Francesco e i poverelli di Allah

Dottrine sufi all’ombra del saio

 di Andrea Romanazzi

san_francescoQuesto breve studio, in un momento in cui la questione mediorientale si ripropone con forza all’attenzione del mondo occidentale, vorrebbe avere lo scopo di dipanare quell’alone di mistero che circonda il viaggio di San Francesco in Oriente e il suo incontro con il Sultano Malik al-Kamil. Tommaso da Celano, uno tra i più importanti biografi di San Francesco d’Assisi, ci racconta che il giorno di San Giovanni del 1219, il frate parte da Ancona con la flotta crociata  alla volta della Terra Santa, probabilmente in compagnia di altri frati, per giungere al porto di San Giovanni d’Acri. Una volta raggiunta quella terra oramai straziata dal sangue dei numerosi paladini cristiani e guerrieri islamici, giunge al campo dei crociati con lo scopo di occuparsi delle anime dei combattenti dei due schieramenti. Cosa si nasconde in realtà dietro il viaggio del Santo?

Secondo le cronache il motivo del viaggio del Santo era per alcuni quello di cercare di convertire quanti più “infedeli” possibile alla religione del Cristo, per altri era una disperata ricerca da parte di Francesco di trovare la via del martirio. In realtà lo scopo potrebbe essere ben altro, un compito più arduo e quasi “eretico” che, tra le alterne vittorie e sconfitte dell’esercito crociato, mai nessuno storico ci riporta e che è lasciato nel limbo della leggenda. Francesco era davvero interessato alle anime degli “infedeli” o, disgustato dagli orrori della guerra, partecipò direttamente alle trattative per pace duratura? Un interrogativo che nessun biografo potrà mai sciogliere perché scomodo e certamente velato dai dotti esponenti della Chiesa del tempo. Cerchiamo di dipanare alcuni interrogativi.

E’ certo che nella sua visita oltremare il Santo sia entrato in contatto con il Sultano Malik al-Kamil, nipote di Saladino. Varie sono le storie e le leggende che raccontano del loro incontro. Ne “I Fioretti” il frate, “…giungendo in alcuna contrada de Saracini, ove si guardavano i passi de sì crudeli uomini, che nessuno de’ cristiani, che vi passasse, potea iscampare che non fosse morto: e come piacque a Dio non furono morti, ma presi, battuti e legati furono e menati dinanzi al Soldano…”  e il testo continua dicendo “…Ed essendo dinanzi a lui santo Francesco, ammaestrato dallo Spirito Santo predicò sí divinamente della fede di Cristo, che […] il Soldano cominciò avere grandissima divozione in lui, sí per la costanza della fede sua, sí per lo dispregio del mondo che vedea in lui, […] il Soldano l’udiva volentieri, e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a’ compagni ch’eglino potessono predicare dovunque e’ piacesse a loro. E diede loro un segnale, per lo quale ei non potessono essere offesi da persona…” .

Francesco viene dunque accolto dal Sultano come un messaggero di pace per la liberazione dei luoghi santi, e infatti riusce ad ottenere notevoli agevolazioni, i Frati Minori furono autorizzati a restare a Gerusalemme al servizio dei pellegrini occidentali, “conquista” che, fino alla metà del secolo XIX, permetterà ai “Poverelli di Cristo” di essere gli unici religiosi cattolici occidentali presenti in Palestina. Per alcuni storici come Julien Green sarebbe stata proprio la predicazione di Francesco, poi ritornato in Italia nel 1220, a favorire la concessione a Federico II da parte di Malik Al-Kamil della Città Santa, in quella che passerà alla storia come la Crociata degli Scomunicati, conclusasi per la prima volta senza spargimento di sangue in entrambi gli schieramenti. Compare così un altro personaggio importante nel puzzle della questione mediorientale, Federico II, il Sovrano illuminato, ma di questo parleremo in seguito. La prima domanda da porci è il perché il Sultano degli “infedeli” si avvicina, in un momento di forti scontri etnici e religiosi,  in maniera così benevola ad un rappresentante della “odiata” Chiesa Cristiana. Agli occhi del Sultano d’Egitto sicuramente il Santo doveva apparire in una veste del tutto particolare, egli doveva vedere Francesco proprio come un sufi, termine che deriverebbe dal termine sûf, l’abito di lana grezza indossato dagli asceti musulmani e che tanto assomigliava al saio Francescano. Ma chi sono i Sufi.

I Poverelli di Allah

sufismoIl sufismo  è la corrente più mistica della religione islamica, un movimento religioso di carattere ascetico che nasce attorno all’anno 1000 e si diffonde nel mondo islamico. Perno del sufismo è la particolarità del contatto con il Dio che può avvenire soltanto attraverso una lunga pratica di  spirituale, chiamata maqamat,  sotto la guida di un maestro spirituale. Punto fermo di questa corrente islamica è la deplorazione dell’esteriorità del formalismo dei dogmi religiosi, una visione che li avvicina molto proprio al pensiero francescano che, quasi contemporaneamente allo sviluppo del pensiero sufi in oriente, sta lottando, osteggiato dalla ricca Curia romana timorosa di perdere il loro potere “temporale”,  per affermare le proprie idee di povertà e amore. Tra Santità ed odore di eresia Francesco combatte per sostenere i suoi principi universali di amore e fratellanza e, anche se leggermente modificata, la Regola rimarrà sostanzialmente la stessa ”…E tutti i frati si vestano di abiti vili che possono rattoppare con sacco e altre pezze con la benedizione di Dio…”.

