Dolmen e Menhir: Etimologia dei termini

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Dolmen e menhir sono due termini archeologici frequentemente ricorrenti in testi che trattano di megalitismo. L’enciclopedia libera Wikipedia spiega la loro etimologia nel modo seguente:

«Il dolmen è un tipo di tomba megalitica preistorica a camera singola e, insieme al cromlech e il menhir, costituisce il tipo più noto tra i monumenti megalitici. La realizzazione dei dolmen viene collocata nell’arco di tempo che va dalla fine del V mill. a. C. alla fine del III mill. a. C. Menhir: dal bretone men e hir “pietra lunga”; sono dei megaliti monolitici eretti solitamente durante il Neolitico, che potevano raggiungere anche più di venti metri di altezza.
Il termine dolmen appare nel XVII secolo, nell’ambito della storiografia francese. Sembra che sia stato coniato a partire da due parole bretoni: t(d)aol (forse apparentato con il latino tabulum), “tavolo”, men “pietra”.

Occorre però nuovamente sottolineare che la parola è coniata e comunque non appartiene alla lingua bretone come invece spesso viene affermato. Infatti se la parola fosse attestata in bretone sarebbe da scriversi in maniera differente, come taol-men oppure come un daol-ven (un dolmen) o come ma zaol-men (il mio dolmen). Il vero termine bretone per designare un dolmen è, infatti, Liah vaen, insieme ad altre varianti. Altri dizionari etimologici riportano un’etimologia completamente differente, secondo la quale il termine sarebbe coniato oltremanica, a partire da tolmen (parola della lingua celtica della Cornovaglia), che avrebbe designato in origine un cerchio di pietre o una roccia scavata.»

Spiegare l’etimologia dei due termini dolmen e menhir che designano monumenti megalitici preistorici, neolitici di tutto il mondo con dei vocaboli del lessico bretone di era storica (il bretone o brittonico primitivo risale al VI secolo), la lingua celtica parlata nella regione della Bretagna in Francia, senza consultare il più antico e più adeguato lessico documentato dell’umanità, che è quello kingir/šumero e senza prendere in considerazione le fondamentali parole-seme arcaiche en, men, dol e hir di utilizzo universale e di cui i due termini men-hir e dol-men sono combinati, risulta di per sé un procedimento alquanto strano e inadeguato. Ricordiamoci del fatto che quella dei Kingir/ Šumeri non è una civiltà qualunque, esotica, stravagante o strana, ma proprio quella che ha irradiato e impressionato in modo intenso tutto il mondo antico e sulla quale si sono fondate le culture mediorientali, parto-medo-iranica, anatoliche e, ovviamente, anche quella occidentale.

MEN

Come sarebbe comodo a poter esaurire l’etimologia della parola-seme men con la spiegazione: “in bretone significa pietra”! Trattandosi di una parola-seme arcaica di straordinaria rilevanza, documentata ben cinque millenni fa e presumibilmente utilizzata da parte dell’homo sapiens già nel paleolitico, la spiegazione non è così semplice e univoca, bensì risulta alquanto complessa. In questo studio intendo dedicarle l’attenzione che merita.

La circostanza che l’etimologia dei termini archeologici dol-men e men-hir nell’enciclopedia libera Wikipedia venga trattata insieme è del tutto giustificato, data la presenza della condivisa parola-seme arcaica men, per principio variabile. Come le parole-seme arcaiche in genere, anche men, che contiene en, rivela una ricca sfaccettatura semantica. Accogliamo ora dal lessico kingir/šumero le parole-seme in questione con i loro rispettivi significati: EN (Labat, Deimel s. no. 99) “alto, di sopra, superiore; Signore, Sovrano; potente, (essere) Signore; cielo, re”, “primo elemento di molti nomi divini”; AN (L., D. s. no. 13) “Dio, Dea, Divinità; cielo”; NIŠ, MÌN, MAN (L., D. s. no. 471) “venti”, “due, secondo, altro, ambedue, fare per la seconda volta, cambiare”, “fratello”, “gemello”, “compagno”, “re”, “regina”; DU, GIN, MÈN (L., D. s. no. 206) “camminare, andare, muoversi, via/sentiero (cfr. mag. gyön/djön/jön “viene”, megy/mén “va”) “una specie di tamburo” (verosimilmente una specie di tamburo tubolare utilizzato durante le “marce” e le “processioni”: mag. jön-mén “viene-va”); e MUNUS, MÍ, valore fonetico mán, mín (L., D. s. no. 554), “donna” (cfr. Monna contrazione di Madonna; mona ven. volg. “vulva” ), “sposa” e “sposo”. Secondo A. Deimel il segno arcaico e suo significato di base è “vulva”, “femminile”; ne deriva la serie di valori semantici affini: “abbondanza, opulenza”, “bontà”, “bocca, foce”, “orlo”, “ragazza”, “giovane donna”, “vergine”, “ierodule”; e, per NIN, min4 (L., D. s. no. 556), “sorella”, “dama, sovrana”, “principessa”, “regina”, “grande sacerdotessa”, “coppia”. Risalta immediatamente la correlazione esistente tra i valori semantici “due, ambedue” e “vulva”, l’organo genitale femminile destinato all’ “accoppiamento” e sacra fonte d’origine di “simili”, la cui immagine è contraddistinta dal “due”: dal rilievo di monte di Venere la vulva continua in basso con le “due” grandi labbra o valve pari e simmetriche.

In questa ampia costellazione di parole-seme arcaiche si manifesta, in fondo, l’archetipo della coincidenza degli opposti, la coesistenza dei principi cosmologici contrari. È quell’originale essere unico esistente prima della separazione delle cose che ha impiegato le menti umane di tutti i tempi; ne danno conferma la grande varietà di miti cosmogonici, religioni, alchimia (il tema dell’androginia), psicologia, letteratura ecc. Come si può evincere dalla rosa di valori semantici, qui si tratta dell’espressione di un pensiero-seme “gemello” che è quello del “due” – “andamento/ svolgimento” e che sarà il filo conduttore di questa relazione. Si tratta della distinzione dell’“uno” dal “due” che implica ovviamente il conteggio. Il “due” può manifestarsi come “doppio”, “dualità”, “diade”, “alternanza periodica”, “polarità”, “coppia di opposti”, “maschile-femminile”, “unione”, “reciprocità”, “ambivalenza” ecc.. Ovviamente il “due” che deriva dall’“uno” introduce, poi, il “tre”.

