Giovanna d’Arco: riflessioni su un rogo

Giovanna d’Arco

30 maggio 1431: riflessione su un rogo…

di Mary Falco

Che accadde l’8 maggio 1429? Piaccia o no agli storici, un miracolo.

D’altronde l’8 maggio, a quei tempi, era il giorno di san Michele Arcangelo, appunto una delle “voci” di Giovanna.
E non basta. Il 1429 la festa dell’Annunciazione, 25 marzo,  cadeva di Venerdì Santo, il che ne faceva un anno sacro, secondo una tradizione viva ancor oggi, presso il santuario di Nostra Signora di Puy nel Velay, la Vergine Nera sull’itinerario di Santiago di Campostella.

Giovanna-darcoLa città d’Orléans era assediata ormai da sei mesi. Delle cinque porte che interrompevano la cinta muraria, ciascuna fornita di due torri che comunicavano tramite un ponte levatoio ed un bastione per la difesa avanzata, solo la porta “di Borgogna”, che si apriva sulla strada diretta a Gien, era praticabile. Il ponte sulla Loira, con le sue diciannove arcate, una meraviglia per l’epoca, era difeso a nord, dalla parte dell’abitato, dalla porta fortificata “dello Châtelet” ed a sud, sulla sinistra del fiume, da un vero e proprio forte, detto “Les Tourelles”, che era caduto purtroppo in mano agli inglesi, come molte “bastie” circostanti, tra cui l’antico convento degli Agostini, trasformato in una caserma.

Liberare la città appariva ormai un’impresa impossibile. Lo stesso re dubitava fortemente del proprio diritto al trono e se non trattava la resa era più per indolenza che per fiducia nella vittoria. Probabilmente la relativa disponibilità con cui fu accolta Giovanna non era tanto dovuta alla fiducia in lei, quanto alla consapevolezza di non aver ormai più nulla da perdere.

Arrivata in città per la porta di Borgogna, la sera del 29 aprile 1429, Giovanna si mise subito all’opera. Si conservano ancora la ricevuta di 15 soldi con cui fu pagato Colis Thomas, il carpentiere che le costruì le scale e gli arditi ponti mobili con cui venne dato l’assalto alle fortificazioni inglesi: Saint-Loup, gli Agostini e finalmente les Tourelles.

Tre assalti, tre vittorie, contro ogni regola di strategia.

Giovanna si impose nei confronti dell’effettivo comandante della città, Giovanni detto “Il Bastardo”, perché figlio illegittimo del duca d’Orlèans, con cui entrò subito in conflitto, rimproverandogli eccessiva prudenza.

Il suo giudizio prevalse, e la notizia del suo arrivo rinforzò il morale dei difensori.

“Sgombrate il campo, nel nome del Signore e secondo la sua volontà”, aveva ingiunto agli inglesi; le rispose un coro di insulti, l’atmosfera si surriscaldò velocemente, e si narra di un breve ma feroce scontro verbale tra la fanciulla ed il comandante avversario, Glasdale, da lei soprannominato Glacidas, con ironico riferimento al gracidare delle rane. E proprio in un fiume poco distante, di lì a poco, quest’ultimo sarebbe affogato; allora cominciarono a chiamarla “strega”.

