Geometria ed Astronomia nel sito golasecchiano di Tre Camini a Como

di Adriano Gaspani
I.N.A.F. – Istituto Nazionale di Astrofisica
Osservatorio Astronomico di Brera – Milano adriano.gaspani@brera.inaf.it

La recente scoperta del “Grande Cerchio di Como”, in località Tre Camini-Ravona ad ovest di Como, risalente alla Cultura di Golasecca, ha posto alcune interessanti interrogativi dal punto di vista archeologico primo tra tutti quello della sua reale funzione. Già da un primo esame eseguito dalla dott.sa Iorio della Soprintendenza Archeologica della Lombardia, è risultato evidente che l’unica funzione ipotizzabile per il manufatto o perlomeno quella che dovrebbe essere la più probabile (allo stato attuale della ricerche non ne conosciamo altre ragionevolmente possibili) è quella di luogo sacro in cui venivano eseguite osservazioni astronomiche durante un periodo cronologico che si stende tra il VII ed il VI secolo a.C., epoca di maggiore sviluppo della Cultura di Golasecca in ambito comasco.

Lo scavo archeologico del “Grande Cerchio” ripreso da satellite

A quanto pare i Comenses costruirono quel manufatto proprio con il fine ultimo di osservare il cielo e di tenere sotto controllo i punti di levata e di tramonto dei corpi celesti più luminosi, visibili ad occhio nudo, ed il loro moto apparente sulla sfera celeste durante il corso dell’anno. Le finalità ultime di questo manufatto e dell’attività che taluni personaggi specializzati vi avrebbero svolto furono probabilmente connesse con la pianificazione delle cerimonie religiose che dovevano essere celebrate in corrispondenza di particolari date stabilite lungo l’anno e la pianificazione dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame.

Immagine da satellite del “grande cerchio

Lo scavo archeologico diretto dalla dott.sa Iorio della Soprintendenza Archeologica della Lombardia ha mostrato che il manufatto è caratterizzato de una particolarissima struttura formata da due corsi di pietre distanziati di circa 1,80 metri che delimitano due cerchi concentrici, di circa 67 e 69 metri rispettivamente, al centro geometrico dei quali è posta una piattaforma circolare di circa 27 metri di diametro la quale mostra una pavimentazione in ciottoli solamente sulla mezzaluna settentrionale, mentre sulla metà meridionale la pavimentazione è assente ed è sostituita da un riporto in terra battuta di colore, scuro il quale ne delimitava perfettamente il profilo semicircolare.

Geometria ed orientazione del manufatto

La dicotomia peraltro molto netta ed evidente avviene lungo una direzione che si sviluppa lungo una linea orientata secondo un azimut astronomico, contato dalla direzione nord del meridiano astronomico locale e contata positivamente girando verso est, pari a 281°,6 verso ovest e 101°,6 verso est.  Al centro geometrico della piattaforma circolare è posta una buca di palo di circa 40 cm di diametro nella quale era in origine alloggiato un palo verticale di circa 30 cm di diametro. Nella parte meridionale del corridoio periferico delimitato dal doppio corso di pietre, esiste un’altra buca di palo di dimensioni comparabili con quelle della buca centrale la quale è posta in modo da materializzare, con quest’ultima, una linea che è orientata secondo un azimut astronomico pari a 11°,6 verso nord e 191°,6 verso sud. Tale linea risulta ortogonale con rilevante accuratezza alla linea di demarcazione tra i due settori semicircolari che compongono la piattaforma centrale del manufatto. Appare immediatamente evidente che i due pali avevano la funzione di materializzare un allineamento lungo una particolare direzione ruotata di 11°,6 verso est rispetto alla direzione nord del meridiano astronomico locale.

