Etruschi: Il “tempio” atipico e l’epatoscopia

"Piacenza Bronzeleber" di Lokilech - Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons - http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Piacenza_Bronzeleber.jpg#mediaviewer/File:Piacenza_Bronzeleber.jpg

 dott.ssa Beatrice Emma Zamuner – Università degli Studi di Firenze

Tito Livio scrisse :” un popolo così potente che la sua fama si estendeva per terra e per mare dalle Alpi allo stretto di Messina.
Parlava degli Etruschi, una civiltà che sopravvisse per otto secoli circa, dal ix al i secolo a.C e che ebbe un ruolo di notevole importanza nella storia della nostra Italia, ma anche delle regioni che, a quell’epoca si affacciavano su tutto il bacino del Mediterraneo.

Molto di ciò che oggi noi conosciamo, oltre che dalle testimonianze archeologiche, purtroppo scarse, ci viene dagli scritti degli autori classici, greci e romani, che pur non trasmettendoci gli originali di lungua etrusca, si preoccuparono di riportare e talvolta tradurne in latino le opere.

Ma è soprattutto nelle opere degli scrittori latini che le notizie sugli Etruschi sono più frequenti, e ciò permise di recuperare e conoscere aspetti peculiari della civiltà etrusca, come il contenuto, ahimè parziale, dei Libri, in particolare quelli dell’Etruria disciplina, legati all’aspetto e al comportamento religioso di questa affascinante, ma ancora per molti versi misteriosa civiltà.

La religione degli etruschi è una religione rivelata e fondata su scritti: i libri appunto.
Ma per capire il significato del termine “rivelata”, dobbiamo rifarci a tradizione antiche come questo popolo.

Gli antichi erano concordi nel vedere in Tegete, il profeta: un bambino con i connotati di un vecchio (puer senex) e pertanto saggio, che emerse dalle zolle e apparve ad un contadino di nome Tarconte mentre questi arava i campi nell’agro di Tarquinia. Fu proprio Tegete a predicare ad una folla immensa accorsa da tutti gli angoli dell’Etruria, i precetti di un ate nuova, quella dell’aruspicina.

Questi precetti, una volta recepiti e consolidati nella cultura etrusca, vennero messi per iscritto.
Il bambino è un essere fuori dal comune, assomma polarità opposte – fanciullezza/vecchiaia, inesperienza/maturità, vita/morte (egli infatti muore lo stesso giorno in cui nasce).
Tegete, alla stregua di filosofi come Pitagora e Platone, venne tenuto in altissima considerazione, come capitò ad esempio alla ninfa Vegoia, rivelatrice dell’arte fulgurale[1].

E’ un dato di fatto, quindi, che le rivelazioni furono trasmesse agli uomini da personalità che avevano del “soprannaturale”; alcuni insegnamenti riguardavano la volontà degli dei – norme dell’aruspicina e ermeneutica dei fulmini -, altri, invece, forme di convivenza sociale.

Questi insegnamenti assunsero carattere universale e necessario, in quanto fissati per iscritto, divenendo la materia dei libri religiosi di cui parla la tradizione: haruspicini, tagetici, fulgurales, rituales, fatales, acherontici, axercituale.

I precetti contenuti andarono a costituire il Corpus della disciplina Etrusca, il complesso di norme, cioè che regolavano il rapporto fa dei e uomini.

Nel mondo etrusco la vita umana era caratterizzata da una costante presenza di forze divine, che imponevano e condizionavano le azioni; tutto era prestabilito: l’uomo non poteva vivere più di ottantaquattro anni[2], la civiltà etrusca doveva durare dieci secoli (ciascuno dei quali poteva contare cento anni o più, o meno), il passaggio da un secolo all’altro era annunziato da fenomeni straordinari come squilli di tromba dal cielo o l’apparizione di una cometa[3].

Tutto il mondo, nel suo complesso era una creazione distribuita per «secoli», organizzata da un dio supremo.

Per questo, compito di ogni buon etrusco era la conoscenza della volontà degli dei, in modo da adeguarvisi col proprio comportamento. A questo si poteva arrivare attrasverso l’osservazione e l’interpretazione di svariati fenomeni, degli organi interni degli animali, con particolare attenzione al fegato (epatoscopia), dei fulmini (arte fulfurale), dei prodigi (arte ostentaria), delle sorti (cleromanzia), del volo dgli uccelli ( auspicio), del fumo dell’incenso ( libanomazia).

Queste pratiche tuttavia, non erano esercitabili da chiunque: competevano a professionisti, certamente appartenenti ai più alti ranghi sociali, che praticavano la propria attività con tale scrupolo e tecnica, da guadagnare enorme fama anche al di fuori dei confini etruschi (lo stesso Romolo, al momento della fondazione di Roma richiese l’intervento di Attio Navio, uno dei più famosi aruspicini di origine sabina, che interpretò il volo dei dodici avvoltoi).

Fra tutte le arti, quella dove però gli Etruschi eccellevano era l’epatoscopia, l’osservazione del fegato animale.