Il 4 maggio iniziò l’attacco francese, che, dopo la sosta per il giovedì dell’Ascensione, proseguì nei giorni seguenti. Giovanna si presenta sul campo di battaglia con indosso un’armatura bianca e con un proprio vessillo. L’apparizione impressiona profondamente entrambi gli eserciti, non abituati a vedere una donna impegnata nei combattimenti. Schierata nelle trincee al fianco dei suoi uomini, la Pulzella d’Orléans conduce alla vittoria i francesi, rinvigoriti e ispirati dal loro nuovo comandante. Ma la battaglia non è ancora finita: Giovanna, determinata a sferrare un altro attacco, raduna nuovamente le truppe per liberare per sempre la città di Orléans dalla dominazione inglese. Nonostante il valore con cui viene condotto l’attacco, gli uomini del suo esercito, già esausti, perdono ogni speranza quando la ragazza viene colpita in pieno petto da una freccia. I francesi si ritirano e si prendono cura della giovane donna ferita. Giovanna fu ferita due volte, il 6 ed il 7, la prima volta al piede e la seconda alla spalla. Rifiutò d’incantare la piaga, come s’usava allora e come cura chiese invece un impacco d’olio e lardo, si raccolse in preghiera e poi ritornò a battersi. Gli eserciti di Francia continuano a trionfare sugli inglesi, sempre più indeboliti, ma, ben presto, alla vista della carneficina causata dai numerosi scontri, Giovanna inizia a provare un profondo rimorso. Sopraffatta dall’entità del massacro, la Pulzella contatta gli inglesi proponendo loro di ritirarsi. Rispondono solo con oltraggi … ma poi come per miracolo, l’esercito inglese si ritira. I più cinici dicono che probabilmente erano finite le frecce, visto che la forza degli Inglesi era rappresentata dagli arcieri. L’8 maggio 1429, Orlèans fu liberata. La Francia tutta, alla notizia, esplose in un entusiasmo sincero, ed ammirato. La liberazione della città, oltre ad essere una grossa impresa dal punto di vista militare, fu un’iniezione di fiducia alla causa monarchica e si racconta che fin dal 1434 fu rivissuta nei “misteri” così erano chiamate all’epoca le rappresentazioni sacre, che ricordavano generalmente la passione di Gesù nella settimana santa, il mistero d’Orléans cadeva nella prima settimana di maggio. Una leggenda vuole che lo sponsorizzatore dei primi misteri fosse proprio Gilles de Rais, maresciallo di Francia ai tempi della Pulzella, nonché duca di Bretagna.

La tradizione continua ancora oggi. Giovanna fu una delle pochissime figure a non subire alcun rovescio di fortuna ne’ in epoca napoleonica, ne’ durante la Restaurazione, in cui anzi si sentì l’esigenza sostituire le rappresentazioni medioevali con drammi veri e propri.

Giovanna D'Arco imprigionata

Che immagine abbiamo di Giovanna d’Arco?

Rassegnamoci, nessuna!

O meglio: nessuna che soddisfi i nostri odierni criteri di conoscenza obbiettiva.

Non erano tempi in cui si cercasse di diffondere immagini somiglianti, tanto che gli storici hanno avuto problemi anche a ricostruire volti di sue contemporanee ben più famose, come Lucrezia Borgia o, per restare in Francia, Isabella di Baviera, la chiacchieratissima madre di Carlo VII; per gli uomini, ancora ancora, s’era diffusa l’idea che il ritratto preparasse il popolo alla giusta venerazione d’un’autorità, politica o religiosa che fosse … ma una donna, anche se regina, doveva dare esempio di modestia e se tutti cantavano la sua bellezza, nessuno era convinto della necessità di rappresentarla, se non nel famoso quadro inviato al futuro marito, quando già si stendeva il contratto di nozze … e va da se’ che non era necessariamente un ritratto particolarmente fedele al modello!

E se questo era il ruolo subordinato imposto ad una regina, quale poteva essere la fiducia accordata ad una donna guerriera?

Scandalo o no, le donne nel medioevo si muovevano: la nostra stessa Caterina da Siena, con quasi un secolo d’anticipo, prese posizioni anche più scandalose di quelle della Pulzella e fu la vicinanza fisica al papa e non certo un carattere più mansueto, quello che le risparmiò il rogo!

Ma un conto era la presenza fisica d’una donna, anche scomoda ed un conto l’immagine che s’intendeva darne ai posteri: così Caterina, come Giovanna, come mille altre, cominciarono ad essere rappresentate molti anni dopo che lo scandalo della loro vita e soprattutto quello della morte, era stato consumato e nessuno ne ricordava le fattezze reali. Nel caso di Giovanna non si poteva neppure sperare il miracolo d’una perfetta conservazione di spoglie, che pure si verificò per molte sante.

Di lei ci resta soltanto un capello nero impigliato, a mo’ di firma autografa, nel sigillo di cera lacca d’una lettera inviata agli inglesi.

