ACAM
" I PERSONAGGI DEL MISTERO"
Ermetico o scomodo? da cinquecento
anni si parla di Giorgione
di
MARY FALCO
1
giugno 1506
scritta dietro al ritratto di Laura, con la precisazione: "fatto di mano
del maestro Zorzi (veneziano per Giorgio) di Castelfranco, collega di Vincenzo
Catena", che altri documenti indicano come il titolare della bottega; il
committente è un certo messer Giacomo.
14 agosto 1507 la tesoreria di Palazzo Ducale registra un
acconto di 20 ducati per un telero (grande dipinto ad olio su tela, per lo più
in serie con altri, con cui formava grandi cicli storici e narrativi con vicende
di santi e di miracoli, usato come decorazione murale nei secoli XV e XVI)
destinato alla sala delle Udienze, cui seguirà il pagamento di 25 ducati il 24
gennaio seguente ed il saldo di 35 lire e 18 soldi il 23 maggio 1508. Di
quest’opera, perduta, non abbiamo neppure una descrizione, perciò non si sa
che cosa rappresentasse.
13 febbraio 1508
una lettera autografa sottoscrive l’impegno d’eseguire “quattro quadri in
quadrato” con le vicende di Daniele. Per questo lavoro non è fissato un
compenso, perché il pittore desidera che il committente veda prima il risultato
finale e decida da se’ il valore. Poco dopo il doge Leonardo Loredan,
entusiasta del ritratto appena ultimato (perduto anche questo, inutile dirlo)
gli commissiona la decorazione esterna del Fondaco dei Tedeschi, iniziando dalla
facciata che da sul Canal Grande.
L’8 novembre 1508
gli affreschi sono terminati, ma l’artista non è contento del compenso e con
gran scandalo dei benpensanti promuove una causa per la valutazione del proprio
lavoro. L’11 dicembre il suo vecchio maestro, Giovanni Bellini nomina una
commissione d’esperti, tra cui il Carpaccio, che decide un pagamento di 150
ducati. In realtà gliene saranno corrisposti soltanto 130.
1510 sul
verso della tavola raffigurante il “Ritratto d’uomo Terris” è vergata una
data incerta e le parole “fatto di mano del maestro Zorzi de Castelfranco”
universalmente considerate una firma.
Il 25 ottobre
di quell’anno Isabella d’Este scrive al suo agente veneziano perché ha
tanto sentito parlare del pittore e nel caso che sia davvero così bravo come
dicono vuole una sua “Nocte” cioè una natività. La risposta è
inaspettata, non solo “ditto Zorzi” è morto, ma le sue opere non sono in
vendita a nessun prezzo, perché eseguite tutte per committenti privati che non
intendono separarsene
Nasce così il mito, abbondantemente nutrito dalle due
biografie del Vasari del 1550 e 1568. La seconda è particolarmente importante,
perché scritta dopo un viaggio a Venezia in cui aveva parlato con Tiziano ed
altre persone che l'avevano conosciuto. Ne esce un ritratto a forti tinte. Nato
forse nel 1478 (persino gli amici ignoravano la sua età) da una famiglia
umilissima di Castelfranco, fu "allevato" a Venezia, dove ricevette
quella che ai tempi si considerava un'educazione liberale, manifestando una viva
predisposizione per la musica (era esperto suonatore di liuto e cantava) e
naturalmente per la pittura, tanto da entrare giovanissimo nella bottega di
Bellini e scontrarsi coi discepoli del Verrocchio ai tempi in cui si fuse la
statua del Colleoni e nacque una "contesa" tra scultori e pittori per
decidere quale fra le due arti fosse la migliore.
Molto discussa l’influenza di Leonardo da Vinci, che fece
un’unica fugace apparizione a Venezia nel marzo del 1500 e non come pittore,
ma probabilmente come ingegnere militare. Tuttavia è un falso problema, giacché
in città operavano due suoi allievi: Giovanni ed Andrea, coetanei ed amici di
Giorgione.
