Dove si trova il Sacro Graal? I Luoghi

(c) Roberto La Paglia

Il termine Graal, diventato ultimamente oggetto principale di una vasta produzione letteraria a metà tra il romanzo giallo e la divulgazione esoterica, deriva dal latino medioevale Gradalis, vocabolo che indica una tazza, un vaso, un calice, un catino. Si tratta di oggetti dal modesto valore ma dall’ampio significato simbolico, tutti infatti esprimono l’idea di qualcosa che “contiene”, concetto intimamente legato all’elemento femminile che si esprime nella figura della Grande Madre.

Nella tradizione cristiana i sacri contenitori sono due; il primo, noto a molti anche per la sua caratteristica forma, è il Calice dell’Eucarestia, il secondo invece, forse meno conosciuto, è la stessa Vergine Maria, descritta come Vas spirituale, vas honorabile, vas insigne devotionis, ovvero “vaso spirituale, vaso dell’onore, vaso unico di devozione”. Questo accostamento non deve stupire più do tanto, il vaso infatti è il simbolo stesso del grembo materno, nel quale la divinità si è incarnata manifestandosi agli uomini.

Lo sviluppo di ciò che attualmente si conosce come “ciclo” del Graal è stato tracciato in dettaglio dalla ricerca storiografica: il nucleo deriverebbe da una leggenda orale gotica, derivata forse da alcuni racconti folcloristici precristiani e trascritta in forma di romanzo tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII secolo.

Alla fine del XII secolo, Chretien de Troyes, introduce nella già vasta letteratura riguardante le gesta di Re Artù, il mito del Vaso Sacro, il Santo Graal; non sappiamo esattamente quale ragione spinse l’autore su questa strada, probabilmente esisteva già una tradizione sotterranea riguardante il Graal oppure, ma le due ipotesi diventano in fondo un unico indizio, Chretien decise di rifarsi ai miti celtici.

Qualunque sia la spiegazione, il Santo Graal entrò di prepotenza a far parte dell’inconscio collettivo e soprattutto, divenne una cosa sola con Re Artù e i suoi Cavalieri della Tavola Rotonda; nel tempo il Graal perse i suoi connotati antichi e la sua origine pagana per diventare il simbolo stesso del ciclo arturiano.

RE ARTU’ E IL SANTO GRAAL

Il Graal arturiano, ovvero l’immagine che è rimasta nella fantasia e nella tradizione popolare, trova ampia descrizione intorno al 1190 nell’opera “Perceval le Gallois ou le Compte du Graal”, successivamente, nel volgere di soli venti anni, la sua figura e i suoi attributi sono già perfettamente caratterizzati.

Nel castello del “Re Pescatore” il cavaliere Parsifal assiste a una processione che scorre accanto alla tavola su cui verrà servita la cena. Per primo passa un ragazzo che tiene in mano una lancia insanguinata, quindi due giovani con un candelabro, per ultima arriva una damigella con tra le mani il Santo Graal, un oggetto di oro puro sul quale sono incastonate le pietre più preziose e rare mai viste.

Soffermiamoci un attimo proprio sul termine Graal; si tratta in realtà di un vocabolo già in disuso nel periodo durante il quale viene composto lo scritto, ma non è solo questo a renderlo diverso dall’accezione comune con la quale viene oggi riconosciuto; non si tratta di un oggetto unico, esso fa parte di una serie di “reliquie” dai mistici poteri e non presenta alcuna associazione con il sangue di Cristo.

Questa associazione viene riportata soltanto in seguito, nell’opera “Joseph d’Arimathie – Le Roman de l’Estoire dou Graal”, un testo che pur seguendo il ciclo arturiano, non fa alcun riferimento al famoso Re. L’opera viene scritta da Robert de Boron intorno al 1202, e il Graal viene identificato come il calice dell’Ultima Cena, lo stesso calice nel quale Giuseppe d’Arimatea aveva raccolto il sangue di Gesù crocifisso.

Ancora una volta un testo ambiguo ma, soprattutto, denso di misteri: il Graal viene menzionato con questo nome soltanto una volta e, cosa ancor più strana, ci si riferisce alla Sacra Coppa come ad un qualcosa preesistente ai fatti stessi, un oggetto che esisteva già, che possedeva già una sua storia ben precisa e importante, un oggetto che proprio per questesue intrinseche qualità venne scelto da Giuseppe d’Arimatea come idoneo a contenere il sangue di Cristo. Non ci troviamo quindi di fronte ad una reliquia cristiana ma a qualcosa di molto più antico, un oggetto dai poteri particolari e terribili, tanto che lo stesso autore si limita a brevi accenni ma si guarda bene dall’approfondire la questione.

Questa stessa opera viene continuata e integrata da un anonimo del XIII secolo; in “Le Grand Graal” troviamo nuovi elementi utili a delineare maggiormente la figura del Santo Graal: viene associato, in parte o totalmente, a un libro scritto dallo stesso Gesù Cristo e la sua lettura è riservata soltanto a coloro che si trovano in grazia di Dio.

Vari cavalieri intrapresero la ricerca del Graal in racconti annessi al ciclo arturiano; alcuni di loro ebbero successo come Percival o Galahad; ma furono in tanti coloro che fallirono, un esempio per tutti Lancillotto, il quale non riuscì a causa della sua impurità dovuta all’amore per la moglie di Artù.

Sempre citando l’opera di Wolfram, il Graal venne messo in salvo nel castello di Munsalvaesche o Montsalvat, e venne affidato a Titurel, il primo re del Graal. Alcuni studiosi sono convinti che il luogo nel quale venne messo in salvo il Graal sia il il Monastero di Montserrat, in Catalogna.

La leggenda del Graal è riportata anche in racconti popolari gallesi, dei quali il Mabinogion è il più vecchio dei manoscritti sopravvissuti (XIII secolo). Esiste anche un poema inglese Sir Percyvelle del XV secolo. In seguito le leggende di re Artù e del Graal furono collegate nel XV secolo da Thomas Malory nel Le Morte d’Arthur (anche chiamato Le Morte Darthur) che diede al corpus della leggenda la sua forma classica.


RIFERIMENTI STORICI

Per cercare di dare ordine e consistenza ai riferimenti storici intorno al Santo Graal, almeno fino a quando ciò è reso possibile dalla documentazione esistente, dobbiamo riferirci ai racconti riportati dai Vangeli sinottici, e più esattamente quelli attribuiti a Matteo, Marco e Luca. Durante l’Ultima Cena “Gesù prese il pane, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi; poi prese il calice, rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e disse: bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza versato per tutti in remissione dei peccati”. Il giorno dopo, ricordato come il Venerdì di Passione, si compie l’estremo sacrificio e Gesù viene crocifisso. Subito dopo la deposizione dalla croce, uno dei suoi discepoli, Giuseppe d’Arimatea, lo avvolge in un lenzuolo e lo trasporta in una tomba che lo stesso aveva fatto costruire da poco per la sua famiglia.

