Elementi celtici nella tradizione del Graal

di STELIO CALABRESI

Nella leggenda di Re Artù si ritrovano tre segni particolarmente complessi, comunque rivelatori della chiave simbolica che ne costituisce la chiave di lettura: si tratta dell’Excalibur, del Graal e di Merlino, in genere assunti come oggetti concreti, mete di concrete ricerche, non solo romanzesche.

Entrambi sono stati confusi con simboli della cristianità.

Ma si tratta di conclusioni improprie, profondamente inesatte, sia per quanto riguarda l’essenza materiale, sia per quanto concerne il collegamento con la religione, sia – infine – in rapporto alle origini.

L’Excalibur, innanzi tutto.

Il Medioevo pullula letteralmente di spade dai poteri straordinari (si pensi alla Joyeuse di Carlo Magno, alla Durlindana di Orlando, alla Fusberta di Astolfo, a quella di Siegfried (la spada spezzata per intervento i Odhinn: ricongiunta dal nano Minne, consente l’uccisione del drago Fafner come ci narra il ciclo wagneriano del Reingold): si può affermare che non esista cavaliere che non abbia una spada dai poteri straordinari: e il ciclo di Artù, nella sua caratterizzazione cavalleresca medievale non fa eccezione a questa regola.

Tutte sono creazione di magia o connesse a poteri magici; tutte costituiscono il mezzo per compiere imprese eccezionali (basti pensare alla strage di saraceni che il Paladino Orlando compie, a Roncisvalle, prima di soccombere (Chanson de Relonad). Ma la sola Excalibur è connessa alla terra ed all’acqua.

Si ritiene che fosse stata ricavata dalla punta della lancia con la quale il centurione Longino trafisse il costato del Cristo. In quanto tale, viene associata, in Germania, alla Heilinge Lance conservata nel Kunstistorische Museum di Vienna.

Questa, in effetti, corrisponde alla versione cristiana del simbolo della spada che associa la stessa alla croce (tale associazione deriva dalla stilizzazione del disegno di lama, impugnature e guardamano). Ma esso è valido unicamente per l’unione del simbolo della spada all’icona del Graal.

Tra i due simboli, quello dell’Excalibur è cronologicamente il più recente. L’arma dai poteri straordinari come abbiamo detto, compare nei miti di molti popoli sotto svariati nomi (Durlindana, Spada che canta, Joyeuse etc.). Di fatto però essa conquistò la celebrità soprattutto per le leggende celtiche e per il mito della “spada nella Roccia”.

Thomas Mallory vuole che essa sia stata forgiata da Merlino e da questi sarebbe stata portata, dopo la morte di Artù, ad Avalon. Per l’anonimo autore di La mort d’Arthur, sarebbe invece stata gettata da Parsifal nel lago e restituita alla Signora del Lago.

Oggi è difficile percepire il complesso significato del simbolo perché nell’Excalibur hanno finito per confluire, confondendosi, aspetti pure simbolici di svariata provenienza e di diversa significazione.

Possiamo percepirne il senso solo se riusciamo a risalire alle origini del mito. Nella versione più versione (quella celtica) era simbolicamente l’equivalente della lancia. Come abbiamo visto, per i Celti, infatti la lancia era quella lancia del Dio Lugh, che gli donata uomini.

Tale identificazione tuttavia subì una nuova trasformazione quando – sotto l’influsso della mitologia germanica – finirà si confuse con la lancia di Odhinn, sulla quale sono incise le rune del fato.

Per entrarne in possesso Odhin restò impiccato per sette giorni e sette notti con la perdita di un occhio.

Il Graal. Diversa è le genesi del Graal che proviene direttamente dalla mitologia dell’Irlanda celtica ed è molto più antico dell’Excalibur.

