ACAM
Darwin
e l’evoluzione della specie: alcune problematiche
di
Antonio Mattera
Immagine:
un’immagine di Charles Darwin
Chi
nel secolo scorso fornì una prima rilettura della storia evolutiva dell’uomo,
rispetto i normali canoni classici, imposti dalla teologia, fù sicuramente
Charles Darwin.
Fino
al XIX secolo gli uomini non s’interessarono molto alla loro
"preistoria". Solo pochi scienziati erano convinti dell’esistenza
dell’uomo preistorico.
E
ciò nonostante i numerosi ritrovamenti di fossili umani e di selci scheggiate
in varie zone d’Europa, ma soprattutto nella valle di Neander (presso Düsseldorf,
Germania), dove nel 1856 si rinvenne un cranio dalla forma inconsueta e alcune
ossa umane, cui fu poi attribuito il nome di "uomo di Neandertal".
Nel
1859 Charles G. Darwin, celebre naturalista inglese, pubblicava L’origine
delle specie per selezione naturale dove esponeva la sua teoria
sull’evoluzione: le specie si trasformano progressivamente, soprattutto per
adattarsi ai cambiamenti del loro ambiente naturale ed evitare così il rischio
d’estinzione. Ma la scottante questione dell’origine animale dell’uomo non
veniva affrontata.
Nel
1871, in un’altra opera, L’origine dell’uomo e la selezione sessuale,
Darwin indicava l’Africa quale culla dell’umanità.
Darwin,
con il suo libro, nel 1859, “L’origine della specie”, pose le basi per
affrancare dalla natura divina la nascita di tutte le creature viventi,
proponendo una tesi più “casuale”, composta dall’intervento di mutevoli
condizioni climatiche, di habitat e di relativi bisogni crescenti, che avrebbero
condizionato le specie viventi capaci di mutare insieme a questi elementi e
quindi di vincere la lotta per la sopravvivenza. Da questo punto a considerare
la scimmia come antico progenitore dell’uomo il passo è alquanto breve e
sicuramente molto logico e rassicurante.
Naturalmente
Darwin e la sua teoria, subito appoggiata dagli scienziati, dovettero, nelle
varie sedi di dibattito, subire più di una confutazione e persino scherni da
parte dei teologi, religiosi e non: il vescovo Wilberforce, ad un evoluzionista
convinto, rispose chiedendogli se la sua parentela con le scimmie era per lato
materno o paterno!!
Ma,
nonostante ciò, la teoria darwiniana, in poco più di una decina d’anni,
prese il sopravvento, e venne considerata, dagli studiosi ortodossi e non, dogma
infallibile, alla stregua della teoria galileana che vede la Terra orbitante
intorno al Sole.
Dopotutto,
la teoria di Darwin rispondeva esattamente alla visione che aveva l’uomo di se
stesso, in quel particolare periodo dell’epoca vittoriana: dominatore
incontrastato del mondo ed essere superiore a tutti gli altri.
Darwin
sosteneva che le specie fossero state capaci, nel corso dei millenni, di
evolversi attraverso un numero infinito di forme intermedie, instaurando uno
stretto rapporto con l’ambiente circostante e le problematiche ad esso
connesso.
Naturalmente
lo stesso Darwin si rendeva conto che tali impercettibili e continui cambiamenti
avrebbero dovuto dar luogo, nel corso dei secoli a divenire, anche al
ritrovamento di numerosi fossili che stessero a dimostrare l’effettivo
avverarsi di tali mutamenti. Un esempio per tutti: se il collo lungo della
giraffa è dovuto ad un’evoluzione della specie atta a procacciarsi cibo posto
sempre più in alto, sarebbe logico presupporre di trovare anche fossili che
stessero a dimostrare questi stadi intermedi del passaggio fra un collo di
lunghezza normale ed un collo spropositato, com’è riscontrabile oggi nelle
comuni giraffe.
E
invece niente di questo è mai accaduto.
