Dal Sator all’Arca dell’Alleanza

“Un vero e proprio saggio, che merita di essere letto con attenzione, e che si pone di interpretare significati da sempre oggetto di indagini, studi, ricerche, ipotesi.

Buona Lettura” Enrico Galimberti, Direttore Acam.it

di Diego Baratono (liberfaber.com/it/diego-baratono/)

Pubblicazioni recenti hanno ripresentato un’interessante questione che è legata ad un enigma affascinante: che cosa si cela realmente dietro al cosiddetto “SATOR”, il famoso “Quadrato magico” di Pompei? Quale valore arcano si può nascondere in una scritta tanto singolare? Vale davvero la pena risolvere questo enigma, sempre che esso sia tale? È noto che sull’argomento simbolisti, occultisti, esoteristi, crittografisti e perfino enigmisti hanno scritto tutto e il contrario di tutto. In questa sede, sperando al contempo di dire qualcosa di più e non di troppo e di non far scaturire più dubbi che certezze, si cercherà di rispondere ai diversi interrogativi posti dalla vexata qaestio. Iniziamo dunque con un po’ di storia. Si sa che la misteriosa epigrafe dell’AREPO SATOR fu ritrovata per la prima volta, in forma frammentaria, nella casa attribuita a Paquio Proculo a Pompei nel 1925. Fu nuovamente rinvenuta nel 1936, sempre a Pompei, ma questa volta incisa su di una colonna presso la cosiddetta “Palestra Grande”. Qui, la struttura formulare della composizione risultava però completa:

ROTAS
OPERA
TENET
AREPO
SATOR

fonte foto http://www.lostrillone.tv/
fonte foto http://www.lostrillone.tv/

Questa è l’esatta sequenza delle parole. Si deve osservare come l’enigmatica scritta nell’originale sia graffita, in parte, con i caratteri dell’alfabeto latino epigrafico arcaico e si componga di cinque parole che sono palindrome, il che vuol dire che si possono leggere indifferentemente da destra verso sinistra e viceversa. Non solo. La formula rinvenuta nella Palestra Grande, essendo strutturata appunto in una forma che ricorda il quadrato, si può leggere anche dal basso verso l’alto e, ovviamente, nel senso inverso. Non c’è che dire, è piuttosto curioso. È piuttosto indicativo, del resto, il luogo del secondo ritrovamento, la Palestra Grande. La palestra romana è una struttura architettonica che integrava gli edifici termali cui era annessa, ed è paragonabile per funzioni ai nostri moderni impianti dedicati al fitness. Era un luogo pubblico all’epoca abitualmente, anzi, assiduamente frequentato da tutto il mondo romano. Ora, l’indicazione così com’è potrebbe non avere alcun valore, ma… e se qualcuno avesse scelto di collocare proprio in questo luogo la scritta con una ben precisa intenzione? In questa prospettiva, la collocazione del tetragono nell’ambiente delle terme non sembrerebbe affatto casuale. Ma ne riparleremo.

Pompei: un graffito e tanti misteri

La letteratura inerente al tetragono dell’AREPO SATOR, sia accademica, sia di confine, è ricca di particolari: si parte dalla descrizione dei vari luoghi di ritrovamento, per giungere al recondito significato che sarebbe contenuto nella scritta. Secondo la maggior parte degli studiosi, la formula era ampiamente diffusa all’interno dell’Impero Romano. Dalla Mesopotamia (a Dura Europos fu trovata in ben cinque occasioni) alla remota Britannia dove, nella contea del Gloucester, tornò alla luce negli scavi a Cirencester.[1] Poi dall’Egitto del quarto e quinto secolo dopo Cristo alla Cappadocia del nono secolo dopo Cristo, graffita su pitture rupestri. Si ritiene che nel Medio Evo la composizione sia stata usata con intento apotropaico, in esorcismi ed in altre pratiche magiche. Di fatto, l’epigrafe pompeiana s’intendeva come una sorta di protezione: si utilizzava cioè, per così dire, come uno “scudo protettivo” posto a difesa della persona che operava nel pericoloso settore della magia.

