L’enigma della Prima Civiltà

L’Alba della Civiltà

(c) di Filippo Bardotti, dottore di ricerca in Archeologia, ed autore del recente saggio L’Alba della Civiltà: dall’Indonesia alla Turchia le prove definitive per risolvere il mistero sull’origine della civiltà (Anguana Edizioni 2015)

Quando nelle scuole e nelle università di tutto il mondo si parla di antiche civiltà il riferimento corre sempre all’Egitto faraonico e alle grandi culture mesopotamiche sviluppatesi nel 4.000-3.000 a. C., nella stessa misura con la quale si identifica l’Africa quando leggiamo la frase “culla dell’Umanità” in riferimento alla nascita dell’uomo moderno.Fig. 1

Come dimostrato nel mio recente libro L’Alba della Civiltà: dall’Indonesia alla Turchia le prove definitive per risolvere il mistero sull’origine della civiltà” (Anguana Edizioni 2015) (Immagine 1), nei tempi più recenti in alcune parti del mondo, in particolare in Indonesia e Turchia, sono emersi prepotentemente numerosi indizi archeologici, antropologici e geologici che, qualora confermati, obbligheranno anche gli studiosi più scettici a riconsiderare il concetto di “civilizzazione” ed a spostare sempre più indietro le lancette del tempo, anticipando così di molti millenni la nascita Civiltà, o per meglio dire la Prima Civiltà!

Una teoria controversa

Le più recenti prove geologiche a disposizione degli studiosi certificano come all’incirca nel 20.000 a.C., quando il livello del mare era inferiore nella misura di 120-130 metri, il Borneo, la Sumatra, Giava e le molte isole facenti oggi parte dell’arcipelago indonesiano erano un’unica grande penisola connessa all’Asia settentrionale e chiamata dagli scienziati Sundaland (Immagine 2).

Come vedremo nel corso di questo capitolo, le prove archeologiche più recenti lasciano pochi dubbi circa l’esistenza nella penisola di Sundaland di una civiltà tecnologicamente avanzata sviluppatasi prima del 10.000 a. C. e della quale solo nel corso degli ultimi anni stanno gradualmente riemergendo le tracce.

Per molti decenni gli archeologi indonesiani sono rimasti fermamente convinti come il popolamento dell’Indonesia risalga a 5.000-6.000 anni fa, momento in cui i primi gruppi di persone provenienti dall’entroterra cinese attraversarono il Taiwan giungendo infine nell’arcipelago indonesiano. Questa teoria, definita in inglese Out of Taiwan, fu proposta negli anni ’70 dall’antropologo americano Peter Bellwood il quale fonda le proprie ipotesi sulla diffusione delle lingue Austronesiane, la cui famiglia è composta da oltre 1200 idiomi, attualmente parlate nella maggior parte delle isole dall’Oceano Indiano al Pacifico, ossia praticamente dall’Africa (Madagascar) alla Nuova Zelanda al Perù (Isola di Pasqua), con al centro la Malesia, buona parte dell’arcipelago Indonesiano, le Filippine ed il Taiwan.

Se da un lato la presenza di fossili riconducibili all’Homo Erectus, la prima specie che emigrò dall’Africa e raggiunse l’Indonesia circa 1,7 milioni di anni orsono, fu considerata dagli studiosi molto importante per meglio comprendere le differenti tappe migratorie del genere Homo, dall’altro il recupero di alcuni fossili appartenenti all’Homo Sapiens, specie a cui noi apparteniamo e che secondo le più recenti analisi dell’mtDNA (DNA mitocondriale) condotte su alcuni campioni ossei comparve per la prima volta in Africa circa 150.000-200.000 anni fa, stabilì definitivamente come l’arcipelago indonesiano fu popolato intorno ai 50.000 anni.

Le nuove scoperte e la possibilità di applicare la scienza genetica all’archeologia aprivano le porte a nuove ipotesi circa la prima migrazione dell’uomo moderno (Homo Sapiens) nell’attuale arcipelago indonesiano ed in questo senso, al fine della nostra indagine, è di fondamentale importanza esaminare la teoria, definita in inglese Out of Sundaland (Teoria di Sundaland), proposta sul finire degli anni ’90 da Stephen Oppenheimer.

La Prima Civiltà?

