Costantino il grande… pagano?

di Marco Lucisani http://storiadossier.jimdo.com

A quasi diciassette secoli dalla morte, riscopriamo il primo organizzatore della chiesa cattolica con un esclusiva incredibile

Doveva essere un alba rosea quella che il 27 Ottobre del 312 tinse i cieli di Roma, la città eterna che fin dalla fondazione, risalente a tempi immemorabili,  fu testimone silenziosa di grandi lotte per il potere. Roma stava per assistere  alla consacrazione del suo ultimo grande imperatore. Flavio Valerio Costantino, si dovette alzare presto quella mattina, sapeva che poco lontano lo attendeva Massenzio, il quale sei anni prima, sfruttando il malcontento dei romani provocato da Galerio, si era auto proclamato imperatore. Così facendo aveva creato la destabilizzazione dell’ordinamento dell’impero romano voluto da Diocleziano, trascinando l’impero verso la dissoluzione totale. Ma non fu certo Massenzio il primo ad infrangere l’editto imperiale; poco prima della sua auto-incoronazione, era stato Costantino stesso a proclamarsi Imperatore.

Nel 306 Costantino combatteva in Britannia al fianco di suo padre, Costanzo Cloro, durante uno scontro contro le popolazioni locali, i Pitti, Cloro fu colpito a morte. Per l’editto di Diocleziano, a Costanzo Cloro sarebbe successo Valerio Severo, incoronato dal triunviro più anziano, che in quel momento era l’imperatore Galerio.

Ma prima che ciò avvenisse, Costantino, con vasto appoggio delle proprie legioni si auto proclamò Imperatore, trasgredendo in tal modo, l’editto di Diocleziano. Nei sei anni che seguirono si verificarono tumulti e tradimenti, ribellioni e guerre interne che portarono rapidamente alla caduta dei vari Augusti e Cesari.

Ponte Milvio

Adesso era la resa dei conti, Costantino ben sapeva che di lì a poco, si sarebbe scontrato con un esercito molto più numeroso del suo, oltre centomila uomini, infatti avrebbero fronteggiato i quarantamila di Costantino. Oltre tutto, Massenzio poteva contare anche sul vantaggio della difesa, costituito dalle fortificazioni della città. Ma Costantino, era un soldato esperto, un ottimo generale ed un grande stratega e forte di un esperienza consolidata, fatta sui campi di battaglia di gran parte dell’impero, non si sarebbe certo lasciato intimorire.

Avendo già condotto con successo diverse campagne militari, che lo videro vittorioso contro Franchi e Alemanni, Costantino aveva già dimostrando già da allora, di possedere le qualità di esperto stratega militare e politico. Infatti, aveva stretto alleanze e parentele con gli altri contendenti all’impero, cosicché, libero da altre minacce immediate, poteva dedicarsi totalmente al suo avversario Massenzio.

In hoc signo vincest

Consapevole di avere di fronte un esercito più numeroso del suo, ma anche  meno motivato, Costantino contava molto sulla propria fama di grande condottiero. Ma  era anche consapevole, che tale elemento non sarebbe bastato a condurlo alla vittoria, occorreva una maggiore sicurezza, serviva un elemento che da solo, avrebbe destabilizzato di più un esercito già demotivato e confuso, alimentando così la confusione dietro le linee nemiche, con la conseguenza di indurre l’avversario a commettere qualche errore tattico che Costantino, da grande opportunista quale era, avrebbe sfruttato a proprio vantaggio.

Forse, fu proprio in quel momento (ma questa è solo un ipotesi) che gli occhi di Costantino si volsero ai vessilli di riconoscimento delle sue legioni provenienti dalla Gallia, che facevano parte dei suoi schieramenti, quello che è certo e che dal simbolo di queste legioni, nacque uno dei più grandi falsi storici. Difatti, i vessilli gallici erano rappresentati da una X (che costituiva, tra l’altro, anche uno dei sim-boli della croce cristiana), sormontata da una P. In tale combinazione, Costantino intravide l’elemento che avrebbe contribuito alla sua vittoria. Nacque così la leggenda, promossa e perpetrata da Eusebio da Cesarea, Vescovo e consigliere di Costantino, secondo la quale nella notte precedente allo scontro decisivo con Massenzio, sarebbe apparso in sogno all’imperatore, un angelo che, tenendo questa croce in mano, proferì la famosa frase “In hoc signo vincest”.