Tradizioni esoteriche più tarde vogliono che l’Excalibur sia stata custodita da una setta esoterica detta dei “Fratelli Iniziati” (forse i Rosa Croce N.d.A.). La setta avrebbe lasciato tre indizi in forma di croce a Glastonbury, nel duomo di Modena ed in quello di Otranto; su tutte le croci compare la scritta “Hic iAcet Arturius rex in insulA Avalonia“; la combinazione di tali croce darebbe luogo ad un acrostico in cui le A sembrano individuare il circolo di megaliti di Stonehenge.

Sta’ di fatto che la tradizione della “spada nella roccia” appartiene ai costumi dei cavalieri unni e sarmati; Unni e Sarmati avevano avuto contatti con il mondo occidentale avendo fornito truppe ausiliare ai romani. La leggenda era passata così in occidente e, forse, direttamente in Bretagna.

Entrambi i popoli solevano infiggere la spada nel terreno per metterla in comunicazione diretta con le correnti di forza della Grande Madre.

La spada si caricava di magia, modificava, per così dire, la propria struttura, diveniva “magica” e rendeva invincibile chi l’impugnasse ed era, per un guerriero, il segno del comando.

Infatti la caratteristica dell’Excalibur era quella di essere “la spada dei Re”, che rendeva invincibile anche se non invulnerabile (era la sua guaina che tutelava il re dalla perdita di sangue per ferite).

D’altra parte l’estrazione della spada dalla roccia era esso stesso un atto magico e la capacità di compierlo individuava, in maniera incontestabile, la persona del “Re” come capo carismatico.

Ma fermiamoci di doni dei Tuata de Dannan che, oltre alla Lancia di Lug, comprendevano la Pietra di Fal, il Calderone magico e la Coppa di Dagda; Si trattava, n ogni caso, di prefigurazioni del Graal. Difatti se la lancia di Lug si sonnette in maniera più o meno diretto alla Excalibur, Pietra, Calderone e Coppa so ritrovano tutti nel Graal.

In origine il Graal non fa parte della saga arturiana. Vi approda nel XII sec. con il Perceval di Chrétien de Troyes; esso ma non ha, però, una connotazione religiosa specifica. Nella successiva opera di Wolfram von Eschenbach, invece, il simbolo ha già assunto una connotazione cristiana.

Né Chrétien de Troyes, né Wolfram von Eschenbach ci dicono  – e noi non sappiamo – cosa fosse il Graal. Da Chrétien e da Wolfram possiamo comprendere solo che si tratta di un simbolo di redenzione, di un modo per il quale l’uomo può venir fuori dalla “vasted land”.

Qualunque cosa sia il Graal (pietra, coppa o bacile), è in possesso del “Re Magagnato”, alla cui presenza viene utilizzato per una strana processione nel corso della quale il “puro folle” – Parsifal – non osa porre le domande che gli premono ed il Graal scompare mentre la terra torna ad essere “vasted”.

I vaghi cenni che ne danno i bardi fanno pensare ad una pietra o ad un bacile, ma anche ad una coppa. In tutti i casi restiamo nell’ambito del mito celtico dei doni dei Tuata de Dannan, anche se l’ipotesi della coppa ci fa pensare principalmente al calderone dell’Annwn, il magico contenitore che si riempie in continuazione e che sembra una variante della cornucopia, simbolo di prosperità e benessere.

Ma questa immagine non sembra soddisfare l’evidente collegamento con il “Re Magagnato”. “Magagnato” significa colpito da ferita non sanabile, inguaribile come versione personale della vasted land. In queste senso il Graal, più che alla redenzione sembra collegato all’immagine del peccato (ed, allora, perché il Graal non funziona sul Re magagnato?).

In effetti ciò che ci crea perplessità è la caratterizzazione cristiana che il simbolo assume quanto passa nell’opera dei bardi del Ciclo Bretone ai quali si deve l’elaborazione della “Queste du san Graal”.

Può questa nuova immagine, per quanto deformata, essere comunque corretta, cioè restare aderente al carattere originario puramente celtico della rappresentazione del rito?