Modello geometrico del “grande cerchio”. Lo spazio interno compreso tra i due corsi di pietre esterni e la piattaforma centrale è stato diviso in una serie di settori di ampiezza angolare costante pari a 5° ciascuno

Gli scavi archeologici hanno anche messo in evidenza che lo spazio interno compreso tra i due corsi di pietre esterni e la piattaforma centrale è stato diviso in una serie di settori di ampiezza angolare relativamente costante, evidenziati alternativamente dal riporto di terra di colore chiaro e scuro in modo tale che il contrasto cromatico fosse molto evidente. In alcuni casi la demarcazione tra ciascun settore fu accuratamente stabilita allineando in senso radiale sequenze di pietre di piccole dimensioni e di colore chiaro in modo che la raggiera di colore alternato fosse molto evidente. E’ difficile stabilire con precisione in quanti settori fosse stata divisa in origine l’area circolare interna del manufatto, ma eseguendo la media dell’ampiezza angolare di tutti quelli visibili è possibile stabilire che l’angolo medio al centro di ciascun settore è pari a circa 5°. L’intera area interna risulta quindi divisa in 360°/5°=72 settori, 36 chiari e 36 scuri, metà dei quali posti nell’area orientale del manufatto e l’altra metà nell’area occidentale di esso. Il rapporto tra il diametro medio del cerchio esterno e quello della piattaforma è pari a circa 2,5 quindi il raggio del manufatto è circa 2 volte e mezza il raggio della piattaforma centrale. Il fatto che tale rapporto sia vicinissimo ad un valore esatto suggerisce una deliberata scelta delle dimensioni delle principali componenti del manufatto suggerita da qualche particolare criterio logico. La prima domanda a cui è necessario rispondere riguarda la funzione del doppio corso di pietre periferico distanziato di circa 180 centimetri.  Ragionando in un’ottica archeoastronomica la risposta è relativamente semplice ed immediata: i due corsi di pietre definivano un corridoio percorribile comodamente a piedi da una o più persone. Il corridoio che si sviluppava in origine lungo tutta la circonferenza permetteva di traguardare il palo posto nel centro del manufatto in modo da collimare qualsiasi punto dell’orizzonte naturale locale in corrispondenza del quale poteva essere osservata la levata degli astri, ad est, ed il loro tramonto ad ovest, mantenendo la stessa distanza dal palo centrale.

La funzione del corridoio delimitato dai due corsi di pietre era quella di stabilire la posizione dell’osservatore il quale mediante la collimazione del palo centrale poteva eseguire le determinazioni della posizione del punto di levata e quello di tramonto degli astri all’orizzonte naturale locale