Fu l'inventore del ritratto su tela… o almeno quello che
introdusse in Italia quest'usanza fiamminga, che doveva rivoluzionare il
mercato, perché le tele sono più facili da trasportare… e rubare! A questa
specialità si doveva il carattere privato della sua committenza, tutti nobili o
ricchi mercanti (il che a Venezia spesso coincideva) che sceglievano
personalmente il tema del quadro.
Insomma un mito, anche non ultimo per la sua morte eroica
nel fiore degli anni, non si sa se di peste o mal d'amore (Vasari non lo sapeva,
oggi son noti i documenti dell'epidemia di peste che infuriò nell'estate del
1510 ed anche la morte della sua amante Cecilia nel 1511… ed è più probabile
dunque che la contagiata o l'inconsolabile fosse lei) ed il soprannome, secondo
i più attribuito alle sue fattezze, ma per qualcuno già presagio di fama.
Quel che è certo è che tanta gloria non giovò alla sua
opera, anzi, fu causa d'errori e confusione: copiato prestissimo, forse appunto
perché famoso e richiesto, ma anche per la necessità di finire opere lasciate
incompiute con la prematura morte, è l'artista rinascimentale più discusso.
Poche le opere d'attribuzione certa fra tanti rifacimenti e contaminazioni: un corpus
non superiore a 25 titoli, di cui 9 visibili all'Accademia, Campo della Carità,
Dorsoduro 1050, in una mostra inaugurata il 1 novembre 2003 che resterà aperta
fino al 22 febbraio 2004:
Madonna in trono con
il Bambino e i santi Nicasio (Liberale ?) e Francesco Tavola
in pioppo, cm. 200 x 152 Castelfranco Veneto, Duomo di Santa Maria Assunta e San
Liberale più
nota semplicemente come "pala di Castelfranco" è l’unica opera
certa di Giorgione destinata ad una chiesa. La struttura compositiva non si
discosta dalla tradizionale impostazione delle sacre conversazioni. Giorgione
rinuncia a molti elementi architettonici per lasciare spazio al paesaggio e alla
luce che distribuisce in modo uniforme. La pala segna una tappa fondamentale per
l’affermazione del tonalismo, limitando l’uso del disegno e dei contorni.
La Tempesta Tela,
cm.82 x 73 Venezia, Gallerie dell’Accademia © Archivio Fotografico della
Soprintendenza, Venezia Dipinto
di dubbia interpretazione, la più comune vede nei due personaggi Adamo ed Eva
scacciati dall’Eden. Protagonista indiscusso della tavola è il paesaggio, per
l’architettura e i ricchi elementi vegetali resi con uno sfumato e luminoso
impasto cromatico.
I Tre Filosofi Tela,
cm. 123,5 x 144,5 Vienna, Kunsthistorisches Museum © Kunsthistorisches Museum,
Vienna La
complessa iconografia del dipinto ha portato la critica a suggerire diverse
interpretazioni della scena rappresentata: le tre figure potrebbero
rappresentare le tre età dell’uomo, oppure le tre razze umane, o ancora tre
diversi indirizzi filosofico-religiosi. L’ipotesi più probabile è che siano
qui rappresentati i tre Re Magi, come suggerisce il clima d'attesa dato dalle
espressioni dei personaggi e l’effetto di sospensione creato dalla pittura del
paesaggio, tecnicamente eseguito senza un precedente disegno.
Veduta di Castel San
Zeno a Montagnana e figura seduta Gessetto
rosso su carta, cm. 20,3 x 29 Rotterdam, Museum Boijmans van Beuningen © Museum
Boijmans van Beuningen, Rotterdam Unico
disegno unanimemente ascritto a Giorgione sulla base delle analogie col
paesaggio della “Tempesta”. Per ragioni di conservazione il prezioso disegno
potrà rimanere in mostra solo per quattro settimane ed essere visibile solo per
alcune ore al giorno (negli intervalli rimarrà al buio e coperto).