È comunque un fatto insolito e stimolante che “già” nel Medio Evo si faccia uso di tale sciarada ante litteram come formula protettiva. È sconcertante, in primo luogo, perché non vi sono indicazioni contrarie a stimare come la scritta sia stata tramandata anche oralmente dal momento della sua formulazione in poi, almeno con questo suo background di valenze semantiche. In seconda battuta, poi, si può affermare che la scritta sia conosciuta indipendentemente dagli scavi e dai ritrovamenti archeologici del nostro secolo.[2] Il fatto, inoltre, è indicativo della forte volontà impiegata per trasmettere l’iscrizione magica, manovra che, come sembra, in qualche maniera è riuscita perfettamente. La struttura a cinque parole, in ogni caso, non trova soluzione di continuità: è rimasta costantemente inalterata nel tempo. Che cosa si può dedurne? È maggiormente probabile che sia il presunto significato che si poteva attribuire all’enigma a adeguarsi, di volta in volta, al sistema culturale che attraversava, piuttosto che il suo vero ma oscuro contenuto. L’enigmatico graffito, in effetti, sembra essere riuscito a custodire gelosamente i suoi segreti. Fin qui tutto corre. La diatriba dei dotti sull’origine e sul significato dell’enigma campano è così sempre rimasta accesa. Le correnti di pensiero si separano in due diramazioni, a seconda che il motto si consideri un documento pertinente alla cristianità delle origini o, al contrario, che questo non si stimi attinente alla dottrina cristiana. Dei vari significati che si ritengono prossimi al paradigma cristiano, meritevole di riguardo è la:

“…interpretazione alla quale giunsero, nel 1925, due studiosi, il Grosser e l’Agrell…”.[3]

I due autorevoli esperti vi scorsero la prima documentazione della preghiera del “Pater Noster” in lingua latina:

“…Grande fu l’importanza della scoperta nella quale si vide la prova ormai certa della presenza dei Cristiani in Pompei…”.[4]

In parte, ciò potrebbe essere indicativo dell’affermarsi di un linguaggio più comune, maggiormente comprensibile dal popolo e quindi in grado di estendersi a grandi masse e di diffondere in modo capillare la conoscenza della nuova religione. Altra linea di pensiero, invece, per i sostenitori di una tesi opposta come il:

“…de Jerphanion che, partito dalle posizioni del Grosser e dell’Agrell, si allontana poi da essi per accettare quella del Cumont…”.[5]

Può essere. Torniamo però alla storia.

Gli ingredienti per risolvere l’enigma

Orbene, il periodo storico interessato è in effetti l’ottavo decennio dopo Cristo. Propriamente si è nel primo secolo della venuta di Gesù, il Cristo Salvatore. Sono già trascorsi diversi anni dalla crocifissione del Messia: la tragedia che si è consumata, in ogni caso, è ancora fresca nella memoria israelitica. Il periodo è segnato, oltre tutto, da altri due eventi che si avvicendano a breve distanza di tempo e che sono tristemente famosi. Si inizia infatti con la prima guerra giudaica, che porta nell’anno 70 circa alla brutale distruzione di Gerusalemme e che terminerà, definitivamente, con la presa di Masada avvenuta nell’anno 74. Si finisce quindi con la catastrofica eruzione del Vesuvio del 24 Agosto dell’anno 79, di cui ben si conoscono le conseguenze per Pompei, Ercolano e Stabia.

L’evento sembra apporre un sigillo di morte e distruzione ad un secolo che è già particolarmente tormentato. È vero che i luoghi e le circostanze, Gerusalemme e le guerre giudaiche da un lato, Pompei e l’eruzione del Vesuvio dall’altra, potrebbero apparire inesorabilmente lontani. Si deve ricordare però che la liason esiste eccome: è Roma. È il suo impero. Roma, sia attraverso l’egemonico controllo territoriale, sia con la sua politica conquistatrice sembra in realtà influenzare, anche se in modo inconsapevole, il clima storico di questo periodo inquieto. Il paesaggio sociale vede un ceto dominante che è di certo pagano e che è ancora legato, profondamente, alle proprie divinità ed ai suoi antichi culti originari. I tempi ed i luoghi, insomma, non sono ancora maturi per l’assimilazione della troppo nuova, ed a tratti sconvolgente confessione religiosa. Il Cristianesimo, tuttavia, trovò terreno fertile proprio nei territori conquistati dall’Impero Romano. Sono ben noti i sistemi repressivi adottati dai diversi imperatori succedutisi al potere, nel tentativo di arginare il fenomeno cristianesimo.

