ACAM
L'Islam
e Venere: dal gineceo greco all'Harem orientale
di Mary Falco
Il
godimento della sessualità in quanto
tale era del tutto sconosciuto nel Medioevo, non solo per quanto riguarda la
donna, ma anche e soprattutto per l'uomo. L'affermazione giustamente famosa del
Cristo secondo la quale uomo e donna sono eguali davanti a Dio non mirava
affatto al riconoscimento di diritti fino allora negati, ma al contrario alla
necessità per entrambi di condurre una
vita ascetica e nascosta, senza lasciarsi fuorviare dagli abbagli fugaci di
godimenti terreni, neppure se idealizzati come patria o famiglia.
Non
la donna in se', ma il fantasma d'un'Afrodite che nasce nuda dalla spuma del
mare è il grande nemico della moralità biblica, sia di stampo ebraico,
cristiano o islamico. Si provvide dunque a vestire con cura la donna ed a
chiuderla per bene in casa, affinché somigliasse sempre meno a quella Dea del
riso e dell'amore voluttuoso che aveva combinato tanti guai in passato.
Da
mille anni dunque, tanti ne intercorrono tra la morte del Cristo e la prima
crociata, quasi tutti i moralisti si trovavano perfettamente d'accordo nel
ritenere l'amore carnale causa prima di ogni disordine civile e politico,
allontanando la donna non appena il suo operato non fosse strettamente
indispensabile. Il fatto che al sesso fosse legata la nascita di nuove creature
era una ben magra consolazione dato che spesso gli unici figli concepiti e
partoriti con facilità erano quelli che per un motivo o per l'altro non si
potevano allevare.
Quante
regine sterili e che folla di bastardi popolano le cronache burgunde, longobarde
e merovingie!
Senza
contare il rilevante numero di figli che, appena raggiunta l'età di impugnare
le armi, le prendevano appunto per combattere il padre, alleandosi alle fazioni
avverse di cui pullulava la "famiglia allargata" dell'alto medioevo,
con convivenze che si aggiravano alle duecento unità per castello (tante ne
occorrevano per organizzare la vita in un posto isolato dove, in caso di guerra,
si potessero chiudere le porte e provvedere da soli ad ogni necessità vitale,
senza comprare nulla e senza poter contare su nessun contatto umano)!
E
non è un mistero per nessuno il fatto che le crociate ed in genere quasi tutte
le "guerre sante" del medioevo servirono anche, se non soprattutto, ad
incanalare verso un nemico spesso più inventato che reale tante giovani
aggressività inutilizzate, che avrebbero creato contrasti in patria, tanto più
che, superata la crisi dell'anno mille, il boom demografico, favorito
dall'addolcimento del clima, ripopolava velocemente l'Europa ed i conventi
affascinavano sempre meno i cadetti. La stessa figura del cavaliere è
gravemente in contrasto col pacifismo dei primi apostoli ed è frutto di un
complicato processo d'adattamento.
Se
la preferenza dichiarata dall'Occidente per la monogamia può dunque dare al
mondo cristiano la "patente" di civiltà avanzata, va rilevato il
fatto che il matrimonio così come lo intendiamo oggi è il frutto sofferto
della Controriforma e data come minimo 1517!
Le
prime testimonianze di nozze, con un loro rituale inserito nella liturgia, si
fanno faticosamente strada tra l'XI ed il XII secolo e la Chiesa lotta perché
la cerimonia preceda la consumazione e la convivenza. Per gli aristocratici
infatti il momento veramente importante era la "desponsatio" cioè la
stesura del contratto dotale cui seguiva un consenso puramente formale da parte
degli interessati, che naturalmente non si conoscevano.
In
ogni caso si parla sempre e solo di aristocratici.
Alla nobildonna si chiede il
consenso, non certo alla
contadina, che di solito viene data in matrimonio quando è in manifesta attesa
d'un figlio ad un uomo scelto direttamente dal padrone.
Se
un padre di condizione servile vuole decidere liberamente le nozze di sua
figlia, deve pagare una tassa al signore, per ottenere quello che, a tutti gli
effetti era considerato un privilegio e quest'usanza ha fatto nascere la
leggenda, mai provata, dello "ius primae noctis".
Nessuno
comunque chiedeva il parere della donna, che qualora volesse mantenersi illibata
(applicando alla lettera appunto i consigli evangelici)
doveva sostenere un vero e proprio assalto da parte dei parenti, come
documentano molte vite di sante dell'epoca, mentre se voleva sposare un uomo
inviso alla propria famiglia doveva inscenare un rapimento, correndo il rischio
che l'amante, dopo averla compromessa, cambiasse idea e non la sposasse affatto!