Fin qui i fatti narrati dai Vangeli, pur con tutte le loro lacune che riguardano comunque un argomento non pertinente con la ricerca che si propone questo articolo. Il fatto che più ci interessa da vicino riguarda invece l’aggiunta, che appare in alcuni racconti del ciclo del Graal, riguardante un episodio non contemplato sia dai Vangeli canonici che dagli apocrifi: durante la preparazione del corpo di Gesù per la sepoltura, e più esattamente durante la sua pulizia, fuoriuscirono alcune gocce di sangue dalla ferita inferta nel costato, ovvero dal colpo di lancia vibrato dal centurione Longino al fine di accertarsi dell’effettiva morte del condannato; Giuseppe raccolse il sangue nella stessa coppa adoperata per la consacrazione del vino durante l’Ultima Cena.

Lasciata la Palestina in seguito alle persecuzioni, Giuseppe D’arimatea si rifugiò in Britannia portando con se il Santo Graal, e tradizione vuole che la preziosa reliquia sia rimasta in quel luogo per circa cinque secoli, affidata ai sacerdoti della chiesa Aquae Sulis. Nel VI secolo, sotto la minaccia di una guerra, si decise di portare il Graal in un luogo più sicuro; la scelta cadde su Roma e sul Papa ma il sacerdote incaricato del trasporto fu costretto a fermarsi presso l’Isola Comacina, a causa dell’invasione dei Longobardi.

La vittoriosa resistenza contro l’esercito longobardo venne attribuita alle miracole facoltà del Graal e in suo onore venne eretta una chiesa; successivamente si decise di nascondere il calice in un posto sperduto situato in Val Codera, e da quel momento se ne persero definitivamente le tracce.

IL RE PESCATORE: LEGGENDA E TRADIZIONE ARCAICA DEL GRAAL

Il racconto del Re Pescatore, parte integrante della storia del Graal, soprattutto per i suoi riferimenti esoterici, si accentra sulla figura di un re zoppo, la cui ferita alla gamba rende la terra sterile. Il cavaliere che cerca il Graal incontra il re pescatore e viene invitato ad una festa al castello. Proprio durante questa festa, come abbiamo già descritto, si presenta il Graal carico di tutte le sue valenze mistiche e dei suoi esoterici simbolismi. La storia del Re pescatore e del Santo Graal venne più tardi incorporata nel ciclo arturiano. In principio il racconto del re pescatore si riferiva soltanto ad un episodio inserito prima dell’arrivo di Percival a Camelot, per poi evolvere in una esplicita ricerca del Graal da parte dei dodici cavalieri della Tavola Rotonda.

Dall’incontro di tutti questi elementi nascono le varie tradizioni e interpretazioni sul Santo Graal: secondo alcune leggende, i Merovingi, i primi re dei Franchi, erano i diretti discendenti di Gesù, e quindi ne ereditarono il suo sangue, il sang real.

Sebbene questa particolare tematica, in tempi recenti, ha destato notevole scalpore in seguito al fortunato romanzo “Il Codice Da Vinci”, si tratta in realtà di temi già ampiamente usati, dibattuti e divulgati già in passato.

Tra coloro che si interessarono a questa misteriosa vicenda basta citare i famosi Baigent, Leigh e Lincoln, autori di The Holy Blood and the Holy Grail (Il mistero del Graal, edito nel 1982), oppure Umberto Eco con il suo romanzo Il pendolo di Focault. Per la cronaca gli autori del Mistero del Graal, a sua volta basato su ricerche postume di Henry Lincoln, hanno tentato di denunciare Dan Brown per il reato di plagio, perdendo la causa.

Sono molte le tradizioni esoteriche che hanno accostato al Graal il simbolismo antico della Conoscenza, della Sapienza, della Tradizione Arcaica o Primordiale. In questo senso il Graal rappresenterebbe la “Parola Perduta” ovvero quella conoscenza che era propria di Adamo e che viene simbolizzata con l’Albero della Vita. Seguendo questa logica, la tradizione esoterica occidentale traccia una storia del Graal diversa da quella esposta finora: il calice, in realtà un diamante, sarebbe caduto dalla fronte di Lucifero, perso da Adamo, recuperato da Seth e perso di nuovo, quindi salvato durante il diluvio da Noè e successivamente utilizzato da Melchisedek per benedire Abramo e Sara.

Ancora una volta il Graal ritorna a Mosè, quindi ai Patriarchi, per poi sparire definitivamente; la tradizione vuole che venne ritrovato da una donna, Veronica detta Terapia, la quale lo consegnò a Gesù Cristo per celebrare l’Ultima Cena. Molte di queste informazioni sono riscontrabili nelle Visioni della beata Anna Caterina Emmerich.

Ma esiste anche una diversa ipotesi, affascinante e dibattuta, che riporterebbe il Graal agli antichi miti egizi e lo identificherebbe con uno degli attributi della Dea Maat, attributo in seguito integrato nell’ambito delle tradizioni giudeo cristiane.

ALLA RICERCA DEL GRAAL

Per motivi abbastanza ovvi il Graal viene portato in Inghilterra; si trattava in fondo della terra di Re Artù, nella quale erano sorti i miti e le leggende riguardanti le sue gesta, era quindi il posto ideale dal quale sarebbero dovute scaturire tutte le storie imperniate intorno al Sacro Calice.

Anche in questo caso tradizione, leggenda e mito si incontrano e molte sono le versioni che vorrebbero avallare l’ipotesi di un sottile filo che legherebbe l’Inghilterra e le sue antiche tradizioni pagane con il Cristianesimo appena nato.

Uno di questi racconti identifica il Graal come un manufatto già posseduto dai Celti, druidico per l’esattezza, che alla morte di Gesù venne riportato in Inghilterra da Giuseppe d’Arimatea.

Giunto in Inghilterra Giuseppe affida la coppa ad uno strano personaggio chiamato “Ricco Pescatore” o “Re Pescatore”, un guardiano che un tempo sfamò un gran numero di persone con un solo pesce, proprio come nel miracolo narrato dai Vangeli.

Esistono molte versioni relative a questo episodio, in ognuna di esse il Re Pescatore ha nomi diversi, tutti comunque riconducibili a tradizioni ebraiche; lo ritroviamo così con il nome di Hebron o Bron, cognato di Giuseppe d’Arimatea e nonno, zio o cugino di Parsifal; in altri racconti il Re Pescatore è invece Anfortas, la cui figlia sarà madre dell’altrettanto famoso Prete Gianni.

Ancora una volta il tempo cancella ogni traccia, già dopo alcuni secoli nessuno ricorda più il Re Pescatore e le tracce del Santo Graal vengono perdute; a questo punto molte leggende prendono piede e quella più conosciuta della maledizione che si abbatte sul paese provocando uno stato di devastazione fisica e spirituale, è forse quella che più ci lascia intravedere la realtà, una realtà fatta di tempi bui, di oscurantismo clericale e di lotte religiose, tutti fatti dolorosi che allontanano il Graal dalla vista degli uomini.

Per annullare questa maledizione è necessario ritrovare il Graal; questa è l’intuizione di Merlino; inizia la famosa ricerca, quel cammino iniziatico che è simbolo del travaglio interiore dell’umanità intera e del suo bisogno di ritrovarsi.

Dopo varie prove Parsifal ritrova il Castello del Graal ma, giunto al cospetto della Sacra Reliquia, il suo cuore vacilla e il calice, ancora una volta, si sottrae alla vista degli uomini.

Soltanto dopo un lungo periodo di travagliata meditazione, Parsifal riuscirà a ritrovare il Graal, a porre fine alla maledizione e a riportare la reliquia nel Regno di Prete Gianni.