Un’ipotesi

Detto questo, è naturale lanciare un quesito: come si può collocare il tetragramma campano in questo quadro? Secondo queste poche osservazioni, si può formulare un’ipotesi per tentare di disegnare una prima plausibile motivazione che giustifichi l’esistenza del tetragono magico, del perché un tal enigma sia stato ideato. È ammissibile che i primi cristiani, per non essere scoperti ed identificati, abbiano codificato un messaggio mirato, rendendone accessibile la comprensione solo ai veri credenti in Cristo. Per qualche motivo, il messaggio è comprensibile solo da quei pochi cripto-cristiani che, in questo travagliato momento storico, sono sottoposti ad una feroce e tragica repressione. Tale dettaglio sembrerebbe però in esplicita contraddizione con un certo aspetto della questione AREPO SATOR. Ora, se è vero che l’enigma appartiene a degli adepti che professano una religione ancora segreta, perché allora questa scritta fu graffita in un luogo che era ampiamente frequentato dai nemici pagani? Era una provocazione in aperta sfida alla legge o forse era qualche cosa di più, anzi, di diverso? Sembra una questione di poco conto, ma non è così. Vediamo dunque il perché. Dichiararsi cristiani, far parte di una setta che si stima sia contro il potere di Roma, in questo momento non è molto salutare. Visto il paesaggio storico nel quale si agitano le nascenti comunità cristiane, la scritta si potrebbe considerare un’esortazione, se si vuole, il “VIVA VERDI” carbonaro dei primi cripto-cristiani.[6] In fin dei conti, anche il più noto simbolo del pesce eucaristico, o ICHTHYS,[7] era un motto cristiano rivoluzionario. Del resto l’AREPO SATOR potrebbe avere caratteristiche analoghe. Il che può anche essere. Senza dimenticare quanto si è detto, è anche possibile, tuttavia, fornire un’altra versione più sottile e forse più vicina alla realtà dei fatti.

Una soluzione sostenibile

jerusalemLe guerre giudaiche portarono all’inevitabile diaspora le genti israelitiche coinvolte. Su questo non vi è dubbio. Forse è in questo momento di notevoli tensioni, di smembramento di intere comunità, cristiane e non, che si ritenne utile criptare un messaggio segreto importante. Il messaggio non era solo di carattere teologico, giacché, molto probabilmente conteneva anche un’indicazione che non si doveva perdere. Salvaguardare una memoria storica, questo era l’importante. È chiaro che allora la testimonianza dovesse essere comprensibile, come del resto il codice che ne consentiva l’accesso, solo a quanti appartenevano ad una ristretta cerchia culturale.

Di più. Date le circostanze ed il periodo, si può pensare come la divulgazione della chiave per decifrare il tetragono, necessariamente, dovesse essere limitata ad un numero ristretto di persone, anche all’interno delle stesse comunità israelitiche. Vista l’estrema cautela utilizzata si può presumere quanto il vero contenuto da trasmettere fosse importante. L’assunto da trasmettere era di una tale portata che si cercò dunque di mimetizzarne l’essenza in forma sapiente: si sintetizzò il tutto in un’artefatta scritta palindroma, in un rebus. Si può assicurare che questo è degno dei migliori trattati d’enigmistica. Il quadrato o meglio, il tetragono magico è composto, infatti, in modo da leggersi tanto in senso orizzontale come in verticale, sia da destra verso sinistra, sia da sinistra verso destra, dal basso verso l’alto e viceversa. Sdrammatizzato in questo modo, il graffito sarebbe stato recepito dalla società pagana dominante, estranea sia alla nuova idea religiosa del cristianesimo e forse ancora più distante dalla cultura israelitica, come un banale ed innocuo gioco linguistico. Probabilmente, questo era l’unico mezzo che s’era giudicato efficace per trasmettere un’indicazione in modo mirato, senza la paura d’essere identificati o scambiati per ciò che non s’era. Si potevano distinguere i cristiani dagli ebrei in quella contingenza storica? Se sì, come? Difficile dirlo. Soprattutto, in un periodo di pesante repressione religiosa, questo era forse l’unico espediente utilizzabile per impedire che un’informazione potenzialmente esplosiva finisse nelle mani sbagliate…

La “palestra grande”: una scelta forzata?