Un estratto della lettera inviata da Giovanna al re d’Inghilterra nel 1429 ce la mostra come una paladina della fede:

“Sovrano d’Inghilterra, rendete conto delle vostre azioni al Re dei Cieli che vi ha conferito il vostro sangue reale. Restituite le chiavi di tutte quelle care città che avete strappato alla Pulzella (a lei e non al re! Questo lapsus sarà gravemente giudicato al processo) Ella è stata inviata dal Signore per reclamare il sangue reale ed è pronta alla pace se le darete soddisfazione rendendo giustizia e restituendo quanto avete preso.

Sovrano d’Inghilterra, se non agirete in siffatta maniera, io mi porrò a capo dell’esercito e, ovunque sul territorio di Francia trovi i vostri uomini, li costringerò a lasciare il paese, anche contro la loro stessa volontà. Se non dovessero obbedire a questo ordine, allora la Pulzella comanderà che vengano uccisi. Ella è inviata dal Signore dei Cieli per scacciarvi dalla Francia e promette solennemente che se non lascerete la Francia, ella, al comando delle truppe, solleverà un clamore quale non si è mai udito in questo paese da mille e mille anni. E confidate che il Re dei Cieli le ha conferito un potere tale da rendervi incapaci di nuocere a lei o al suo coraggioso esercito.”

Una delle tante, perché non diede mai battaglia prima d’aver onestamente dichiarato le sue intenzioni ed offerto una soluzione pacifica del problema.

Ma chi era questa Giovanna?

Secondo Cristiano Zepponi nell’interessante “La Vergine Guerriera” pubblicato QUI

Numerosi aspetti della figura di Giovanna d’Arco sono ancora incerti. Persino il nome. Infatti, come ribadito da lei durante il processo, tutti, nel suo paese d’origine, l’avevano sempre chiamata Jeannette, fino all’arrivo in quella che allora poteva essere chiamata a buon diritto Francia, l’odierna parte centrale del Paese, ovvero gli scarni possedimenti dei re francesi, dove le fu attribuito il nome di Jeanne da noi italianizzato in Giovanna.

Il cognome, poi, comparso per la prima volta nel processo di riabilitazione del 1455, prima di fissarsi nel corso dell’ottocento nella forma universalmente nota, d’Arc, apparve nelle più svariate grafie: Dars, Dai, Day, Darx, Tarc, Tard, Dart, Tart. Probabilmente, quella scelta fu frutto di un tentativo di nobilitarne le origini, mentre, a detta di alcuni, tra cui il celebre professor Franco Cardini, sarebbe preferibile Tart, considerando la pronuncia dura della regione di provenienza.

Non si parlava ancora una lingua comune in Francia, in un periodo in cui la nazione era sotto la dominazione inglese a seguito della sanguinosa Guerra dei Cent’anni. Era cominciata nel 1337 per la successione al trono francese lasciato senza eredi da Carlo IV. I contendenti iniziali si chiamavano Edoardo III d’Inghilterra, nipote per parte di madre del defunto, e Filippo di Valois, che prese la corona francese con il titolo di Filippo VI. Quando poi allungò le mani sull’Aquitania (feudo “inglese” sin dai tempi di Eleonora d’Aquitania) scoppiò una guerra con battaglie memorabili e tragiche – Crécy (1346), Poitiers (1356), Azincourt (1415) – e paci fatte e disfatte in continuazione. Già il termine stesso di nazione è troppo moderno per l’epoca: i re d’Inghilterra e di Francia si contendevano la corona francese, come fosse un gioiello di famiglia. Alla morte dei re Enrico V di Inghilterra e Carlo VI di Francia, avvenute entrambe nel 1422, gli inglesi proclamarono Enrico VI, allora ancora bambino, re d’entrambe le nazioni. L’erede legittimo al trono francese, Carlo VII, si rifiutò di abdicare, ribadendo i suoi diritti di successione al trono, ma non poté far celebrare la sua incoronazione, perché San Denis, come del resto tutta Parigi, era in mano inglese. Ne nacque una guerra civile, che vedeva gli Armagnacchi, partigiani del re, schierati contro gli inglesi ed i Borgognoni. I primi erano rappresentati dal fior fiore della cavalleria, mentre ciò che rendeva veramente invincibile l’esercito inglese, era una fitta e mobile compagine d’arcieri, reclutati in tutta la boscosa campagna d’Albione. Ma c’erano anche bande di Scozzesi e Genovesi in abbondanza.

