ACAM
I
MISTERI ELEUSINI ultima parte
di
Alessandra Economo del Gruppo Mizar

Di
certo l’apice del rituale
si
pone dopo i dromena,
quando
il Sacerdote, rimasto solo nell’Anaktoron,
ossia
la camera segreta del tempio,
ne
usciva con gli oggetti sacri consacrati dalle due dee,
e
li mostrava agli iniziati.
Cosa
fossero tali oggetti non si sa.
Oltre
alla spiga di grano recisa, che sembra comparire
in tutte le fonti, si parla anche di pane benedetto, e di simboli sessuali
stilizzati. E’ probabile che l’iniziato toccasse un simulacro del grembo
materno, il simbolo e la rassicurazione della sua sopravvivenza eterna. E’
chiaro che il contatto con le sacre cose era fondamentale, e rappresentava, dopo
la partecipazione alle vicende divine, la comunione con il divino.
Finita
la celebrazione, gli iniziati sarebbero tornati ad Atene non in processione,
perché era giunto il tempo di meditare.
Lo
stesso Pindaro parla dell’importanza del “vedere”, durante l’epopteia,
le cose mostrate dallo ierofante, il quale recitava la formula: “Piovi, porta
frutto”. L’ironia dei Padri della Chiesa resta legata a queste formule, che
non erano segrete: era ciò che le accompagnava che rimase sempre tale.
In
effetti, cosa gli iniziati vedessero è il mistero nei Misteri, ma molti
studiosi escludono la rappresentazione teatrale. Infatti il Telesterion aveva
forma rettilinea, ed era costruito attorno ad una costruzione più piccola,
ovvero l’anaktoron, vicino cui vi era il trono dello ierofante. All’interno
vi era una gradinata dove gli iniziati prendevano posto: gradinata, anaktoron,
trono, colonne avrebbero di certo impedito un’eguale visuale a tutti coloro
che erano presenti.