Fig. 2

Sebbene la storia di Nusantura, termine con il quale i locali identificano l’arcipelago indonesiano, sia in parte ancora ignota, Oppenheimer, professore di pediatria tropicale nelle Università di Oxford e di Hong Kong, nel 1998 pubblicò un volume intitolato Eden in the East (L’Eden a Oriente) nel quale cercava di indagare i rapporti culturali tra l’emisfero occidentale ed orientale del globo, quest’ultimo considerato da sempre culturalmente arretrato. Coadiuvato nel suo lavoro da antropologi, genetisti e linguisti, Oppenheimer confrontò le analisi genetiche effettuate su un campione di abitanti dell’arcipelago con quelle ottenute dai fossili di Homo Sapiens recuperati in Indonesia e datati dagli studiosi a circa 50.000 anni fa. I risultati parlavano chiaro: l’Homo Sapiens era il progenitore degli attuali indonesiani. uesto riQQujQuesti dati erano in completo disaccordo con quanto avanzato da Belwood secondo cui il popolamento del sud-est asiatico avvenne in seguito alla migrazione di genti provenienti dai territori dell’Asia peninsulare intorno a 5.000-6.000 anni fa. In realtà questi territori furono popolati molti millenni prima di quanto fosse immaginabile!

Inoltre, secondo Oppenheimer, proprio nel sud-est asiatico si può individuare il ceppo d’origine delle lingue austronesiane, comprendenti oltre 1200 idiomi, che a partire dal 7.000-5.000 a.C. i nostri progenitori estesero nell’area compresa tra Madagascar, Isola di Pasqua, Nuova Zelanda e Taiwan. Parimenti, intorno ai 14.000-10.000 anni fa, comparve l’agricoltura, quindi molti millenni prima di quanto documentato in Taiwan ove le prime forme di coltivazioni si collocano intorno all’8.000-6.000 a.C., e le competenze necessarie alla costruzione di imbarcazioni adatte a navigare in mare aperto, quanto mai indispensabili per una popolazione residente in un territorio circondato dall’acqua.

D’altra parte all’incirca 22.000 anni fa, quando i ghiacci erano alla loro massima estensione, la penisola di Sundaland poteva definirsi un vero e proprio paradiso terrestre, o per usare le parole di Oppenheimer un Eden, poiché vi erano grandi vallate e pianure attraversate e rese fertili da imponenti corsi fluviali le cui sorgenti erano localizzate nelle vicine montagne di Giava a sud e del Borneo a nord. Parimenti l’area godeva di un clima temperato in quanto la temperatura si aggirava intorno ai 25°C, contro i 33°C odierni, e favorendo in tal modo la fioritura della flora e della fauna, in particolare nelle aree di pianura oggi sommerse e che sono lo stretto di Karimata ed il mare di Giava.

Insomma, sebbene negli scritti di Oppenheimer non vi siano mai espliciti riferimenti ai mitici continenti scomparsi di Lemuria e Atlantide, lo studioso sostiene come l’optimum ambientale e climatico della penisola di Sundaland favorì lo sviluppo di una prosperosa civiltà precedentemente il 10.000 a.C., momento in cui buona parte delle terre prima emerse si erano inabissate in seguito all’innalzamento del livello del mare plasmando l’arcipelago che ancora oggi contraddistingue quest’area.

Al pari di altre civiltà quali Sumeri, Assiri ed Egizi, anche a Sundaland vi era una società organizzata in contadini, il cui compito era procurare le risorse alimentari alla comunità e figure specializzate quali artigiani, commercianti, sacerdoti, funzionari ed architetti, questi ultimi con le conoscenze tecnologiche necessarie ad erigere imponenti strutture megalitiche che nulla avevano da invidiare alle monumentali piramidi egizie.

Per molti anni le teorie di Oppenheimer furono osteggiate dal mondo accademico poiché non vi erano le prove archeologiche necessarie a confermare la tesi che peraltro lo studioso difese con ogni forza. E i fatti più recenti sembrano dargli ragione poiché i dati archeologici che stanno gradualmente emergendo dall’oblio obbligheranno gli studiosi a riscrivere la storia sull’origine della civiltà.

Un sito megalitico antico di 22.000 anni

Fig. 3

Localizzato nella parte ovest di Giava, a circa 80 chilometri dalla capitale Giacarta, il sito fu riscoperto nel 1914 e registrato, senza peraltro degnarlo di molta importanza storica, dal Dipartimento per le Antichità dell’Ufficio Coloniale d’Olanda in una relazione riguardante le antichità dell’area. Da quel momento fu apparentemente dimenticato di nuovo sino al 1979 quando tre contadini riscoprirono le antiche vestigia che da quel momento divennero un importante sito turistico e meta di pellegrinaggio.