D’altra parte le nozze stesse erano una vendita legalizzata, in cambio della
quale alla donna non era riconosciuto alcun diritto: se la sposa cadeva in
disgrazia o veniva violentata, la famiglia stessa premeva perché fosse punita e
ben di rado impugnava le armi per difenderla, se non appunto per ricuperare i
beni dotali.
Che
accadeva quando una fanciulla cristiana era troppo povera per pagarsi una dote?
Gli stessi conventi non potevano farne a meno, i tempi erano duri per tutti! Il
problema era antico: la Grecia classica, come d'altronde la stessa Bibbia
avevano riconosciuto a denti stretti l’esistenza e addirittura l'utilità
delle cortigiane, purché, s'intende, non pretendessero di generare figli
legittimi. A Roma si conserva più o meno la stessa mentalità, anche se le
commedie amano "stigmatizzare" la figura del lenone e facciano
giungere le fanciulle povere ed oneste a matrimoni onorevoli.
La
prostituzione è in realtà l'altra faccia della rigida legislazione
matrimoniale, che riduce al massimo il riconoscimento dei figli legittimi per
non frammentare il patrimonio e per nutrire il mercato degli schiavi, ma che
fare ora che il cristianesimo proibisce l'esposizione dei neonati ed insiste
sull’uguaglianza di diritti?
Le
coraggiose risposte di Gesù Cristo ai pressanti interrogativi degli apostoli
sulla sessualità e sull'adulterio aveva messo in crisi questa mentalità, ma
non tanto in fretta: solo nel 521 d.C. l'imperatore Giustiniano ritenne
opportuno proibire ufficialmente l'esercizio della prostituzione, mentre l'idea
che le serve fossero proprietà indiscussa del padrone ha continuato
tranquillamente sopravvivere nelle nostre cristianissime campagne fino al
secondo dopoguerra, d’altra parte anche lo schiavismo è stato abolito
soltanto il secolo scorso e non certo per iniziativa della Chiesa.
La
segregazione fisica della donna
dunque, in Oriente come in Occidente, appariva ai più come l'unico rimedio alla
violenza e all'incesto e le grandi dimore avevano tutte il loro gineceo, che
come ben suggerisce la parola stessa, è d'origine greca.
Bisanzio,
che eredita dal mondo greco-romano la grande dimora patrizia con giardini
interni e bagni piastrellati con raffinate ceramiche, gestisce
rigidamente lo spazio femminile: la donna ne esce solo per recarsi in chiesa
ed è ammessa raramente persino alla tavola del marito. Al servizio
dell'imperatrice, nella mitica "dimora di porpora", sono ammesse
soltanto donne ed una vera e propria folla d'eunuchi, la cui esistenza non era
stata contestata dal cristianesimo.
In occidente la "camera
delle signore", titolo
tra l'altro d'un fortunato romanzo sulla vita medievale, è una realtà assodata
e se la cintura di castità è un'invenzione tardiva, che già risente della
psicosi delle streghe, l'autorità della suocera e poi della madre dell'erede, i
dispetti delle matrigne per favorire l'ascesa dei propri figli su quelli di
primo letto, sono fatti reali documentati da tutti i contemporanei. Solo il
capofamiglia può entrare a suo piacimento nella camera della signora: per gli
altri familiari e gli ospiti è necessario un preciso invito, seguito da una
motivazione dettagliata: la lettura di un componimento poetico, un canto in
comune, una delicata questione di famiglia da risolvere. Quando gli uomini sono
assenti, l'autorita della "domina" è assolutamente indiscussa.
Durante il giorno le donne si dedicano completamente sole, ai lavori domestici,
tanto che il termine antico di gineceo si trova ad indicare, nel corso del
medioevo, uno spazio attrezzato per lavori tessili e di cucito. Si fa
un'eccezione per i bambini piccoli e gli infermi, perché‚ la signora ha
cognizioni d'erboristeria e mansioni, se non proprio di medico, d'esperta
infermiera. A questo scopo alla sua camera è sempre annessa una piccola cucina
ed un orto in cui si coltivano erbe medicamentose, talvolta addirittura un
piccolo laboratorio per la conservazione delle stesse e la preparazione dei
rimedi naturali più semplici. Non dimentichiamo che una buona signora
medioevale faceva entrare in casa sua soltanto materie prime: la produzione di
casa garantiva gran dovizia di prodotti finiti, tutti esclusivi.
Nella terra del Profeta, dove le donne sono tenute anche oggi a vivere segregate, l’occidentale ha dunque automaticamente l’impressione di tornar nel Medioevo, ma non è esatto. La storia orientale è profondamente diversa. Maometto, più concreto del Cristo, favorì, disciplinandola, la poligamia maschile solo per legare definitivamente l'uomo alla responsabilità del mantenimento della prole, poiché la poliandria si traduceva spesso in una forma di prostituzione delle donne più povere, spinte dai parenti a contrarre nozze anche temporanee per fornire alle famiglie appoggi politici e commerciali.