Costantino il mitreo

Avvenne così che Costantino,  fervente seguace del culto Mitraico (culto orientale molto comune, praticato dai legionari e del quale egli stesso fu un convinto adepto, certamente fino in punto di morte), si ergesse a garante della cristianità ed a restauratore dell’impero.

La voce del sogno profetico, si sparse a macchia d’olio per il campo militare e non solo. Soldati e ufficiali al di là del credo religioso, erano tutti concordi che tale visione era il segno che la vittoria sarebbe stata certa. E mentre i soldati cristiani, erano sicuri che questo messaggio proveniva da Cristo, la stessa cosa accadeva per i credenti mitraici (che costituiva la maggior parte dell’esercito romano. Per tutti però era chiaro fin da subito, che non avrebbero combattuto più soltanto per il loro imperatore, da quel momento combattevano in nome e per conto del loro dio; ma la leva psicologica che Costantino aveva innescato non si fermò qui.

La battaglia

Secondo lo storico Sesto Aurelio Vittore, nelle prime fasi dell’azione, l’esercito di Costantino, proveniente dalla Via Flaminia,  ebbe un primo scontro con  l’avan-guardia nemica all’altezza di Saxa Rubra (sassi rossi), cogliendo i difensori completamente impreparati. Anche Massenzio, che dava per scontato che Costantino si trovasse ancora in Francia o, al massimo, nel nord Italia, fu preso alla sprovvista, Costantino infatti era giunto vicino Roma muovendo il proprio esercito ad una velocità impressionante e in modo talmente discreto, da riuscire a fare arrivare 40 mila uomini quasi alle porte di Roma senza che il nemico se ne accorgesse. Massenzio, facendosi cogliere evidentemente dalla sorpresa, uscì dalle fortificazioni per avventarsi contro al suo nemico e varcato il Tevere, si mise con le spalle il famoso ponte Milvio. Quest’ultimo era stato ostruito per sicurezza, per ordine di Massenzio stesso, che fece attraversò con il suo esercito il Tevere, passando su di un secondo ponte, quest’ultimo fatto di barche, costruito vicino al primo.

In poco tempo la foga dell’esercito di Costantino e gli errori di Massenzio diedero i rispettivi frutti. Travolti dagli attaccanti, Massenzio ed i suoi uomini si ritrovarono pressati contro il Tevere, non potendo percorrere ponte Milvio perché ostruito, i difensori si affrettarono a ripiegare lungo il ponte di barche, che avevano attraversato poco prima. Ma la pressione degli assalitori e la confusione, delle truppe di Massenzio, mista al peso di fanti e cavalli, che frettolosamente attraversavano il ponte per sfuggire al nemico, provocò la rottura delle corde di sostegno, con conseguente distruzione del ponte di barche. La sconfitta si trasformo quindi in tragedia, migliaia di soldati annegarono nelle acque del Tevere, ingrossate da una piena di qualche giorno prima e anche lo stesso Massenzio  vi trovò la morte.

Costantino e la chiesa

Entrato a Roma, Costantino venne accolto come il nuovo restauratore dell’Impero. In molti, infatti, già intravedevano in lui la soluzione ad un lungo periodo di incertezza. Anche i cristiani, guardavano di buon occhio in nuovo imperatore, il quale già del 311 con Licinio a Milano, fu autore di un editto di tolleranza, tramite il quale veniva sancita la libertà di culto per tutte le professioni di fede. Un editto, che sebbene emanato da un Imperatore pagano, denotava espressione di democrazia esemplare e di libertà religiosa per tutti gli individui, senza distinzione alcuna.

Costantino da parte sua cercò in tutti i modi di ristrutturare la politica interna dell’impero romano ormai alla deriva, consapevole del fatto che i barbari dall’esterno e la nuova religione cristiana dall’interno ne avevano avviato il processo di disgregazione.