Tutte queste peripezie sono narrate ne “La Queste del Saint Graal”, romanzo di autore anonimo del 1220. Una versione del 1885 vuole invece che Giuseppe d’Arimatea nasconda il Graal nel Chalice Well, a Glastonbury; questa notizia ha generato molte delle ipotesi che vogliono questa chiesa al centro di misteriosi eventi e di inquietanti segreti.

In ultimo rimane la tradizione che vuole il Santo Graal intimamente legato ai Cavalieri Crociati e alla Terra Santa.

Seguendo sempre quanto riportato nella “Materia di Bretagna“, intorno al 540, il Graal venne riportato in Medio Oriente; per secoli non si ebbero più notizie della reliquia, almeno fino all’inizio dell’era delle Crociate. Dall’anno 1095 in poi, molti Cavalieri cristiani si recarono in Terra Santa, era importante salvaguardare l’incolumità dei pellegrini ma anche il miraggio di favolose ricchezze spinse gli uomini ad intraprendere una lotta senza tregua nel nome di Dio.

L’affluire di tanti occidentali in una terra dalle antiche tradizioni mistiche e dai profondi significati esoterici, permise un contatto diretto tra le due civiltà, le tradizioni si confrontarono e qualcuno parlò del Graal, un oggetto dai poteri straordinari nascosto da tempi immemorabili proprio in quei luoghi.

Le Crociate furno quindi il mezzo che permise la diffusione della tradizione del Graal in Europa ma è anche plausibile che ne vennero in possesso, riportandolo indietro e occultandolo in un luogo che ancora oggi sfida il più umile dei penitenti e il più audace dei ricercatori.

I LUOGHI DEL GRAAL

La ricerca del Graal, abbandonati per ovvi motivi i suoi caratteri mistici ed esoterici, è diventata ormai una vera e propria caccia al tesoro, una caccia che annovera centinaia di mappe, di indicazioni e di libri sui quali passare giorni e giorni di paziente studio.

Le testimonianze relative al misterioso luogo nel quale venne occultata la Santa Reliquia, iniziano già nel Medioevo e risentono ovviamente, non solo del periodo nel quale hanno visto la luce, ma anche della tradizione filosofica e spirituale di chi ne curò la redazione. Vediamo di seguito, tentando di far coesistere antichi indizi con moderne teorie, quali potrebbero essere i nascondigli del Graal, lasciando al lettore tutte le dovute conclusioni e sperando di aver in qualche modo solleticato quello spirito di avventura e fantasia che porta nel tempo alle grandi scoperte.

GERUSALEMME

Una delle fonti più antiche inerenti la ricerca del Graal e la sua ubicazione, narra di un calice argenteo a due manici che veniva tenuto in un reliquiario di una cappella vicino Gerusalemme, tra la basilica del Golgotha e il Martirio. Questa notizia viene riportata soltanto da una fonte, quella relativa ad un pellegrino anglo-sassone di nome Arculfo, vissuto nel VII secolo, il quale afferma di aver visto e toccato il Sacro Calice. Questa è anche l’unica testimonianza che colloca il Graal in Terra Santa. E’ però importante notare come una tradizione simile descriva un episodio avvenuto intorno al 670 circa: Arculfo, vescovo di Périguex, sarà lo stesso pellegrino descritto prima?!), approdò alle isole Ebridi in seguito a naufragio, venne accolto da Adamnan, l’autore della vita di San Colombano e fondatore del Monastero locale. Arculfo raccontò al suo ospite che durante il pellegrinaggio in Gerusalemme riuscì a vedere e toccare il sudario che avvolse il corpo di Cristo dopo la deposizione dalla croce, descrivendola come una tela lunga otto piedi.

Non fa alcun riferimento al volto impresso, non specifica altro; cosa vide in realtà Arculfo? La Sindone o il Santo Graal? O forse vide un oggetto diverso, un oggetto che nel tempo ha cambiato varie volte nome e aspetto?

COSTANTINOPOLI

Quella conservata a Costantinopoli sarebbe una copia del Graal! Questo almeno afferma una fonte riconducibile al XIII secolo, e più esattamente nel romanzo “Titurel il giovane”.

La copia sarebbe stata trafugata dalla chiesa del Boucoleon durante la quarta crociata e portata da Constantinopoli a Troyes da Garnier de Trainel, decimo vescovo di Troyes, nel 1204. Testimoni affermano che nel 1610 la copia era ancora al suo posto, ma scomparve durante il periodo della Rivoluzione Francese.

Anche in questo caso il dubbio espresso per quanto riguarda l’oggetto descritto da Arculfo diventa legittimo, perché proprio Costantinopoli era famosa per custodire la Corona di Spine, la Sindone e anche la Croce di Cristo, portata in città dall’Imperatore Bizantino Eraclio nel 629. Ancora una volta è lecito chiedersi: cosa si identifica esattamente con il termine Graal?!

GENOVA

Anche l’Italia rientra nei luoghi che potrebbero custodire il mistero del Santo Graal; uno di questi luoghi potrebbe essere Genova, e più esattamente la Cattedrale di San Lorenzo, nella quale si conserva una coppa di forma esagonale conosciuta come il Sacro Catino.

Si tratta di un calice di vetro egiziano verde che la tradizione vuole sia stata intagliato in uno smeraldo (ancora riferimenti alle tradizioni esoteriche, in questo caso allo smeraldo di Lucifero).

Dopo la conquista dell’Italia da parte di Napoleone, il calice fu portato a Parigi e al suo ritorno in Italia si ruppe; molte le ipotesi sulla sua origine, da quella di Guglielmo di Tiro che lo vuole come custodito in una Moschea a Cesarea nell’anno 1101, oppure la tradizione spagnola che lo vuole ritrovato da Alfonso VII di Castiglia durante la presa della città di Almeria nel 1147, battaglia alla quale parteciparono anche i Genovesi.

L’identificazione del Sacro Catino con il Santo Graal avviene nel XIII secolo, ad opera di Jacopo da Varagine.

VALENCIA

Il Santo Càliz, una coppa di agata conservata nella Cattedrale di Valencia, sarebbe in realtà il tanto cercato Graal.

L’oggetto poggia su un supporto di epoca medioevale e la base è formata da una coppa di calcedonio rovesciata, sopra è possibile leggere una iscrizione in lingua araba.

Nel 1399, il Sacro Càliz viene dato in dono a Re Martino I di Aragona dai monaci del monastero di San Juan de la Peña al re Martino; secondo una antica tradizione si tratterebbe dello stesso calice portato a portato a Roma da San Pietro.


CASTELLO DI GISORS

La tradizione che vuole il Graal custodito nei sotterranei del Castello di Gisors, in Francia, nasce dall’ipotesi che i Cavalieri Templari stringessero stretti rapporti con la Setta degli Assassini, un gruppo a carattere iniziatico che adorava una misteriosa divinità chiamata Baphomet. Per alcuni ricercatori questa divinità altri non sarebbe che il Graal stesso, il quale venne affidato ai Templari prima che la Setta venisse del tutto eliminata.

In seguito a questi fatti, intorno alla metà del XII secolo, i Cavalieri Templari avrebbero portato il Graal in Francia, dove ancora oggi si troverebbe nei sotterranei del Castello di Gisors.

