oceano, non sulla terra emersa), oltre nel mare oceano, a punto in su quel dosso del mare dove, se fosse un uomo, la stella (la Polare) li sarebbe sempre in sul mezzo del capo, e credo che da Roma a questo luogo, andando dritto, per tramontana (verso nord), sia spazio di duemila secento miglia o poco più o meno” (Cv., III, V, 9). Con queste parole l’autore non soltanto dà per scontato il fatto di essere a conoscenza dell’asse terrestre, tramite la perfetta direzione della Stella Polare, ma ci indica anche la convinzione dell’esistenza di due poli terrestri e addirittura riesce a calcolare quanto il Polo Nord disti da Roma. La distanza è espressa in 2.600 miglia, che verrebbe a corrispondere a circa 4.900 Km. Se l’Asse Terrestre punta sulla Stella Polare, allora Dante sa calcolare la precessione equinoziale, e a tal punto, fa partire il suo mistico viaggio durante l’equinozio di primavera.

dante-alighieriAvanziamo quindi l’ipotesi che la struttura dell’Inferno corrisponda esattamente allo schema geometrico della precessione assiale della Terra, che Dante avrebbe impiegato allo scopo di fondare tutta la cosmologia e l’impianto stesso del Poema sulla precessione equinoziale.

Per quanto riguarda la datazione cosmologica del mondo, Dante assegna alla storia umana il periodo di 26.000 anni, che è possibile ricostruire raccogliendo importanti informazioni fornite dalla lettura di determinati canti. Nel XXVI canto del Paradiso, Adamo afferma che rimase nel Limbo per 4.302 anni, dopo aver visto il Sole ripercorrere la strada che esso compie in un anno, ritornando via via tutti i segni dello Zodiaco, 930 volte. Così pure nel XXI canto dell’Inferno, il diavolo Malacoda afferma che erano trascorsi 1.266 anni da quando era crollato il ponte della VI° bolgia, a causa del terremoto che scosse la Terra nell’ora della morte di Gesù. Considerando che Adamo visse 931 anni e che il compimento dei 1.266 anni dalla frana del ponte della sesta bolgia era avvenuto durante il viaggio attraverso l’Inferno di Dante e Virgilio, il Sommo Poeta inizia il suo viaggio nell’anno 1.267° dalla morte del Redentore: allora sommando il numero di anni, che si ottengono da queste informazioni, arriviamo a : 4.302 + 931 + 1.267 = 6.500 anni, corrispondenti esattamente alla metà del semiciclo precessionale. Il secondo e ultimo periodo di 13.000 anni dovrà trascorrere dal 1.300, l’anno di inzio del viaggio mistico dantesco, prima del Giudizio Universale che si compierà nella Valle di Josafat alla fine di tutte le cose.

Si potrebbe ipotizzare che Dante nella “Comedìa”, prospetti la trasmissione del codice della precessione sia a livello geometrico-interpretativo, sia a livello allegorico-testuale. Per quanto riguarda il Purgatorio, la sua struttura ricalca in maniera diametralmente opposta la struttura precessionale. Dante infatti rappresenta il secondo regno ultraterreno, come un’antitesi dell’Inferno, sia come posizione geografica, sia come conformazione. Come abbiamo visto l’Inferno è una voragine che si profonda nell’emisfero boreale, il Purgatorio è una montagna che si innalza nel centro dell’emisfero australe, diametralmente opposto alla verticale di Sion. la sua base ha sempre un diametro di 3.250 miglia, corrispondente al raggio equatoriale terrestre. E’ più che naturale che l’asse che generava il cono infernale rovesciato, disegna il cono della montagna Purgatorio, in una sorta di schema precessionale capovolto.

Tutto questo è partito un’intuizione che ha aperto la strada alla stesura del mio primo libro intitolato “Il Codice Astronomico di Dante – Il Sapere proibito della Divina Commedia”, (Collana Quinta Essentia, Eremon Edizioni, pagg. 144 – 2012).