In questo clima nacque Giovanna intorno al 1412 a Domrèmy, dipendente dal castello di Vaucouleurs, nel ducato di Bar, sulla riva sinistra della Mosa,, si dice il giorno dell’Epifania, da Jacques e Isabelle Romèe ; era la quarta figlia, dopo tre fratelli maschi: Jacques, Pierre e Jean e una femmina Catherine, che per la cronaca morì lo stesso giovane, ma di parto.

I nomi dei figli esemplificavano perfettamente la devozione e l’impegno della famiglia nel pellegrinaggio, rappresentando i quattro maggiori santuari medievali Santiago, Roma, Gerusalemme, Sinai. Completamente false le tradizioni che hanno voluto fornire alla ragazza nobili natali, o, al contrario, umili origini.

Il padre era “laboureurs”, una sorta di piccolo proprietario terriero piuttosto agiato; mentre la madre, soprannominata “Romèe”, aveva senz’altro partecipato ad uno o più pellegrinaggi, diretti a Roma.

Il suo paese d’origine era sottoposto al sovrano legittimo di Francia, il “delfino” Carlo di Valois, spodestato nel trattato di Troyes dei diritti al trono, chiamato per dileggio “re di Bourges” vista la scarsa estensione dei suoi possedimenti; ma, al contempo, era una “marca”, o regione di frontiera, circondata com’era dai domini borgognoni, il vicino paese di Maxey apparteneva, infatti, a loro.

La fanciulla appariva particolarmente devota, capace nelle faccende domestiche, tranquilla, anche se, seguendo la norma del tempo, non sapeva leggere né scrivere, vista l’assoluta mancanza di scuole a Domrèmy. Viveva in un mondo di credenze, conoscenze per lo più tecniche e manuali, leggende, tradizioni locali: e proprio in contatto con gli antichi miti celtici va considerata l’abitudine folkloristica, comune anche a Giovanna ed ai suoi coetanei, di appendere ghirlande di fiori, nel mese di maggio, all’ “albero delle fate” nel paese, in seguito fonte d’ispirazione per il “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare.

Nell’estate del 1425, all’età di tredici anni, Giovanna udì per la prima volta le “voci”, secondo la tradizione nel “Bois Chenu”, il bosco “magico”, di gallica sacralità, poco lontano dall’abitato.

Ella stessa racconta:

“La voce mi disse che dovevo lasciare il mio paese per recarmi in Francia. E aggiunse che avrei posto in assedio la città di Orléans. Mi ordinò di recarmi a Vaucouleurs, da Robert de Baudricourt, capitano della città, che avrebbe affidato alcuni uomini al mio comando.”

La voce apparteneva, come sostenne in seguito, all’arcangelo Michele: una figura ricca di significati nella Francia del tempo, protettore effettivo dei francesi, che dava il nome a Saint-Michel-au-Pèril-de-la-Mer , oggi noto semplicemente come Mont-Saint-Michel, tra Bretagna e Normandia; la piazzaforte isolata dal mare e consacrata all’arcangelo che resisteva con valore agli inglesi. Si diceva che l’arcangelo in persona vi fosse apparso, in cielo, armato di spada per proteggere le genti di Francia; ma improbabili apparizioni divine non erano necessarie, per spiegarne la resistenza: le caratteristiche del terreno, che solo per brevi periodi si collegava alla terraferma, ed il valore dei difensori, ne garantivano la difesa, nonostante l’abbondanza di mezzi profusa dagli inglesi, l’impiego di una delle più temibili menti militari del tempo, ovvero William de la Pole conte di Suffolk, ed il passaggio al nemico dell’abate del monastero, Robert Jolivet.

All’Arcangelo s’aggiunsero poi le sante Margherita d’Antiochia e Caterina d’Alessandria, che le suggerirono nuovi dettagli.

“Risposi di essere una semplice ragazza che non sapeva andare a cavallo e ignorava come si conduce una guerra.”

Raccontò ella stessa più tardi, al processo.