Fatto strano da rilevare è che i custodi del Graal presso il Castello del Re Pescatore erano chiamati Templeisen!

CASTEL DEL MONTE

Ancora una storia con molti risvolti simili a quelli appena narrati; nell’anno 1190 prende vita l’Ordine dei Cavalieri Teutonici, i quali entrarono presto in contatto con i Sufi, una tradizione kistica dell’Islam che tentava di coniugare in sinergia tra loro le tre grandi religioni: Ebraica, Islamica e Cristiana. A questi contatti giovò molto l’atmosfera creata da Federico II, Imperatore illuminato che seguiva una strada di convivenza tra le religioni e un unico Dio da portare come riferimento.

Il Graal, custodito in Oriente, sarebbe stato affidato proprio a Federico II dai Sufi per mezzo dei Cavalieri Teutonici, in modo da essere difeso dalle enormi distruzioni provocate dalle Crociate.

Seguendo il filo di questa storia, il Graal si troverebbe a Castel del Monte, la famosa costruzione di forma di coppa ottagonale, che venne edificata apposta per custodirlo; in effetti, e molto stranamente, Castel del Monte non venne mai usato, almeno ufficialmente, per nessuno scopo, sia esso civile o militare, ne tanto meno benne mai abitato dall’Imperatore.

TAKHT-I-SULAIMAN

Esiste un filone di ricerca non molto conosciuto o divulgato che vorrebbe Re Artù come rappresentante dello Zoroastrismo, una delle più antiche religioni dell’Iran preislamico antico.

Il principale centro del culto dedicato a Zoroastro era il Takht-I-Sulaiman, un luogo sorprendentemente simile alla descrizione riportata da Wolfram Von Eschenbach del castello del Re Pescatore.

Secondo i ricercatori che seguono questa teoria, Takht-I-Sulaiman potrebbe in realtà essere mitica Sarraz, dove si adorava il Fuoco Reale, dalla quale giunse la Sacra Coppa e dove ancora oggi si troverebbe.

CASTELLO DI MONTSEGUR

Andato disperso il culto di Zoroastro, la sua eredità e alcune delle sue dottrine passarono ai Manichei e in seguito ai Catari o Albigesi.

Questi erano giunti in Europa dal Medio Oriente, attraversando la Turchia e i Balcani, quindi si erano stabiliti in Francia nel XII secolo. La loro storia volse al termine nel 1244, quando, dopo una lunga persecuzione da parte del Papato e dei francesi, furono sterminati nella loro fortezza di Montsegur.

Ipotizzando che i Catari avessero portato il Graal proprio a Montsegur questo dovrebbe ancora trovarsi in qualche impenetrabile nascondiglio proprio da quelle parti. Ancora una volta la letteratura arturiana ci offre uno spunto di riflessione, infatti il Castello del Graal viene chiamato “Munsalvaesche“, ovvero “Monte Salvato” oppure ” Monte Sicuro”. Sono stati in molti e per svariati motivi ad interessarsi al Castello di Montsegur, ultimo il colonnello delle SS Otto Rahn, il quale durante gli anni ’30 intraprese alcuni scavi proprio in questo sito, oltre che in altre fortezze Catare, e tutti sappiamo quanta importanza desse Hitler a questo tipo di reliquie.

Rimane però da ricordare che la storia dei Catari e lo stesso Castello di Montsegur, sono all’origine di altre teorie ancora più sorprendenti, anche se alla fine coerenti con quanto appena raccontato.

Si vocifera da più parti che i Catari non conservassero in realtà il Santo Graal, bensì il corpo di Maria Maddalena; questa teoria è stata lo spunto per molte opere di ricerche ma anche per altrettanti voli di fantasia. Il filone più proficuo nell’ambito della ricerca è stato sicuramente quello inerente ai fatti accaduti nel paesino di Rennes le Chateau, fatti che sembrano avere un sottile legame proprio con i Catari, la Maddalena e il Castello di Montsegur. La teoria che sposa tra loro queste vicende vuole Maria Maddalena come moglie di Gesù e madre della sua stirpe reale, il Sang Real o San Graal; ma in fondo il Graal sarebbe un calice, un contenitore e non assolve forse la stessa funzione il grembo di una madre?

BASILICA DI BARI

Nell’anno 1087 partì dalla Turchia una nave molto speciale, al suo comando erano un gruppo di mercanti, il suo carico le spoglie di San Nicola, la loro destinazione: Bari.

In onore di questi uomini ardimentosi e del Santo venne eretta una Basilica ma una storia diversa si affianca a quella appena raccontata, una storia che vede nella traslazione delle spoglie di San Nicola, soltanto un comodo espediente per mascherare un ritrovamento molto più importante, quello del Santo Graal.

Non si trattava quindi di semplici mercanti, bensì di Cavalieri che agivano per conto di Papa Gregorio VII, il quale non voleva rendere pubblica la scoperta in quanto intravedeva nel Graal un simbolo che andava oltre la religione Cristiana.

Perché, se il Papa temeva il Graal, decise di farlo nascondere a Bari? Probabilmente temeva che la presenza del Sacro Calice in terra di Turchia avrebbe in qualche modo aiutato i Saraceni, decretando la sconfitta dell’Impero Bizantino, oltre che nuocere all’espansione del Cristianesimo.

In una chiesa sconsacrata di Myra, i mercanti/cavalieri prelevarono alcune ossa, in seguito identificate come quelle del Santo, questa operazione di recupero giustificò la loro presenza sul suolo Turco e l’edificazione della Basilica di Bari.

Non a caso venne scelta questa città come ultimo rifugio della Sacra Coppa; proprio da li sarebbero partiti i Cavalieri per la Terra Santa ricevendo l’influsso benefico del Graal e lo stesso influsso avrebbe protetto Roberto il Guiscardo, Re Normanno delle Puglie e principale alleato del Papa.

Sul portale della cattedrale, forse a ricordo di questo avvenimento, è ancora oggi visibile l’immagine di Re Artù con uno strano disegno stilizzato, forse l’indicazione per ritrovare il nascondiglio del Santo Graal.

CHIESA DELLA GRANDE MADRE DI TORINO

Il Santo Graal è a Torino?

Potrebbe trattarsi di una ipotesi fondata se vogliamo tenere conto delle tante indicazioni che porrebbero la capitale del Piemonte come il luogo nel quale riposa il Santo Calice.

Molti sostengono che sia sepolto nei sotterranei della Chiesa della Gran Madre, o comunque che proprio in questa costruzione si troverebbero gli indizi per arrivare al nascondiglio. Altri sostengono che sia nascosto nella coppa che la scultura della Fede porge al cielo, altri ancora chi sepolto nel luogo che la scultura indicherebbe con lo sguardo, anche se risulta abbastanza difficile indicare un punto esatto in quanto la scultura è priva di pupille.

Una teoria abbastanza interessante dipinge invece il Graal non come oggetto bensì come simbolo e lo colloca ancora una volta a Torino; ricordiamo per inciso che Torino custodisce anche la Santa Sindone e, come abbiamo già accennato e come tenteremo di dimostrare in chiusura, sono molte le probabilità che si stia parlando dello stesso oggetto.