Durante l’analisi dei versi della “Comedìa”, ho cominciato infatti a comprendere le profonde nozioni astronomiche dell’Alighieri dal I canto del Purgatorio (vv. 22-27):

“I’ mi volsi a man destra, e puosi mente

   all’altro polo, e vidi quattro stelle

   non viste mai fuor ch’a la prima gente.

Goder pareva ‘l ciel di lor fiammelle:

   oh settentrional vedovo sito,

   poi che privato se’ di mirar quelle!”

( Pg., I, vv. 22-27)

Versi importantissimi, da esaminare e scandagliare con estrema attenzione. Dante si trova sulla spiaggia che circonda il monte Purgatorio insieme a Virgilio nella pre-alba, e volge la sua attenzione al cielo antartico. Il Poeta è folgorato da quattro stelle, così fulgide da essere paragonate a fiammelle. La critica tradizionale, spiega queste luci con le quattro virtù cardinali, che ben si addicono al cristiano praticante per il corretto svolgersi della sua vita quotidiana, durante le ore in cui splende il Sole. Ma allontaniamoci da tale interpretazione, un po’ obsoleta e tipicamente scolastica: non c’è nulla di più chiaro che le quattro stelle siano quelle che formano la costellazione della Croce del Sud, la più famosa nella sfera celeste australe, composta, nel braccio più lungo, da stelle doppie di magnitudo 1°, Acrux e Y, e nel braccio più corto da due astri di magnitudo inferiore (intorno alla 2°- 3°). Il Sommo Poeta afferma che tali stelle non furono mai viste all’infuori della “prima gente”. La “prima gente” sono i progenitori dell’Umanità, Adamo ed Eva, posti da Dio nel magnifico Giardino dell’Eden. Nella geografia dantesca, tale incantevole posto è situato sulla vetta del monte Purgatorio, ecco perché i primi due uomini avrebbero visto, dall’emisfero australe, tale costellazione. Le ricerche archeo-astronomiche, però ci forniscono ben altri indizi. Dante poneva il ciclo della storia umana, nel limite di un unico ciclo precessionale di 26.000 anni. Calcolando le generazioni tramite la Bibbia, Adamo ed Eva dovevano essere vissuti intorno al 4.400 a.C. L’Archeoastronomia, da studi recenti, ha posto l’Eden in Mesopotamia, tra il Tigri e l’Eufrate, quindi nell’attuale Iraq: se vogliamo essere ancora più precisi geograficamente, l’antico lussureggiante Giardino, prendeva il posto dell’attuale Baghdad.

Utilizzando il programma per Windows, Skyglobe, creato appositamente per osservare le posizioni degli astri, se poniamo le coordinate del millennio, del secolo, dell’anno, del mese, del giorno, e dell’ora che particolarmente ci interessano, osserviamo con facilità imbarazzante che in Mesopotamia, nel 4.400 a.C. nel cielo mattutino delle 7:00, il 21 marzo (l’equinozio di primavera), si vede la Croce del Sud. I calcoli di Dante non sbagliano di un grado: egli sapeva perfettamente che durante il periodo vernale la costellazione della Croce del Sud era visibilissima al tempo di Adamo ed Eva, in Mesopotamia.

Dante conosceva la precessione equinoziale e nei versi immediatamente successivi, alla visione delle quattro stelle, è proprio lui che lamenta, l’assenza di esse nel “settentrional vedovo sito”, l’emisfero boreale!