L’astro principale visibile quotidianamente ad occhio nudo nel cielo è il Sole il cui diametro angolare medio durante l’anno è dell’ordine del mezzo grado, quindi 30’ d’arco circa. Supponendo che l’osservatore posto alla periferia del manufatto, entro il corridoio delimitato dal doppio corso periferico di pietre, collimasse il disco solare alla levata o al tramonto dietro il palo centrale in modo da occultarlo interamente ed esattamente avrebbe raggiunto la massima accuratezza di collimazione e quindi anche la massima precisione nello stabilire la posizione dell’astro rispetto all’orizzonte naturale locale. La distanza a cui l’osservatore deve posizionarsi affinché un palo verticale di 30 cm di diametro copra esattamente il disco solare è pari a 34 metri, misura lineare che corrisponde esattamente al raggio esterno del “grande cerchio”: va da se che il suo raggio fu stabilito dai “Comenses” eseguendo la collimazione del disco solare dietro il palo centrale all’alba o al tramonto entro gli archi ortivo ed occaso solari rispettivamente arretrando ed avanzando fino a quando non fu raggiunta l’esatta distanza di collimazione.  A rigor di logica va ricordato che per una curiosa coincidenza, non solo il Sole, ma anche la Luna ha un diametro angolare apparente medio dell’ordine dei 30’ d’arco, quindi la determinazione della distanza ottimale di collimazione della Luna condotta con il medesimo criterio dei quella del Sole avrebbe fornito pressoché lo stesso valore e cioè 34 metri, quindi non è possibile con i dati a disposizione, discriminare tra il Sole e la Luna quale target utilizzato per stabilire il raggio esterno del manufatto. L’utilizzo dell’uno o dell’altro astro implica una differente impostazione ideologica di chi eseguì praticamente le osservazioni astronomiche: nel caso solare si operò di giorno: all’alba o al tramonto, mentre nel caso lunare si operò di notte. In entrambi i casi l’astro di riferimento doveva essere posizionato al di sopra dell’orizzonte naturale locale e l’altezza limite per la collimazione efficace dipende dall’altezza del palo centrale. Dal punto di vista statistico si può ragionevolmente ipotizzare che un palo verticale dl diametro di 30 cm fosse alto circa 5 metri dal piano di calpestio. Un palo verticale di 5 metri di altezza quando viene illuminato dal Sole in culminazione al solstizio d’inverno proietta, alla latitudine del “Grande Cerchio” comasco un’ombra che si stende verso nord per circa 13,6 metri: tale misura corrisponde esattamente al raggio della piattaforma centrale del manufatto tanto da far ipotizzare che la sua dimensione fosse stata determinata proprio sulla base della culminazione solare solstiziale invernale. Abbiamo, a questo punto, avanzato alcune ragionevoli ipotesi in relazione alle dimensioni lineari del “grande Cerchio” e della piattaforma centrale: il Sole fu quindi l’astro che con maggior probabilità fu utilizzato per dimensionare il manufatto comasco. Dobbiamo ora esaminare un altro aspetto del problema: la particolare geometria della piattaforma centrale la quale corrisponde ad una figura circolare di 27 metri di diametro che fu pavimentata con ciottoli solamente a metà e cioè la mezzaluna settentrionale. La linea di dicotomia tra le due sezioni semilunate è allineata lungo una direzione il cui azimut astronomico è pari a 101°,6 rispetto alla direzione nord del meridiano astronomico locale verso oriente, e 281°,6 nella direzione occidentale. Il calcolo astronomico eseguito per il VI-V secolo a.C., epoca di massimo sviluppo del sito secondo le valutazioni eseguite dagli archeologi, ci mostra che nella direzione orientale la linea di dicotomia è diretta verso il punto di levata, all’orizzonte naturale locale, delle stelle Mintaka, Alnilam ed Alnitak, che fanno parte della cosiddetta Cintura di Orione.

Direzioni astronomicamente significative rilevate nel “grande cerchio” di Tre Camini – Ravona (CO)

Durante il VI-V sec. a.C. le stelle della Cintura di Orione andavano in levata eliaca intorno al solstizio d’estate che a quell’epoca avveniva, secondo il calcolo astronomico, il 29 Giugno del calendario giuliano esteso all’indietro nel tempo. Da quel giorno in poi la costellazione di Orione sorgeva quotidianamente anticipando il Sole di poco meno di 4 minuti al giorno tanto che poteva essere visto in cielo, gradualmente sempre più alto prima dell’alba, fino alla metà di Novembre in cui la costellazione tramontava di mattina in concomitanza con il sorgere del Sole (tramonto acronico). Qualche giorno dopo riappariva alla sera sorgendo subito dopo il tramonto dell’astro diurno (levata acronica) rimanendo visibile nel cielo serale ogni notte fino alla fine di Aprile, quando avvicinandosi progressivamente al Sole tramontava subito dopo di esso (tramonto eliaco). Successivamente, dopo essere stata invisibile per via della congiunzione con il Sole, la costellazione di Orione riappariva alla sua levata eliaca in prossimità del solstizio d’estate seguente completando il suo ciclo annuale.

Il ciclo annuale della costellazione di Orione avrebbe potuto stabilire un sistema di riferimento univoco lungo l’anno da utilizzare sia per la pianificazione dell’agricoltura e dell’allevamento, che per l’amministrazione del culto.