A quell’epoca l’Europa pullulava di “profetesse”, spesso di umili origini, che arrivavano a trattare da pari a pari con i grandi del tempo, con sorti differenti: si pensi a Caterina da Siena, a Brigida di Svezia, a Orsolina Valerii, a Constance de Rabastens. Le “voci” di Giovanna non dovevano destare, quindi, reazioni esagerate: ma di certo un grande scalpore, specie in una comunità ridotta come quella di Domrèmy. Jacques d’Arc sognava un incubo ricorrente, secondo alcuni, nel quale la piccola Giovanna abbandonava la casa paterna al seguito di un gruppo d’armati e non esitava a dire che non avrebbe tardato un attimo ad annegare la fanciulla, con le sue stesse mani se necessario, o con quelle di un fratello, se ciò fosse avvenuto.

Il 22 febbraio, però, la ragazza, in abiti maschili, salì a cavallo, con una scorta di armati, e partì verso il castello di Chinon, distante seicento chilometri, residenza del “suo dolce delfino”, come lo chiamava lei; ed il vecchio Jacques non provò neanche a fermarla.

Questa partenza desta un certo stupore, se si pensa che la prima risposta data alle sue voci fu: “non so cavalcare”, ma evidentemente intendeva dire “non so combattere a cavallo”, perché invece si reggeva in sella benissimo. Il viaggio seguì sentieri secondari, snodandosi per gran parte in territorio borgognone, in pieno inverno, “quando i lupi si nutrono di vento” secondo un accompagnatore, Bernard de Poulengy. Il 6 marzo, una domenica, trecento cavalieri assistettero al suo ingresso nella sala grande del castello. In un primo momento, il re e i suoi sudditi non sanno cosa pensare delle parole di Giovanna. Informato sulle presunte “visioni” della ragazza, ma nutrendo al tempo stesso dei sospetti sulle sue intenzioni, Carlo incarica il suo intendente, Jean D’Aulon, di prendere il suo posto. Arrivata al castello, Giovanna si accorge dello scambio e riconosce il re, nonostante nulla lo caratterizzasse, né il suo volto fosse conosciuto fuori dalla corte, lei gli s’inginocchiò davanti, con decisione tanto che il re finì per concederle un colloquio privato. E quando lui le chiese un segno, si disse, lei rispose che glielo avrebbe dato, sì, davanti alle mura di Orlèans.

Queste le sue parole a Carlo:

“Vi porto notizie dal nostro Dio. Il Signore vi renderà il vostro regno, voi sarete incoronato a Reims e scaccerete i nostri nemici. In questo sono la messaggera di Dio: concedetemi la possibilità e io organizzerò l’assedio della città di Orléans”. Ma ci fu anche una “prova segreta” che il re non rivelò mai a nessuno e che lo persuase della vocazione di Giovanna.

C’è chi sostiene che Carlo avesse buon’occhio, e ne intuì il potenziale; per altri, la disperazione e lo sconforto per le ripetute sconfitte militari francesi, dagli esordi ad Azincourt fino alla sconfitta del 12 febbraio, detta “delle aringhe” sotto alle porte d’Orlèans, spinsero un re senza terra, figlio di padre impazzito, ad affidarsi a quell’ultimo appiglio di speranza. Comunque sia, inviò la fanciulla nell’unica struttura universitaria di un certo livello ancora in funzione nei suoi territori, l’Università di Poitiers, nata nel 1422, dove la ragazza fu interrogata a lungo. Ne furono studiate, sembra per due settimane, a marzo, ortodossia, devozione, verginità, su cui ella montava il suo castello profetico.

Dinanzi ad una giuria di teologi, rispose a tutte le domande, a volte anche con humour, come quando un teologo di Limoges le chiese se le “voci” parlassero francese; “Meglio di voi”, lo liquidò Giovanna.

E poiché superò ogni prova, da quel momento divenne “la pulzella”, la Vergine.

Il maestro in teologia Jean Erault ricordò allora la profezia di una tale “Marie d’Avignon”: “Molte armi mi sono apparse; per un attimo, ho avuto paura di esser io a doverle portare. Mi fu detto però di non temere: erano destinate non già a me, bensì ad una fanciulla vergine che sarebbe venuta dopo di me e che avrebbe liberato il regno”.