Darwin,
ben lungi da essere, come molti altri studiosi e sostenitori di varie teorie,
intransigente oltre ogni umana dimostrazione di caparbietà, era ben conscio
dell’effettiva imperfezione delle tracce paleontologiche e, anzi, più di una
volta, nei suoi studi, si augurò l’effettivo ritrovamento di questi fossili
“intermedi”.
Comunque,
di là dai dubbi dello stesso Darwin, le sue teorie furono subite accettate
dalla comunità scientifica, che in breve tempo riscrisse tutta la cronologia
dell’evoluzione umana.
In
brevi cenni, lasciando l’approfondimento di tali temi ad altre pubblicazioni,
la scienza odierna fa risalire la comparsa dei primi ominidi a circa quattro
milioni d’anni fa, in Africa centrale, dove una specie di primati, abituati
sino ad allora ad abitare fra alberi e foresta, avrebbe sentito, in un non
meglio precisato momento storico della loro esistenza, il bisogno di lasciare il
confortevole e, per certi versi, molto più sicuro ambiente della foresta, per
addentrarsi nella savana; la necessità di guardare oltre le erbe alte della
savana e di rifuggire dai predatori avrebbe innescato il processo evolutivo che
portò questi primi ominidi a passare dalla naturale andatura a quattro zampe
all’andatura eretta, andandosi a perfezionare sempre più sino ad arrivare
alla nostra attuale condizione. Dall’Africa l’uomo si sarebbe poi espanso in
tutta l’area europea e asiatica.
Lo
scienziato tedesco Ernst Haeckel riteneva, invece, che le grandi scimmie del
Sud-est asiatico (il gibbone e l’orango) fossero assai più vicine all’uomo
delle grandi scimmie africane. Con sua gran soddisfazione, un giovane medico
olandese, Eugène Dubois, suo appassionato lettore, scoprì a Giava nel 1891 dei
resti d’uomini fossili che battezzò "pitecantropi"
(uomini-scimmie).
Altre
scoperte eccezionali furono fatte dopo la prima guerra mondiale: dapprima
vennero riportati alla luce nei pressi di Pechino i famosi resti di sinantropi,
i cui denti, detti “denti del drago”, venivano venduti com’elementi di
medicina alternativa, seguiti dalla scoperta del primo esemplare africano, un
cranio d’australopiteco la cui descrizione fu pubblicata a Londra il 7
febbraio 1925 sulla rivista Nature. Queste scoperte segnano l’inizio di una
straordinaria vicenda paleontologica, di cui l’Africa sarà il terreno
privilegiato.
Il
ritrovamento, nel 1974, del famoso ominide, cui venne assegnato il nome di Lucy,
risalente a circa 3,5 milioni d’anni fa, è stato accolto dalla scienza come
la prova dell’esistenza del cosiddetto anello di congiunzione fra un essere
avente caratteristiche fisiche prettamente relative ad un habitat arboricolo e
il primo elemento evoluzionistico che avrebbe portato alla nostra specie.
Nel
corso di una spedizione internazionale diretta da Yves Coppens, Donald Johanson
e Maurice Taieb, furono scoperti a Hadar (Etiopia) cinquantadue frammenti ossei,
corrispondenti al 40% dello scheletro di un antenato dell’uomo. L’Australopithecus
afarensis, denominato Lucy (da una canzone dei Beatles), è il più completo
degli australopitechi finora conosciuti.
Gli
Etiopi l’hanno chiamata "Denkenesh" ("Sei magnifica").
Lucy
era ancora molto piccola: la sua statura non superava il metro e 10 cm
(all’incirca quella di un bambino di sei anni), e non pesava più di una
trentina di chilogrammi. Anche il volume del cervello è modesto: con i suoi 340
cm³ è paragonabile a quello di uno scimpanzé adulto di piccola mole. Da uno
studio delle ossa del suo scheletro risulta che Lucy camminava in posizione
eretta e poteva ancora arrampicarsi sugli alberi.Di fatto, Lucy ha ben poco
d’umano.