Il complesso megalitico di Gunung Padang si trova sulla cima del Monte Padang: costituito da una serie di terrazzamenti artificiali che disegnano un profilo piramidale, similmente a quanto visibile anche nell’isola micronesiana di Palau, la cima è raggiungibile dai visitatori più intraprendenti in 20 minuti circa, il tempo necessario a percorrere i 370 gradini che dal parcheggio conducono alla sommità del monte. Sebbene lo sforzo fisico sia notevole, una volta giunti in cima il visitatore si trova di fronte allo spettacolo suggerito da quanto ancora rimane dell’antico complesso megalitico.

Attualmente il complesso di Gunung Padang occupa circa 6.000 mq ed è costituito da cinque livelli o terrazze ascendenti da nord-ovest a sud-est disegnanti una sorta di piramide a gradoni definita in indonesiano punden berundak. Nel settore sud della terrazza I, ad un’altezza di circa 8-10 metri, si trova la terrazza II a sud della quale si sono sviluppate gradatamente, ovvero con un dislivello di pochi metri le une dalle altre, le terrazze III, IV e V. Le terrazza sono connesse le une con le altre da rampe di scale localizzate centralmente e costruite utilizzando i blocchi monolitici (Immagine 3).

La superficie di ogni terrazza è occupata da decine di blocchi monolitici di basalto plasmati in colonne poligonali di cinque, sei o otto lati in seguito ai numerosi processi geologici subiti nel corso dei millenni. Le colonne sono disposte verticalmente ed orizzontalmente e presentano dimensioni comprese tra 0,3×0,3×1,5 metri, in alcuni casi le colonne presentano una lunghezza sino a 2 metri, ed un peso variabile tra i 90 e i 600 Kg.

Sebbene ad un primo impatto la disposizione delle colonne basaltiche possa indurre l’osservatore ad interpretarle quale un semplice mucchio di pietre senza alcun senso, ad un attento esame emerge chiaramente come in molti casi la disposizione delinei le fondamenta, i pavimenti ed i perimetrali delle strutture dalle differenti dimensioni, forse abitazioni e/o luoghi di culto, e delle terrazze. Inoltre le colonne sono state utilizzate per la costruzione delle rampe di collegamento e dei muri di contenimento delle terrazze, questi ultimi realizzati molto abilmente poiché le pietre sono ben allineate a costituire singoli filari ottimamente definiti. Tra i blocchi lapidei delle murature sono state individuate alcune tracce di legante, una sorta di cemento, e nei filari più bassi tracce di sabbia deliberatamente incorporata dagli architetti preistorici, forse al fine di rendere più flessibile la struttura ed alleggerire la tensione causata dai frequenti terremoti che colpiscono quest’area ed impedendo il crollo delle murature.

I dati esposti sinora possono tuttavia lasciare più di un dubbio circa la possibilità che quanto emerso a Gunung Padang sia opera dell’uomo e non della natura. Dubbi che per molti anni impedirono lo svolgimento di ricerche approfondite ma che recentemente sono stati definitivamente sciolti da Robert Schoch, geologo dell’Università di Boston.

In seguito ad un approfondito studio in situ Schoch sottolinea come il Monte Padang sia un vulcano dormiente e pertanto la montagna è composta da rocce laviche di andesite ignea formatasi decine di milioni di anni fa. Quando la lava si raffreddò creò delle strutture a forma di colonne strettamente impilate insieme e di forma rozzamente poligonale. Un punto chiave è che queste colonne naturali si formano verticalmente e in tale posizione rimangono se non vi è l’intervento umano che le rimaneggia. In questo le parole del geologo statunitense non lasciano più dubbi sull’attività umana presente nel sito:

«A Gunung Padang le colonne sono state accuratamente separate l’una dall’altre per realizzare il complesso megalitico e quindi è molto significativo e, secondo la mia opinione, definitivamente dimostrativo che questa è una struttura realmente artificiale poiché nessuna delle colonne è stata rinvenuta nella sua posizione originale [verticale]».

Tuttavia le centinaia di colonne basaltiche presenti nel sito hanno spinto gli studiosi a chiedersi da dove provenissero. In questo senso vi sono due scuole di pensiero: secondo Schoch si formarono in situ e furono dapprima disassemblate e poi rassembrate nella posizione scelta per la costruzione degli edifici, mentre per Frank Joseph, stimato ricercatore statunitense, l’enorme quantità di monoliti richiese un approvvigionamento da una fonte esterna, una cava distante, che però al momento risulta sconosciuta agli studiosi.