Fig.
Pianta
del Telesterion
Altri
sostengono, invece, che l’assenza di camere sotterranee ed altro che possa far
pensare ad una scenografia non esclude l’uso di scenari di legno, che venivano
poi gettati. In questo caso forse s’inscenava un viaggio simbolico negli
Inferi, accompagnato da tutte gli orrori che attendono i non iniziati,
contrapposti poi ad immagini contrarie, beate, che gli iniziati avrebbero
guadagnato. La visione era accompagnata da una luce abbagliante, ed è anche
probabile che consistesse nell’apparizione di Persefone dal mondo dei morti,
nel senso di una rottura totale di barriere tra mondo infero e mondo terreno.
Essere iniziato ad Eleusi voleva dunque dire ricercare l’armonia con la
natura, l’unità tra mondo materiale e divino, tra vita e morte. Qui si
giungeva ad un grado di conoscenza superiore, paragonando l’uomo alla
vegetazione: le piante, che sembrano morire in inverno, rinascono, invece, più
vigorose di prima, durante la primavera.
Nei
Misteri Eleusini non s’impartivano insegnamenti o dottrine, ciò che legava ed
accomunava tutti era appunto la visione. E’ da riconoscere negli antichi
misteri un alto grado di esoterismo. Anche ad Eleusi gli iniziati dovevano
lavorare su se stessi, sapendo che ciò cui avrebbero assistito avrebbe mutato
radicalmente il modo di vivere e di pensare. Erano pronti, cioè, ad affrontare
il “rito di passaggio”, la cui prima fase è sempre quella della separazione
dal vecchio status. L’alternarsi di buio fitto e luce intensa poi sta a
rappresentare questo avvenuto passaggio. La “visione” dei sacri oggetti
potrebbe simboleggiare la presa di coscienza reale di una conoscenza superiore
attraverso la comprensione dei simboli. Poi, ecco il rientro nel mondo di tutti
i giorni, quello dei profani, con la consapevolezza, però, che non sarà più
lo stesso, che tutto è cambiato grazie al privilegio ottenuto con
l’iniziazione.
Si
passava, in sostanza, per tre tappe: la morte, rappresentata dalla notte, dal
buio, dalla macerazione del seme nella terra durante l’inverno; la rinascita,
rappresentata dalle fiaccole, dalla spiga di grano derivata dal seme morto solo
in apparenza; il raccolto, ovvero il vivere con diversa consapevolezza il mondo
materiale. Infatti, distaccatosi dalla sua forma mortale, l’iniziato
intravedeva il principio che sempre rinasce.
Si
dice che in Sicilia l’epoptai venisse condotto in una radura spoglia, a
ricordo dell’ira di Demetra. All’interno di un circolo formato dagli altri
iniziati prendevano posto lui, lo ierofante e l’assistente. Le fiaccole si
spegnevano all’improvviso, il silenzio era totale. A quel punto lo ierofante
urlava: “Sia interrato come i morti, vivo! Vivo, venga interrato come i
morti”. La prova dunque consisteva nello choc di essere sepolto in un cunicolo
come il seme sottoterra. Doveva affrontare la morte rituale, e quando si
“riprendeva”, non si trovava più nel cunicolo, ma di fronte allo ierofante
che gli mostrava un chicco di grano maturo. Avendo sperimentato, al livello
immaginativo, il destino del seme, egli aveva coscienza di recare in sé
un’esistenza non più individuale del corpo, ma superindividuale dell’anima.
Alcuni studiosi sostengono che la visione consistesse nello sperimentare il
passaggio attraverso i 4 elementi: dalla terra al fuoco all’aria all’acqua,
ammettendo in tal senso un forte legame con l’alchimia.
Sembra
che nel corso delle cerimonie fosse tracciata una croce a forma di Tau sulla
fronte degli iniziati, e venissero loro richiesti dei ramoscelli di acacia come
simbolo di immortalità, forse perché tale pianta apre e chiude le proprie
foglie ad indicare la nascita e la morte.
Vicini
ai misteri Eleusini sono i Thesmophoria (Thesmoi=leggi e phoria=portare),
celebrati nel tardo mese di ottobre in Grecia solo dalle donne. Anche qui vi era
il sacrificio di un maiale, considerato simbolo di fertilità ed abbondanza.
I
riti prevedevano digiuni ed astinenze e purificazioni, discesa
nell’oltretomba, uso della magia per riportare la vita indietro dalla morte.
Forse i due riti avevano le stesse origini storiche, tanto che anche in questi
si manipolavano i Miloj, pani di sesamo e miele a forma di genitali femminili.
Presso i Greci si parlava di mistero per indicare una verità nascosta, che
poteva essere comunicata solo agli iniziati, a coloro i quali veniva imposto il
silenzio, per difendersi dalle false interpretazioni. Nelle antiche religioni
misteriche i mistagoghi, cioè i sacerdoti che presiedevano ai riti, si
servivano di olio, acqua, miele, latte, fuoco, ed altro per trasmettere le forze
soprannaturali ai fedeli, al fine di giungere ad un’unione con la divinità.
Il contatto era cioè cercato per via simbolica e magica. Tutto ciò che faceva
parte del rituale aveva importanza, dai colori, ai vestiti, agli strumenti, e
soprattutto al tempo astronomico in cui si svolgevano.
I
Misteri nascono perché l’uomo si rese conto di quale fosse il suo destino: la
morte. Per garantire l’immortalità tramite l’unione con la divinità
sorsero i misteri di Iside e Osiride in Egitto; in Frigia di Attis e Cibele; in
Grecia di Demetra e Kore. Solo così si poteva essere immortali o rinascere
come Persefone, diventare cioè un dio. In genere i Piccoli Misteri di ogni
religione misterica mirano allo sviluppo e alla perfezione dello stato umano, la
restaurazione dell’Eden, o stato primordiale. I Grandi Misteri, invece, si
spingono oltre: sono la conoscenza di ciò che è oltre la natura, della pura
spiritualità, della presenza della natura divina nel genere umano.
Le
religioni misteriche, rispetto a quelle ufficiali, non si rivolgevano dunque al
cittadino, non officiavano riti affinché gli dei proteggessero lo Stato, ma si
rivolgevano all’uomo, all’individuo, che, entrando in stretta familiarità
con la divinità, si creava un’aspettativa soteriologica, ovvero la salvezza
anche dopo la morte. Per questo motivo potevano prendervi parte, in una scelta
cosciente, tutti, a prescindere dalla loro classe sociale. Fu forse per questo
che le classi tenute ai margini della società, le donne, gli schiavi, i meno
abbienti, videro in tali culti la possibilità di trovare un’identità che
spezzasse la logica dell’appartenenza sociale e divenisse invece esperienza
personale, perché, nell’obbligo di osservare il più totale silenzio
sull’essenza stessa dei riti, da un lato si creava un’altra comunità,
quella degli iniziati, che s’incontravano separatamente, di notte,
dall’altro ognuno instaurava un rapporto intimo con la divinità. In sintesi,
le religioni misteriche seppero rispondere ai nuovi interrogativi
sull’immortalità, sul reale rapporto tra mondo umano e mondo divino, tra
corpo ed anima, collocando al centro del tutto quest’ultima e riconoscendole
un’origine divina.

I
misteri assicuravano la continuità dell’esistenza, la prosecuzione
dell’es-sere, il divino rinascere, in cui la vita non è più esperienza del
corpo, ma dell’anima. Infatti, la continuità tra madre e figlia (Kore è il
grano in erba, Demetra è invece la spiga matura), che allude a quella tra morte
e rinascita, indica che esse sono due aspetti di un unico processo, che, in
quanto uni-versale ed eterno, assicura la continuità dell’identità di ogni
essere umano, non più legata ai vincoli spazio-tempo. La morte non è
definitiva scomparsa, ma il passaggio all’immortalità: il seme gettato
nell’oscurità della terra non muore, non cessa di esistere solo perché non
lo vediamo, ma si prepara al suo rito di passaggio, che lo condurrà alla nuova
vita nella spiga di grano.
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