La religione asservita al potere

All’indomani della sconfitta di Massenzio, Costantino si trovò di fronte il capo della cristianità cattolica romana. Silvestro, questi era succeduto a Milziade altro vescovo di Roma, secondo il quale nulla vi era di male se un soldato abbracciasse la fede in un Cristo crocifisso facendo strage dei propri nemici. Nacque così la fatale intesa tra Cesari e Papi, Trono ed Altare, che a suo tempo sarebbe divenuta parte integrante dell’ortodossia cattolica, scaturendo successivamente nel “Cesaropapismo”.

L’imperatore Costantino, non abbandonò mai il titolo di Pontifex Maximus (Pontefice massimo), cioè capo indiscusso del culto di stato, tale era infatti il titolo previsto per gli imperatori romani, i quali si ergevano ad arbitri di ogni questione religiosa che veniva a formarsi all’interno dell’Impero. Una prova dell’abilità politica di Costantino si ebbe a Roma nel 315 quando, completata la costruzione del suo arco trionfale, Costantino attribuì la propria vittoria “all’ispirazione della divinità”, guardandosi bene dallo specificare quale fosse l’essere divino, lasciando così una libera quanto eterea esegesi.

Quello che però è certo è che si continuò a coniare l’immagine del dio del sole sulle monete dell’impero, non venne abolito il culto delle Vergini Vestali, né l’altare della Vittoria del Senato. Costantino non fece mai del Cristianesimo la religione ufficiale, ma seppe trarne ogni vantaggio.

Jacob Burkhardt, massimo esponente della storiografia del XIX° secolo, affermava che: “Costantino era un politico caparbio caratterizzato da una fredda e terribile sete di potere”. Ne è prova che egli non esitò a sacrificare la propria famiglia, pur di mantenere il potere; non esitò ad uccidere il cognato, la moglie e il figlio, evitando così eventuali congiure. È un dato di fatto e non una teoria che Costantino appoggiò il Cristianesimo per una questione di interessi e di comodi, poiché i cristiani erano divenuti ormai una comunità molto influente e già prima della battaglia di Ponte Milvio, egli ne comprese l’importanza.

La Chiesa d’altro canto, aveva grande bisogno dell’impero, infatti, dopo tre secoli dalla nascita del cristianesimo, le questioni religiose, erano tutt’altro che chiarite. Una serie di contrasti teologici stavano minando seriamente il futuro del cristianesimo. In tale contesto,Costantino, da consumato condottiero tagliò corto: grazie al suo titolo di pontefice massimo, impose le proprie scelte, agevolando solo quella parte della chiesa più vicina all’Impero, frustrando come conseguenza le prospettive di un riscatto sociale all’insegna dell’uguaglianza promosse dall’evangelo. Appariva chiaro fin da subito che Costantino era utile alla Chiesa almeno quanto questa sarebbe stata utile a lui.

Le repressioni: i donatisti

La prima influenza costantiniana all’interno della chiesa, si ebbe con la questione nata tra Ceciliano e Donato. Il primo, vescovo di Alessandria, era stato accusato da Donato, vescovo della Numidia, di aver rinnegato la fede cristiana in cambio della vita, durante la persecuzione sotto ’imperatore Valeriano avvenuta nel 258. Costantino viste le resistenze da parte dei donatisti di fronte alla sua decisione di appoggiare Ceciliano, convocò un concilio a Roma, capitale dell’Impero, quindi delegò il vescovo della Capitale, Milziade, come arbitro della questione.

Inutile dire che Milziade si guardò bene  dal contraddire la decisione del proprio imperatore, perciò, nell’ottobre del 313, Donato ed i suoi seguaci, furono condannati dal concilio e Ceciliano venne riabilitato.

Tale decisione, provocò il malcontento dei sostenitori di Donato che si opposero al verdetto. Costantino allora, indisse un secondo concilio ad Arles, in Francia, in questo, oltre a riconfermare la decisione precedente, diede prova della sottomissione totale della chiesa cattolica al potere imperiale, scomunicando tutti i soldati cristiani che avevano disertato dalle armate di Costantino come obiettori di coscienza. La reazione del cristianesimo ortodosso, non si fece attendere, in tutto l’Impero, si registrarono disordini e tumulti, la parte “sana” del cristianesimo, reagiva a questa nuova forma di persecuzione, più sottile rispetto alle precedenti, ma anche più pericolosa, poiché partiva dal seno della cristianità stessa.