Preso atto come il sito di Gunung Padang sia il risultato di uno o più interventi umani, diventa a questo punto di fondamentale importanza conoscere la cronologia del sito. In questo senso fino a pochi anni orsono la cronologia ufficiale, derivante dalla analisi al radiocarbonio effettuate sui materiali ritrovati in superficie, era compresa tra il 1.000-500 a.C. Quindi per gli studiosi era quindi evidente come il complesso megalitico fosse piuttosto recente e non presentasse nulla di anomalo.

Ma non tutti erano in accordo con la visione tradizione ed in particolare il Dr. Hilman Natawidjaja che nel 2012, coadiuvato da alcuni colleghi, condusse delle indagini geognostiche (radar per il terreno) e dei carotaggi (trivellazioni) al fine di individuare i diversi strati e prelevare alcuni campioni di materiale da sottoporre all’analisi al radiocarbonio. Basandosi sui dati geognostici – ovvero l’individuazione di colonne basaltiche disposte a creare strutture artificiali – e archeologici l’attività umana a Gunung Padang sembra evidente sino ad una profondità di circa 10-15 metri dove le indagini condotte dal Dr. Hilman Natawidjaia hanno individuato alcune strutture artificiali, quali grandi e piccole camere, scale, muri ed ingressi forse riconducibili ad abitazioni e luoghi di culto o spazi sacri, e convinto lo studioso ad ipotizzare l’esistenza di più livelli costruttivi cronologicamente distinti.

Ancora più straordinaria e stupefacente è la datazione scaturita dall’analisi al radiocarbonio effettuata sui materiali recuperati dai carotaggi: il sito presentava una cronologia compresa tra il 1.000-500 a.C. dello strato superficiale (strato 1) ed il 20.000 a.C. nei carotaggi oltre gli 11 metri (strato 5), quindi nel pieno dell’ultima Era glaciale quando i ghiacci erano alla loro massima estensione. In particolare i dati attualmente disponibili e oggetti di ulteriori analisi effettuate nei laboratori statunitensi hanno stabilito con certezza come le più antiche tracce di attività umana risalgano al 14.700 a.C. (strato 4). Lo strato 3, quello intermedio, è stato datato al periodo compreso tra il 10.000-9.500 a.C., momento in cui ebbero luogo importanti sconvolgimenti climatici.

A questo punto è necessario domandarsi quale fosse la funzione svolta dal sito in un’epoca così remota ed in questa direzione è necessario sottolineare come i dati archeologici siano del tutto insufficienti per poter formulare qualsiasi ipotesi. Questa condizione di estremo disagio ci obbliga a percorrere altre strade e nello specifico può tornare utile comprendere le origini etimologiche del nome del sito, Gunung Padang.

Il termine gunung nel linguaggio sondanese della provincia occidentale di Giava si traduce con “monte” mentre padang con “luminoso”: il monte Padang per i locali è quindi il Monte dell’Illuminazione. Inoltre la zona di Gunung Padang, ancora oggi meta di turisti e pellegrini, è comunemente chiamata dai nativi Sundapura, o talvolta Santuario del Sole, mentre la collina ove si trovano le rovine è tradizionalmente chiamata Parahyang Padang: “Dove dimorano gli antenati del Sole” o “Luogo degli antenati del Sole.

Evidentemente la sacralità del sito è sempre stata un elemento di fondamentale importanza e pertanto, sulla base delle considerazioni prima esposte, non mi sembra azzardato suggerire come sulla cima del monte Padang gli architetti preistorici costruirono un complesso religioso ove i sacerdoti-astronomi, forse riuniti in una comunità, erano dediti a qualche forma di culto del Sole ed all’osservazione del cielo. Oltre a garantire una visione completa della volta celeste e del movimento degli astri, la posizione sopraelevata del sito rivela anche l’intenzione dei costruttori di edificare un centro cultuale completamente isolata ove l’ascetismo (stile di vita orientato all’isolamento e alla contemplazione) fosse l’elemento dominante.

È quindi più che plausibile come lo scatenarsi di uno o più di questi fenomeni possa aver portato non soltanto alla distruzione di una o più città ma addirittura alla scomparsa di un’intera civiltà, l’antica ed avanzata cultura che costruì il misterioso sito di Gunung Padang.