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Ampia risonanza a questi significati espressi dalle parole-seme del lessico kingir/šumero arriva dal lessico magyar/ungherese. Relativi a EN e AN sono le parole-seme: én “io” (coscienza), ön “sé” (öntudat “coscienza di sé”), ín “tendine” (parte iniziale dei muscoli). Relativi a MÌN/MAN/MEN, invece, sono le parole-seme: mén “stallone; va, cammina, (per)corre, transita”, menny “cielo, regno celeste”, meny “nora”; con gli sviluppi menni “andare”, menő “che va/corre, viandante, itinerante, transitante, migrante”, mennyei “celeste”, menyasszony “sposa”, menyegző “sposalizio”, mennyi “quanto/i ?; molto/i !”, mennyiség “quantità”, mennyiszer “quante volte”, menet “marcia, corteo, cammino, andamento, passaggio, transito”, menetel “marcia, cammina, passeggia, gira, fila”, menés “(il) camminare, andare, marciare, percorrere, transitare”, ménős “stallone-avo” (cfr. re Minos), menetelés “(il) marciare, cammino, passeggio”; mind/minden “tutto, ogni”, mindenség “universo, cosmo” mindenhol “dappertutto”, mindig “continuamente”, mindenkor “sempre”, mindörökké/-re “in eterno”, mindjelen “onnipresente”, mindenki “tutti”, mindenható “onnipotente (-efficace)”. Ecco un esempio di applicazione spiegativo: A mindenségben minden mén; mindenható mindjelen menet – mindenhol, mindenkor, mindörökké “Nell’universo tutto va/corre/ transita/ si svolge; onnipotente (-efficace) onnipresente andamento/svolgimento – dappertutto, sempre, in eterno”. Riguardo a questa sfera di voci sviluppate dalle nude parole-seme mén e menny sono da segnalare abbondanti coincidenze lessicali in finnico: mennä “andare”, meno “l’andamento, il viaggio, il ritmo”, mennessä “all’andata” (mag. menésnél), mennyt “passato, decorso” (mag. ment “è andato”), menestyä “avanzare, progredire” (mag. menesztel “lascia andare”), menetellä “fare, agire, procedere”, meneillän “corrente, esser in corso”, menetelmä “metodo, procedimento, svolgimento”, moni “qualcuno/a”, monikko “il plurale”, monet “parecchi, molti”, mones “quante volte” ecc..

In sintonia con UTU “Sole” sono invece le parole-seme: út “via, strada, itinerario, traiettoria, transito, percorso” (cfr. chin Tao, giapp. Do), con lo sviluppo utas “viaggiatore” (cfr. etr. Utuzte “viaggiatore”, assocciato a Odisseo/Ulisse), át “attraverso, di là” (cfr. l’“Oltretomba” aeg. Duat – mag. odaát “aldilà”), öt “cinque” (quello del dado, la base di sviluppo della ruota di fuoco sanscr. svastika che in giapponese si chiama man/manji, in cinese wàn; v. su Wikipedia lo splendido monile etrusco con decorazione a svastiche rinvenuto a Bolsena), üt “colpisce, batte, pulsa”, con lo sviluppo ütem “ritmo, battito”, itt “qui”, ott “là”, ide “quà”, oda “lì”, idő “tempo” (cfr. lat. idi). Il soprannome più in uso di UTU/Šamaš in KI.EN.GI/ Šumer fu BABBAR (L., D, s. no. 381) significante “splendente”. La variante magyar/ungherese di BABBAR è bíbor che significa “porpora” (lat. “purpura”, rum. “purpuriu”, fr. “pourpre/pourpier”, ted. “Purpur”, ingl. “purple”, alb. “purpur” ecc). Il grande Tempio di UTU/Šamaš a Sippar era denominato E.BABBAR “Casa dello Splendore” ovvero “Dimora della Porpora”, mag. Bíborély.

Riguardo al valore semantico “venti” è utile sapere che in quei tempi remoti, nel paese di KI.EN.GI/ Šumer, esso fu il sacro numero di UTU/Šamaš “Sole” (L., D. s. no. 379), l’occhio del giorno che “espande la Luce” e “illumina Cielo e Terra”. Il “venti”, ossia il “due” volte dieci che è la somma delle dita delle due mani e dei due piedi, simboleggia, inoltre, l’essere umano integro. Alla divinità della “luna” acc. Sin (da šum. ᵈZU.EN; ZU, L. s. no. 6, “sapere, sapienza” – cfr. mag. szó [so:] “parola”), occhio della notte e espanditrice di luce solare riflessa, invece, fu associato il numerale “trenta”. Una stretta connessione a UTU “Sole” rivela la parola-seme ITI, ITU (L., D. s. no. 52) significante “mese”, “luna nuova”, “mensilmente”, “mese iniziante”, “mese terminante” (cfr. mag. idő “tempo”- lat. idus, idi “giorno/i della luna piena”). Dalla relazione: “donna” MUNUS, MÍ, con i valori fonetici mán, mín – “mese” (lat. mensis, ted. Monat, ingl. month, ted. Mond, ingl. moon “luna”, v. “luna di miele”) ITI, ITU deriva lat. menstruum “una volta al mese” e menstruatio/ mestruazione “mensilità”. L’“andamento”, cioè lo “svolgimento” (mag. menés, menet) del ciclo mestruale dura in media 28 giorni, cioè quattro settimane (mag. az idő menete “l’andamento del tempo”; Mén az idő “Va/corre il tempo”). E con la sequenza: giorno – settimana – mese/mensis – anno siamo nel bel mezzo dell’ attività mentale (da lat. mens “mente”) del conteggio calendariale. Questa nostra umana mentalità è in evidente correlazione con il nostro cervello a due emisferi, con le nostre “due” mani (lat. manus “mano” ), con cui contiamo e maneggiamo, arrediamo il nostro mondo (lat. mundus), come anche con i nostri “due” piedi su cui stiamo eretti come delle antenne e, a passo alternato, camminiamo cioè “andiamo-veniamo” (mén-jön “va-viene”) sul suolo terrestre, con i nostri “due” occhi, gli organi della percezione visiva, con cui vediamo la luce solare e le figure, i colori, le dimensioni e la posizione degli oggetti nel mondo, con le nostre “due” orecchie con cui ascoltiamo i canti cullati nel silenzio e, ovviamente anche con le nostre “due” labbra con cui articoliamo le parole che trasportano i pensieri della nostra mente.