Nessuno
dei due dunque aveva intenzioni femministe così come le intendiamo oggi.
Sarebbe più esatto dire che tanto Cristo che Maometto s’espressero non in
favore dell'uomo o di un'astratta parità,
quanto contro alla concezione del sesso come ad una potenza creatrice a se'
stante, che avesse il suo centro nel corpo femminile e che andasse adorato e
rispettato come tale. Il matrimonio fu visto da entrambi più come un male
minore che come un valore in se'. Il Cristianesimo accettò la sessualità come
mezzo di procreazione legittima, insistendo sulla monogamia e sulla necessità
del consenso femminile e cercando di tacere il più possibile l'aspetto erotico
del tutto; l'Islam riconobbe all'uomo il diritto di soddisfare i propri istinti
nella misura in cui poteva pagarne le conseguenze, il che faceva delle donne,
effettivamente, un bene d'acquisto. Quanto alla libera scelta è un ideale
moderno che l'uomo del medioevo, inglobato nella realtà familiare, non avrebbe
neppure potuto concepire. In occidente si fa strada faticosamente solo perché
è subordinata di fatto al consenso della sposa, che a sua volta era
strettamente legato alla consistenza dei beni dotali, creando varie barriere tra
le donne. Così se tra le occidentali la virtù è sempre un po' una questione
di prezzo, le donne arabe, sia pure dichiaratamente sottomesse all'uomo, hanno
una maggior parità di diritti tra loro e l'ultima delle odalische poteva
sperare di attrarre l'attenzione del sultano e di concepirne un figlio
legittimo, che potesse un giorno diventare erede.
La
speranza di concepire mantiene vivo il ricordo di un culto della fecondità
antico, che la Bibbia non prevedeva, anzi contrastava. E se l'antica Dea nasceva
nuda dal mare, le donne timorate di Dio escono di casa velate…
si tratta, va sottolineato, di un'invenzione dell'occidente, già
caldeggiata dagli antichi Romani e giunge agli Arabi attraverso Bisanzio. Anche
qui la disparità fra oriente ed occidente è solo attuale: nel 1096 nessuna
cristiana benestante sarebbe uscita di casa senza velo, mentre le donne beduine
e berbere, che pure aderirono con entusiasmo ai precetti dell'islam, lo hanno
sempre rifiutato.
Il
gioco dei veli comunque è molto erotico e la danza del ventre lo dimostra.
Effettivamente nell'harem islamico, il corrispondente del nostro gineceo, si
pensava un po' di meno ai lavori tessili e un po' di più al sesso, ma non da
sempre.
In
origine la famiglia islamica era nomade e le mogli del profeta parteciparono
molto attivamente all'attività del loro sposo, con atteggiamenti che talvolta
potremmo definire femministi e lo stesso dicasi per la figlia Fatima, ma a
partire dal VIII l'orientalizzazione della cultura araba diede alla nuova civiltà
dei credenti una veste del tutto imprevista dallo stesso fondatore, anche se fu
proprio la predicazione di Maometto a sconvolgere il mondo arabo, forse più di
quanto il profeta potesse immaginare. Le prime comunità islamiche erano povere,
austere ed impegnate nella diffusione dell'Islam, senza nessuna concessione alla
vita privata, ne' per gli uomini ne' per le donne, in un atteggiamento
sostanzialmente simile a quello cristiano ed ebraico.
Fino
allora infatti il Mediterraneo vedeva affacciarsi alle sue rive quella che a
grandi linee poteva considerarsi un'unica civiltà; ma proprio l'avvento
dell'Islam, con la chiusura delle frontiere bizantine ed il rapido crollo della
civiltà persiano-sassanide, spinge gli Arabi ad identificarsi sempre di più
con quei mercati d'Oriente, che fino ad allora erano stati soltanto anonimi
fornitori di prodotti ed ora si fanno d'un tratto interlocutori vivaci e
raffinati, nonché depositari di un'altissima e misteriosa civiltà: l'India, il
Tibet, la Cina...
L'Islam
non ha imposto con la forza la propria religione, ne' il relativo stile di vita,
anzi, le conversioni sono viste con un certo sospetto, perché comportano un
abbassamento delle imposte, così credenze ed abitudini indiane furono lasciate
intatte, anzi ciò che non contrastava direttamente il Corano fu imitato. La
dottrina della reincarnazione metteva in fuga il dualismo tra spirito e materia
che tanto colpevolizza il sesso ed in genere il benessere quotidiano nelle
culture di matrice biblica e faceva strada all'idea che il corpo fisico fosse
uno strumento di tutto rispetto... un'automobile noleggiata, diremmo oggi. Senza
aderire necessariamente alle dottrine tantriche, che vedono nel sesso
addirittura uno strumento d'ascesi, l'indiano benestante ritiene comunque che il
rapporto fisico fra uomo e donna sia dotato di un valore proprio, che debba
svolgersi nel migliore dei modi.