Tentiamo ora di far luce su di un dettaglio che forse è insignificante, ma che certamente incuriosisce. Riformuliamo il quesito che si è già posto in precedenza: perché, chi incise la scritta, sebbene testimone di una corrente religiosa ritenuta fuorilegge e mantenuta segreta, decise deliberatamente di utilizzare la Palestra Grande per lanciare un simile messaggio? Vista la precaria e tumultuosa cornice storica, tutto lascia supporre che questo sia un accorgimento per ritrovare, nel marasma, chi deteneva il codice utile alla decifrazione del rebus. Solo un luogo molto frequentato avrebbe consentito l’afflusso ad un gran numero di persone. Tra queste ci sarebbe stato, alla fine, qualcuno in grado di decifrare e quindi di comprendere l’effettivo contenuto dell’enigmatico tetragono. È un’idea plausibile. Riassumendo: l’AREPO SATOR è un raffinato criptogramma che appartiene verosimilmente alla prima corrente del cristianesimo che, almeno in parte, è una dottrina legata in qualche modo con duplice filo alla cultura ebraica, maturata per cause di forza maggiore in ambiente romano. Si è tentato diverse volte di decifrare, anche alla lettera, l’AREPO SATOR. I risultati non sempre sono stati incoraggianti.

La difficoltà maggiore con la quale ci si deve confrontare rimane il termine AREPO. Per quanto si conosce, non si trova traccia del vocabolo in nessuna terminologia biblica. Del resto, il termine non sembra appartenere al lessico di alcuna lingua antica nota. Secondo alcuni studiosi potrebbe trattarsi di una crasi, di una parola ottenuta mediante la fusione di due o più vocaboli. È una teoria, questa, che merita particolare attenzione…

Ad ogni modo, l’unica informazione certa è la datazione del raffinato tetragono magico pompeiano. Mancando altri dati di riscontro, è possibile ritenere che il tragico anno del 79 d. C. sia il terminus ante quem della sua prima ideazione. Il motivo è molto semplice: Pompei fu cancellata, anzi, cristallizzata dall’eruzione del Vesuvio proprio in quell’anno. Dal tragico evento fino l’anno 1750, della colonia romana e del misterioso rebus non rimase che il drammatico ricordo. Secondo queste indicazioni, è più che attendibile ritenere che l’AREPO SATOR effettivamente sia stato composto e tracciato nel primo secolo dopo Cristo. Questa indicazione è probabilmente la chiave di volta per decifrare l’enigmatico tetragono magico.

Un segreto da custodire

È noto che in enigmi di questo genere, e di esempi ne esistono diversi, generalmente sono contenuti messaggi legati all’orizzonte religioso.

È verosimile quindi ritenere che se anche dalla decrittazione che si vedrà fra breve gemmeranno riferimenti di questo tenore, almeno in parte, sarà attestata la validità della decrittazione stessa. Certo è che l’AREPO SATOR, secondo la risoluzione di chi scrive e come si vedrà più oltre, contiene un’informazione di tale portata che rende comprensibile la motivazione essenziale che spinse qualcuno, duemila anni fa, ad inventarsi un metodo sicuro per evitare che il messaggio cadesse nelle mani sbagliate:

“…Durante l’impero, i cristiani dovettero cercare di sottrarsi ai colpi dei loro persecutori… nel 64 furono messi fuori legge e il solo nome di cristiano valeva una condanna a morte. In questo secolo, si comportavano da cripto-cristiani, nascondendo le verità essenziali della loro fede in criptogrammi, che neppure la sagacità degli eruditi riusciva talvolta a decifrare…”.[8]

Orbene, nel tetragono magico pompeiano si dovrebbe celare, sempre che la decrittazione sia corretta, l’esatta ubicazione di un oggetto d’enorme importanza storica, culturale, sociale, spirituale…

L’oggetto in questione, straordinario, potrebbe essere quello che è comunemente noto come “Arca dell’Alleanza”…