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La realtà dell’astro Sole rientra nel quadro di questa dualità esistenziale. Lo stesso unitario simbolo del Sole e dell’oro alchimico ⊙ manifesta “dualità”, essendo il risultato della combinazione del “cerchio-circonferenza” ○ col “punto” · bindu in sanscrito (cfr. mag. pont > bent “punto” → “dentro”, benti “interno”). Il suo splendere condiziona il ritmo “binario” ovvero l’“andamento” di giorno e notte, di oggi e domani. Riguardo alla sua “nascita” gli astronomi spiegano che sarebbe avvenuta circa cinque miliardi di anni fa e che attualmente si trovi a circa metà del proprio ciclo vitale in un periodo di stabilità. Tuttavia, tra altri cinque miliardi di anni all’incirca, superata la fase di stabilità, entrerebbe in una fase di forte instabilità denominata “gigante rossa” e, dopo aver esaurito ogni processo termonucleare, colasserebbe dando origine ad una “nana bianca” che a sua volta, raffreddandosi, diventerebbe lentamente una “nana nera”. E questa sarebbe la sua “fine”.

Quindi il pensiero-seme riccamente sfaccettato che si manifesta nei valori semantici relativi alle parole-seme del lessico kingir/šumero sopraindicate è il “due – andamento”. Ampia è la sfera di voci italiane in cui questo pensiero-seme costituisce la base di partenza della formulazione; eccone alcuni esempi: binario, dualità, dialogo, dialettica, dilemma, polarità, coesistenza, concubinato, confusione, congiunzione, coniuge, connessione, comunicazione, interdipendenza, interferenza, intervallo, intervista, controfigura, controcampo, controversia, convergenza, conversione, conversazione, convivenza, convolare, reciprocità, alternanza e tante altre ancora. Le ovvietà costanti della vita quotidiana diurna-notturna dell’essere umano sulla Terra sono di carattere duale/binario/alterno. Come l’unico mammifero sulla terra che ha adottato la posizione corporea eretta, l’essere umano funge in fondo da sensore/antenna ricetrasmittente e, come lo dimostrano i suoi ritmi biologici come la respirazione, l’alimentazione, la deambulazione ecc., anche da “alternatore”.

Data la dualità del mondo terrestre in cui viviamo, il nostro modo di pensare, la nostra mentalità, ha una decisa impronta duale. Esso viene condizionato da una moltitudine di “coppie” come ad esempio: giorno-notte, oggi-domani (rum. mâine, fr. demain), ascesa-declino, sole-luna, andare-venire, inspirare-espirare, maschile-femminile, sì-no, yang-yin (nel “Libro dei Mutamenti” cinese I Ging: — e – –), sposo-sposa, padre-madre, fratello-sorella, mangiare-defecare, bere-urinare, entrata-uscita, inizio-fine, creazione-distruzione, destra-sinistra, un-due, su-giù, dentro-fuori ecc. Difatti, non c’è giorno senza notte. Non c’è Sole senza Luna. Non c’è calata senza levata. Non c’è menopausa senza menarca. Non c’è espirazione senza inspirazione. Non c’è uscita senza entrata. Non c’è inizio senza fine – e viceversa. Tutte queste “coppie” sono interdipendenti. Questo modo di raggionamento naturale è innato all’essere umano che vive sul pianeta Terra e si manifesta, si può ben dirlo, da sempre. Uno dei luoghi archeologici più antichi in cui il “due” compare in maniera pregnante è il santuario di Göbekli Tepe nella Turchia sudorientale (Mesopotamia settentrionale), un sito megalitico costruito nel neolitico circa dodicimila anni fa. Al centro di tutte le strutture circolari finora dissotterrate si trovano sempre “due” cioè una “coppia” di pilastri a forma di T. Come menzionato da Klaus Schmidt (1953-2014), direttore degli scavi del sito, nel suo libro Sie bauten die ersten Tempel [“Loro costruirono i primi templi”], questi centrali pilastri “gemelli” non svolgevano alcuna funzione architettonica di appoggio, ma essi stessi costituivano gli elementi essenziali, cioè il cuore di ogni impianto. Un altro esempio eminente sono le antiche “coppie” divine dei vari pantheon; di quello kingir/šumero: Anu (60) – Antu (55), Enlil (50) – Ninlil (45), Enki (40) – Ninki (35) ecc.; di quello egizio: Amon – Amonet, Isis – Osiris, Horus – Hathor ecc.; o di quello hindù: Shiva – Shakti, Vishnu – Lakshmi/Nārāyani, Rama – Sītā ecc..

Sul piano concreto di supporto corporeo il “due” sono i piedi, che sono le terminazioni delle gambe, gli arti inferiori tramite cui l’essere umano dotato di un cervello/encefalo a due emisferi è in contatto diretto col suolo terrestre e con cui egli realizza la alternata deambulazione. L’altra “coppia” di arti, complementare ai piedi, sono le mani; con esse l’essere umano tocca tutte le cose nel mondo e compie, maneggia tutte le arti e techniche artigianali. L“andare-venire” mén-jön, il “muoversi” sui “due” piedi spostandosi da un luogo all’altro a ritmo di “tamburo” è conosciuto come “marcia”. Le marce musicali hanno la funzione di scandire, di ritmare il passo di gruppi di persone, di solito soldati, avendo un ritmo rigido, incalzante, sovente da metri “binari”. Il piede sinistro batte in concomitanza col tempo forte: un-due, un-due, un-due. L’inno nazionale italiano, ad esempio, come peraltro anche altri inni nazionali, ha un “andamento” da “marcia” militare.