Le
signore indiane, libere dai lavori servili, si occupano poco di politica e non
escono volentieri dalla propria casa, solo le appartenenti alle classi più
umili, possono contaminarsi col mondo esterno!
Questo
anche perché, mentre l'autarchia dell'occidente ha fatto di tutte le camere
delle signore dei "laboratori-orti-farmacie", la casa orientale
continua ad essere sempre e solo il cuore inviolabile della famiglia, senza
nessuna confusione tra pubblico e privato. Il mantenimento di una civiltà
urbana, coi suoi mercati esterni regolarmente alimentati da tutte le vie del
mondo commerciale allora conosciute, esonera d'altronde la donna da molte delle
necessità imprenditoriali che gravavano sulla castellana. Tessuti, profumi,
persino cibi e farmaci si comprano già fatti! Come la donna greca anche
l'indiana, segregata all'interno della casa, custodisce il cofanetto dei beni e
non deve certo filare per vivere! Ne deriva molto tempo da dedicare a se stessa
ed un'attenzione maggiore a tutto ciò che riguarda la sfera privata: non più
una sposa-compagna che lotta accanto al proprio marito, ma una donna che coltiva
con cura il proprio corpo, anche perché‚ la poligamia le impone la necessità
di mantenere sempre desto l'interesse dello sposo nei propri confronti.
Le
signore indiane dunque si dedicano con passione religiosa alla cura del proprio
corpo: le abluzioni giornaliere, la depilazione completa, un'accurata
profumazione di se’ e degli ambienti, l'esercizio fisico, la scelta d'abiti
variopinti, preferibilmente in morbida seta e di gioielli d'argento tintinnante,
il trucco accurato del viso sono requisiti essenziali d'una giovane sposa che
s'appresti a soddisfare il proprio signore.
Sotto
la spinta di un'economia mercantile da grande impero, che fra il VII ed il IX
secolo monopolizzò tutto il mondo allora conosciuto, le donne islamiche
assorbirono rapidamente questo modo di comportarsi, con una più calda
connotazione carnale: non la recita rarefatta d'una parte nelle mille
incarnazioni che ancora può offrire la vita, ma il godimento pieno ed immediato
dell'unica famiglia che Dio ha concesso, la soddisfazione dell'unico uomo che la
società permetta d'amare e che ha tanto bisogno di rilassarsi dopo anni di
nomadismo nel deserto. In particolare la danza del ventre, che aveva una sua
tradizione mai del tutto dimenticata nel Mediorientale dedito al culto della
Grande Madre, diventa un elemento indispensabile della sessualità e le
fanciulle da marito sono istruite in questo senso da vere e proprie
professioniste, diventando ballerine appassionate.
Ben
presto ci si accorge, o forse si fa testimonianza un sapere antico, che questo
ballo è molto di più che uno svago: il controllo dei muscoli ventrali che le
famose vibrazioni comportano è infatti un'eccellente preparazione al parto,
nonché un'efficace prevenzione di molti disturbi della colonna vertebrale.
Quando le donne arabe sono libere dagli sguardi indiscreti si abbandonano senza
falsi pudori ad un esercizio che le conserva agili anche quando le loro
"prestazioni" non sono più seducenti.
Se
a questo concetto nuovo della sessualità e del matrimonio accostiamo la
meticolosa cura per l'igiene da
sempre in uso presso i popoli orientali, abituati a considerare un bene prezioso
l'acqua, otteniamo quel "culto della pulizia" che i moderni hanno
spesso attribuito agli antichi greci e romani e negato ai cristiani in toto.
I
contorni della questione sono in realtà più sfumati; molte delle pratiche
considerate (bagno, massaggi, depilazione...) derivano direttamente dagli
antichi rituali dei templi d'Afrodite e di Iside, tant’è che nel mondo antico
sono ben poco documentate, dato che si trattava in gran parte di misteri sacri
riservati a particolari occasioni, la grossa novità dell'Islam consiste nella
riproposta laica e quotidiana di tale
apparato, che diventa bagaglio comune di ogni casa benestante.