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Giovanna non si accontentava di profetizzare: “Gli uomini combatteranno e Dio donerà la vittoria”, era solita dire. Scelse lo stendardo, con Dio assiso sull’arcobaleno, affiancato da due angeli recanti tra le mani il giglio di Francia. Cristo era indicato con il trigramma IHS, d’origine francescana. La sua spada, da lei intravista durante una visione, conficcata nella terra (con singolare richiamo al ciclo bretone), e recuperata da un cavaliere appositamente inviato a Sainte-Catherine-de-Fierbois, recava incise cinque croci. Le venne inoltre fornita un’assistenza militare nella forma di un piccolo gruppo d’aiutanti, paggi, araldi. Alla fine d’aprile, seguendo un’abitudine dell’epoca, la ragazza inviò una lettera di sfida ai suoi avversari, ed in specie al re d’Inghilterra ed al reggente di Francia duca di Bedford, oltre che all’esercito occupante: “..rendete alla Pulzella, che è inviata da Dio, il Re del Cielo, le chiavi di tutte le città che avete preso e violato in Francia..”

Da sei mesi Orlèans resisteva, e dai sei mesi le comunicazioni con l’esterno erano interrotte, eccetto attraverso la porta rivolta verso Gien. La liberazione di Orlèans fu dunque da tutti considerata un segno, estremamente chiaro, del volere divino. Da lì si doveva arrivare all’incoronazione di Carlo di Valois come legittimo sovrano dei francesi, secondo la tradizione dei re franchi, nella cattedrale di Reims. Ci si è a lungo interrogati sulla funzione di questa richiesta: appare, in effetti, assolutamente superflua nel consacrare il ritrovato potere del re. Ma l’intima religiosità popolare tendeva a vedere nel re terrestre un riflesso del Cristo Re celeste; e tale, nelle menti più semplici, si poteva considerare solo chi seguiva l’antico rito del santo vescovo Remigio, solo chi cingeva la corona sull’altare della cattedrale.

Carlo era un uomo freddo, influenzabile, timoroso; pertanto accettò solo pensando di non avere niente da perdere, e forse qualcosa da guadagnare. Si partì dunque per Reims, anche se per evitare di attraversare i domìni inglesi, ancora troppo solidi, si scelse un itinerario ad arco, passante per Auxerre, Troyes, lo Champagne. Ma l’arrivo di ingenti rinforzi inglesi, sotto il comando di John Talbot conte di Shrewsbury soprannominato all’epoca “Achille” e di John Falstolf , il “Falstaff” shakespeariano delle “Allegre comari di Windsor”, costrinse ad una revisione dei piani: prima occorreva affrontare questi pericolosi avversari.

Il nuovo comandante dell’armata del Delfino, Giovanni II duca d’Alençon, aveva allora ventun’anni ed era un novello sposo, manifestò subito una certa simpatia per Giovanna e le donò un cavallo, nero, bellissimo, la fanciulla prese a chiamarlo “il bel duca”. L’intesa tra questi due giovani, casta o meno, divenne perfetta: l’armata- forte di 600 “lance”, cavalieri pesanti, e numerose compagnie di ventura, prese ai primi di agosto Jargeau, dove la Pulzella fu di nuovo ferita alla testa da una pietra, ma ebbe il tempo di salvare la vita del suo comandante. Si dice che urlasse, in mezzo alla mischia: “Gentile duca, hai forse paura? Non sai che ho promesso a tua moglie di portarti indietro sano e salvo?”, mostrando, al solito, ironia e sfrontatezza.

I difensori della fortezza furono massacrati, tutti.

Caddero poi Meung-sur-Loire, il 15 giugno, e Beaugency il 16. Infine, per la prima e unica volta, Giovanna conobbe l’ebbrezza della vittoria sul campo. A Patay, finalmente, Azincourt fu vendicata: Talbot e Falstolf caddero prigionieri, sul campo rimasero, per alcuni, diecimila inglesi. La strada per Reims era aperta.

Il ruolo di Giovanna in battaglia, per la verità, appare ancora oggi poco chiaro. Seppur portatrice dello stendardo, ovverodi un simbolo di comando, le fu sempre precluso, dopo Orlèans, un ruolo di guida. La sua funzione era, indubbiamente, psicologica: il morale dell’esercito cresceva a dismisura alla sua sola vista. In più, mostrava una particolare, e misteriosa, conoscenza delle tecniche d’assedio, ed era convinta sostenitrice, in ogni caso, dell’assalto. Ciononostante, al processo sostenne sempre di non aver ucciso nessuno, in vita sua. Ma la sua funzione di guida, d’ispiratrice di entusiasmo messianico, restano indubitabili.