Ritratto femminile
(Laura) Tavola,
cm. 41 x 33,5 Vienna, Kunsthistorisches Museum © Kunsthistorisches Museum,
Vienna Immaginato
come ritratto di una cortigiana, è più probabilmente un dipinto augurale in
occasione delle nozze della giovane. Datato sul retro 1506, è uno dei rarissimi
riferimenti cronologici sicuri per la vita dell’Artista.
La Nuda Affresco
staccato dall’ultimo piano del Fondaco dei Tedeschi, facciata sul Canal
Grande, cm. 250 x 140 Venezia, Gallerie dell’Accademia © Archivio Fotografico
della Soprintendenza, Venezia uno dei resti della decorazione ad affresco della facciata del Fondaco
dei Tedeschi. Si tratta di una figura allegorica, il cui impasto di colore ha da
sempre stupito i visitatori. John Ruskin suggerisce che sia la ninfa Egle, detta
anche la Brillante, una delle tre Esperidi. L'interpretazione è strettamente
legata al reperimento dell'altro frammento del Fondaco dei Tedeschi:
Putto alato Affresco
staccato e trasportato su tela, cm. 131 x 64 Saltwood Castle, Kent, collezione
privata recentemente
restaurato, rappresentante un putto alato riferibile al giardino delle mele
d’oro delle Esperidi.
La Vecchia Tela,
cm. 68 x 59 Venezia, Gallerie dell’Accademia © Archivio Fotografico della
Soprintendenza, Venezia Ritratto
allegorico da collocare nell’ultimo periodo di produzione di Giorgione.
L’iscrizione “col tempo” riportata sul foglio che tiene in mano la vecchia
rimanda forse al destino riservato alla bellezza terrena.
Cristo portacroce Tela,
cm. 70 x 100 Venezia, Scuola Grande di San Rocco, sala dell’Albergo Opera di dubbia attribuzione che pone un
interrogativo sull’assegnazione della paternità dell’opera a Giorgione o a
Tiziano. Nel XVI secolo i fedeli attribuivano all’immagine proprietà
miracolose.
Ma c'è anche un capolavoro “decentrato”: il famoso fregio
di casa Marta Pellizzari a
Castelfranco, che riapre al
pubblico per l’occasione dopo il restauro e con un nuovo impianto
d'illuminazione, e la cui visita sarà gratuita per i possessori del biglietto
della mostra.
Impossibile non pensare ai grandi assenti:
Giuditta custodita all’Ermitage di Leningrado. L'eroina biblica,
chiusa in un abito di gusto gotico, col piede nudo poggiato quasi languidamente
sulla testa decapitata d'Oloferne, è la prima rappresentazione pittorica di un
tema invece caro alla scultura del trecento. Una curiosità: non si tratta di
una tela, ma dell'anta d'un armadio, il che getta uno sguardo sulla realtà
artigianale della pittura, quando gli iscritti all'arte erano anche decoratori
di mobili. La tradizione indica come modella l'amante del pittore, la famosa
Cecilia e qualcuno vuol vedere un autoritratto nella testa decapitata. In realtà
Giorgione non visse tanto, si può pensare al massimo ad una proiezione
fantastica.
Autoritratto in veste di David dell’Herzog
Anton Ulrich Museum di Braunschweig questo invece era indicato dai contemporanei
come autentico, tanto che Vasari ne riportò l'incisione sul frontespizio delle
"Vite" del 1568. Oggi questa copia è l'unico ricordo dell'opera nel
suo insieme, perché l'originale è stato malamente tagliato.
Il tema era molto caro al pittore, che pare lo dipingesse
più volte.
Da quando si sono riconosciute le mura di Montagnana nel
disegno di Rotterdam s'è fatta strada l'idea che la Giuditta ed il David ancora
visibili nel duomo siano suoi e che il pittore si trovasse lì proprio perché
incaricato d'eseguire gli affreschi. Purtroppo la pessima conservazione delle
figure non permette di verificare l'affascinante ipotesi.