S'è
visto che la segregazione della donna all'interno dell'harem, gineceo o
appartamento femminile che dir si voglia, con porte e finestre aperte soltanto
sui giardini interni della casa, non è un'idea originaria della cultura araba,
anzi! Il gineceo, come ben dice la parola, è d'origine greca ed il velo con cui
le donne sono costrette a nascondersi uscendo è nientemeno che una tradizione
degli antichi romani, che gli arabi ereditano appunto dalla cultura bizantina,
mentre la divisione di compiti maschili e femminili è documentata fin dall'età
preistorica... la caratteristica della cultura araba è quella di fare
dell'harem il cuore della casa, trasformando la discriminazione sessuale... se
non proprio in un punto di forza, in un elemento di autocoscienza.
Questo
vale soprattutto per quanto riguarda la cura del proprio corpo ed il concetto di
bellezza: mentre le ditte produttrici dell'occidente hanno notato un rapporto
preciso fra il consumo di cosmetici e l'emancipazione femminile, perché per noi
vestirsi e truccarsi è quasi sinonimo di prepararsi per uscire, nei paesi di
cultura araba i prodotti di lusso sono riservati esclusivamente all'uso
domestico e l'harem è un paradiso di sete ricamate e gioielli, mentre fuori
tutte le donne sono velate di nero.
Il
corpo femminile puro e semplice è il principale elemento d'attrazione per la
sessualità orientale e la donna deve essere in carne, agile, delicatamente
profumata, ma soprattutto avere una pelle, come dice la famosa favola, bianca
come la neve, o, secondo una variante cara alla lirica araba, lucente come una
perla... e come tutte le perle ben chiusa nella sua ostrica.
Il
bagno quotidiano è il primo e più importante requisito richiesto ed a
questo proposito va rilevato il fatto che il sapone, inteso come bicarbonato di
soda ed argilla, è originario dell'Egitto, mentre la prima saponetta solida
amalgamata con olio risale alla Mesopotamia del II millennio a. C.!
In
Arabia, Persia e Tunisia dunque il sapone era un prodotto costoso, ma corrente
nel VI secolo, cioè ai tempi dell'invasione longobarda in Italia, per
intenderci.
Ecco
dunque il rito del bagno, a casa come fuori, iniziare con una mezz'oretta di
sudorazione, cui segue una buona insaponata, per i più coraggiosi con guanto di
crine ed un primo risciacquo con acqua tiepida; segue il bagno caldo, in acqua
che può essere variamente profumata.
A
questo proposito va segnalato il fatto che le essenze liquide di fiori entrano
nel mercato del Medioriente, come il sapone, nel VI secolo; comunque ogni casa
con d'orto e giardino era in grado di fornire acque profumate prodotte
espressamente facendo bollire petali di fiori ed erbe secondo varie e fantasiose
ricette di famiglia. La donna araba può adagiarsi in un caldo bagno alla rosa
(la più famosa era l'acqua di rose di Goa) agli agrumi (arancio, bergamotto,
limone) alla menta (riservata di solito alle malattie da raffreddamento) e via
via: cannella, garofano, lavanda, iris e gelsomino. Una curiosità:
quest'ultimo, in assoluto era il più difficile da conservare, tanto che è
stata la prima essenza che i chimici hanno prodotto in laboratorio!
Seguono
una o più docce fredde e l'immancabile massaggio con olio profumato, per cui la
saggezza orientale consiglia: palma (rassodante) per viso e petto, origano, che
stimola la crescita, sulle ciglia, sopracciglia ed alla radice dei capelli,
menta, afrodisiaca, ma anche antisettica ed in grado di allontanare gli insetti,
per le braccia ed infine timo e mirra, spiccatamente deodoranti, per piedi e
gambe; le donne arabe comunque hanno scoperto da secoli che il più efficace
deodorante è il fieno greco, che masticato regolarmente riequilibra tutte le
secrezioni della pelle dall'interno.
Una
buona depilazione completa la visione d'insieme.
Nell'harem
si era attrezzate per provvedere da sole a questa necessità scaldando
opportunamente cera d'api calda, come facciamo anche oggi, o zucchero di canna
fuso. Chi invece si recava ai bagni pubblici: gli "hammam", poteva
trovare una vasta gamma di paste depilatorie, ottenute mescolando solfuri di
sodio, calcio e potassio ad una base gelatinosa, con l'aggiunta dell'immancabile
acqua di rose.
Effettivamente
per la cultura araba la bellezza è soprattutto una questione di pelle, un
gioiello pregiato da esibire in segreto e non ha nulla a che vedere con la vita
sociale e politica. Il bagno è il centro privilegiato della casa, spesso aperto
sul giardino, che viene dotato di fontane e giuochi d'acqua, ma nonostante le
abluzioni giornaliere è viva l'esigenza di completare la pulizia personale ai
bagni pubblici, veri e propri istituti di bellezza, dov'è possibile anche farsi
depilare, massaggiare, curare in dettaglio capelli, mani e piedi, la loro
frequentazione è parte integrante della vita quotidiana, anche per le classi più
modeste ed ha continuato indisturbata anche nei momenti politicamente più
difficili.