codice_dante

Ipparco di Nicea e la Precessione Equinoziale

Secolo II a.C., isola di Rodi, un’imprecisata piazza: un uomo sotto lo sguardo divertito dei passanti, si sarebbe seduto indossando un pesante mantello. A chi lo interrogava sul perchè di quell’abbigliamento, vista la bella giornata di sole, egli rispondeva che aveva previsto un temporale…che successivamente, puntualmente, arrivò!” Con queste parole Plinio il Vecchio (“Historia Naturalis”, Libro II: La Cosmologia), ci riporta un aneddoto, quasi una leggenda, o un vero momento della vita di Ipparco di Nicea, considerato, prima di Tolomeo d’Alessandria, il più grande astronomo dell’antichità. “Hipparcos”, Ipparco di Nicea, nacque appunto in tale località, nell’antica Bitinia: oggi Nicea è Iznik, nell’attuale Stato della Turchia. Poco si conosce della sua biografia: le poche notizie della sua vita ci vengono tramandate dalla “Geografia” e “Storia Naturale” di Plinio il vecchio (I sec. a.C.) e Teone di Alessandria (IV sec.) e dall’ “Almagesto” di Tolomeo. La data di nascita si fa risalire tra il 194 e il 190 a.C. e Tolomeo gli attribuisce le prime osservazioni astronomiche intorno al 162 a.C., già dall’isola di Rodi, dove costruì un osservatorio astronomico, dotato di strumenti di precisione, quali l’Astrolabio e il cosiddetto “Anello di Ipparco”, un cerchio grazie al quale riusciva a calcolare le date di inizio degli equinozi, di primavera e d’autunno: tale cerchio è orientato come l’equatore celeste, proiezione dell’equatore terrestre sulla volta del cielo. La sua inclinazione sul piano orizzontale dipende quindi dalla latitudine del luogo: solo nel giorno in cui il Sole percorre il suo moto apparente sull’equatore celeste, il giorno appunto degli equinozi (21 marzo, 22 o 23 settembre), l’ombra della metà del cerchio rivolta al Sole si proietta sulla restante metà, ovvero le ombre delle due metà si sovrappongono, segnando l’inizio della primavera o dell’autunno.

Ipparco, per Tolomeo, non deve essere vissuto oltre il 120 a.C., visto che oltre quella data non vi sono più pubblicazioni sui suoi studi astronomici. Sebbene sappiamo che il sommo astronomo scrisse almeno quattordici libri, nessuno di essi è giunto fino ai giorni nostri, in quanto superati dagli scritti di Tolomeo stesso, non ebbero la debita attenzione da parte degli amanuensi, che non li preservarono. E’ grazie all’ “Almagesto” che conosciamo il ciclopico lavoro di colui che è considerato il padre della scienza astronomica dell’antichità. Il primo grande merito di Ipparco fu quello di servirsi delle osservazioni e conoscenze accumulate nei secoli, ponendo così le basi per il grande sviluppo dell’Astronomia scientifica, basata sull’osservazione strumentale; si deve a lui l’incontro con l’Algebra e l’Aritmetica indiana, l’astronomia numerica mesopotamica e quella geometrica greca.

Ipparco affermava che in Astronomia era necessario operare con gli angoli, e quindi è anche considerato il fondatore della Trigonometria: infatti compilò una tavola trigonometrica, che gli permetteva di risolvere qualsiasi triangolo, e che metteva in relazione gli angoli con i rapporti dei lati, in modo che conoscendo l’angolo, fosse possibile risalire ai rapporti e viceversa. i rapporti reciproci fissi, sono le funzioni trigonometriche: seno, coseno, tangente e cotangente.

Ipparco segnò l’ineguale durata delle stagioni, supponendo che la Terra girasse intorno al Sole, scoperta importantissima, prima teoria eliocentrica, ma mai presa in considerazione e scalzata definitivamente da quella geocentrica di Tolomeo.

Ipparco di Nicea compilò un catalogo di circa 1.080 stelle, registrandone per ognuna, la longitudine e la latitudine sulla Sfera celeste, non trascurando di indicarne la luminosità per magnitudo. La scala delle magnitudini stellari, utilizzata ancora oggi, definisce le classi di luminosità intrinseca di una stella. La magnitudine apparente corrisponde alla grandezza stellare degli astronomi antichi; la magnitudine assoluta utilizzata oggi, non è altro che la scoperta di Ipparco, leggermente modificata nell’arco del secolo XIX: è la luminosità di un astro posto ad una distanza convenzionale di 10 Parsec (32,6 anni luce).