Costantino affrontò questi disordini nel modo che alla fine gli era più congeniale e  tra il 317 ed il 321, scatenò una campagna repressiva contro i donatisti ed i loro sostenitori, espropriandone le chiese ed esiliandone i capi.

Le repressioni: gli ariani

La questione non si era ancora placata, che già un’altra ribellione al potere temporale della chiesa si stagliava all’orizzonte. Questa, promossa da Ario, un presbitero di Alessandria. Contestava apertamente lo sdoppiamento divino in padre e figlio, affermando che: “se Gesù Cristo è figlio di Dio, non può essere coeterno a lui, ma deve aver avuto inizio nel tempo, quindi è stato generato, e prima non esisteva”. Inizialmente, accusato di eresia e bandito nel 321 dal vescovo di Alessandria, Ario riparò presto in Palestina e successivamente a Nicomedia dove trovò protezione presso il vescovo Eusebio, il quale, godendo di amicizie politiche molto influenti, in poco tempo ricostituì un forte partito ariano.

Costantino per evitare pericolosi scismi, cercò attraverso numerosi tentativi di ristabilire l’accordo tra le due fazioni, ma quando vide che la controversia tra ortodossi e ariani non appariva sanabile, indisse il concilio di Nicea. Primo concilio ecumenico nella storia del cristianesimo. I duecentoventi (o forse trecentodiciotto) vescovi che vi parteciparono, furono inizialmente ostili ad Ario, e nonostante l’appoggio di Eusebio, le discussioni durarono parecchio.

Costantino, stanco ed impaziente di risolvere la contesa, appose il sigillo imperiale appena fu compilata una formula, nota come credo Niceo, che sostanzialmente è uno dei cardini del credo cattolico, e cioè che “Gesù fu generato non creato dal padre”.

L’immediata reazione di Ario e dei suoi fu un accanita protesta a tale decisione, Costantino allora decretò l’esilio per Ario, Eusebio e i suoi discepoli.

Ma quando tutto sembrava fosse stato risolto accadde l’imprevedibile; Ario ed Eusebio raccolsero una moltitudine di consensi, gli ariani aumentarono talmente tanto da mettere un minoranza  gli avversari del concilio, Costantino allora, ansioso come sempre di appoggiare il più forte e ansioso di porre fine ad una controversia religiosa della quale non era neppure credente, con un voltafaccia degno del più scaltro politico, nel 328 richiamò dall’esilio Ario ed Eusebio e li reintegrò nelle rispettive cariche, allo stesso tempo esiliò tutti coloro che si ostinavano ancora ad ostacolare gli ariani.

I due Imperi

Se la politica interna dell’Impero, era traballante,  quella estera era completamente in balia degli eventi. Le continue pressioni dei barbari alle frontiere, gli incessanti tumulti religiosi ed un Senato romano che per tradizione, era pieno di congiuranti, spinsero Costantino alla costruzione di una nuova capitale nel Bosforo. Fu così, che nel 330, spostò la capitale dell’impero da Roma a Bisanzio, che venne ribattezzata Costantinopoli. Da qui, oltre a gestire meglio l’Impero (la parte occidentale era ormai in balia di orde barbariche), Costantino poteva occuparsi anche dei cristiani, risolvendo le discussioni teologiche, in modo a dir poco generico. Per Costantino, alla fine non era importante quale fosse il credo, quanto piuttosto che questo non causasse disordini in seno all’impero.

Il vero credo di Costantino

Negli anni in cui Costantino servì nell’esercito, la religione diffusa era il culto di Mitra. Tale credo, molto diffuso tra l’esercito imperiale, derivava da una antichissima religione indiana, che nel corso dei secoli, si trasferì in Persia e da qui in tutto l’Impero romano. Mitra era raffigurato spesso come un giovane che uccideva un toro sacro, egli incarnava il sole stesso. Quello che è certo, è che Costantino rimase fedele a tale culto almeno fino in punto di morte, e la sua presunta conversione è più una leggenda che un fatto storico.  Per il resto, in tutto il suo regno, Costantino, vedendo che il cristianesimo si affermava prepotentemente, cercò di far sopravvivere il culto del dio sole, fondendolo insieme alla nuova religione.