Forse sarà proprio questa loro veste povera a far apparire al Sultano l’estrema similitudine tra i Poverelli di Cristo e i Dervisci, i Poverelli di Allah. Il termine Dervisci deriva dal persiano darwish, cioè “mendicante”, e infatti descriveva uomini che vivevano, proprio come i francescani, dell’elemosina della gente che raccoglievano in una ciotola chiamata  kashkul. Questi si dedicavano esclusivamente alla preghiera e all’ascesi, vestiti solo di abiti rappezzati di lana grezza proprio come i seguaci del Santo. Le forti assonanze tra i due movimenti per alcuni studiosi sono legate proprio ad una prima acquisizione, prima ancora del voto, da parte di Francesco di alcuni concetti orientali presenti nella poesia provenzale del sud della Francia con la quale venne in contatto da giovane e nella quale era presente quell’espressione universale di amore e gioia che caratterizzerà successivamente la Regola. E’ infatti nella “gaiezza” l’ulteriore vicinanza dei due pensieri che, tagliando trasversalmente le differenze di religione, parlano d’amore. Spesso Francesco chiamava i suoi compagni i “giullari di Cristo”; il riso e la musica erano importanti per il Santo quanto per i Dervisci che, rapiti dal suono del flauto e del tamburo, gettata via la veste nera simbolo della materialità, con la mano destra aperta verso il cielo e la sinistra verso la terra,  cominciavano a danzare roteando su di un piede, rapiti da dall’estasi per loro Beneamato. Questo moto vorticoso lo troviamo anche in  alcune storielle che legano questo strano rotreare anche a Francesco che, indeciso sul percorso da intraprendere, faceva roteare il compagno di viaggio affinché fosse Dio a guidarli nel cammino. Casualità? 

 La tentazione del Sultano

C’è un altro interessante episodio che viene narrato ne “I Fioretti” a proposito della visita del Santo al Sultano. Per vedere veramente se Francesco era così puro come si raccontava Malik al-Kamil volle indurlo in tentazione facendo introdurre nella stanza ove il frate riposava una prostituta.

“…Ed ivi si era una femmina bellissima del corpo ma sozza dell’anima, la quale femmina maldetta richiese santo Francesco di peccato. E dicendole santo Francesco: ”Io accetto, andiamo a letto”; ed ella lo menava in camera. E disse santo Francesco: ”Vieni con meco, io ti menerò a uno letto bellissimo”. E menolla a uno grandissimo fuoco che si facea in quella casa; e in fervore di spirito si spoglia ignudo, e gittasi allato a questo fuoco in su lo spazzo affocato, e invita costei che ella si spogli e vada a giacersi con lui in quello letto ispiumacciato e bello. E istandosi così santo Francesco per grande ispazio con allegro viso, e non ardendo né punto abbronzando, quella femmina per tale miracolo ispaventata e compunta nel cuor suo, non solamente sì si penté del peccato e della mala intenzione, ma eziandio si convertì perfettamente alla fede di Cristo, e diventò di tanta santità, che per lei molte anime si salvarono in quelle contrade…”.

La storia però è spesso attribuita ad un altro importante incontro, quello tra il Santo e l’Imperatore Federico II di Svevia. Nel 1220, proprio di ritorno dalla Terrasanta, Francesco si sarebbe incontrato a Bari con il Sovrano Illuminato come ricorderebbe proprio una iscrizione del 1635 presente sull’architrave del portone di ingresso al primo piano del Castello Svevo della città.

Hic lascivitem puellam, vel savientem hydram igne domuit franciscus cinerea exutus veste prudens qui ex aquis oram venerem et iuxta aquas adortam flemmis extinxit fortis qui inespugnabile redditin in hoc castro pudicitiae claustrum

Federico-IIIn realtà nessuna cronaca riporta questo incontro ma, non sembra impossibile che il Poverello, appena tornato da un proficuo incontro con il Sultano, fosse chiamato da Federico, il quale, da sempre circondato da fedeli saraceni come testimoniano le sue migliori guardie di stanza a Lucera, trovava immorale la crociata cui suo malgrado avrebbe dovuto partecipare come pegno della sua fresca incoronazione da parte del Papa.