Nonostante
ciò, ritrovamenti fossili danno l’impressione che non solo in Africa, ma
anche in varie parti del mondo, siano esistiti ceppi umani non solo dalle
caratteristiche fisiche già molto più evolute della cara Lucy, ma,
addirittura, con capacità manufattiere, data la gran mole di strumenti in
pietra, mortai con pestelli, armi in selce, ritrovati in loco. Soprattutto pare
che queste specie umane siano molto più remote della stessa Lucy. Infatti,
Elwyn Simons nel 1965 ha scoperto in Egitto il cranio
quasi intatto di un primate considerato l’antenato comune di uomini e scimmie,
risalente a circa 30 milioni di anni. Com’è
possibile tutto questo?

Immagine:
Elwyn Simons ed il suo cranio di primate.
La
scienza ufficiale, per affrontare tale tematica, adotta una linea
sostanzialmente fondata su questi elementi: a) sistematica non considerazione di
tutti quegli elementi, fossili di ossa e strumenti, che non rientrano nei
canoni; b) ampio discredito di tali ritrovamenti confutandone la veridicità o
assegnandoli ad un errato periodo storico; c) speranza di ritrovare i cosiddetti
“anelli di congiunzione” che vadano a colmare i vuoti storici e possano
annullare le indicazioni di questi “strani fossili”.
Sempre
la stessa scienza non ammise, inizialmente, che in Europa, Asia ed America,
questi ceppi pre-umani siano potuto esistere indipendentemente dalle origine
presunte africane, ed in periodi di molto anteriori alle datazioni storiche.
Eppure
quei fossili sono lì a muta testimonianza di come l’uomo abbia le sue
origini, non solo molto più anticamente, ma anche in diverse parti del globo,
in tempi più o meno simili.
Come
spiegare questa similitudine temporale?
Se
la scienza accettasse l’esistenza di tali fossili in tutto il mondo
sicuramente ridurrebbe il tutto alla famosa teoria della “coincidenza storico
culturale”, teoria che, secondo gli studiosi, basta a spiegare come mai, in
varie parti del mondo, circa 11000 anni fa, pare svilupparsi, all’unisono,
l’agricoltura; come mai in varie parti del mondo nascono culture con eguali
conoscenze architetturali ed astronomiche, pur non avendo possibilità di
contatto; come mai culture di popoli lontani fra di loro, è il caso di dirlo,
mari e monti, tramandano miti, leggende e credenze religiose simili.
Per
l’autore, la fondatezza di questa teoria è come voler sostenere la capacità
di una vincita al totocalcio senza prendere in esame la schedina: quante sono le
possibilità?
Non
molte sicuramente e basterebbe proprio un calcolo matematico per appurare ciò.
Eppure
proprio la matematica ed il calcolo, elementi alla base delle condizioni
scientifiche, sono apertamente ignorate, con questa teoria, dalla scienza
ufficiale, che, per una volta, su tale problematica pare abbandonare il lato
raziocinale della questione, per appropriarsi di una tematica prettamente “coincidenzionale”.
Guai
a concedersi a teorie che, seppur non basate su voli pindarici, ma su dati di
fatto, non siano conformi alla dottrina scientifica esistente: le sue vendette
possano avere effetti devastanti.
E’
quanto ha provato sulla sua pelle Thomas Lee, uno storiografo del Museo di
antichità di Toronto.
Lee
effettuò, infatti, alcuni scavi in Canada, vicino al lago Ontario, dove trovò
quello che erano, senza ombra di dubbio, tracce di un insediamento urbano, sotto
forma di utensili in pietra, che, dato la loro complessità ed ottima
lavorazione, apertamente stavano ad indicare che in quel luogo aveva vissuto una
società dalle insospettate capacità manufattiere.
Il
problema era che questi reperti parevano essere databili in un arco di tempo che
variava fra i 65000 e i 125000 anni fa.
Il
tutto faceva naturalmente a pugni con le dottrine scientifiche esistenti che
relegano il popolamento del continente americano a circa 10000 anni fa, allorché
l’esistenza di un ponte di ghiaccio, dove odiernamente vi è lo Stretto di
Bering, consentì l’afflusso di alcuni ardimentosi dall’Asia all’America.