Venere
dormiente della Gemäldegalerie di Dresda. Ancora una volta una
novità assoluta, almeno nell'arte pittorica. Venere dormiente era rappresentata
talvolta sui cammei o pietre incise. Era una tematica nuziale della tarda
latinità: Cupido correva a destare la madre addormentata perché benedisse le
nozze degli sposi. La
prima menzione di questa figura è del 1525, quando Marcantonio Michiel vide in
casa di Gerolamo Marcello un dono di nozze particolarmente prezioso: “La tela
della Venere nuda che dorme in un paese cum Cupidine, fo de mano de Zorzo da
Castelfranco, ma lo paese et Cupidine forono finiti da Tiziano”. Attualmente
i critici riconoscono quasi all’unanimità questo quadro nella così detta
“Venere di Dresda” dal nome della città dove si trova, dopo essere stato
acquistato, nel 1697, da re Augusto di Sassonia. Ha subito molte vicissitudini e
tra l’altro è scomparso il bambino, che è stato ricoperto in epoca
imprecisata per far posto ad un più vasto spazio di prato. Un restauro radicale
effettuato nel 1843, con trasferimento di tutto il dipinto su nuova tela, lo ha
riportato alla luce: si tratta di un piccolo seduto ai piedi della madre ed
intento a giocare con un uccellino o con una freccia; purtroppo le sue
condizioni erano tanto precarie che è stato necessario ricoprirlo nuovamente.
Quando è stato dipinto? Accettando l’opinione più accreditata dai critici,
che attribuiscono la figura di donna e la parte sinistra del paesaggio a
Giorgione, mentre i drappi distesi sull’erba, i casolari sulla destra ed il
Cupido sarebbero opera di Tiziano, dovremmo pensare che quest’ultimo fosse
intervenuto dopo la morte improvvisa del Giorgione, avvenuta tra il 1510 ed il
1511.
L'esiguità numerica delle opere certe contrasta con la
loro enorme risonanza lo stesso titolo della mostra: Le meraviglie dell'arte è tratto in realtà da un suo fervente ammiratore: Ridolfi, che nel
1648 ne fece un’affascinante biografia, prestandogli addirittura origini
nobiliari, per quanto illegittime e colorendo la sua vita d'elementi
romanzeschi.
Oggi l'esame filologica dei
documenti e la
riflettografia all'infrarosso delle
opere ha portato a modificare un po' queste immagini barocche. La biografia di
Teresio Pignatti, edita nel 1958 ed il catalogo ragionato dell'opera del 1969
danno un'immagine completamente nuova di Giorgione, atta ad imporsi come più
probabile: seguendo una traccia già indicata dal Foscari nel 1936 fissa
addirittura il probabile indirizzo della casa a San Silvestro, Dorsoduro n.
1091, anche se non è certissimo che la bottega sottostante fosse proprio la
sua.
Nel '96 infine con le
fondamentali opere di M. Lucco e J. Anderson anche il grosso pubblico può
acquisire il frutto delle analisi che hanno accompagnato gli ultimi restauri.
l'attuale mostra rende visibili a tutti questi risultati. Non
mancano le novità: sul piano iconografico, sulla complessa creazione delle
opere, sulla storia della loro circolazione. Tra queste le tracce di disegni
evidenziate dalle riflettografie persino nella Tempesta e la scoperta
che la Pala è stata eseguita essenzialmente a tempera d'uovo, mentre,
la Tempesta e la Vecchia sono realizzate con una tecnica
mista: a tempera e ad olio. Ma se la tecnica è meno innovativa di quanto si
fosse creduto in passato, completamente nuovi sono la resa del paesaggio, i
soggetti e la stupefacente sensibilità cromatica.
L'opera forse più sorprendente
è la Tempesta.
L'uomo ha preso il posto d'una donna accosciata, le colonne spezzate
sostituiscono due grandi alberi e sul ponte transitava una figura con una lunga
veste, con un bastone di sostegno nella mano sinistra ed un fagotto, sempre
appeso ad un bastone, appoggiato alla spalla destra. Anche gli edifici sullo
sfondo sono stati rifatti più volte ed inizialmente si trattava di strutture più
imponenti.