Naturalmente
anche agli hammam, attrezzati secondo l'uso romano con acqua calda, fredda ed a
vapore, la divisione fra i sessi è rigorosa, anche perché‚ è del tutto
sconosciuto l'uso d'accappatoi o di costumi da bagno, ma questo rende anche più
esclusivo il rapporto fra le donne che lo frequentano e Lady Montagu, nel suo
celeberrimo diario di viaggio del 1717, li paragona ai caffè in occidente.
Nell'hammam,
con discrezione, ma anche con professionalità, si provvede a schiarire la pelle
fino a portarla allo splendore voluto. Si tratta d'un particolare antico: donne
bianche e uomini bruni sono ritratti addirittura nelle piramidi egizie e solo i
Greci hanno condiviso con noi contemporanei il gusto per una pelle giovane ed
abbronzata in entrambi i sessi. Da "specialisti del bianco" gli arabi
raccomandano di non confondere candore e pallore, come vorrebbe la moda
romantica: una bella pelle ha bisogno d'aria e di luce, anche se non dei raggi
diretti del sole; per ottenere quest'effetto è necessario lasciarla scoperta
almeno un'ora al giorno, più le quattro o cinque richieste in media per una
seduta completa all'hamman, di solito settimanale.
Le
donne arabe però ricorrono anche ad un piccolo segreto per rendere veramente
luminosa la loro pelle, una pomata che ricorre nientemeno che ad un'antica
ricetta egizia: crema di latte d'asina a cui si mescola miele e una punta di
polvere d'alabastro, finemente tritata: garantito l'effetto coprente... e la
famosa traslucidità perlacea! Va detto in merito che le pomate e le creme, fino
al secolo scorso, non si trovavano regolarmente sul mercato, come oli, saponi ed
essenze, perché non si era ancora trovato il modo di conservarle per il tempo
necessario al trasporto e quindi si tramandavano soltanto le ricette dei
preparati, che ciascuno provvedeva a preparare espressamente di volta in volta.
Un
tempo probabilmente si faceva largo ricorso anche al tatuaggio, per ornare la
pelle nuda e farne risaltare il candore, come lasciano intuire alcuni rituali
dell'Africa tribale: in epoca storica però il tatuaggio vero e proprio è
riservato agli schiavi, soprattutto ai danzatori ed ai suonatori e l'unico
disegno ancora in vigore è la mezza luna rossa alla radice del naso, di origine
fenicia, contro gli spiriti maligni. Il segno è talvolta confuso con
l'abitudine indiana di disegnare il terzo occhio nel centro della fronte, ma in
realtà si tratta di due usanze completamente indipendenti.
Si
truccano invece gli occhi, con una pasta ormai comunemente chiamata kajal,
secondo l'usanza indiana. In realtà gli arabi ereditano dall'Egitto la ricetta
base di solfuro di piombo argentato ben frantumato a cui si aggiungono sostanze
oftalmiche di varia natura; oltre al caratteristico cosmetico nero è comunque
diffuso anche un preparato verde, a base di cristalli di idrosilicato di rame
naturale, sempre d'origine egizia. Attualmente comunque si produce con grande
facilità il sulfuro d'antimonio, potente oftalmico che l'antichità usava con
grande parsimonia e solo in caso di vera necessità, mentre oggi si trova in
tutti i buoni kajal. Il cerchio nero intorno agli occhi infatti ha innanzitutto
lo scopo di proteggerli dai raggi cocenti del sole e dalle punture degli
insetti, solo in seguito si fa avanti un'abitudine estetica all'occhio così
trattato, tanto da trovare insignificanti i volti completamente privi di trucco.
Una
ditta di cosmetici ha notato che l'Italia è un po' il punto d'incontro tra la
moda di truccare solo gli occhi, tipicamente orientale, e quella di usare solo
fard e rossetto, in voga nel nord. Pare che solo le italiane infatti abbiano
l'abitudine di truccare tutto il volto, magari leggermente: le tedesche e le
inglesi puntano tutto sul fondotinta e sui fard di vario colore, mentre il
rossetto è stato inventato nella Francia del Re Sole, ma diventa il simbolo
della donna nel dopoguerra. Questa "frontiera della bellezza" ha
origini molto antiche: le romane usavano con grande abbondanza fard e rossetti,
ma restarono vivamente scandalizzate dall'uso di Cleopatra di disegnare il
contorno dell'occhio!
Per
quanto riguarda le donne arabe d'oggi l'uso di rossetti e fard risulta
improponibile, dato che la pelle appunto piace bianca e l'uso del velo rende del
tutto inutile un trattamento particolare delle labbra.