In questa chiave di lettura la processione descritta da Chrétien de Troyes è un rito iniziatico nel quale ci si aspetta che Parsifal faccia qualcosa che, in effetti, non fa. Parsifal-Perceval non pone le domande (che cosa è il Graal? di chi è al servizio il Graal? chi è il Re magagnato?): rimanendo muto rompe l’incantesimo e la magia si dissolve.

Da ciò possiamo comprendere come nella realtà il Graal non abbia una consistenza materiale. Il suo significato va ricercato unicamente nel suo valore simbolico. La conferma viene dai versi del Preiddu Annwn attribuiti al poeta Taliesin.

In Caer Pedryvan, dopo averlo percorso per quattro volte

raggiungemmo il calderone dell’Annwn

che portava intorno all’orlo una fila di perle.

Dal fiato di nove muse esso era riscaldato

ed esso non può cuocere il cibo di un codardo.

Sicché il Graal – o il calderone dell’Annwn o la Coppa di Dagda – altro non è se non l’essenza dell’uomo fatto di santità e di depravazione (Prima materia filosofale). E, non a caso, la mitologia celtica lo definisce dono dei Tuata de Dannan.

Posta la questione in questi termini, cominciamo a capire il significato più profondo del simbolo considerando il Graal come pietra (betile) ed associandone l’immagine a quella della spada – lancia. L’essenza di questa pietra è la stessa di quella sulla quale è infissa l’Excalibur, è il ventre della terra che forgia e riforgia la spada, la ricarica di energia vitale, la rende “magica”.

Allora il mutismo di Parsifal – Perceval equivale al rifiuto della rinascita iniziatica, il rifiuto della vita ad un livello di coscienza superiore, il rifiuto di accostarsi alla magia della spada. Per questo il Re resta “magagnato”, la processione scompare, la terra si copre degli sterpi e dei pruni della devastazione, il Graal si perde.

Solo l’atto di Re Artù, che accetta su di sé la responsabilità di estrarre la spada donando alla terra il re, la spada e la primavera con le energie vitali della Grande Madre, redimerà la terra dal peccato di origine.

Il resto della saga arturiana è frutto della elaborazione più tarda, che vi sovrappone un significato religioso – cristiano. Re Artù non è – come Parsifal o Galaad, a seconda delle versioni – il “puro folle”: egli è macchiato dal “peccato originale” della nascita per opera di violenza (l’unione di Uther Pendragon ed Igrain) e sarà ancor più macchiato dalla unione, involontaria quanto si vuole, con la sorellastra Morgausen. Alla sua redenzione non basterà il battesimo dell’acqua, ma sarà necessario il battesimo del fuoco: la morte per mano di Mordred, il frutto del peccato, in un annientamento reciproco che ha il sapore di un vero e proprio Götterdammerung wagneriano.

IL segno dell’avvenuta redenzione sarà la scomparsa del Graal e della spada che torna ad Avalon (la terra dei Tuata, degli dei) o alla Signora del Lago (il ventre della terra o all’acqua primordiale per purificarsi).

Solo in questo modo la scritta “hic iacet Arcturus rex quondam in insula Avalonia” assumerà il significato di una promessa di rinascita.

Che questa lettura sia corretta mi sembra confermato dal contesto nel quale si muove la vicenda arturiana che comprende due parti importantissime per una corretta  comprensione: l’incombente presenza della magia druidica e la tavola rotonda.

Merlino. Sul primo di questi due aspetti molto ci rivela l’onnipresenza di Merlino (il latino Mrtfimus): Myr – Ddyn il druido è un simbolo della natura, della sua forza resa visibilmente tangibile dalla spada e dalla roccia. Come si afferma nel bellissimo film Excalibur egli è l’alito del drago e il drago rappresenta la linfa che scorre nelle vene della Grande Madre, la earth force degli SCEMB; perciò Merlino è la terra.