Da sempre circondato da dotti cattolici, mussulmani ed ebrei anche il Sovrano entrò in contatto con quel pensiero di semplicità tipico del sufismo di tradizione orientale e successivamente provenzale. Sembrerebbe così che Federico avesse subito le stesse influenze di Francesco, infatti nella sua corte erano presenti alcuni importanti esponenti della famiglia Ibn Tibbon, arabi di ceppo spagnolo che si trasferirono nel sud della Francia apportandovi una conoscenza della lingua e del pensiero arabo inusuale anche in una comunità aperta come quella della Linguadoca. La sua corte diventa così immagine di quella idea cosmopolita che riuniva tutte le razze e tutte le religioni in forte stridio con la guerra santa caldeggiata dal papato.

Secondo le idee del Sovrano, la Chiesa, sempre più attaccata al suo potere temporale, intenta a costruire ad Anagni un nuovo inequivocabile emblema del suo potere, avrebbe dovuto abbracciare quell’idea di povertà che proveniva da oriente e che nasceva già nel suo stesso seno all’ombra di Francesco. Idee troppo innovative che causeranno a Federico non pochi problemi con la Curia che lo presenterà successivamente come la settima testa del drago dell’Apocalisse. Per alcuni le intenzioni di Federico erano quello di creare uno stato laico che coinvolgesse il Romano Impero e il mondo arabo, per altri, l’idea di una utopica unificazione delle tre religioni Monoteiste che, malgrado la loro unica radice, si combattevano sempre più aspramente. Alcuni studiosi parlano anche della realizzazione da parte del sovrano di un Tempio dedicato a questa religione Unica, Castel del Monte, ma questa riflessione richiederebbe molto più tempo. Certo è che sia il Sultano che l’Imperatore erano decisi a trovare una soluzione all’aspro conflitto, affascinati entrambi dall’immagine di una religione basata sull’Amore e la povertà il cui emblema doveva essere proprio Gerusalemme, l’Omphalos, il centro sacro delle tre religioni monoteiste. E’ in questo modo che si possono spiegare alcuni strani aneddoti che si presentano come l’abbattimento delle mura di cinta della città, per alcuni un atto di sottomissione di Federico, in realtà immagine simbolica della caduta delle divisioni interne, e dunque non una esposizione della città al nemico ma la sua apertura alla nuova unione. Del resto mai nessun imperatore d’Occidente era stato mai trattato come Federico dal Sultano. Accolto al sua arrivo dal qadi di Nablus, forse il più importante capo religioso del tempo, si racconta che, per non arrecare offesa all’imperatore i muezzin di Gerusalemme avessero avuto ordine di non lanciare inviti alle orazioni nelle ore notturne. Si narra che una volta sveglio il sovrano avesse rimproverato il qadi per l’accaduto dicendo che “…avevo deciso di passare la notte a Gerusalemme soprattutto per udire le esortazioni dei muezzin alla preghiera e le loro grida di lode a Dio durante la notte…”

E’ in questo contesto che di nuovo ritorniamo a Francesco e all’incontro a Bari con il Sovrano. Anche la scelta del luogo di incontro non sembrerebbe casuale ma cela, dentro di essa, il germe di quello che era il vero scopo della visita. Semplicisticamente si potrebbe pensare che la città si trovasse proprio lungo la via che conduce da Gerusalemme in Italia, ma forse si celava un motivo ben più profondo e legato sempre all’unione tra cristiani e islamici. Bari è da sempre nodo cruciale per i collegamenti tra Oriente ed Occidente, tra la chiesa ortodossa e quella cristiana, ma anche “trait d’ union” tra il mondo arabo e quello occidentale. Già nella prima metà del IX sec. si iniziano ad avere notizie di insediamenti mussulmani e nel 853 la città era già governata dal mussulmano Mufarrag ibn Sallam che realizza una moschea, la cui posizione ancora oggi è un mistero ma i cui segni, bassorilievi e pietre di riporto, si trovano diffuse in tutto il borgo antico della città. Tracce del mondo arabo  le troviamo nella stessa  Basilica di San Nicola, ove si possono notare lastre di re-impiego di classica fattura araba o ancora il più eclatante intreccio a caratteri cufici  rappresentante il Monogramma di Allah all’interno del mosaico del presbiterio.

La presenza araba dura in realtà solo pochi anni, ma lascia nel tessuto della città forti influenze non solo a livello architettonico, ma anche politico e culturale. Inoltre nella città era presente una nutrita comunità ebraica e si parla anche di una imponente Sinagoga.

Quale migliore scenario per un incontro volto a rendere meno sanguinoso possibile il futuro scontro tra i due schieramenti accomunati entrambi da un universale messaggio di pace che stava nascendo nel seno di entrambe le due religioni, il movimento francescano da una parte e quello sufi dall’altra. Chi se non San Francesco, il Dervisci cristiano che tanto aveva colpito il Sultano, avrebbe potuto aiutare Federico II nella suo tentativo di “crociata” della pace, preludio, forse, ad un progetto ancora più grande, quello della ricerca, nella povertà delle istituzioni religiose e nell’amore di una soluzione che ha insanguinato le spade dei figli dello stesso  Dio. Laudate mi’ Signore et rengratiate et serviateli cum grande humilitate.