Quasi
maniacale invece la cura dei capelli, che subito dopo la pelle assorbe gran
parte del tempo riservato all'hammam. Nonostante sia conosciuto l'uso di
innumerevoli varianti dell'henné, la donna araba raramente modifica
radicalmente il proprio colore: le cure sono volte alla conservazione ed
all'esaltazione della bellezza naturale, non ad una variazione ed in particolare
è stato osservato che l'uso costante dell'olio di ricino ritarda
l'incanutimento; il gusto locale prevede capelli lunghi, acconciati in modo
tradizionale, da raccogliere sotto il velo e sciogliere nell'intimità.
Sempre
all'intimità è riservato l'uso dei gioielli, che segue un rituale ben preciso:
argento per le giovani e le spose novelle, oro per le donne sposate. Attenzione
alle cavigliere! Originariamente quelle a sonagli sono state inventate in
India... per non perdere i bambini! Poi son passate alle mogli, col significato
affettuoso di "bimba di casa". Di fatto oggi le donne sposate
sfoggiano due cavigliere perfettamente identiche, mentre una sola vuol dire:
"sono ancora libera..."
Anche
le case arabe diventano sempre più
lussuose. La dimora aristocratica monofamiliare, di derivazione
romano-imperiale, ampiamente diffusa in Siria ed in Palestina, si arricchisce di
finestre e terrazze, che sporgono sulla strada ed è costruita con materiali
sempre più preziosi: le miniere del Sudan occidentale e dell'Egitto forniscono
oro, mentre dalla Persia arrivano tutte le gamme di turchesi veri e falsi,
un'industria avanzatissima produce ogni sorta di smalti e ceramiche, che fanno
dimenticare, coi brillanti motivi geometrici, la proibizione di dipingere figure
umane ed animali, tra i colori l'azzurro, come dice il termine stesso di
derivazione araba lazwardi=lapislazzuli, diventa quasi il simbolo dell'impero,
poiché gli arabi esercitano il monopolio sia sull'importazione dell'indaco che
sui derivati del rame usati come coloranti e nei giardini interni, guarniti di
splendide fontane, accanto alle erbe officinali ed agli alberi da frutto, si
coltivano sempre più spesso fiori rari ed essenze pregiate, primo fra tutti il gelsomino,
a cui sono riconosciute virtù terapeutiche ed afrodisiache, seguito da giacinti,
tulipani… e naturalmente rose.
I
giardini conservano ed arricchiscono la struttura già suggerita dagli
architetti romani e s'arricchiscono di piscine e di voliere zeppe d'uccelli
esotici, infatti si catturano ed allevano animali strani, soprattutto pesciolini
tropicali ed uccelli multicolori provenienti dal cuore dell'Africa.
Questo
cambiamento della vita privata non riguarda solo i regnanti ed i loro harem,
come comunemente si crede, perché il nuovo stile comporta la creazione e la trasformazione
di tutte quelle branche artigianali cui il nuovo lusso attinge, anzi più le
classi dirigenti sprofondano nell'ozio e più il dinamismo sociale ed una
concorrenza che richiama un poco il liberalismo americano diventano la parola
d'ordine delle classi medie e povere, che tra l'altro sono estremamente
eterogenee, perché l'impero arabo abbraccia un gran numero di civiltà
precedenti.
Gioiellieri
e tintori di stoffe, musicisti e fabbricanti di strumenti, insegnanti di danza e
di canto, profumieri ed importatori d'essenze, cacciatori specializzati nella
cattura d'animali vivi ed allevatori che sappiano insegnare ai pappagalli ed
alle scimmie qualche esercizio divertente, sarti, merciai, pellicciai e calzolai
rinomati per la produzione di babbucce a punta... tutto un mondo di
professionisti ed avventurieri si riversa nelle città e s'inserisce a pieno
titolo nella vita di corte dei piccoli e grandi sceicchi, educando all'esercizio
del proprio mestiere anche mogli e figlie, perché‚ se nell'harem del sultano
le donne vivono nell'ozio, le giovani artigiane aiutano invece la conduzione
della bottega familiare, velate, sottomesse, ma non per questo meno attive. La
totale mancanza di barriere fra donne, tutte oggetto di desiderio, legittima in
tutte loro la speranza d'essere un giorno spose del sultano, come d'altronde
accade appunto nelle favole.
L'agricoltura
e la pastorizia nomade, infatti, rendono sempre meno e la gente appena può
lascia la terra per cercare fortuna in città, con le nuove attività
artigianali o meglio ancora col commercio, che punta tutto sulle novità
assolute, cosicché il mondo urbano diventa ogni giorno più ricco e stimolante,
ma anche inquieto e cosciente del proprio valore di fronte ad una corte svagata
e ad una classe guerriera composta in gran parte di mercenari turchi.