arca-alleanzaA questo punto è necessario spendere due parole per inquadrare l’argomento. Non si conosce infatti la sorte che toccò all’arca, a questo straordinario contenitore ed al suo importante contenuto, com’è noto. Dopo la distruzione del Tempio salomonico per opera del monarca assiro-babilonese Nabucodonosor II, dell’Arca dell’Alleanza si sono perse le tracce. Studi recenti sull’argomento, comunque, farebbero presumere che il luogo dove si celerebbe l’Arca sia da ritenere forse l’Etiopia. Forse. Dalla decrittazione invece, come vedremo, affiora un’informazione diversa: il mitico “contenitore di sapienza” sarebbe stato collocato o fatto collocare (secondo la tradizione dal profeta Geremia) anziché in Etiopia, in Egitto. È noto come i rapporti tra il popolo ebraico e le popolazioni nilotiche non sempre sono stati tesi quanto, si dice, all’epoca di Mosè. C’è di che pensare. Sia come sia, dalla decrittazione emerge, sorprendentemente, che il probabile luogo usato come nascondiglio per l’Arca è situato ai piedi delle piramidi. L’indicazione sembra generica poiché di piramidi in Egitto ne esistono, censite, almeno un centinaio. L’informazione, tuttavia, essendo ben circostanziata suona precisa, anche perché l’enigmatico tetragono è da leggersi almeno su due livelli paralleli. E i due significati che si possono disegnare s’integrano a vicenda. Vediamoli nel dettaglio. Un primo livello, il più immediato, è rappresentato dalla traslitterazione letterale del testo. Offre un’istruzione interessante per le diverse implicazioni che si possono configurare. L’informazione più importante, comunque, concerne il modo geometrico da utilizzare per identificare esattamente il luogo dove il prezioso oggetto in questione è stato sistemato. Per comprendere in maniera corretta tale indicazione, è necessario soffermarsi sul termine ROTAS, le RUOTE. Il vocabolo non è mai stato valutato secondo il taglio che si cercherà di mettere in luce poiché fino ad ora, molto probabilmente, non era comprensibile la simbologia che risolve il termine. Vediamo, dunque.

Le ruote divine

La traduzione letterale del tetragramma possiede un significato ben preciso, anche se finora sembra essere sfuggito:

“Le ruote (ROTAS): (così) il Creatore (SATOR) difende (TENET) l’opera[9] (OPERA)”.

A questo livello, rimane ancora oscuro l’elusivo termine AREPO ed è altrettanto sfuggente il significato di “ruote”. Cosa si è voluto effettivamente intendere con questa parola? Che cosa sono queste ruote che difendono che cosa? Per la cultura ebraica, il simbolo della stella a sei punte, l’Esagramma, è lo “Scudo di Davide”, il “Magen – Dawid”.[10] È abbastanza chiara la convergenza simbolica che si può configurare. Lo scudo in pratica è uno strumento che serve per proteggere, anzi difendere. Poiché la funzione principale dell’Esagramma è di difendere, la conseguente deduzione è semplice ed immediata. Anzi, è concettualmente economica. È plausibile intendere che le ruote indicate dall’AREPO SATOR campano siano allora assimilabili alla stessa figura geometrica utilizzata per rappresentare lo scudo davidico, l’Esagramma appunto, ovvero una sua stilizzazione? Vediamo. Proviamo pertanto a convertire graficamente le immagini evocate dalle fatidiche “Ruote del Creatore” per comprendere che cosa si voglia intendere.

Armati di un semplice compasso, tracciamo una circonferenza. Fissiamo su questa i sei punti che di solito si utilizzano per costruire geometricamente un esagono. Uniamo ora i punti opposti a due a due. Si ottiene di conseguenza, con poche incertezze, una rappresentazione stilizzata di una ruota con sei raggi.

sator

In ultima analisi le ruote dell’AREPO SATOR, non sarebbero altro che un’espressione per definire simbolicamente la figura geometrica dell’Esagramma delineata nei suoi tratti essenziali…

Il secondo grado d’interpretazione che si può mettere in luce decifrando il tetragono magico, per intenderci il messaggio che sembra contenere, consente di stabilire tanto il luogo quanto ciò che tali ruote difendono di così prezioso. Si è anticipato, che proprio la mitica “Arca” sembra essere l’oggetto che si deve difendere.

L’Egitto è il luogo.

La possibile soluzione

Arriviamo alla decrittazione vera e propria. Ho ritenuto attendibile la datazione che solitamente è attribuita al tetragono. Ho ritenuto, nondimeno, che per redigere in questa forma criptica l’enigma, si fosse utilizzato in gran misura un linguaggio definibile popolare, non colto. È noto, infatti, che:

“…Pompei non è una città soltanto sannita: nella sua accozzaglia etnica, il colore greco resta in forte risalto e Roma si è trovata in presenza di un bilinguismo osco-greco… Probabilmente i pompeiani non parlano un latino ciceroniano, ma un latino vivo che si impara nel corso della sua evoluzione e che si sarebbe tentati di chiamare barbaro…”.[11]