A lui una certa parte del mito attribuisce la creazione dell’Excalibur: egli allora appare più grande di Minne perché quello si era limitato a rimettere insieme i frammenti della spada di Siegmund, predisponendo quella di un altro predestinato: Siegfried. Sotto questo aspetto Myr Ddyn partecipa della natura dei Tuata de Dannan: siamo di fronte ad un segno emblematico di quelle forze che compenetrano il mondo della natura nella quale si agitano tutte le possibili forze. Per tale motivo nell’occidente di cultura mediterranea si preferisce parlare di “Mago Merlino”, consigliere, amico e padre spirituale di Artù.

Sebbene tutto ciò mi sembri corretto e coerente con la tradizione celtica, io preferisco pensare che Merlino – Myr Ddyn sia l’emblema del vecchio mondo, quello che si identifica in Avalon e che è destinato a subire le sorti di ciò che ho definito il Götterdammerung, il crepuscolo degli dei, scomparendo nelle brume del nord per fare luogo alla nuova divinità cristiana trionfante rappresentata da St. Patrick e da Giuseppe di Arimatea.

Nella leggenda, quale ci è stata riportata dal ciclo bretone queste due anime coesistono, lottano per il loro spazio vitale: ma la loro lotta non avviene sui campi della cavalleria, bensì nel cuore di Artù; finiranno col dilaniarlo come avviene in tutti i drammi interiori; essi saranno la ragione della grandezza di Artù, ma anche la causa della sua rovina.

Ce lo dimostra il fatto che, fino a quando Merlino è presente nel mondo del reale, Avalon è presente e concreta e Myr Ddyn è il legame che mantiene avvinto l’antico ed il recente; quando si allontana Avalon svanisce e la rovina di Artù segna la fine della cavalleria e, con essa, del vecchio mondo. Excalibur ed il Graal, Uther Pendragon e Art Wavr tornano definitivamente nel mondo dei Tuata de Dannan.

Avalon è il mondo di origine e di destinazione di Myr Ddyn, la terra che non c’è – sì proprio la Neverneverland di Peter Pan – l’Agarthi del Re del Mondo. È l’isola destinata a scomparire quando il segno della spada è sostituito dal segno della Croce: il luogo dove viene trasportato il copro di Artù morente perché con lui finisce l’epoca del mito per dare inizio alla storia. E con il mito scompare anche il suo grande campione, Merlino.

Altrettanto complesso è l’altro massimo simbolo della saga arturiana, la “Tavola Rotonda”. La forma ci dice chiaramente che si tratta di un simbolo solare e, come tale, è l’icona che rappresenta la continuità del legame tra Artù, l’Orsa Maggiore (Art Wavr) e il dragone (Uther Pendragon). È, al tempo stesso, il segno del legame di Artù stesso e dei dodici cavalieri che siedono intorno alla Tavola Rotonda. Anch’esso è simbolo celtico che ci riporta con la fantasia ai fuochi di Beltane ed ai riti druidici di Avalon, ma anche ai circoli megalitici, a Stonehenge, allo zodiaco di Salisbury tutti luoghi dove si celebravano i riti della grande Madre.

Ma nella rappresentazione idilliaca dei cavalieri seduti a concilio intorno alla Tavola Rotonda, è presente, fin dall’inizio il presagio della fine. Vi è infatti, un segno cabalistico che segna l’irruzione della cultura giudaico-cristiana: il nefasto numero tredici che collega il gruppo di Artù al destino che ha accomunato tutte le compagnie così costituite ad una sorte nefasta: da Cristo e dai dodici apostoli dell’ultima cena, fino ad Orlando ed ai suoi Paladini, fino ad Artù ed ai cavalieri della Tavola Rotonda.

In ognuna di queste compagnie è presente un agnello sacrificale (Cristo, Orlando, Artù) e un traditore (Giuda, Gano di Maganza, Mordred): il prezzo del tradimento non è – come si potrebbe pensare – quello dei fatidici trenta denari, ma la tragica morte dell’Agnello.