Tale pratica era enormemente diffusa: basta osservare alcune testimonianze presenti nella produzione figurata. Su uno specchio proveniente da Vulci, ad esempio, datato alla fine del v secolo a.C., un aruspice ( in etrusco netśvis), alato, con una gamba appoggiata su una soccia, sta esaminando un fegato (Fig. 1): la didascalia onomastica Chalcas riporta all’indovino omerico Calcante, ma l’aggiunta delle ali è un attributo etrusco che si può spiegare con la sua capacità di avvicinarsi agli dei, cosa che per i greci non era assolutamente concepibile.

Fig. 1 Speccho bronzeo con rappresentazione calcante (Chalchas) in atto di esaminare un fegato. Fine v secolo a.C, da Vulci. Città del Vaticano, Musei vaticani.
Fig. 1 Speccho bronzeo con rappresentazione calcante (Chalchas) in atto di
esaminare un fegato. Fine v secolo a.C, da Vulci. Città del Vaticano, Musei vaticani.

Su un altro specchio del iii secolo, proveniente da Tuscania e conservato al Museo Archeologico di Firenze, un giovane (Pava Tarchies) in veste di aurispice, ampio mantello e copricapo a punta, sempre con una gamba appoggiata su una roccia, sta esaminando un fegato fra un gruppo di osservatori (fig. 2): la scena è stata interpretata come iniziazione alla dottrina delle cose occulte di Tarcone da parte di Tegete.

   Fig. 2 specchio con immagine di epatoscopia. iii secolo a.C. Firenze Museo Archeologico.
Fig. 2 specchio con immagine di epatoscopia. iii secolo a.C.
Firenze Museo Archeologico.

Anche il defunto sdraito sul coperchio di un’urnetta volterrana della seconda età del ii secolo a.C, stringe in una mano un fegato, con probabile allusione alla professione da questi esercitata in vita (Fig. 3).

Fig. 3 Coperchi urnetta in alabastro. Fine ii e inizi i secolo a.C.                                                    Da Volterra. Volterra, museo Guarnacci
Fig. 3 Coperchi urnetta in alabastro. Fine ii e inizi i secolo a.C.
Da Volterra. Volterra, museo Guarnacci

Ed è proprio inerente a questa pratica divinatoria che va ricondotto il modellino bronzeo di fegato ovino, datato circa agli inizi del i secolo a.C, trovato vicino Piacenza, che presenta molti teonimi (nomi di divinità) etuschi, incisi in superficie.

La parte convessa (Fig. 4) è divisa in due lobi, dedicati rispettivamente a «Tivr: la luna» (quello di sinistra) e a «Usil: il sole» (quello di destra). La parte concava (Fig. 5) è divisa in quarantasei caselle, in ciascuna delle quali è inscritto il nome di una o più divinità. Sedici di queste, di forma rettangolare, sono distribuite lungo il margine.

Fig. 4, 5 Riproduzione faccia convessa e faccia concava di fegato voino. Da Settima (PC).                        Inizi i a.C. Piacenza, museo archeologico.
Fig. 4, 5 Riproduzione faccia convessa e faccia concava di fegato voino. Da Settima (PC).
Inizi i a.C. Piacenza, museo archeologico.etruschi-5

La divisione in sedici sezioni corrisponde a quelle del cielo secondo le fonti: tracciate due linee ideali in senso sord-sud ed est-ovest, si ottengono quattro quadranti, ciascuno dei quali a sua volta diviso in quatto sezioni, ognuna sede di divinità: quelle ad oriente sono considerate favorevoli, quelle ad occidente sfavorevoli[4]. Pare che i più tardi scrittori latini ripetessero questa divisione del cielo, indicando le divinità delle varie sezione (interpretazione e identificazione che ora risulta difficile).

Il concetto era semplice e ben definito: La superficie celeste, orientata e divisa, costituiva il Pantheon, il tempio, la casa degli dei, e lo stesso fegato, giustamente orientato e diviso, è un tempio.

Può apparire una concezione strana al giorno d’oggi, per noi abituati a considerare la religione professabile in un luogo materialmente costituito, la chiesa. Ma per gli Etruschi l’edificio architettonico in sè non aveva molta importanza. Secondo una testimonianza riportata da Tertulliano, ai tempi di Numa Pompilio, le aree sacre erano definite da da altari di zolle occassionali e per i primi 170 anni di esistenza a Roma non era presenta alcuna statua che raffigurasse una divinità; qquesto fino al tempo di Tarquinio Prisco, quando allo scultore Vulca di Veio venne commissionata la statua di culto di Giove Capitolino.

Culto all’aperto dunque, in boschi o presso soregnti, in luoghi aperti retaggi di forme cultuali di età protostorica.

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Note:

[1] Va sottolineato che le folgori, foriere di pioggia, sono legate indissolubilmente all’agricoltura specialmente nell’ambiente mediterraneo, per cui attorno alla ninfa ruota l’attività agricola.

[2] Cens., De die nat., xiv,6.

[3] Plut., Syll., vii, 3; Cens., De die nat., xvii, 5-6; Serv., Ad Ecl., ix, 47.

[4] Plin., Nat. Hist., ii, 143.