Anche l'altare della Madonna,
nella Pala
di Castelfranco,
è stato rifatto più volte, tanto che ora un ricciolo del mantello fluttua nel
vuoto, perché la piattaforma è stata ridotta. Il Bambino inizialmente guardava
verso lo spettatore, mentre ora guarda desolato il sarcofago di porfido,
anch'esso frutto d'innumerevoli ripensamenti. Nulla suggerisce la possibilità
d'una sacra conversazione tra la Vergine, altissima e desolata ed i santi ai
suoi piedi: vero e proprio monumento funebre trae la sua unica luce dagli
squarci di paesaggio terreno che s'intravedono oltre la balaustra rossa: un
castello recante lo stemma dei Carraresi ed una coppia di soldati in armatura,
ma appiedati, forse per raccontarsi gli esiti della battaglia sfortunata che ha
strappato Matteo all'affetto dei suoi cari. Ma c'è di più: il committente
Tizio Costanzo è il figlio di quel Muzio, nobile siciliano, viceré di Cipro,
che dopo la morte prematura del re Giacomo II nel 1473 era stato l'unico
appoggio della regina Caterina Cornaro. Richiamando la regina in patria e
relegandola ad Asolo, Venezia aveva sempre negato ai Costanzo sia il titolo di
Viceré che il permesso di ritornare, se non a Cipro, almeno nell'originaria
Sicilia, tant'è vero che Matteo perde la vita proprio militando per la
Serenissima. Ecco dunque che in questo insolito monumento funebre non solo si
riporta lo stemma di casata, ben visibile sulla bara, ma il santo in armatura,
che reca lo stendardo dell'ordine gerosolimitano. La Anderson ipotizza
addirittura che non si tratti ne' di San Giorgio ne' di San Liberale, come
normalmente è stato ipotizzato, ma proprio di San Nicasio, un cavaliere
siciliano martirizzato nel 1187, che è venerato a Palermo ed a Messina proprio
insieme a San Francesco. I due santi sono effettivamente il simbolo dell'impegno
cristiano in Terra santa e quindi anche a Cipro, che era la base di tutte le
spedizioni a Gerusalemme. Missione che Caterina ed i suoi avevano preso molto
sul serio e che invece la Serenissima preferiva stemperare in una politica
d'intesa commerciale e soprattutto gestita dalla Repubblica e non da un regno
indipendente. Confermando quest'ipotesi la pala diventa un muto rimprovero e la
desolazione della Madonna e del Bambino, isolati in uno spazio altissimo, è
tale da separarli persino dai due santi che ancora militano in terra. Messaggio
forte, nostalgico, che la Serenissima non poteva apprezzare.
Era questo il motivo che fece
cadere il pittore in disgrazia, decurtando il suo compenso per gli affreschi del
Fondaco? Se la pala fosse stata esposta a Venezia sorgerebbe qualche dubbio.
Essendo relegata a Castelfranco, ignota alla maggior parte dei suoi stessi
estimatori, non doveva costituire una testimonianza pericolosa. Resta il
sospetto che questo pittore colto, invitato quasi come un pari alle feste dei
nobili, risultasse un po' troppo complicato per il discorso celebrativo che
Venezia voleva portare avanti. Se tecnicamente parlando la decorazione del
Fondaco non aveva precedenti, qualcuno ha detto che anticipasse lo scandalo
della Sistina, il soggetto doveva essere poco chiaro o addirittura scomodo.
Vasari, che pure parlò coi contemporanei, dice che Giorgione dipinse figure di
fantasia, per pura maestria pittorica, senza costrutto. Effettivamente scaduto
il suo contratto si fece finire il lavoro da Tiziano, che dipinse ben chiara
un'allegoria della Giustizia.