Uno studio effettuato dal Politecnico di Torino ha consentito di tracciare una traiettoria ipotetica dell’altrettanto ipotetico sguardo della scultura citata prima; secondo questo studio il nascondiglio della reliquia sarebbe Palazzo di Città e l’ipotesi troverebbe conferma osservando i calici riproposti sulla facciata dell’edificio. Niente di tutto questo è mai stato provato ma l’idea che il Graal sia stato importato forse dai pellegrini che si spostavano per l’Europa durante il Medioevo o forse dai Savoia insieme alla Sacra Sindone, proprio nel capoluogo piemontese rimane sempre viva nella fantasia e nel desiderio di chi ancora vuol credere.

STATI UNITI: OAK ISLAND

Una teoria molto affascinante si riferisce al Graal come ad un vero e proprio tesoro materiale, collocandone il nascondiglio su una piccola isola canadese situata presso Mahone Bay, Oak Island.

Narra la leggenda che nel 1795, Daniel Mc Ginnis (o Mc Innis) si accorse che al centro di una vistosa depressione del terreno si trovava un albero al quale era stata montata, su di un ramo, una carrucola. Era quello il periodo nel quale fiorivano le storie misteriose riguardanti l’isola di Oak, soprattutto quelle relativi ai tesori che vi si troverebbero; una depressione ed una carrucola erano sicuramente indizi riguardanti qualcosa di nascosto e viste le storie che si narravano, probabilmente si trattava di un tesoro.

Recatosi sul posto in compagnia di due amici, Daniel intraprese uno scavo, malgrado fosse vistosamente ostacolato dagli abitanti del luogo; l’opera alla fine dovette arrestarsi ma rimase la leggenda. Per lungo tempo lo scavo intrapreso da Mc Ginnis venne ricercato da esploratori e cacciatori di tesori, fino a quando un certo Simeon Lynds, riprese finalmente l’opera interrotta.

Andando sempre più in profondità, ci si accorse che vi erano strati di legno ad intervalli regolari, ogni 10 piedi, e strati di materiale non sedimentario; giunti a 90 piedi venne fuori una pietra lavorata, recante una incisione mai decifrata. Quando ormai sembrava che il tesoro fosse vicino, lo scavo si allagò e malgrado gli interventi per tentare di ripristinarlo l’opera venne di fatto interrotta.

Da quel momento ad oggi molti hanno sfidato il mistero dell’isola di Oak ma nessuno è riuscito a venirne a capo; quella che sembra a prima vista una facile impresa si è rivelata nel tempo una vera e propria sfida, infatti, più si scende nello scavo più diventa difficile continuarlo. Chi architettò un così ingegnoso nascondiglio? A quale scopo? E, soprattutto, per proteggere cosa?

i crearono veri e propri consorzi e associazioni per la ricerca del “tesoro” come la Oak Island Associazion o la Oak Island Eldorado Company sino a giungere al  1966 con la Triton Alliance, ma nessuno ebbe risultati di valore.

Un tunnel, costruito con immane sforzo, rende impossibile lo scavo, allagando il sito non appena si giunge ad una certa profondità; un tale ingegnoso meccanismo non può essere nato per nascondere qualcosa di poco conto; in questo senso molti pensano si tratti del Santo Graal.

FRANCIA: RENNES LE CHATEAU

Quando Berenger Sauniere, parroco di fresca nomina presso la chiesa di Rennes le Chateau, riuscì a raccogliere i primi fondi per i lavori di restauro di alcuni parti della sua parrocchia, proprio dentro uno dei due pilastri che reggevano l’altare, trovò delle pergamene. Nessuno sa esattamente cosa vi fosse scritto, molti addirittura pensano che questo ritrovamento non sia mai avvenuto, ma rimane il fatto che dopo poco tempo, il nostro parroco aveva così tanto denaro da rifare non solo la chiesa ma anche una villa, una torre, un giardino, una fontana e molte opere pubbliche a beneficio dei suoi parrocchiani.

Quale era l’origine di questa inaspettata e repentina ricchezza? Per quale motivo influenti uomini politici e monarchi lo onoravano della loro amicizia? Perché il Vaticano, velatamente, lo temeva? Molti danno una sola risposta a tutte queste domande, una risposta che implica il ritrovamento di un tesoro importante, sia da un punto di vista materiale che spirituale, un tesoro che dava ricchezza ma anche potere sulla chiesa stessa, molti indicano questo tesoro come il Santo Graal, nascosto dai Catari e ritrovato proprio da Sauniere.

Quanto ci sia di vero in questa storia è difficile dirlo, troppi racconti paralleli e troppe vicende poco chiare, hanno contribuito a rendere ancora più misterioso ciò che avvenne a Rennes le Chateau, ma qualcosa avvenne e forse, ancora oggi, qualcosa è rimasta nascosta, in attesa del prossimo mistero.

VAL CODERA (LOMBARDIA)

La val Codera, in Lombardia, rientrava nella sfera dei territori occupati dalla tribù degli Aneuniati, nome traducibile probabilmente come gente delle acque, che popolavano il tratto finale della valle dell’Adda e le basse terre a settentrione di Colico sino all’attuale Samòlaco, dove correva il confine con la tribù dei Bergalei (gente dei monti). Dopo le prime campagne militari del II sec. a. C., la dominazione romana divenne concreta tra il 25 ed il 15 a. C. e soprattutto dopo la spedizione di Tiberio e Druso, figliastri di Augusto.

Ai Romani, che occupavano l’Insubria, interessava assicurarsi il

passaggio verso i territori alpini, In Val Codera la presenza romana è documentata da ritrovamenti di manufatti contenenti ceneri, da ampolle, vasetti e monete. Quasi tutti questi ritrovamenti furono opera di don Martino della Pietra, curato di Cola, nel 1798; lo stesso ritrovò un calice a tazza (scyphos) in pietra, lavorato al tornio, rinvenuto nel 1900 e donato allo storico Buzzetti che lo depositò presso la Biblioteca Laurenziana di Chiavenna. Proprio questo ritrovamento ha fornito spunto alla leggenda del Sacro Graal disperso in Val Codera.

CAPPELLA DI ROSSLYN (SCOZIA)

Eretta da Sir William Sinclair, la Cappella di Rpsslyn è stata citata e osannata da grandi personaggi e da sempre è rimasta al centro di molti misteri.

Durante l’epoca della Riforma, l’edificio venne abbandonato e le statue che l’adornavano nascoste e mai più ritrovate.

La Rosslyn Chapel, detta anche Collegiata di San Matteo, è riccamente decorata con simboli biblici, massonici, pagani e appartenenti alla tradizione dei templari. Elementi decorativi rappresentanti scene della vita di Gesù si amalgamano con figure umane, angeli, margherite, rose, gigli, stelle, foglie, piante di mais. Proprio ol mais rappresenta uno dei tanti misteri di Rosslyn, poiché al tempo della sua costruzione questa pianta non era stata ancora scoperta.

La leggenda narra che Sir William costruì la Cappella servendosi di templari travestiti da scalpellini, gli stessi templari sfuggiti alla persecuzione del 1307; questo racconto è stato il supporto principale alla tesi che il Graal si trovi proprio nei sotterranei dell’edificio, qualcuno sostiene che qui si celi un segno segreto il quale, una volta decifrato, rivelerebbe l’ubicazione del Santo Graal oppure il famoso Tesoro dei Cavalieri Templari.