La chiave per la decodificazione è in parte da ricercarsi in questi domini. Si è ricordato come il periodo in cui la scritta è tracciata si colloca nel primo secolo dopo Cristo. L’indicazione è corretta ma solo nella sostanza, non nella forma. È stato decisivo, infatti, comprendere come chi ideò tale sciarada non lo fece nel primo secolo “dopo” Cristo, bensì nel primo secolo “di” Cristo.[12] Tradotto in latino, questo concetto suona grosso modo: Primo Saeculo Christi Domini. Non è tuttavia ancora la forma corretta anche se già di per sé è molto indicativa. La sottile mente autrice dell’enigma, infatti, ha inserito un’altra particolarità che è altrettanto sottile. Per indicare l’aggettivo numerale ordinale “primo” della frase in questione, si possono utilizzare i più semplici numeri. Essendo in epoca romana, i numeri sono ovviamente le classiche cifre romane.[13] L’aggettivo numerale “primo” di cui si discute, trascritto con la corrispondente grafia numerica si può assumere, nondimeno, come una vocale.

La vocale è la “i” maiuscola: I. Immediatamente, si delinea la configurazione completa del codice che consente di decifrare il criptico graffito: I – Saeculo Christi Domini. Le quattro lettere iniziali individuate sarebbero dunque il codice decodificatore da inserire nel tetragono magico di Pompei. Rimane ancora un problema da risolvere: capire dove collocare tali lettere e perché. Dopo vari tentativi che non hanno dato alcun esito, l’insperata soluzione è giunta tramite un colpo d’intuito tipicamente femminile. Per Patrizia, infatti, la mia preziosissima e paziente compagna, è stata sufficiente un’occhiata per farmi comprendere come fosse necessario “ruotare” il tutto, invertendo l’ordine delle vocali e delle consonanti (si ottiene in tal modo: “a, IE, o, u” per le vocali e “p, q, SR, t”, per le consonanti). E ciò è in effetti ovvio, giacché è scritto: ROTAS. Ruotando quindi in modo logico le vocali e le consonanti del tetragono, diventa chiaro che alla vocale E si deve sostituire la I, così per la S, che si deve incastonare al posto della R. È stato maggiormente difficile, comprendere perché si deve convertire la in e la in T.

Sono necessarie alcune considerazioni in merito.

L’interpolazione di tali lettere in qualche modo diventa logica se si guarda al significato teologico sotteso dai termini Christus, il “Figlio”, che compone la frase da cui si è partiti, e SATOR, il “Padre”, che compare nell’enigma. Sono due termini che, per dir così, sono intercambiabili giacché adombrano, sinteticamente, l’idea di consustanzialità del Padre e del Figlio. Il termine DIO poi, dovrebbe corrispondere alla parola greca THEOS, ma con una particolarità, tanto per non essere monocordi. Nella lingua latina classica, per quanto conosciuto, non esisteva un vocabolo adeguato per risolvere il concetto di “unica divinità”. Dovrebbe essere facilmente comprensibile anche il motivo: almeno per il mondo romano non esisteva un unico Dio da celebrare, giacché esistevano molteplici divinità, gli Dei. In tal senso, è particolarmente suggestivo il fatto che ancora nel II secolo dopo Cristo, Tertulliano utilizzi il termine “Dee” per indicare il DIO della giovane religione giudaica. L’eminente filosofo cristiano cercava in tal modo una voce per distinguere nettamente il “suo” DIO, unica entità suprema, dalle molteplici figure divine del pantheon pagano. È più che probabile quindi, che il termine DIO che compare nella decrittazione, sia una forma che all’epoca era ancora segreta per indicare l’esistenza di una sola figura divina, che è utilizzata in un ristretto ambito della cultura israelitica, e non già un errore di decodificazione.[14] Particolarità nella particolarità: non tutte le lettere R e S si devono sostituire nel tetragono. Sono da modificare solo le R e le S che sono collocate ai quattro angoli esterni della scritta, le lettere R e S che sono contrapposte fra loro. È interessante osservare, che se idealmente si uniscono le due S e le due R, si formano in maniera virtuale due linee incrociate che si sovrappongono alla parola TENET verticale. Si può allora affermare, con poche incertezze, come il tracciato richiami il monogramma di Cristo (il cosiddetto “Chrismon”), riprodotto qui sotto.