ma la più grande scoperta di Ipparco di Nicea è indubbiamente il Moto Precessionale degli Equinozi, che scoprì notando che la posizione della Stella Spica, della costellazione della Vergine, da lui misurata nel 139 a.C., differiva di circa 2° dalla misurazione effettuata da Aristillo e Timocrate nel 273 a.C.. Per effetto dell’attrazione combianta del Sole, della Luna e dei pianeti sul rigonfiamento equatoriale della Terra, l’asse terrestre descrive un cono attorno alla normale del piano dell’eclittica. L’inclinazione dell’asse terrestre sull’eclittica, non cambia, ma si spostano i punti di intersezione dell’equatore celeste con l’eclittica (gli equinozi). l’equinozio di primavera, o primo punto d’Ariete, detto anche punto vernale o punto gamma, origine delle coordinate equatoriali celesti, si sposta sull’eclittica in direzione opposta a quella del moto della Terra, cosicché questa lo torna ad incontrare prima di aver completato una rivoluzione intorno alle stelle fisse. Il punto d’Ariete retrocede di 50”, 25 all’anno e percorre tutta l’eclittica in 25.765 anni; esso si chiama così perché ai tempi di Ipparco l’equinozio di primavera si trovava nell’Ariete (oggi si è spostato nell’Aquario, ai tempi di Dante si trovava nella costellazione dei Pesci). Questo significa che l’equinozio vernale, in cui il Sole attraversa l’equatore celeste da sud a nord ogni primavera, ritorna indietro percorrendo lo Zodiaco, al ritmo di una costellazione ogni 2.100 anni. Per il moto di precessione, l’asse terrestre, che ora è puntato sulla Stella Polare (CV., III, V, 9), puntava al tempo degli antichi Egizi, nel 3.000 a.C., in direzione della stella principale del Drago, Thuban, e fra 11.000 anni darà diretto verso la stella Vega, della Costellazione della Lyra.

Ipparco di Nicea andò molto approfonditamente nello studio della scienza astronomica, tanto da poterlo considerare “moderno”; appartengono infatti all’epoca moderna i fondamentali studi fisico-astronomici che rivoluzionarono e scardinarono le primitive credenze medievali: la teoria eliocentrica copernicana, le leggi di Keplero (1571-1630), fondamento per l’Astronomia contemporanea, con la scoperta delle orbite ellittiche dei pianeti, e i principi della gravitazione universale e del calcolo infinitesimale di Isaac Newton (1642-1724), al quale erroneamente si fa risalire la scoperta della Precessione Equinoziale. Tutti questi grandi astronomi sono “figli” di ipparco, che aprì loro la strada per queste fondamentali scoperte.

Dante Alighieri e la Precessione Equinoziale

Nel secolo XII si delinearono nuove realtà conoscitive, frutto della conoscenza della cultura araba. Nella prima metà del XII secolo sulla scena intellettuale ritorna lo studio di Aristotele, attraverso le traduzioni dall’arabo prima e poi dal greco. Comincia il periodo della grande fioritura della Scolastica medievale, fortemente impegnata nell’interpretazione di Aristotele, e che vede il suo massimo esponente filosofico in San Tommaso d’Aquino. Fra i traduttori di opere scientifiche dall’arabo si fa notare Gherardo da Cremona, eccezionale divulgatore di un “Trattato di Astronomia” o “Sintassi Matematica”. noto come “Almagesto” di Tolomeo: tradotto in principio dal greco al latino (Sicilia 1160), è la versione dall’arabo di Gherardo da Cremona, realizzata su ordine di Federico Barbarossa, che trova larga diffusione nell’Europa medievale!