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Horakhti

L’abbinamento del Sole ⊙ con la grandezza “due” ricorre parallelamente alla cultura kingir/šumera anche nell’antica cultura egizia. Uno dei vari nomi di Ra/Re è Horakhti/Harachte/Hor-achti che significa “Horo dei Due Orizzonti”. Appropriata e rivelatrice la lettura in chiave ungherese Kör a kété “Cerchio/disco dei due” (orizzonti), che convalida pienamente il significato originale del nome (cfr. mag. két/kettő “due”, kete/kéz “mano”, köz “intervallo”, köt “congiunge, collega”, kút “pozzo”, gát “diga”). Nella scrittura geroglifica del nome Re-Hor-achti il “due” è rappresentato dal geroglifico Akhet: il disco solare in una sella di montagna, cioè tra “due” montagne, che significa “orizzonte”. Hor-achti è lo splendente “stallone celeste” mag. mennyi mén che, instancabilmente, “viene” e “va” jön-mén tra i “due” (h)orizzonti: appare all’orizzonte di levante e scompare a quello di ponente. Ma l’“orizzonte” Akhet (cfr. mag. a két/kettő “il due”; it. lat. cute/cutis, ted. Haut “pelle, pellicola” che divide, ted. Kette “catena” che collega, ingl. cut, tib. gcod/chöd “taglio”, chat “conversazione, dialogo”) che cos’è? È quell’apparente linea di confine che “separa” (lat. scindere, scidi) la terra dal cielo. Il geroglifico Akhet raffigurava spesso la divinità Aker (anche Akar o Akher; cfr. mag. a kör “il cerchio”, a kor “l’epoca, l’età”) che personificava l’orizzonte con “il Sole che sorge tra due montagne” affiancato da due leoni chiamati Sef “ieri” e Duau “oggi”. Ogni sera, al tramonto, il Sole Ra penetrava attraverso le porte di Aker nella sfera del mondo infero per tornare a risorgere e splendere il mattino seguente. Nell’architettura egizia il concetto di Akhet (cfr. mag. ég-út “percorso celeste”) ottiene espressione nel pilone (gr. pylòn “portale”) che è il portone rettangolare o leggermente trapezioidale con “due” torrioni di fianco costituente l’ingresso all’area sacra del tempio. I “due” torrioni del pilone simboleggianti le “due” montagne dell’ “orizzonte” tra le quali sorgeva/spuntava il dio Sole Ra, rappresentavano il confine tra il mondo degli uomini e quello degli dèi. I due obelischi antestanti ai piloni accentuano ulteriormente il simbolismo del “due”. In maniera coerente il “due” si manifesta anche nelle corone che ornano le teste di varie divinità egizie. Ad esempio la testa di Hathor, sposa di Horo e dea dell’amore e della bellezza, è ornata dal disco solare tra corna a forma di lira; Amun e Min itifallico portano la corona a “doppia” piuma; Month a testa di falcone porta in capo il disco solare con l’ureus “doppio” e la corona a “doppia” piuma; Montu, divinità della guerra e del Sole venerato a Tebe, è incoronato dal disco solare sormontao dalla “doppia” piuma; anche la testa leonina di Menhit, divinità solare della guerra, è ornata dal disco solare.

Merita attenzione la parola-seme Akh contenuta sia in Akhet che in Akher. Akh indica lo splendore del numinoso, la potente energia del Dio che si manifesta attraverso la luce. Le divinità Atum e Ra sono qualificati come Akh. Nella religione dell’antico Egitto Akh è altrettanto una componente vitale dell’anima umana. Degno di nota la coincidenza tra Akh egizio e le parole-seme ég e ék del lessico magyar/ungerese. Come è noto «l’Akh è l’ipostasi “luminosa” dell’eterna energia cosmica. È l’elemento “luminoso” che alla morte si ricongiunge al creatore salendo nel cielo “brillando” come una stella. Opposto al corpo, che appartiene alla terra, l’Akh appartiene al “cielo”, soprattutto a “nord”, dove sono le imperiture stelle circumpolari.» (Wikipedia: “Anima, mitologia egizia”). Orbene, ég e ék coprono perfettamente quest’area semantica con i significati “cielo; illumina, brucia, arde, brilla, splende” (cfr. sanscr. agni, lat. ignis) rispettivamente “cuneo; ornamento, decoro”; le combinaziono ékes ég e égő ég esprimono “ornato/decorato cielo” e “brillante cielo”. Pure la voce corrispondente al significato “nord” si rivela di essere un allargamento di ég: szeg [sɛg] “chiodo”, a szeg “il chiodo” (punto fisso sulla volta celeste) > észak [e:sɒk] “nord”. Affini a ég sono: egy [eɟ] “uno”, agy [ɒɟ] “cervello”, ok “causa”. Notiamo che il significato “cielo” può essere espresso sia con ég che con menny. Ciò significa che la formulazione del concetto di “cielo”, in magyar/ungherese, avviene da due prospettive diverse. Mentre con ég il “cielo” è riflesso come “luminosa/brillante e decorata unità” col “chiodo” fisso del “nord” celeste, con menny il “cielo” è reso come spazio infinito colmo di vibrante intelligenza-coscienza (én “io”, ön “sé”) contraddistinto di continuo “andamento/transito di stelle/soli-stalloni” (mén “va, corre, transita; stallone”).