Dopo aver eseguito le operazioni che si sono indicate, le parole del criptogramma si trasformano in altri cinque termini. Letti in sequenza partendo dall’alto sono:

SODAC
OPIRA
DINID
ARIPO
CADOS

Può sembrare strano ma la soluzione è proprio tutta qui. Leggendo la scritta dal basso a sinistra ed in senso antiorario compare, infatti, la frase:

     SODAC
O PIRA (3)
(2) DI NIDI
(1) AR    PO (4)
CA    DOS

Vale a dire: ARCA DIO PIRANIDI PODOS… Compare il termine PIRANIDI anziché PIRAMIDI come si è detto. Perché? Semplice.
Qui, infatti, è sufficiente una banale constatazione. La lettera N è posta esattamente nel mezzo della composizione originaria. In latino, “in mezzo” è traducibile con Medio, sicché la N centrale può essere sostituita con la M, che è l’iniziale corretta del termine tradotto. Il sorprendente risultato finale è pertanto:

ARCA DIO PIRAMIDI PODOS

arca-egittoI primi tre termini sono fin troppo chiari. Il quarto, PODOS, appare evidentemente riferibile alla parola latina PEDES, piedi, che nell’idioma romano-ellenistico dominante si trasforma appunto nell’equivalente PODOS (ancor oggi usiamo in italiano il termine “podologo” di derivazione greca per indicare un medico specializzato nella cura degli arti umani inferiori, infatti).
Di conseguenza non penso che a questo punto servano traduzioni od esegesi particolari per comprenderne il senso finale: l’Arca di Dio si trova ai piedi delle Piramidi. Dove esattamente è poi un altro discorso.

Curiosamente il noto regista Steven Spielberg, nel suo famoso film “I Predatori dell’Arca Perduta”, fa in qualche modo rinvenire ad Indiana Jones l’Arca dell’Alleanza ricercata anche dai Nazisti proprio in Egitto. Questa però è ben altra storia…

Resta ancora da discutere il termine SODAC.

È chiaro che anche in questo frangente si debba, per così dire, “ruotare” qualcosa. Si ottiene così una vera e propria firma, nel momento in cui si “ruotano” al suo interno le due vocali: SADOC. E che cosa significa questo termine? Tale vocabolo è il termine con cui gli Esseni indicavano una stirpe sacerdotale: i “Maestri di Giustizia”, appunto i “Zadok” o “Sadoc”. Soprattutto SADOC il “GIUSTO” (si pensi altresì al ben noto “Maestro di Giustizia” degli Esseni menzionato nei Rotoli del Mar Morto) è il sinonimo di GESÙ com’è confermato negli Atti degli Apostoli.[15] I riscontri per giudicare quanto è corretta la decrittazione, non mancano di certo e soprattutto si rispettano quelle condizioni particolarmente restrittive che, secondo gli studiosi, hanno enigmi del genere. È chiaro che così risolto, l’AREPO SATOR tratta effettivamente un argomento che è concernente la religione. Su questo non vi è alcun dubbio. Ora, è chiaro che gli eventuali errori grammaticali come compaiono nella scritta risolta secondo lo schema che si è prospettato, possono essere considerati sinonimo d’autenticità della stessa anziché, come qualcuno ha obiettato, essere forzature infondate ed incomprensibili.

Si potrebbe ritenere come molto probabile, infatti, che chi ha ideato questa raffinata sciarada potrebbe non aver avuto origini e cultura latine. Pur con le dovute cautele, è possibile che la decrittazione offerta sia effettivamente la chiave di lettura per comprendere il sorprendente rebus: si è già detto quanto sia improbabile ottenere così tante corrispondenze in maniera così casuale.[16] Si può concludere riflettendo sull’intenzione di chi compose il tetragono palindromo. Il proposito era di tramandare un formidabile segreto che doveva rimanere tale, per tutti coloro che consideravano il “primo secolo di Cristo Signore” un periodo senza alcuna valenza particolare, ma che per il mondo giudaicocristiano, con la distruzione di Gerusalemme, la diaspora e le persecuzioni fu traumaticamente epocale. Il messaggio potrebbe essere dunque un segreto per certi aspetti pieno anche di rassicurante speranza pur nello sconforto giustificato dalla fine di Israele, dalla profanazione e distruzione del Tempio, dall’esilio per gli Ebrei e dalla caccia ai Cristiani. Propriamente letto starebbe quindi a significare, concettualmente: servi del Signore resistete! Pur nel momento peggiore del popolo di Dio, quello della distruzione del tempio, dell’esilio e della persecuzione, ricordatevi dell’Arca, simbolo sacro antico e moderno dell’alleanza fra l’altissimo e gli uomini, è in ogni caso salva e al sicuro in terra d’Egitto, nonostante l’oppressione di Roma. Una parola di speranza, dunque, rivolta ad un riscatto futuro ad opera del Messia (Gesù Cristo per i Cristiani, il futuro Messia Trionfante per gli Ebrei). Sia come sia, oggi è indubbiamente arrivato il momento di rivalutare l’enigma millenario del SATOR, di studiare le tracce che da esso ci portano ad una importante tradizione cristiana delle origini, quindi ancora tipicamente ebraica, segreta creduta persa.