Dante Alighieri conosceva il moto di precessione degli equinozi, scoperto da Ipparco di Nicea nel secolo II a.C., ma nella “Divina Commedia”, la fonte di tale grande astronomo non è mai espressa direttamente; solo attraverso l’analisi testuale dei passi a carattere astronomico, si giunge all’interpretazione e alla consapevolezza che Dante conoscesse, in ambito scientifico, molto più di quanto non imponesse la cultura del tempo. Un uomo di grande ingegno, quale fu l’Alighieri, non poteva non aver letto, o se non altro non venire a conoscenza, dell’ “Almagesto” di Tolomeo. L’astronomo alessandrino non aveva fatto altro che raccogliere tutte le informazioni degli scienziati dell’antichità, per fonderle e creare la teoria geocentrica, sulla quale si basò tutto il mondo medievale, fino alle scoperte copernicane. Una teoria che poneva la Terra al centro dell’Universo era più che gradita ad una cultura cristiana, che vedeva in Dio l’unica salvezza e ordine del mondo, e l’Uomo soggetto direttamente a Lui, al centro dell’assetto universale e cosmico con il nostro pianeta Terra. Ipparco di Nicea con la teoria precessionale e la teoria eliocentrica, non venne preso in considerazione dagli amanuensi che lasciarono che andasse perduto l’intero patrimonio scientifico, matematico, trigonometrico e naturalmente astronomico, trascritto in quattordici libri, da Ipparco. Quel poco che si conosce di questo grande studioso è direttamente fruibile dagli scritti di Tolomeo. E’ grazie a lui che la scienza e il mondo della cultura sono giunti alla consapevolezza dell’esistenza di Ipparco di Nicea.

C’è un filo conduttore che unisce l’astronomo greco e il Sommo Dante Alighieri, nonostante l’occultamento amanuense e quindici secoli di storia che intercorrono tra la scoperta della precessione equinoziale e la stesura della “Comedìa”.

Ipparco di Nicea, fino all’avvento di Tolomeo, era considerato il più geniale astronomo dell’antichità, “mantenuto in vita” da scrittori latini quali Plinio il Vecchio, che venuti a contatto a loro volta con la cultura greca, certo non potevano sottovalutare e tralasciare un personaggio di tale importanza scientifica. Nel tempo le notizie biografiche andarono perdute per lasciare spazio all’apporto scientifico che Ipparco diede all’Astronomia, traducendola da scienza empirica a dottrina estremamente pratica, grazie all’introduzione della Trigonometria. Gli scritti giunsero fino a Tolomeo, che si concentrò sulla scientificità dell’astronomo precedente a lui di quattro secoli, riportando le scoperte più clamorose: il catalogo delle costellazioni, delle stelle, la retrogradazione di 2° di Spica, che permise la teoria precessionale. Tutto questo confluì nell’ “Almagesto”. Con la disgregazione dell’Impero romano d’Occidente, la cultura greco-alessandrina cadde nell’oblio. Fu solo a causa delle invasioni islamiche e delle successive crociate che avvenne lo scontro-incontro delle due culture: la cristiana occidentale e la islamica orientale. Da un punto di vista scientifico la cultura musulmana, venuta a contatto con una grecità non del tutto scomparsa, era superiore a quella occidentale cristiana, tanto impegnata ad epurare da qualsiasi scritto o forma d’arte, ciò che veniva ritenuto pagano e quindi eretico.

Come abbiamo ricordato insieme ai trattati di Aristotele, Gherardo da Cremona, citato nel “Convivio” (II, XIV,7), Dante conobbe l’ “Almagesto” e di conseguenza Ipparco di Nicea e la precessione equinoziale. Il procedimento dell’Alighieri, quindi nella “Comedìa”, è più che costruttivo: l’iter del Pellegrino Dante, si svolge ai fini della salvezza; l’iter astronomico è una scoperta dedicata al lettore della “Comedìa”, che è invitato a scoprire, interpretare, capire, quel sapere astronomico che il Sommo Poeta vuole tramandare. E Dante Alighieri si rivolge direttamente all’eternità dei cieli e delle stelle, per permettere di raggiungere a chiunque la strada tracciata dagli astri, per arrivare a cogliere la Luce di Dio e la Sua onnipotente salvezza per noi peccatori, posti sull’ “aiuola che ci fa tanto feroci” (Pd., XXII, 151).

Chiara Dainelli