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Min

Lo “stallone” mag. mén, ierofania del maschio forte che nella simbologia indo-parto-medo-iraniana incarna il potere del Sole-fuoco, era venerato, come accenato prima, già nel antico Egitto. Nel pantheon egizio Mn/Min (equivalente a Pan della mitologia greca) è il dio creatore itifallico, Signore della fertilità e al contempo dio della raccolta. Nelle raffigurazioni che mostrano il dio Min il “due” si manifesta nel fallo in stato di erezione, poiché la premessa dello stato di “erezione” e lo stato “flaccido”. In simbologia “lo stallone” mag. a mén rappresenta il principio lucente maschile, quella forza dinamica che, insieme all’acqua di pioggia, rende la Terra feconda. “Lo stallone” a mén, come peraltro anche il “toro” (cfr. šum. Gudibir “il toro di luce”; il Sole, associato a Enlil e Enki, è il “selvaggio toro del cielo e della terra”) manifesta il potere del Sole, celeste fonte di luce, e naturalmente la sua splendente magnificenza, sovranità e regalità.

Il culto di Mn/Min risale all’Egitto preistorico predinastico del IV millennio a. C.; fu particolarmente venerato a Koptos (aeg. Gbtw/Ghebtu, odierna Qift). Min itifallico è altrettanto «Signore delle strade desertiche orientali dalle sue principali località di culto Panopolis/Achmîm e Koptos verso il Mar Rosso. In occasione della festa di Min alla divinità veniva offerta la lattuga sativa, perché il suo succo denso e lattiginoso somigliante allo sperma era ritenuto generatore di forze. Min è rappresentato di solito con la doppia corona di piume del Dio Amun, con cui è fuso; il flagello reale lo regge al disopra al suo braccio destro angolato, mentre con quello sinistro, sempre sotto la veste avvolta strettamente, egli regge il suo magnifico fallo eretto. Tutta la figura era spalmata con una massa bituminosa nera.» (Hans Strelocke, “Ägypten”, DuMont, Min, pag. 101). Nella cappella di stazionamento della barca reale di Sesostris I a Karnak dedicata ad Amun-Min, si possono ammirare gli squisiti altorilievi raffiguranti la divinità. Un’altra stupenda rappresentazione di Amon-Min, con il fallo eretto e il flagello, si trova sulle pareti del tempio di Deir el-Medina. Fino al Medio Regno Min fu identificato con Hir/Her/Hor, il nome della ben nota divinità celeste egizia che ha la sua ipostasi nel falco (cfr. mag. kerecsen falco “cherrug”). Horus è la ben nota forma latina del nome egizio Hr la cui lettura convenzionale è Heru. Per convenzione egittologica la mancante vocale interconsonantica di un nome, in questo caso HR, viene sonorizzata con /e/. Ma, ovviamente, ciò non esclude altre alternative, per esempio HaR, HuR o anche HiR. Più tardi Min fu identificato anche con Amon, (cfr. mag. a mén “lo stallone” cioè “il maschio forte”) dando vita ad Amon-Min (cfr. mag. A mennyi mén “il celeste stallone”), Amon itifallico, associato alla virilità e rappresentato da un toro bianco (ugualmente un “maschio forte”) che da parte del Faraone veniva immolato nelle cerimonie agresti per propiziare la fecondità dei campi. Come dio della fertilità e della riproduzione Amon-Min veniva evocato durante la Festa di Opet e rinnovava il “mistero del concepimento divino”.

La storia dell’antico Egitto si fonda sulla semileggendaria figura di Menes, il forte faraone “marciatore” (v. la famosa tavoletta di Narmer di Hierakonpolis sulla quale si manifesta la gemellata simbologia del “due” – “cammino”) e unificatore delle “Due Terre”: di quella desertica dell’Alto Egitto con quella paludosa del Basso Egitto. Nella scrittura geroglifica le “Due Terre” venivano segnate con i simboli: giunco e ape. La dicotonia delle due parti dell’Egitto si riflette, tra l’altro, nello stesso epiteto della regalità: “Colui che regna sul giunco e sull’ape” e, di conseguenza, nella “doppia” corona ottenuta dalla combinazione della corona bianca e della corona rossa (ape).
Nell’induismo Manu è l’eminente nome del progenitore dell’umanità che riappare sulla Terra all’inizio di ogni nuovo ciclo cosmico di cui si compone l’“andamento”, lo svolgimento del mondo. Le leggi di Manu, in sanscrito Manusmṛti, sono il più importante e antico testo sacro della tradizione scritta Dharmaśāstra dell’induismo.
Anche la storia dell’antica Creta, fiorente impero marittimo, è inscindibilmente connessa al nome Minos, mitologico re giusto e saggio dell’isola. La stessa denominazione minoica dell’antica civiltà cretese, la prima vera civiltà mediterranea, risulta derivata dal nome Minos. Secondo la leggenda fu Minos colui che incaricò Dedalo a costruire il famoso labyrinthos – la struttura per eccellenza destinata alla “deambulazione”, cioè all’ “andamento”, al “cammino” mag. menés – in cui nascondere il Minotauros/Asterios, creatura “mezzo uomo – mezzo toro”, figlio del Toro di Creta e di Pasifae, moglie di Minos.
Tutto sommato si può constatare facilmente che la parola-seme MIN, MEN, MAN, espressione dell’idea archetipale di “due-andamento” ricorrente nel lessico kingir/šumero, sia parte integrante di una tramandata sapienza universale dell’umanità concernente il principio fondamentale di “eterno andamento/svolgimento del mondo”.

Menrva, Manth, Muntucha

La parola-seme arcaica MAN ricorre ovviamente anche in diversi nomi di divinità di altre culture successive, ad esempio in quella etrusca: Menrva/Menerva (la romana Minerva), dea della saggezza, dell’“andamento” della guerra, dell’arte, della scuola e del commercio (“relazione di scambio”); Mantus/Manth/Charun, sovrano degli inferi e “accompagnatore” delle anime dei defunti nel regno infero, con Mania, dea del mondo dei morti e della follia (stato mentale “alterato”); o Muntucha che era una delle Lase, entità associabili, queste, alle ninfe e agli angeli, che avevano il compito di “profetare” e di “soccorrere” e “proteggere” gli esseri umani. Nelle raffigurazioni antiche esse sono dotate di “due” caratteristici oggetti: una fiala e uno stilo, strumenti usati verosimilmente per scrivere gli “incantesimi” ossia le formule magiche. Come si sa, gli “incantesimi” hanno la forza di concentrare le energie volitive. Essi hanno lo scopo di alterare il comportamento naturale delle cose e/o della mentale volontà delle persone. Dalla prospettiva etimologica l’“incantesimo” implica l’uso della voce, della dizione, ovvero la “ripetizione” delle parole magiche in una specie di “cantilena”, attività molto simile alla recitazione dei mantra. Una correlazione evidente al complesso di significati: “soccorrere”, “salvare”, “proteggere”, “incantesimo”, “profetare” rivela la rosa di voci mag.: ment “salva, soccorre; è andato”, mentes “libero, esente, nudo/puro”, mentés “salvataggio, soccorso, salvezza, liberazione”; mond “dice” (cfr. ted. Mund “bocca”), monda “leggenda, mito”, mondás “detto, dicitura, massima”, mondóka, assonante a etr. Muntucha, “versetto, filastrocca, aforisma, incantesimo, oracolo”.