DiegoBaratono©1999-2014, concesso ad Acam.it dall’Autore stesso.

Vietata la Riproduzione.

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NOTE:

[1] Archeological Journal, LVI 1899, p. 3-20.

[2] Si deve ricordare che della Pompei archeologica s’inizia a parlarne dalla metà del XVIII secolo in avanti.
[3] Gli ebrei a Pompei, di Carlo Giordano-Isidoro Kahn, Napoli, 1979, p. 78-79.

[4] Giordano-Kahn, op. cit., p. 79.

[5] Giordano-Khan, op. cit., p. 80.

[6] VIVA VERDI era il motto risorgimentale carbonaro da intendersi Viva Vittorio Emanuele RDItalia.

[7] Secondo gli studiosi, l’acrostico ICHTHYS si compone delle parole greche Iesous Christos TheouHYos Soter che grosso modo significa: Gesù figlio di Dio il Salvatore.

[8] La vita quotidiana a Pompei, Robert Etienne, Milano, 1988, p. 190.

[9] Il termine “Opera”, qui è da intendersi come il risultato di un’attività pratica, dunque come un oggetto fisico.

[10] La trattazione di quest’argomento, ovvero della figura geometrica composita dell’Esagramma da parte di chi scrive, si può trovare nel testo “Le Abbazie ed il segreto delle Piramidi. L’Esagramma, ovvero le straordinarie geometrie dell’Acqua”, Genova, 2004.

[11] Robert Etienne, op. cit., p. 281 e seguenti.

[12] I termini “prima” e “dopo” Cristo, in effetti, sono modi di dire convenzionalmente “moderni”.

[13] I per primo, II per secondo, III per terzo e così via.

[14] In merito alla questione del termine “Dio” che compare nella decrittazione proposta è da specificare che con ogni probabilità il termine era noto soltanto a pochi adepti, ma sicuramente nel periodo in cui compare la scritta dell’“Arepo Sator” si cercava di diffonderne la conoscenza. Del resto scavi archeologici recenti ne hanno dimostrato l’utilizzo proprio in contesti paleocristiani: “… La chiesa più antica. A poche centinaia di metri dalla collina di Tel Megiddo, Tepper ha scoperto nel 2005 i resti di quella che è probabilmente la chiesa cristiana più antica in Terrasanta. Risalgono al III secolo, si trovano all’interno del recinto del locale carcere militare. Includono un mosaico di 54 metri quadrati, con un’iscrizione in greco che consacra l’edificio «al Dio Gesù Cristo», tra figure geometriche e immagini del pesce, antichissimo simbolo cristiano. Un’altra iscrizione parla di un ufficiale romano, Gaiano, che ha pagato di tasca propria il mosaico. Secondo un ex curatore del sito, Joe Zias, «potrebbe trattarsi di un edificio romano trasformato più tardi in una chiesa»…” (da: http://www.artemagazine.it/archeologia/13208/megiddo-israele-qui-era-la-legione-romana/).

“…Oltre la strada che passa da Megiddo nel novembre 2005, durante gli scavi eseguiti per l’ampliamento di un carcere, è stata fatta una sorprendente scoperta: un pavimento in mosaico dove sono riportate tre iscrizioni in greco, in cui si onora una donna di nome Akeptos, “timorata di Dio, che partecipò alla tavola di Dio e alla memoria di Gesù Cristo” Gli archeologi affermano che le iscrizioni citano una tavola, non un altare, poiché all’epoca dei primi cristiani l’Eucaristia avveniva attorno ad un tavolo. Questa particolarità rende l’edificio unico nel mondo cristiano…” (da: http://www.goisrael.it/Tourism_Ita/Tourist%20Information/Christian%20Themes/Details/Pagine/Megiddo%20chr.aspx).

[15] Discorso di Stefano, 7-52.

[16] È ben difficile credere che inserendo quattro lettere prese a caso si riesca ad ottenere una soluzione sensata per l’enigma. Sono troppe, infatti, le possibilità combinatorie possibili che si dovrebbero esaminare, poche quelle con un senso compiuto soprattutto se considerato afferente al contesto corretto, l’orizzonte della religione in questo caso.