Conseguenza
di tali ritrovamenti e del sostenere la teoria di un’errata interpretazione
storica della presenza dell’uomo in America, fù la perdita del lavoro per lo
stesso Lee, mentre il luogo di tale ritrovamenti divenne un complesso
turistico!!
Eppure,
quasi che volessero essere uno strano scherzo del destino, ecco che ogni giorno
misteriosi reperti fossili sorgono dalle profondità della terra, creando sempre
più disperazione fra i sostenitori della causa ortodossa scientifica, tanto da
indurli ad ignorarli semplicemente, quasi non fossero reali. Vogliamo fare dei
brevi esempi?
Impronte
fossili umane sono rimaste impresse su formazioni rocciose antichissime,
numerosi manufatti sono stati
rinvenuti
in strati geologici "impossibili", anteriori all’era dei dinosauri,
oltre 300 milioni di anni fa. Ci sono scheletri di razze umane sconosciute, e
strumenti tecnologici dalla fattura moderna. Su tutto questo è calato il più
assoluto silenzio, a causa del cosiddetto filtro culturale, o forse per
insabbiamento intenzionale. Vediamo una rassegna dei reperti più importanti.
SCHELETRI
DI HOMO SAPIENS
(classificati secondo l’ordine cronologico di ritrovamento).
1)
Ossa di Homo Sapiens rinvenute a Brescia dal geologo Giuseppe Ragazzoni
in strato del Pliocene (3-4 milioni di anni), nel 1860.
2)
Scheletro completo di Homo Sapiens, scoperto in un bacino carbonifero
risalente ad almeno 300 milioni di anni, presso Macoupin, in Illinois.
(Fonte: The Geologist, 1862).
3)
Femore anatomicamente moderno trovato sull’Isola di Giava nel 1894.
Venne erroneamente associato ad un teschio di ominide primitivo a formare un
fantomatico miscuglio che prese il nome di Homo Erectus, caposaldo ormai
incontestabile della nostra linea evolutiva.
4)
Scheletro umano venuto alla luce casualmente, in una miniera italiana
(probabilmente decine di milioni di anni).
5)
Scheletro completo di Homo Sapiens moderno a Olduval George, in Tanzania,
fossilizzato in strato di 1-2 milioni di anni, rinvenuto dal Dott. Hans Reck nel
1913.
2. Omero e femore di uomo attuale, in Kenia, datati rispettivamente 4 e 2
milioni di anni (1965, 1972, documentazione ufficiale).
6)
Cranio di ominide dalle caratteristiche controverse, scoperto
dall’antropologo Richard Leakey in Kenia (1972). Presentava una capacità
cranica inaspettatamente alta, con una forma facciale primitiva, e la stima
dell’età oscillava tra 2,6 e 1,8 milioni di anni. Nonostante la sua
classificazione come Homo Habilis, quest’ominide non può appartenere alla
linea evolutiva originata dall’Australopitecus (Fonte: Origins, di Leakey e
Lewin). Crani con le stesse capacità sono stati trovati in Perù, a Merida
(vedi immagine sotto).

7.
Impronte di piede di diversi esemplari di Homo Sapiens su ceneri vulcaniche
fossili, a Laetoli in Tanzania, risalenti a 3,6 milioni di anni fa. Scoperte nel
1979 da Mary Leakey, furono erroneamente attribuite all’Australopitecus.

Immagine:
l'impronta di homo sapiens, ritrovata da Mary Leakey nel 1979.
Pur
non volendo ammettere l’esistenza di tali fossili, bisogna pur sempre
ammettere che la teoria darwiniana e la sua conseguente applicazione nel campo
dell’evoluzione umane pare fallace in alcuni punti
La
dottrina scientifica spiega con la cosiddetta “teoria della savana”
l’inizio di quel grande processo evolutivo che ha portato alcune specie di
primati a diventare quello che siamo oggi: l’Homo Sapiens.