Menny – Mén “Cielo – Stallone”

Riguardo ai significati contrastanti della parola-seme MÌN, MAN, MÁN, MÍN del lessico kingir/ šumero è molto interessante notare in magyar/ungherese la realizzazione tanto del “cielo” come dimensione complessiva quanto delle entità “stallone”-luce ivi contenute, che sono gli astri-soli splendenti nell’oscurità notturna trovantesi in eterno movimento (jön-mén “viene-va”, minden mindenkor mindenhol mén “tutto sempre dappertutto va/corre/transita”) con la stessa parola-seme, lievemente variata: menny – mén. Questa vera con-fusione del femminile contenente col maschile contenuto, constatabile in una serie di voci del lessico magyar/hungherese come menny “cielo”, mén “stallone; va, percorre, transita”, meny “nora”, menyecske “giovane donna”, menyasszony “sposa”, menyegző “sposalizio”, si riflette anche in alcuni lemmi italiani come ad esempio ven. mona “vulva”, poet. Monna “donna” (Monnalisa), Menadi, sic. volg. minchia “fallo”, o anche in ted. Mann e ingl. man “uomo” e women “donna”.

L’efficacia delle parole-seme arcaiche AN, EN, MÌN, MAN, MEN si riconosce facilmente nella voce *mēnōt- “luna, cambiamento lunare, mese“ (cfr. mag. menet “andamento, cammino”) e per conseguenza in una serie di parole affini come: ingl. moon, ted. Mond, mated. mān(e), aated. māno, got. mēna, sved. måne; gr. mén “mese, falce lunare”, ménē “luna“ (cfr. mag. menő “che cammina, andante, transitante”), mēnískos “menisco, lunetta” e molte altre. Secondo il dizionario etimologico “Duden” *mēnōt- risulta una “presunta radice indoeuropea”, notata con tanto di asterisco. Della vera fonte d’origine di parole-seme arcaiche presentate in questa relazione nemmeno un cenno.

Nel mondo antico e poi nella cultura greco-romana il fallo eretto, generatore del seme, era ritenuto divino, come il lingam di Shiva in India, poiché origine della vita. Tutto ciò che si erige, come menhir, obelischi, (h)irminsul, torri, minareto, campanili ecc., dimostra, potenzialmente, un riferimento fallico. Oltre a richiamare il fallo, menhir, obelisco e irminsul adempiono la concreta funzione di “antenna”. Del resto questa voce spesso utilizzata al giorno d’oggi risale alle parole-seme arcaiche del lessico kingir/šumero: AN (L. s. no. 13) “cielo” e TEN “avvicinarsi”, TE-EN-TE-EN “scorgere, identificare, accogliere” (L., D. s. no. 376). Menhir e obelisco sono in realtà delle megalitiche “antenne” che captano le energie cosmiche, cioè le “informazioni celesti” di varia frequenza, e le trasmettono in terra. In fondo fungono da ricetransmittenti. I luoghi in cui essi sono stati collocati sono punti particolari di scambio di forze/energie tra terra e cosmo.

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Karnag/Carnac – Karnak

Uno dei siti megalitici con la più alta concentrazione di menhir e dolmen nel mondo è Carnac, Karnag in bretone, nella regione della Bretagna in Francia. Le formazioni più importanti si trovano nelle sue frazioni Ménec “luogo del ricordo” (cfr. mag. mének “stalloni”, mennyek “cieli”), Kermario “luogo dei morti”, e Kerlescan “luogo dell’incendio”; il tumulo di Kercado che risale al 6500 a. C. è la più antica costruzione di pietra dell’Europa. Secondo Wikipedia la fonte d’origine del toponimo Carnac/Karnag è la voce cairn che in bretone significa “il rivestimento in pietrisco e ciottoli che riveste i dolmen” o, con altre parole, “le pietre ammonticchiate su una tomba megalitica”; la stessa voce cairn è in utilizzo anche in inglese, tuttavia con un significato affine che è “tomba a tumulo” (cfr. kurgan) o “piramide di pietra”. Voci bretoni assonanti a cairn sono ker “casa, villaggio” (circolo di case rurali) e kaer “bello” (cfr. it. “carino”); mentre la voce affine cromlech esprime “megaliti realizzati in forma circolare o semicircolare”. In modo stupefacente la sonorità del toponimo bretone Carnac/Karnag coincide del tutto con quello di Karnak, il famoso sito archeologico del complesso templare in Egitto con il grande tempio di Amon-Ra. Solo una coincidenza casuale? Anche in questa circostanza, la lettura in chiave magyar/ungherese ci svela delle preziose informazioni che altre lingue europee, anatoliche o caucasiche non sono in grado di offrire. Ecco allora i valori semantici corrispondenti alle due parole-seme Car/Kar e nak/nag costituenti il toponimo: kar “coro; corporazione, corpo (sacerdotale), cerchia”, kör “cerchio, circolo”, kor “epoca, età, era”; e nagy “grande/importante”. Dalla combinazione di kör e nagy risulta, quindi, la semplice, arcaica frase affermativa: Kör nagy [kør nɒɟ] “Cerchio/Hor/Horo/Horus è grande”, giacché in magyar/ungherese quando un sostantivo è seguito da un aggettivo, il verbo “essere”, in italiano utilizzato per indicare qualche caratteristica che qualcuno o qualcosa ha, non serve perché è sottinteso.