Esistono anche sostenitori della tesi che Rosslyn sia il punto di partenza delle famose “lay lines”, linee di energia che attraverserebbero la Gran Bretagna e l’intero pianeta, tradizione molto antica e conosciuta già in Oriente.

Ci sono inoltre coloro che affermano che la Rosslyn Chapel riproduca la struttura originale del Tempio di Salomone a Gerusalemme, e, per provarlo, indicano come la Colonna dell’Apprendista , la colonna più ornata di tutta la cappella e rappresentante figure tratte dalla mitologia nordica, e la Colonna del Maestro, rappresentino le colonne di Boaz e Joachim situate nel Tempio di Salomone.

GLASTONBURY

Dopo lunghe peregrinazioni, Giuseppe d’Arimatea giunse a Glastonbury, dove la tradizione vuole che abbia conficcato il proprio bastone nel terreno e che lo stesso bastone si sia miracolosamente trasformato in un roveto.

Questa è una delle tante tradizioni che legherebbero Glastonbury al Santo Graal; a rigor del vero, l’elemento narrativo del cespuglio magico ricorre nella letteratura locale fin dal 1520, identificandolo con il roveto di Wearyall Hill, che fioriva straordinariamente due volte all’anno: nel periodo di Natale e nel mese di Maggio. Il cespuglio venne distrutto durante la Guerra Civile Britannica, tuttavia, alcuni suoi germogli vennero recuperati e piantati nelle vicinanze dove fiorirono altrettante piante. Un team di botanici, esaminando i cespugli, concluse che la specie non era originaria della Gran Bretagna, bensì del Medio Oriente.

Proprio a Glastonbury Giuseppe d’Arimatea portò la Sacra Coppa e la affidò ad un gruppo di non ben identificati “Guardiani”, i cui discendenti l’avrebbero custodita fino ai nostri giorni.

Durante il primo millennio, alcuni monaci di Glastonbury, dichiararono di avere rinvenuto due ampolle che sarebbero state sepolte insieme a Giuseppe d’Arimatea e di cui è possibile ammirare la raffigurazione sulle vetrate della chiesa di S. John, sempre a Glastonbury. Purtroppo le due ampolle non vennero mai esposte al pubblico ed è quindi impossibile capire se siano permanete esistete.

La leggenda più popolare riguardo ai fatti accaduti in questo luogo della Gran Bretagan, racconta invece di come Giuseppe d’Arimatea prese coscienza dell’enorme potere della reliquia che si portava dietro e per evitare che cadesse nelle mani sbagliate, scavò un pozzo all’ombra di un maestoso albero e vi seppellì il Graal.

Esiste in effetti, tra due bassi rilevi collinari, un luogo chiamato “The Tor” (in inglese, picco o sommità rocciosa) e sarebbe il luogo che la tradizione popolare ha designato come “The Chalice Hill” (La Collina del Calice); si tratta effettivamente di un pozzo noto come “The Chalice Well” (“Il Pozzo del Calice”).

La tradizione popolare, probabilmente, ha voluto identificare il Chalice Well con il pozzo di Giuseppe d’Arimatea a causa della curiosa colorazione rossastra dell’acqua contenuta nel primo, colorazione presumibilmente imputabile alla massiccia presenza di ossidi di ferro e associata dal folclore locale al sangue di Gesù.

Curiosamente, questa cavità è effettivamente legata addirittura non a una bensì a due antiche coppe: La prima , in legno d’ulivo, fu realmente rinvenuta nel pozzo qualche secolo fa ma risultò essere un artefatto rituale celtico; la seconda coppa fu invece oggetto di lunghe ed estenuanti ricerche da parte del celebre occultista John Dee il quale, nel 1582, si recò in più di un occasione a Glastonbury, poiché era fermamente convinto che il Pozzo del Calice fosse il nascondiglio segreto di un vaso contenente l’elisir dell’eterna giovinezza.

E’ anche importante precisare che la presenza nel I secolo di Giuseppe d’Arimatea in Gran Bretagna è stata storicamente provata, soprattutto da un documento del 1601 che riporta la trascrizione dell’arrivo di Giuseppe a Marsiglia e del proseguimento del suo viaggio alla volta della Britannia.

Altri documenti provano la sua presenza in Gallia e i suoi nuovi spostamenti sul suolo Inglese.

In seguito allo scisma del 1535 e alle continue persecuzioni anticlericali, i monaci di Glastonbury decisero di spostare il Graal, nascondendolo nel feudo di Nanteos Manor, nel Galles; , una antica tradizione relativa a questi fatti narra che, alla morte dell’ultimo dei monaci, custodi del Graal, la coppa venne affidata al feudatario.

Alcuni studiosi ritengono che questo “Graal”, una coppa in legno d’ulivo del diametro di circa quindici centimetri, alla morte dell’ultimo signorotto, avvenuta nel 1952, sia stato consegnato ad altre persone e che attualmente sia custodito nel caveau di una banca.

AQUILEIA: IL PUNTEUM AUREO

Puteum aureo, il pozzo aureo o d’oro, è un leggendario pozzo in cui sarebbero stati nascosti tutti i tesori della città di Aquileia sotto l’Impero Romano, per evitarne la cattura da parte di Attila che stava avanzando con le sue orde.

Il contenuto del pozzo e il pozzo stesso non vennero mai rinvenuti ma le tradizioni e le leggende narrano che il mistero della sua collocazione sia custodito dai Patriarchi di Aquileia, che si sarebbero tramandati il segreto che conferiva un potere enorme al patriarcato; sempre secondo queste leggende, lo stesso Sacro Graal, la coppa dell’ultima cena di Cristo, potrebbe trovarsi fra i tesori del pozzo.

I fatti che proverebbero questa teoria sono quelli contenuti in un’altra leggenda che narra di Giuseppe d’Arimatea e del Santo Graal; tra il 33 e il 40 d.C. Giuseppe possedeva già il Santo Graal ed era cosciente dei poteri che da questo derivavano. La situazione dei Cristiani era sempre più critica e in social modo la sua, visto che aveva conosciuto Gesù e conservava una delle reliquie più potenti mai esistite. Tra il 40 e il 50 d.C. inizia una diaspora dei Cristiani perseguitati, il luogo prescelto da molti è proprio l’Italia e anche Giuseppe si unisce ai fuggitivi intorno al 34-41 d.C.

Il luogo prescelto per l’approdo è proprio Aquileia, uno dei porti più decentrati della penisola Italiana con possibili vie di fuga verso i vicini confine dell’Impero in caso di necessità. Giunto ad Aquileia, Giuseppe d’Arimatea si preoccupa subito di nascondere il Graal, in vista anche del fatto che quella non sarà la sua ultima meta e che quell’oggettoi è troppo prezioso per essere portato in giro senza rischi.

Il Calice rimane quindi in città o nei pressi, ma dove esattamente?

LE NATURE DEL GRAAL

In conclusione e prima di azzardare l’ultima ipotesi in merito a quanto finora scritto, vale la pena tracciare un sunto delle caratteristiche del Graal descritte dal canone e dalle tradizioni celtiche fino al momento in cui esso raggiunge l’Inghilterra.