Secondo
tale teoria alcuni primati, costretti da una diminuzione, a causa di vari
effetti, dell’ambiente originario boschivo e quindi da un’effettiva
riduzione delle risorse alimentari, si sarebbe spinto nelle aperte savane,
lasciando così un luogo, le foreste, che sino ad allora, non solo aveva fornito
cibo, ma anche una discreta protezione. Da qui questi primati si sarebbero
evoluti sino a raggiungere uno status vitae che avrebbe permesso loro di
dominare l’ambiente circostante e di affermare la loro superiorità.
Orbene,
è ben noto come gli stessi scienziati affermino che l’uomo (in tutte le sue
forme, dai primati al moderno) difficilmente avrebbe potuto coesistere con i
dinosauri, visto che alcuni di questi, spietati carnivori e cacciatori,
avrebbero sicuramente superato in mole ed “armamento” pur prodi cacciatori
umani (figurarsi primati), costringendo gli stessi esseri umani a condizioni
abbiette di vita che mal si concilierebbero con uno sviluppo sia evolutivo che
sociale.
Fatta
quest’osservazione, bisogna constatare che questi nostri antichi antenati,
abbandonando la foresta, dovettero per forza avventurarsi in un mondo ostile,
dove primeggiavano i grandi predatori come leoni e iene, ed altri animali
carnivori. Questi primati, secondo la scienza, avrebbero maturato, col
trascorrere del tempo, le capacità evolutive atte ad aiutarli contro le
problematiche dell’esistenza: un andamento eretto, l’aumento della massa
cerebrale, la perdita progressiva del pelo.
Ora,
i quesiti che derivano dall’osservazione sopra fatta sono i seguenti: ammesso
la veridicità della “teoria della savana”, sarebbe stato maggiore il tempo
occorso ai quei coraggiosi primati per incominciare e portare a termine la loro
evoluzione, o alle bestie della savana per fornirsi di un lauto banchetto?
Perché
assumere un andamento eretto quando, allo scopo di rifuggire ad un attacco di un
predatore, sarebbe sicuramente più adatta una corsa su quattro zampe, in
termini strettamente di velocità e di dispendio di forza?
Perché
la perdita del pelo, che avrebbe potuto riparare dal calore del sole di giorno e
dal freddo la notte, essendo le savane, come i deserti, luoghi di forti
escursioni (in termine di temperature) giornaliere?
Quando
avrebbero, questi primati, incominciato ad evolversi? In presenza delle
difficoltà nate nelle savane, o prima, nel loro habitat naturale, la foresta,
come una sorta di training autogeno?
Come
mai l’esempio di questi primati non fù seguito da tutti gli esemplari di
questa razza, dato che una gruppo, animale od umano che sia, tende sempre
ad evolversi interamente?
E
perché proprio questa razza di primati? Le problematiche della fame, componente
essenziale per la nascita della componente evoluzionistica, non erano uguali per
tutti gli animali?
Eppure,
pare che nel corso dei secoli le razze animali non abbiano subito particolari
evoluzioni, anzi, alcune di esse sono arrivate sino ai giorni nostri senza
subire mutazioni.
Infatti,
le razze animali paiono sorgere dal nulla, visto che non si riscontrano fossili
che testimonino passaggi evolutivi da forme molto più primitive.
Ancora
più importante è l’analisi di due caratteristiche che ci differenziano dagli
stessi animali: il modo di respirare e la capacità di parlare.Tali
caratteristiche ci differenziano di gran lunga dagli altri animali terrestri e,
se consideriamo veritiera l’affermazione che l’evoluzione di una specie sia
in gran parte dovuta all’habitat in cui tale specie viene ad interagire,
dovremmo, per forza di cosa, cercare un ambiente diverso dalla teorica savana,
come luogo di origine della nostra evoluzione.
Come
tutti i mammiferi noi respiriamo, questo è abbastanza lapalissiano, ma mentre
gli altri mammiferi sono capaci di bere e respirare insieme, noi possiamo solo
fare una delle cose contemporaneamente; a differenza degli altri mammiferi, però,
noi respiriamo con naso e bocca, questo grazie ad un organo chiamato laringe
discesa.