Non
per nulla i protagonisti della novellistica (nasce in questo periodo la famosa
raccolta "Mille e una notte") sono spesso tratti da quel mondo
artigiano e mercantile in continua ebollizione, se non addirittura in ascesa,
nell'anno mille.
Con
le crociate una civiltà autarchica quale l’Europa Medioevale si confronta con
una fortemente urbanizzata ed inizia un lento, ma inarrestabile processo di
scambio. Tibaldo IV, conte di Champagne, introduce a Provins la coltivazione di
rosai pregiati importati dalla Siria, facendone l'industria principale della
città. Alberto il Grande insegna ai nuovi ricchi come avviare un buon giardino:
ci deve essere una bella distesa di prato, un frutteto ben esposto a sud e
protetto dai venti del nord, che comprenda peri, meli, melograni, allori e
cipressi ai quali si mariteranno le viti (non c'è ancora l'abitudine di farle
arrampicare su palizzate), erbe aromatiche e fiori. Tra questi naturalmente il
primo posto alla rosa, ma accompagnata anche dalle iris, aquilege, violette e
gladioli; in questo spazio si sistemeranno dei sedili, per il riposo dello
spirito.
Jean
de Garlande, nel XIII secolo, coltiva già meloni.
Insomma
i cristiani tornano in Europa carichi di fiori, frutta, invenzioni d’ogni
genere, mentre gli arabi si scandalizzano profondamente del comportamento
femminile.
Lo
storico arabo Usama, per esempio, racconta: "Presso i Franchi non c'è
ombra di senso dell'onore e di gelosia. Se uno di loro va in strada con sua
moglie e un altro lo incontra, questi prende per mano la donna e si tira in
disparte con lei a parlare, mentre il marito se ne sta da un lato aspettando che
lei abbia finito di conversare; e se la fa troppo lunga, la lascia col suo
interlocutore e se ne va..." Al che 'Imud Ad-din aggiunge: "Arrivarono
in un bastimento trecento belle donne franche, adorne di lor giovinezza e beltà,
raccoltesi oltremare e proffertesi a commetter peccato. Costoro si erano
espatriate per aiutare gli espatriati e accinte a render felici gli
sciagurati... ardevano di brama per il congresso e l'unione carnale. Erano tutte
fornicatrici sfrenate, superbe e beffarde, che prendevano e davano, sode in
carne e peccatrici... Or presso i Franchi la donna nubile che si dà al celibe
non fa peccato, anzi, essa è quanto mai giustificata presso i preti, se i
celibi ridotti alle strette trovano sollievo nel godere di lei."
In
realtà tutti i confronti presentano un vizio di fondo, perché‚ affiancano
l'esperienza di poche occidentali emancipate, che viaggiano coi mariti o
addirittura da sole, a quella della gran massa di arabe dimenticate nell'harem
di un grande sultano, tacendo dell'esistenza di principesse e sultane arabe, che
pure ci sono state, nonché dell'altra grande massa, non meno numerosa, di donne
occidentali rimaste a custodir la casa, mentre i mariti perdevano la vita al
grido "Dio lo vuole" o sposavano in seconde nozze, ma ben tacendo
delle prime, ricche Siriane educate all'obbedienza islamica e pronte ad
abbracciare la fede cristiana, una realtà altrettanto concreta, documentata da
cifre statistiche. Infatti dopo la rilevante presenza femminile alla spedizione
di Pietro l'Eremita ed alla I Crociata, gli Europei lasciarono sempre più
spesso le mogli a casa.
L'idea
d'un Occidente di donne emancipate in tutto eguali agli uomini e d'un Oriente di
schiave velate è poco convincente anche oggi... nulla di più lontano dalla
realtà quotidiana della donna nel X secolo, che vivesse a Parigi o a Baghdad.
Quel
che è certo è che i crociati tornarono a casa con un ricco bottino, che
investirono in una società tesa alla riscoperta dei valori laici, mentre il
mondo arabo, già dominato dai Turchi, si ripiegò sempre di più sulla
conservazione di un nostalgico passato.
Nel
corso del 1700 e 1800 l’Europa colonialista conquistò lentamente tutti i
territori un tempo turchi, narrando l’impresa con dovizia di dettagli e
ricordi di viaggio: basta pensare a Lady Mary Wortley Montagu o Flaubert, per
citare solo i più famosi cantori dell'harem e della danza del ventre, che
narrarono all'Europa attonita la condizione della famiglia mediorientale,
rafforzando l'errata concezione che l'Occidente avesse riconosciuto alla donna
una parità che l'Oriente le negava.
In
realtà ancora una volta si confrontava il destino d’una famosa viaggiatrice
colta, con la marea di fanciulle povere da lei incontrate.