Il Graal è un oggetto materiale e spirituale insieme. Non si conosce esattamente la sua natura: forse è una pietra, forse è un libro, forse un contenitore; è certo che permette di abbeverarsi (l’ultima cena), ma vi si può anche versare qualcosa (il sangue di Cristo crocefisso). Può guarire le ferite, dona una vita lunghissima, garantisce l’abbondanza, trasmette e garantisce la conoscenza, ma è anche dotato di poteri terribili e devastanti. La tradizione sull’esistenza di un oggetto con questi poteri è antichissima e diffusa in una vasta zona dell’Asia, del Nord Africa e dell’Europa; il Graal è forse stato identificato con nomi diversi (la “Lampada di Aladino”, il “Vello d’Oro”, l'”Arca dell’Alleanza”, la coppa “Amonga” dei Sarmatiani del Caucaso). In qualche modo ignoto Gesù ne è entrato in possesso. Le varie leggende a proposito del Graal (Tuatha De Danaan, Smeraldo di Lucifero, Occhio di Shiva, eccetera) concordano nel conferirgli un’origine ultraterrena. Basandosi su questi capisaldi, molti commentatori hanno tentato di dedurre la vera natura del Graal. Nell’interpretazione più realistica, è una favolosa invenzione letteraria stimolata da miti antecedenti, attecchita su un terreno particolarmente fertile e arricchita di nuovi particolari da successive generazioni di autori; in quella più materialistica è semplicemente la coppa dell’ultima cena, preziosissimo oggetto di antiquariato. Per gli antropologi è un corpus di dottrine elaborato attraverso i secoli (“vi ci si può abbeverare e vi ci si può versare”), forse supportato fisicamente da un testo scritto. Per la tradizione cristiana, il Graal rappresenta l’evangelizzazione del mondo barbaro, operata dai missionari (Giuseppe d’Arimatea), stroncata dalle persecuzioni e ripresa da un gruppo di uomini di buona volontà guidati da un sacerdote (Merlino), o, ancora, la cacciata dall’Eden (il Wasteland) e la successiva redenzione grazie all’intervento di Gesù. Per gli esoteristi Renè Guenon e Julius Evola il Graal è il cuore di Cristo, potente simbolo della Religione Primordiale praticata ad Agharti, di cui Gesù sarebbe stato un esponente; per gli alchimisti rappresenta la conoscenza, e la sua ricerca equivale a quella della Pietra Filosofale o dell’Elisir di lunga vita. Per Carl Gustav Jung è un archetipo dell’inconscio; per Jesse Weston è un simbolo sessuale e di fertilità; per Walter Stein, autore di The Ninth Century and the Holy Grail, il Graal è connaturato con l’intero pianeta: un generatore di energia spirituale, ma anche politica e socioeconomica. Per Rudolf Steiner è “il simbolo degli eventi dell’epoca primitiva percepiti dalla sensibilità dell’animo”; quando, nel 1913, progettò l’edificio chiamato Gotheanum, il filosofo tedesco intese realizzare un nuovo “Castello del Graal”. Per Adolf Hitler è uno strumento magico con cui ottenere il potere assoluto; per gli autori di romanzi di fantascienza e per i fautori dell’ Ipotesi extraterrestre è un’apparecchiatura proveniente dallo spazio, o qualcosa che ha a che vedere con i terribili poteri della fusione nucleare. E, per i giornalisti Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln è ancora altro, una sottile linea di sangue che porta ai discendenti della stirpe reale di Gesù.

Le teorie che hanno accompagnato la vicenda del Graal sono molteplici e tutte degne di essere studiate ed esplorate fino in fondo. Fondamentalmente gli studiosi si dividono in due linee di pensiero, una abbraccia il lato fideistico del Graal identificandolo come un calice, quindi un oggetto materiale; un’altra corrente, più vicina all’esoterismo, identifica il Graal come un concetto e non qualcosa di materiale. Esistono, di contro, teorie che vedono nel Graal tutt’altro che un calice od un simbolo della tradizione, quanto un documento, un codice e molto altro ancora.

Diamo una breve introduzione a quelle che sono le teorie più diffuse riguardo al Graal:

Un calice

Secondo l’immaginario collettivo, il Graal non è altro che il calice utilizzato da Cristo durante l’ultima cena e nel quale Giuseppe d’Arimatea ha raccolto il sangue della crocifissione.

Una pietra

Si tratterebbe di una pietra preziosa, più precisamente uno smeraldo, che faceva parte della corona di Lucifero, caduta sulla terra durante lo scontro tra gli angeli del bene e gli angeli del male. Set, figlio di Adamo ed Eva, ritornando nel giardino di Eden alla ricerca di un rimedio per la malattia di suo padre, trovò il Graal, cura per le malattie di tutti gli uomini.

La pietra filosofale

Alcune proprietà straordinarie del Graal farebbero pensare che si tratti della pietra filosofale.

L’Arca dell’Alleanza

Secondo Graham Hancock si tratterebbe dell’Arca dell’Alleanza. La sua teoria si fonda su alcuni presunti nessi logici tra il Graal e l’Arca perduta ritrovati sui testi biblici e i testi Graaliani.

Il libro di Gesù

Stando al testo medievale Grand-Saint-Graal, il Graal sarebbe un Libro associato ad una luce accecante. Sulla copertina ci sarebbe scritto: “Ha qui Inizio la Lettura che tratta del Santo Graal – Ha qui Inizio il Grande Terrore”, e sarebbe stato scritto da Gesù stesso. Conterrebbe la genealogia di Cristo.

Un oggetto mutante

Nel Perslevaus il Graal è descritto come un oggetto che può assumere differenti forme:

Un calice.

Un Tailleoir, ovvero un piatto d’argento.

Una spada spezzata.

Una lancia.

Un Libro segreto.

Il calice avrebbe raccolto il Sangue di Gesù, il piatto d’argento avrebbe sorretto la testa di Giovanni Battista, la spada avrebbe reciso la testa del Battista, la lancia sarebbe appartenuta a Longino, che trafisse il costato a Gesù, il Libro sarebbe un Vangelo scritto direttamente da Gesù.

Un portaprofumi

Secondo Graham Phillips, il Graal sarebbe in realtà il portaprofumi che Maria Maddalena utilizzò per profumare i piedi di Gesù.

La Santa Sindone

Il Graal non sarebbe altro che la Sindone. Entrambi gli oggetti sono associati a Giuseppe d’Arimatea, entrambi sono legati al sangue di Cristo ed entrambi hanno una radice comune: il Graal deriverebbe da “graduale”, “per gradi”. Anche la Sindone era mostrata “gradualmente” ai fedeli, in quanto veniva scoperta poco a poco.

I VOLTI DI GESU’

Il Volto Santo, conservato nel Santuario di Manoppello, in provincia di Chieti è probabilmente la “reliquia” che ha fatto più parlare di sé subito dopo la sindone di Torino; Usiamo con cautela il termine “reliquia” in quanto per nessuna delle due esiste prova certa ed inconfutabile, se non nella fede di coloro che vi credono e che ad esse si affidano.

Il Volto Santo sarebbe quindi l’immagine impressa del viso di Gesù subito dopo la sua crocifissione e proprio durante la sua composizione sulla Sindone stessa.

