Come sono state colonizzate le Americhe?

di Nicola Saba

La colonizzazione umana nelle Americhe è stata oggetto delle teorie più disparate; ancor oggi, ad esempio, la chiesa mormone la ritiene opera delle dieci tribù scomparse d’Israele e ne fa un vero e proprio dogma della propria religione, vi è poi chi ha identificato gli indigeni americani con gli eredi di antichi emigranti polinesiani, asiatici, melanesiani, australiani, per non parlare dei sopravvissuti di Mu, Lemuria o Atlantide … ed a questo punto, chi più ne ha più ne metta!

Come è noto la teoria più accreditata identifica quegli antichissimi pionieri con le popolazioni dell’Asia nord orientale che in periodi di massima glaciazione avrebbero approfittato dei ponti di ghiaccio, delle isole e degli istmi per attraversare lo stretto di Bering, il punto più favorevole ad una simile impresa.

Lo studio etnografico tuttavia, sembra evidenziare come ad una maggioranza di tipo mongolico si sia affiancata anche una piccola ma pur consistente, presenza di minoranze dalle caratteristiche somatiche differenti. Ancor oggi, anzi sarebbe meglio dire ancor pochi lustri or sono era possibile portare a prova di questa variabilità genetica considerevoli ed emblematici esempi viventi: è il caso dei piccoli, tarchiati Ona e dei giganteschi Yaghan, che un tempo si contendevano le inospitali isole della Terra del Fuoco, degli altrettanto alti e robusti Amaracaires e dei piccoli ma coraggiosissimi Mashcos nel bacino della Madre de Dios, per non parlare poi della incredibile varietà di tribù centro e Nord Americane.

Sotto quest’ottica più popolazioni dalle caratteristiche somatiche molto variabili potrebbero aver attraversato non solo Bering ma anche gli Oceani Pacifico ed Atlantico in differenti periodi storici ed in varie parti del continente dando origine a ceppi umani ben differenziati … a sostegno di questi dati ‘etnologici’ vengono talvolta citate antiche leggende come quella della mitica terra di Aztlan (da cui dicevano di provenire gli aztechi) e riscontri archeologici come le grandi teste negroidi degli Olmechi di La Venta od i piccoli oggetti messicani dotati di ruote (probabilmente utilizzati a scopo cultuale). Purtroppo la tendenza all’esagerazione speculativa di certi autori e la stilizzazione estrema, tipica delle culture amerindie hanno finito per gettare discredito su tutte le ipotesi che partono da simili presupposti. Eppure esistono reperti a mio avviso assai poco discutibili, le cui datazioni ed originalità sono universalmente ritenuti indiscutibili!

Neppure il più scettico degli archeologi mette in dubbio l’originalità e la datazione dei cosiddetti ‘Huacos retratos’ degli antichi Moche. La cultura Mochica o Moche prende il nome dalla lingua parlata al tempo dei conquistadores nella valle che ne costituì il maggior centro di diffusione; essa nasce all’incirca un secolo prima della nostra era, lungo la valle dell’omonimo fiume e tra il III° ed il IV° Sec. d.C. estende la propria egemonia su gran parte delle valli costiere del Perù settentrionale. La base del potere aristocratico che ne guidò le sorti per secoli, risiedette nel complesso ed evoluto sistema di irrigazione, che permise lo sfruttamento delle vaste aree desertiche che giungevano a lambire i pochi fiumi a carattere torrentizio tipici della zona in questione. Caratteristiche di questa cultura e di altre simili e contemporanee furono le piramidi tronche che, come quelle Azteche, servirono da luoghi di culto e siti sacrificali, oltre che da emblematiche e surreali rappresentazioni di una società fortemente e rigidamente gerarchizzata.

I sacrifici umani sono ben rappresentati nelle pitture, nelle ceramiche e nelle evidenze archeologiche delle sontuose tombe; esse non costituivano episodi sporadici e numericamente poco significativi bensì pratiche diffuse in grado di condurre a morte masse umane di notevoli dimensioni che erano costituite per lo più da prigionieri catturati durante operazioni militari mirate e condotte secondo rituali rigidi e ben codificati. Oltre che abili ingegneri e crudeli guerrieri i Moche furono anche eccellenti ceramisti, i cui manufatti sono in grado di destare ancor oggi ammirazione e meraviglia. Essi seppero alternare opere dalle caratteristiche estremamente stilizzatate ad altre di un realismo ed una plasticità veramente encomiabili; tra le creazioni del secondo tipo vi sono appunto i cosiddetti ‘vasi ritratto’! Vere opere d’arte che raffigurano con dovizia di particolari e grande senso artistico il volto di tutti i personaggi che componevano la loro variopinta società.

I Moche, come quasi tutti gli amerindi, erano quasi completamente imberbi e la loro cultura scomparve attorno all’800 d.C. per cui creazioni come questa di un personaggio dotato di baffi ed folta barba bianca (per di più seduto nella tipica e composta posizione inginocchiata) dei dignitari cinesi destano un certo sconcerto ed imbarazzo presso molti studiosi. In effetti già da tempo alcuni archeologi evidenziarono una certa somiglianza tra le ceramiche di alcune antiche culture dell’Ecuador e quelle coeve di Cina e Giappone. Un’antica via commerciale tra il nuovo e vecchio mondo dunque? In realtà le prove oggettive di un simile scambio umano e culturale sono ancora da dimostrare.