Costantino inventa il cattolicesimo

Le prove che Costantino rimase un fervente sostenitore del culto mitraico per tutta la sua vita, sono rintracciabili nelle scelte politiche e legislative, nonché sugli interventi che impose nella religione di stato. Ma quando questi vide che la sua religione vacillava, pensò bene di fonderla al cristianesimo emergente, nasceva così il cattolicesimo. Il primo intervento a favore della chiesa cattolica (la chiesa che riconosceva il primato papale), fu quello di concedere  la capacità di ricevere eredità e legati. Coloro che donavano, speravano, che con tale gesto si sarebbero guadagnati l’eternità. Se pensiamo che tale presupposto, aprirà la strada della ricchezza e della potenza ai cattolici, possiamo renderci conto della portata di tale concessione fatta da Costantino alla chiesa romana. Va ribadito che questo privilegio non fu elargito a tutti i cristiani, ma in modo specifico venne riservato ai soli cattolici.

Per tutte le altre confessioni religiose cristiane fu addirittura negata tale capacità, peggio ancora per gli ebrei, i quali non potevano per legge ricevere alcun legato. Il 3 luglio 321 Costantino istituì anche un giorno alla settimana dedicato al sole invitto, il sole vittorioso, tale festa fu alla base della dies Dominica, il riposo domenicale. Visto che la domenica era il giorno dedicato al culto mitraico, in tale giorno, fu vietato per decreto imperiale il commercio e tutte le attività ad esso connesse. Anche il 25 dicembre rimaneva a Roma come in molte parti del mondo la celebrazione della nascita di un dio già da 1300 anni prima di Costantino. Come in Persia, così anche a Roma il 25 dicembre si festeggiava la nascita di Mitra, figlio del Sole e Sole egli stesso. Nella sostanza, Costantino aveva creato una nuova religione, fondendone due. Avvenne così che per volere dell’im-peratore, tutte le maggiori festività del culto mitraico, venissero incluse a quelle cristiane.

La prima Bibbia completa

In ultima analisi, nel periodo tra il primo concilio di Nicea ed il 331, Costantino commissionò l’opera forse più importante del suo regno, la stesura della prima Bibbia completa di cui si abbia notizia, e che è passata alla storia come Codex Sinaiticus (scoperta presso il monastero di S.Caterina del Sinai, ad opera del tedesco L.F.C. von Tischendorf nel 1844). Anche in questo caso, se dobbiamo tenere fede al Vescovo Eusebio da Cesarea, emerge un quadro che esalta tutto il carattere pragmatico ed opportunista dell’Imperatore, senza privarlo di una buona dose di cinismo.

Stando a quanto riferito da Eusebio da Cesarea, nell’opera biografica, “vita di Costantino”, l’imperatore fece raccogliere tutte le leggende ed i miti delle più importanti religioni che circolavano nell’Impero, compresi i primi vangeli cristiani, raccogliendo quanto di meglio tali racconti potevano offrire all’interno di una raccolta denominata “i libri”, la Bibbia appunto, successivamente, diede ordine di distruggere tutti i documenti che servirono allo scopo, da quel momento la religione ufficiale sarebbe stata quella cattolica. Ufficializzando a Nicea la neo religione. Alla fine della propria vita terrena, Costantino si spense il 22 maggio del 337, e come vuole la tradizione (senza il suffragio di prova alcuna), Costantino il grande, l’imperatore che credette per tutta la vita in Mitra, in punto di morte si convertì al cattolicesimo.

A ben vedere, tale scelta, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, fu una superba prova di coerenza da parte dell’Imperatore, tale conversione era indispensabile, infatti, affinché si potessero creare quei presupposti necessari per la sua beatificazione e santificazione. Perciò, Costantino il grande imperatore vissuto da pagano, morì ricevendo il battesimo per mano del vescovo Eusebio da Nicomedia (omonimo dell’altro Eusebio da Cesarea), in tal modo, Costantino diveniva uno dei padri fondatori della Chiesa Cattolica. Più tardi, in epoca carolingia, questa conversione porrà le basi per l’invenzione del tutto infondata della famosa donazione di Costantino. Ma questa, come vedremo, è un’altra storia.