Questo porta alla conclusione che il volto conservato nel paese abruzzese e quello sulla Sindone si siano formarti allo stesso identico modo e durante il soggiorno di Gesù nella tomba; tradizione vuole, infatti, che il telo di Manoppello sia stato furtivamente poggiato sul viso di Gesù prima della sua sepoltura e quindi ritrovato insieme al sudario subito dopo la resurrezione.

Chi avrebbe potuto far questo? La prima logica supposizione porta a pensare che il gesto possa essere stato compiuto da Maria, la madre di Gesù; da lei il telo sarebbe passato a Giovanni, tramite lui sarebbe arrivato ad Efeso e da lì in Asia Minore. Altre ipotesi vedono invece il Volto Santo viaggiare insieme alla sindone e venire separato soltanto in seguito, quando pervenne a Costantinopoli.

L’immagine custodita nel santuario abruzzese presenta forti caratteristiche di trasparenza, addirittura sembra “sparire” quando viene posta in controluce verso il cielo; ma oltre il mistero che ancora in parte circonda le vicende svoltesi intorno al suo ritrovamento, un altro quesito attende ancora un convincente chiarimento: il Volto Santo e la famosa Veronica, custodita in Vaticano, simili nella loro configurazione sono la stessa cosa, oppure rappresentano due “reliquie” a sé stanti?

La Veronica, come molti sanno, è un telo che riporterebbe impressa l’immagine di Gesù sofferente sotto il peso della croce, immagine miracolosamente rimasta su un pezzo di stoffa con cui una donna di Gerusalemme, mossa a compassione, asciugò il sudore del Messia durante la via verso il Calvario.

Siamo a conoscenza di ostensioni della Veronica nel 1450, nel 1575 e comunque ogni qual volta venisse proclamato un Anno Santo; eppure, per ragioni non del tutto chiare, da quando è stata rimossa dalla sua normale collocazione (il pilastro sud-occidentale che sostiene la cupola di San Pietro), essa è diventata praticamente inaccessibile a chiunque, storici e studiosi compresi. Trasferita in una speciale cappella posta dietro la balconata che sovrasta la statua di Santa Veronica, nel ‘50 il Velo venne esposto di tutta fretta e dalla stessa balconata, cosa che praticamente impedito agli stanti di osservarlo correttamente; c’è anche da aggiungere che non esistono fotografie di pubblico dominio del telo, siano esse a colori oppure in bianco e nero.

Molti i dubbi che scaturiscono dagli strani atteggiamenti riscontrati intorno alla Veronica conservata in Vaticano, che portano ad un principale interrogativo: per quale motivo il tessuto conservato a Roma, un tempo esposto a milioni di credenti, viene oggi conservato con grande segretezza?

IL MANDILYUM

Uno dei pochi personaggi che ebbero il “privilegio” di osservare da vicino la Veronica fu Mons. Joseph Wilpert, nel 1907, poté rimuovere le due lastre protettive di vetro al fine di studiarla più distintamente. Ma il risultato delle sue osservazioni anziché risolvere il mistero lo infittisce; ecco infatti testualmente ciò che il prelato riferisce dopo aver visionato il telo: “….una sezione quadrata di materiale di colore chiaro, piuttosto sbiadito dal tempo, che recava due indistinte macchie marrone-ruggine, collegate l’una all’altra”.

Forse la Veronica non è mai stata ciò che si è sempre creduto, o forse, più semplicemente, essa non è mai esistita in quanto si tratta e si è sempre trattato del Volto Santo custodito a Manoppello? E ancora: fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1204, un altro oggetto di culto il Mandilyum (o Mandilium) era venerato dalle folle fin dal X secolo.

Ritenuto per secoli l’immagine del volto insanguinato di Gesù, il Mandilyum, racchiuso in una cornice a griglia è noto per i rituali di particolare importanza che lo avevano come oggetto e che si svolgevano sia a Emessa che a Costantinopoli; questi riti presentano dei particolari ancora non del tutto spiegati, o forse spiegabili se consideriamo questa icona come qualcos’altro…. ma di questo parleremo in seguito.

Il più antico riferimento all’icona è contenuto nella Dottrina di Addai, redatto nel IV secolo, che lo descrive come un dipinto del volto di Gesù fatto dal vivo, durante il suo ministero, da parte di un inviato del Re di Emessa; i testi successivi descrivono invece l’icona come un grande telo e più precisamente negli Atti di Taddeo, del VI secolo si aggiunge il particolare della piegatura in otto parti. È ipotizzabile quindi che nel tempo, ad un esame più attento e meno intriso di fervore religioso, si iniziò a descrivere il Mandilyum per ciò che veramente era e si mostrava; nel 994 d.C. la sacra icona viene trasferita a Costantinopoli e qui accolta con grandi festeggiamenti e maestose processioni.

A questo punto sappiamo che il Mandilyum raffigurava il volto di Gesù, che veniva piegato in otto parti, era contenuto in una cassetta dotata di una feritoia ovale attraverso la quale era possibile vedere parte dell’icona; da testimonianze successive veniamo in oltre a conoscenza che l’immagine era “stranamente sbiadita”, che presentava quelle che potevano essere interpretate come macchi di sangue e che non dava la sensazione di essere un dipinto. Dobbiamo quindi dedurre che si trattava di una reliquia che non riguardava il ministero di Gesù, bensì la sua passione, e che probabilmente il Mandilyum dispiegato nella sua interezza non raffigurava soltanto il volto del messia, ma contenesse altro, purtroppo in questo senso le testimonianze sono molto scarse. Bisognerebbe anche considerare che l’icona era di solito conservata con grande cura dentro le tesorerie e nei forzieri, a volte addirittura posta all’interno delle mura della città come protezione, quindi soltanto poche persone avrebbero avuto modo di vederla da vicino “interamente”.

IL GRAAL

Giungiamo adesso a quella che è questa ipotesi di ricerca, anticipando che il Mandilyum venne conosciuto nel tempo sotto vari altri nomi quali Mantile, Imago, Soudarion e…… Sindon: quale era quindi il segreto di questa icona? Non si trattava di un immagine recante il volto di Gesù raccolta durante la sua passione, ma si trattava di un telo dove era impresso ….l’intero corpo di Gesù, in quella forma che oggi conosciamo con il nome di Sindone! Per questo motivo i rituali che si svolgevano intorno al Mandilyum avevano contorni così misteriosi, essi erano volti a conservare la segretezza di ciò che in realtà l’icona stessa rappresentava. Potremmo inoltre provare a spingerci oltre e chiederci – spronando quella fantasia che dovrebbe animare il ricercatore per giungere infine ad una prova che, per quanto improbabile sembri all’inizio, finisce a volte per completare le tessere del mosaico – se il Mandilyum era in realtà la sindone, e riuscì nel tempo a generare tale confusione da essere considerato un pezzo unico, è possibile che questa stessa icona abbia ispirato altre tradizioni che ruotano attorno ad un altro mistero?

Il Graal, secondo le prime descrizioni e nell’accezione fideistica del termine, sarebbe in fondo qualcosa che “conteneva”, allo stesso modo il Mandilyum e la Sindone “contennero” Gesù. E se nel tempo il protrarsi di tante incomprensioni, spesso anche volute, fosse riuscito a creare un mito parallelo al Mandilyum?