Le
altre razze mammifere hanno trachea ed esofago separati, quindi bocca e naso,
cosa che permette loro di bere e respirare contemporaneamente. L’uomo, al
contrario, ha la trachea posta nella gola, la cui parte iniziale si chiama
laringe discesa. Naturalmente il cibo deve essere introdotto nell’esofago
senza passare nella trachea, onde rischiare un soffocamento (potremmo dire di
essere imperfetti nella perfezione)
La
caratteristica della laringe discesa, assente come abbiamo visto negli animali
terrestri, è presente invece in animali acquatici come balene, foche, dugonghi,
poiché permette loro di respirare con la bocca, espellendo o trattenendo
contemporaneamente grandi quantità di aria, consentendo tempi di immersione più
lunghi.
Quindi
potrebbe essere riletta l’affermazione che alcune nostre caratteristiche si
siano evolute in un ambiente completamente diverso, come quello della savana, ed
inserire il tutto in un contesto differente, quello acquatico, magari composto
da un habitat formato da paludi, o lagune.
In
effetti, un mammifero terrestre , con caratteristiche simili alle nostre, cioè
andamento eretto e , contemporaneamente, capacità di una vita arbicolare,
esiste ed è la cosiddetta scimmia con la proboscide, presente in alcune parti
del Borneo. Essa si comporta come un primate allorché è sugli alberi, ma,
allorché ne discende, preferisce i corsi fluviali e le paludi, dove assume
un’andatura eretta, in presenza di acqua bassa, mentre, in acque alte, è
capace di nuotare.
Ora,
senza voler cadere in discussioni anatomiche lunghe e noiose, l’autore vi
chiede una semplice considerazione, in virtù della discussione affrontata in
precedenti articoli presentati su questo sito dallo stesso autore:è casuale che
molti dèi (Oannes, Orejona, i misteriosi Kappas ed altri ancora), procreatori
della razza umana, avessero non solo un’origine extraterrestre, ma anche
caratteristiche acquatiche (sorgevano e abitavano nei laghi, fiumi, mari ed
erano vestiti di squame ed altro)?
Il
controllo della respirazione ci permette di usufruire di un’altra
caratteristica prettamente umana, assolutamente da non confondere con quello che
può essere il latrato del cane, il verso della civetta, l’ululato del lupo ed
altri caratteristici versi animali: l’uso della parola, della vasta gamma di
suoni fonetici, attraverso i quali ci esprimiamo.
Oltretutto
l’essere umano pare privo di quella sequenza genetica , detta “del
babbuino”, che pare presente in tutti i primati africani, mentre è
completamente assente dai primati asiatici ed americani.
Alla
luce di questi elementi possiamo ben sostenere l’ipotesi che la teoria
darwiniana, se non completamente errata, è, almeno, da considerare fallace in
numerosi punti e che la teoria della savana è assolutamente impossibile per
l’uomo, ma non per una razza di primati (da cui discenderebbe Lucy) con cui lo
stesso uomo ha ben poco da dividere.
Nel
passato sono stati fatti goffi tentativi di sopperire a tali mancanze creando
“ad arte” l’uomo di Piltdown, cui gli scienziati in un primo momento
inneggiarono salvo poi ricredersi quando vennero a conoscenza che altro non era
che un falso, mentre oggi si legge di un generico Homo habilis, di cui, però,
in effetti, non si sono trovate tracce.
Probabilmente
l’uomo si è evoluto nelle sue varie forme sino a giungere alla nostra forma
attuale, in un ‘epoca di molto anteriore a quella classica considerata,
convivendo in alcuni periodi storici con forme di primati in via anch’esse di
evoluzione, ma in una scala gerarchica inferiore rispetto all’uomo stesso.
Quando questi primi primati, erroneamente ricondotti alla progenie umana,
incominciavano labili forme di evoluzione, l’uomo era già capace di costruire
ed utilizzare attrezzi in selce, facendo in modo così di poter sopravvivere
alla naturale selezione di vita.
A
questo punto rimarrebbe solo da capire da dove e da cosa proveniamo.
Antonio
Mattera, nato a Roma il 09/10/1968 e residente in Ischia.
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