HIR

Rivolgiamo adesso la nostra attenzione alla parola-seme arcaica hir, la seconda del termine combinato men-hir, che costituisce una forma di variazione della parola-seme arcaica KIR/GAR: KIR > hir. A riguardo dal lessico kingir/šumero sono da considerare: ŠIR, ḪIR, GIR14 (L. s. no. 152) con i significti “cantare, fare musica” (cioè emettere e diffondere “sonorità”), “legatura, fare una legatura”, “bendaggio, unione”. La coincidente parola-seme hír in magyar/ungherese esprime un intero ventaglio di significati affini: “messaggio, notizia, informazione, comunicazione, comunicato, notiziario, notifica, proclama, avviso, manifesto, conoscenza, voce, reputazione, fama” (cfr. Hermes “messaggero” e patrono dei viandanti e viaggiatori). Hír è parte integrante di una vasta costellazione di parole-seme affini tra le quali: kör “cerchio”, kor “età, era, epoca”, jár “gira, corre, percorre” e húr “corda”, hár/három “tre”, con gli sviluppi hárman “in tre”, hármas “trino”, harmónia “armonia”. Si tratta chiaramente del “messaggio” ovvero dell’ “informazione” che “gira” e, girando nell’ambiente circostante, collega le fonti emittente e ricevente, realizzando in questo modo “legatura”, “collegamento”, “bendaggio” e “unione”. Dalla nuda parola-seme hír che in magyar è declinabile (hírem, híred, híre, hírünk, híretek, hírük) derivano le rilevanti voci: híres “famoso, celebre, noto”, hírdet “annuncia, rende noto, proclama”, hírdetés “annuncio, avviso, pubblicità”, hírdetmény “comunicato, pubblicazione”, híresztel “diffonde, propaga, estende”, hírhedt “famigerato, malfamato”, hírnök “messaggero”, hírtelen “all’improvviso” (lett. “messaggio-senza”, cioè “senza preavviso”), híreskedik “si vanta”, híreskedés “vanteria” ecc.

In concordanza con i valori semantici kingir/šumeri summenzionati la lettura in chiave magyar/ ungherese del termine menhir risulta quindi: mén-hír = “stallone; va/corre/transita – messaggio / messaggio – stallone; corre”, con altre parole “manifesto di forza creativa dinamica”, rispettivamente menny-hír = “cielo-messaggio / messaggio – cielo”, cioè “informazione celeste”, Mennyi hír! = “quante informazioni!”, Mennyi mennyei hír jár! = “Quante informazioni celesti girano!”.

Riflettendo, ora, un attimo e tenendo conto della realtà che il bretone attualmente viene parlato da circa 365 mila persone, di cui, tuttavia, soltanto 240 mila lo parlano fluentemente, mentre i parlanti l’ungherese nel mondo sono intorna ai 15 milioni, consegue l’interessante constatazione che l’espressione menhir viene intesa come “pietra lunga” solamente da un gruppo etnico relativamente modesto mentre il gruppo etnico di coloro che la colgono nei suoi vari significati arcaici è notevolmente più numerosa.

Hirmin

Una interessante forma di variazione del termine mén-hír in cui le due parole-seme costituenti appaiono in sequenza inversa è hir-min/ir-min, che designa la “colonna” germanica Ir-min-sul. Difatti, la terza componente ated. -sul equivale a ted. Säule (ol. zuil, dan. søjle) significante “colonna”. Di ovvia origine pagana, le Irminsul erano le sacre colonne di legno o pietra che presso i Sassoni rappresentavano la divinità. Il termine Irminsul che in sassone antico significava “grande/ possente pilastro/albero” viene spiegato su Wikipedia come derivato da Irmin, uno dei nomi di Wotan/Odino. In norreno Jörmunr (hir-min > jör-munr; cfr. mag. jár mén “gira/corre stallone”) esprime il significato “grande”, anche “ispirato” o “esaltato”. Jörmungandr, sinonimo di Miðgarðsormr “Serpe di Miðgarð”, è il “demone cosmicamente potente”. La colonna Irminsul, simbolo dell’axis mundi, era connessa al “culto degli antenati” (ted. Ahnenkult). Irmin fu il potente “progenitore” (ted. Stammvater, Ahnherr) divino e dio supremo degli Herminoni/Erminoni (lat. Herminones), una alleanza cultuale di tribù germaniche. Una caratteristica formale che distingue l’Irminsul dal menhir, tendenzialmente assottigliato verso la cima, è la parte apicale della “colonna” che ha uno sviluppo duplice, simile ai “due” cotiledoni di una pianta dicotiledonata in fase di germinazione o a una felce, una forma stilizzata dell’“albero della vita”, che presenta auto-similarità. La “colonna” Hirmin-/Irminsul è un vero inno alla vita!

DOL

Per quanto riguarda la componente iniziale dol del termine dol-men, essa risale alle seguenti parole-seme arcaiche del lessico kingir/šumero: DUL (Labat s. no. 459) con i valori fonetici tíl, dul6, tul5, ṭùl, dul, tul, e con i significati: “coprire, fermare”, “coperto, segreto”; e DU6, acc. tillu, “collina, mucchio, pila”; DUL (Deimel s. no. 459) immagine arcaica e significato di base del segno: “collina; spazio oscuro in una collina” (tumulo), dû “spazio separato di un tempio, dimora di Dèi”, “coprirsi, chiudere l’occhio”, “inchinarsi, gettarsi”, dul “coprire”, “circondare/comprendere”, du = tillu “collina” ecc.