John Ruskin, che tra l'altro è stato il primo fortunato
proprietario del "putto alato", suggerisce come soggetto Ercole nel
giardino delle Esperidi, tesi abbracciata con entusiasmo dalla Anderson. L'idea
è ardita, l'eroe greco è il campione dell'umanità contro lo strapotere degli
dei ed il Giardino delle Esperidi era situato all'occidente rispetto alla
Grecia, nel famoso mondo iperboreo che abbraccia l'Europa d'oltralpe. Bel tema
dunque ed adatto agli ospiti del Fondaco. Oltretutto anche chi non concordava
sul contenuto confermava che quel fiammeggiare di tinte sul Canal Grande
ricordava davvero gli splendori d'un tramonto estivo. Terra d'Occidente
identificata come un Paradiso. Omaggio non indifferente ai ponentini… certo
non leggibile da tutti!
Ma è Augusto Gentile a svelare un aspetto ancora più
ermetico del pittore. L'indagine sui "Tre
Filosofi" ha rivelato che la figura centrale dell'arabo aveva la
pelle nera, mentre quella di destra recava un vistoso diadema sacerdotale,
simbolo, senz'ombra di dubbio, dell'illuminazione celeste. Che si legga come
rappresentazione delle tre età dell'uomo, della filosofia ebraica, araba ed
occidentale o più semplicemente delle "tre razze" come si diceva
allora, il vecchio mantiene la posizione di preminenza, l'adulto rappresenta una
fase intermedia ed il giovane rappresenta inevitabilmente l'avvento del dubbio e
dell'errore… se non addirittura il temuto anticristo. Ecco dunque che la
civiltà cristiana ed occidentale è presentata all'ultimo posto e come foriera
di crisi, esattamente il contrario di quanto ci aspetteremmo da un prodotto del
rinascimento. Per Gentile Giorgione rispecchiava la mentalità dei circoli
culturali del tempo, che confidavano tantissimo nell'astrologia e poco sulla
scienza nascente, fino a temere la fatale congiuntura del 1503-1504, che avrebbe
portato al declino conclusivo del Cristianesimo. Impossibile non pensare alla
crisi Luterana, di poco in ritardo rispetto alla data indicata, che spezzò
decisamente l'Europa in due mettendo fine per sempre all'unità creata dal
cristianesimo. Ed è comprensibile che queste idee non dovessero entusiasmare il
governo!
D'altra parte un particolare affetto per temi ebraici:
Davide, Giuditta, Daniele ed un grande interesse per la mitologia, collegata con
una relativa scarsità di rappresentazioni sacre, ha fatto parlare di un
Giorgione filoebraico, se non addirittura d'un ebreo appena convertito al
cristianesimo. Non dimentichiamo tuttavia che all'epoca un artista, per quanto
quotato, era pur sempre "un uomo meccanico" e più che le proprie idee
era chiamato a rappresentare quelle dei committenti. Certo il fatto d'essere
morto giovane, prima di fondare una bottega propria, senza lo stuolo di figli e
discepoli, che caratterizza i suoi contemporanei, lo ha fissato per sempre nel
ruolo di bel tenebroso, in lotta col Consiglio dei Dieci per il pagamento
d'un'opera ben fatta, ma un po' scandalosa.
Dettagli tecnici:
Trasporti pubblici
ACTV linee 1 e 82, fermata Accademia
Orari
lunedi 8.15 - 14, da martedi a domenica 8.15 - 19.15
la biglietteria chiude alle 18.15
Biglietti
l'ingresso alla mostra è incluso nel biglietto delle
Gallerie dell'Accademia
intero: € 9,00
ridotto per cittadini UE da 18 a 25 anni: € 5,75
gratuito: cittadini Ue minori di 18 e maggiori di 65 anni
Biglietto cumulativo
mostra Giorgione + Gallerie dell'Accademia + Ca' d'Oro +
Museo d'Arte Orientale
intero: € 13,50
ridotto per cittadini UE da 18 a 25 anni: € 8,00
gratuito: cittadini Ue minori di 18 e maggiori di 65 anni
Informazioni e prenotazioni
tel.041.5200345 - 199.199.100 (prenotazione € 1,00 a
persona)
info@giorgione.org
Catalogo
Studiosi di fama internazionale hanno collaborato alla
stesura del catalogo Marsilio, 24x29, 232 pagine a colori, €
29,00 (offerta valida solo acquistandolo in mostra)
Per saperne di più: http://www.giorgione.org
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