Ma certo il repertorio dei Moche non si ferma qui; ancor più meraviglia sembra destare il personaggio della foto sucessiva: volto scuro, narici ampie e schiacciate, occhi per nulla orientaleggianti … in tutto e per tutto la testa ed il volto di un uomo di colore! Il volto è ben scolpito e cesellato, impossibile ogni dubbio: il resto del corpo è invece molto stilizzato e si confonde con la forma rotonda del recipiente. Si notano tuttavia (pitturate a mano con vernice rossa) le braccia che sostengono uno strumento musicale ….. va de se dunque che anche le teste Olmeche di La Venta potrebbero non essere una semplice coincidenza dovuta all’estrema stilizzazione dei tratti somatici. Ma proseguendo il nostro viaggio nelle eterogenee rappresentazioni plastiche dei Moche vederemo che le opere in grado di meravigliarci sono assai più numerose.

In questo caso ci troviamo di fronte ad un personaggio dal naso aquilino, le labbra fini, il volto asciutto; ancora una volta un individuo che poco sembra avere in comune con l’indio dell’immaginario collettivo. Siamo in presenza di un volto dai tratti caucasici: l’espressione severa, dura, quasi certamente un uomo che, pur avanti negli anni, doveveva ancora possedere forza fisica e prestigio sociale.

Allo stesso stereotipo ‘razziale’ sembra appartenere anche l’individuo dell’immagine sucessiva; volto duro, scarno, occhi semichiusi ed un copricapo simile ad un turbante o forse ad un mantello che lo avvolge completamente ricandendo sulle spalle (che tuttavia non sono state rappresentate dall’artista: uno strano personaggio assai più simile ad un commerciante o ad un dignitario persiano che ad un indigeno sud americano: sono immagini strane, anomale ma attenzione, non è assolutamente mia intenzione insinuare l’esistenza di viaggi e contatti tra popoli e culture così distanti sia nello spazio che nel tempo; similitudini come quella del commerciante arabo o del dignitario persiano vogliono solo evidenziare la differenza somatica e non la provenienza di quel preciso personaggio. All’inizio gli archeologi erano orientati ad identificare questi volti come i ritratti di personaggi d’alto rango; dignitari o artisti che frequentavano la corte di questo o quel sovrano ma, col passare del tempo, l’ipotesi è stata scartata e tali rappresentazioni hanno finito per essere ricondotte non a personaggi reali bensì a stereotipi sociali radicati nella società moche; un esempio?

Bene, prendiamo la foto numero 5, secondo questa ipotesi non dobbiamo considerarla come il ritratto di una persona realmente esistita ma come un tipico musico di quel periodo. A questo punto però vorrei fare un passo avanti nel tempo e considerare quanto trovarono gli spagnoli al momento della conquista: ceramisti, orafi, guerrieri, portatori e musici non costituivano solo particolari gruppi sociali come in Europa, ma coincidevano con popolazioni ben definite, assoggettate ed obbligate a fornire individui specializzati nelle mansioni in cui eccellevano: artigiani, orafi, ceramisti, medici e portatori. Intere comunità cui veniva riconosciuto uno status preciso in cambio di prestazioni ben definite e difficilmente modificabili; se queste considerazioni potessero essere applicate anche ai Moche saremmo di fronte alla reale descrizione e rappresentazione di tutti gli antichi popoli che in un modo o nell’altro presero parte alla creazione di quell’antica società.

Abbiamo iniziato questa nostra disquisizione accennando alle teste Olmeche di La Venta, alle tribù fuegine ed a quelle amazzoniche della Madre de Dios; vorrei aggiungere che simili testimonianze possono essere individuate anche in altri periodi storici e culturali; è il caso di questa ‘cabeza clava’ (testa chiodo) proveniente dall’antico tempio di Chavin de Huantar. Si tratta di teste in pietra (spesso dotate di attributi felinici), che una specie di prolungamento sulla nuca rendeva atte ad essere fissate sulle poderose pareti dell’antico tempio ubicato nelle ande centrali del Perù. Siamo veramente agli albori della ‘civiltà’ (al punto che, per lungo tempo questa cultura fu considerata, a torto, come la madre di tutte le civiltà sudamericane). Chavìn si sviluppò tra il 1300 ed il 400 a.C. apparendo improvvisamente sulla scena quasi dal nulla; proiettata quasi per incanto, in un imprevisto ed inspiegabile apogeo tecnico, artistico e culturale. I particolari del volto sono certo estremamente stilizzati e gli archeologi tendono ad identificare le volute rotondeggianti dei capelli con il simbolismo astratto della spirale; il naso camuso e le narici dilatate sarebbero invece la conseguenza dell’assunzione di specifici allucinogeni (dei quali si sono trovate numerose tracce nei meandri del tempio) ma per molti queste considerazioni non escludono che l’artista abbia anche voluto rappresentare particolari individui dotati di capelli crespi, occhi tondeggianti e labbra carnose simili a quelli ripresi secoli dopo dai Moche.

A quanto detto si aggiungono del resto anche le numerose prove testimoniali dei cronisti spagnoli che, in un modo o nell’altro, si imbattono in minoranze etniche anomale ma ben definite; quasi tutti insistono nel fatto che vi fossero piccole comunità di uomini ‘bianchi’ e ‘barbuti’ …. se vi capitasse di visitare il museo de Americas a Madrid, vi consiglio di soffermarvi un attimo sulla testa, dai tratti poco andini, che gli archeologi del noto museo (nella breve e succinta descrizione) suppongono trattarsi del mitico Wiracocha (divinità che i racconti dei cronisti vorrebbero di stampo europeo, a tal punto che coloro che ne videro le immagini più belle, nei templi a lui dedicati, finirono per dar vita alla leggenda di un apostolo, San Bartolomeo, mandato a predicare da Gesù nelle Americhe).