Parole-seme fonosemanticamente affini a DUL sono: DAL (L. s. no. 86), ᵈᵘᵍDAL “vaso, recipiente” (cfr. mag. dug “infila”, tál “vaso, ciotola”), DAL/TAL “un vaso”, TAL-TAL “stimare/apprezzare, prezioso” (Deimel); TIL (L., D. s. no. 69) “essere compiuto, fine, essere completo, complettezza/ totalità, essere vecchio” (cfr. mag. tél “inverno”, túl “oltre”, dől “si inclina/china”, dél “sud, mezzogiorno”), “potente, fondato su potere” (Labat), “abitare”, “essere”, “completo, compiuto, essere finito” (da tel in mag. vengono sviluppati coerentemente: telik “si riempie/compie; decorre/passa”, tele/teli “pieno, carico”, tölt “versa, riempie, carica”, telt “riempito, caricato” ecc.), “fine” (Deimel) (cfr. mag. tél “inverno”, teljes “completo”, teljesség “completezza”, teljesedés “compimento, adempimento”).

Il termine archeologico dolmen è nutrito evidentemente da questo ventaglio di significati affini esprimendo: “Tempio/Tabernacolo di riposo” dedicato a MAN/MÌN – UTU/ Šamaš, che è l’astro “Sole”, l’occhio del giorno, durante il suo viaggio attraverso le tenebre notturne e invernali.

Una risonanza fonico-semantica con questa sfera di significati del lessico kingir/šumero rivela la costellazione di parole-seme: tál – tél – dél – dől/dűl – dúl – túl – tol del lessico magyar/ungherese. Ed è straordinariamente interessante la rivelazione che proviene dalla loro correlazione. Seguiamola e scopriamola!
L’“inverno” tél è la stagione finale con cui, metaforicamente espresso, il “vaso” tál dell’anno “si riempie” telik ed è “pieno” telt / tele. Come si sa, d’“inverno” tél la “traiettoria” út del Sole “transitante” menő “si inclina” dől verso “meridione” dél, fino al punto del solstizio d’“inverno” tél – il momento in cui il Sole raggiunge, nel suo moto apparente lungo l’eclittica, il punto di “declinazione” dőlés massima – in cui “torna” tér (téli térő “invernale tornante/solstizio”) e “oltre” túl al quale non si “spinge” tol.

Notiamo in questa descrizione una massima coerenza che si manifesta nella serie di assonanti variazioni fonosemanticamente ricollegate alle parole-seme arcaiche DUL, DAL, DOL del lessico kingir/šumero: tél – tál – telik – telt / tele – tél – dől – dél – dőlés – tél – dúl – túl – tol. Per rendersi meglio conto sia della portata del fenomeno di gioco fonemico creativo in atto che della differenza di realizzazione dei corrispondenti significati in una lingua di tipologia flessiva è utile mettere accanto e ascoltare le voci italiane: “inverno” – “vaso” – “si riempie” – “pieno” – “inverno” – “si china” – “meridione” – “inclinazione” – “inverno” – “devasta” – “oltre” – “si spinge”; o, volendo, anche quelle tedesche: “Winter” – “Schüssel, Schale” – “füllt sich” – “voll” – “Winter” – “neigt sich” – “Süden” – “Neigung” – “Winter” – “verheert” – “jenseits” – “schiebt”. Tra queste voci in italiano e tedesco non si possono trovare delle assonanze. Conclusivamente si può constatare che la stretta connessione di questi significati in magyar/ungherese ottiene conferma in una corrispondente espressione fonemica unitaria. Tutti i valori semantici sono realizzati con forme di variazione della medesima parola-seme base. Spiegato con altre parole, la coesione semantica si manifesta nella unitarietà dell’espressione fonemica. Questa circostanza in cui l’espressione fonemica dimostra coesione semantica non rappresenta, poi, un caso d’eccezzione in magyar/ungherese, ma costituisce una caratteristica fondamentale che contraddistingue questa lingua. Su Wikipedia l’ungherese viene definita in modo alquanto strano “la lingua non indoeuropea più parlata dell’Europa”. Adottando lo stesso modo di formulazione negativo, dalla prospettiva del magyar/ungherese o del finnico, il tedesco o il russo risulterebbe “la lingua non agglutinante più parlata d’Europa”. Non sarebbe più semplice e chiaro dire: “l’ungherese è la lingua agglutinante più parlata d’Europa”?

Come di consueto, anche la parola-seme arcaica TAL/DAL viene indicata nei dizionari etimologici europei tradizionali erroneamente e, purtroppo, con una certa pretesa di possesso come “radice indoeuropea *dhel-” che trasmette i significati “piegamento/svolta, cavità; volta/arcata”. L’asterisco sta qui, come di solito, per indicare una “presunta origine”; cioè, vista la mancanza di una fonte indoeuropea di documentazione certa, la “radice dhel-” non può che essere considerata “presunta”.
Mentre la ben documentata fonte d’origine del lessico kingir/šumero, che ha la sua evidente continuità in quello magyar/(h)ungherese, viene completamente ignorata.

Gli esempi di applicazione seguenti possono favorire ulteriormente la comprensione dei termini menhir e dolmen: A menhir a menő mennyei mént hírdeti “Il menhir proclama il transitante celeste stallone”. A dolmen a dűlő mennyei menő mén dűlőhelye “Il dolmen è del calante celeste transitante stallone luogo di appoggio” / “Il dolmen è la dimora di riposo del calante celeste trasitante stallone”.

Nel caso dei dolmen, più che di “tomba megalitica”, si tratta quindi della “dimora di riposo megalitica” dedicata alla transitante divinità solare UTU associata al numero “venti”, “Signore del percorso celeste” mag. égi Út ura, “Signore del cinque” mag. Öt ura (5 del dado – quella base di cui viene sviluppata la svastika), durante il tenebroso periodo notturno della sua permanenza nel mondo infero. Il dolmen è luogo di riposo e di silenzio, di simile funzione alla camera da letto dell’uomo, in cui UTU-MÌN possa rigenerare le sue forze per il suo prossimo giro giornaliero e irradiare la terra con i suoi raggi di luce e calore.

In concordanza con i valori semantici kingir/šumeri summenzionati la lettura in chiave magyar/ ungherese del termine dolmen risulta:

Dől-mén = “si china/abbassa/riposa – stallone”, che è allargabile a Dől menő mén “Riposa stallone che corre/transita” e a Dől mennyei menő mén “Riposa celeste stallone transitante”.