La cavalcata per Reims cominciò a Gien, e durò venticinque giorni; la Pulzella ed il duca d’Alençon scortarono il loro re al battesimo. Giovanna invitò alla cerimonia anche il duca di Borgogna; questi non si premurò di risponderle, ma un suo tacito assenso sembra indiscutibile, visto l’appoggio offerto da molte sue città dello Champagne (Auxerre, Troyes, Chalons). In quei giorni, le fortune del re, e della sua Pulzella, toccarono lo zenith. Tutti volevano vederla, tutti volevano omaggiarla, i cavalieri stessi cercavano di apparirne degni. Alla sera del 16 luglio, l’armata arrivò alle porte di Reims. La mattina seguente, dopo aver prelevato la Santa Ampolla,secondo la leggenda, recata dagli angeli per il battesimo di Clodoveo, si svolse la cerimonia nella cattedrale; i “pari del regno” depositarono sul regio capo la corona, mentre Giovanna la Pulzella, imperterrita ed orgogliosa, rimaneva al fianco del Delfino, sventolando il suo bianco stendardo. Era il 17 luglio 1429.

L’incoronazione, per le genti di Francia, costituì un momento inebriante e Giovanna ne fu la protagonista. Christine de Pizan arrivò a dedicarle versi, nei quali la immaginava già alla conquista della Terrasanta, dopo aver ristabilito la pace in Europa; alcuni giurarono di aver visto il cielo attraversato da bianchi cavalieri alati, altri sostennero che Giovanna, appagata dalla cerimonia, si sarebbe presto ritirata.

Una volta incoronato, Carlo VII sembra pienamente soddisfatto. Non altrettanto Giovanna, che decide di continuare a combattere. Parigi infatti è ancora in mano agli Inglesi. Le sue truppe, ridottesi ormai da varie migliaia a poche centinaia di uomini, sono stanche e affamate. Aulon la informa che non soltanto Carlo ha abbandonato l’intenzione di fare una guerra, ma sta ordendo dei piani per tradirla. Rinnovando la sua fede in Dio, la giovane si sente obbligata a continuare a combattere con determinazione fino a quando le “voci” non le ordinino altrimenti. Ma le ragioni della politica, si sa, non procedono parallele a quelle delle aspettative popolari, e delle speranze. Per la prima volta, le idee della maggiore artefice del successo, e del maggiore beneficiario, cominciarono a divergere.

Probabilmente l’ispirazione le venne dalle “voci”, che fino a quel momento non le avevano mai mentito; ma fatto sta che i “falchi”, raccolti attorno alla Pulzella, proposero l’immediata prosecuzione dell’offensiva, stavolta in direzione di Parigi, che subiva pesantemente il fascino della “liberatrice”. L’ esercito era stato equipaggiato nel frattempo da banchieri dell’epoca, tra cui Jacques Coeur. Ma anche gli inglesi si prepararono con cura: fecero affluire dall’Inghilterra tremilacinquecento tra cavalieri ed arcieri, frettolosamente impiegati nonostante fossero stati organizzati per la crociata in Boemia, contro gli eretici hussiti; per la prima volta, dei crociati furono cioè impiegati contro la “soldatessa di Dio”, che però cominciava a suscitare forti perplessità nel mondo cristiano. Un’armata crociata poteva essere impiegata contro altri cristiani solo se questi fossero stati chiaramente eretici; e Giovanna, agli occhi di molti, si stava dimostrando sempre più pericolosa, e, quindi, sempre più demoniaca. A Filippo di Borgogna fu affidato il governo di Parigi; e questi ricambiò appoggiando il suddetto esercito con settecento armigeri piccardi.

Nonostante sembrasse imminente una tregua con la Borgogna, la strada aperta verso Parigi spinse il novello re di Francia, ora Carlo VII, a tentare l’impresa. Tra Parigi e Compiègne, il 15 agosto di quell’anno, i due eserciti si incontrarono. Fu una giornata particolare, un po’ per la riluttanza di entrambi gli schieramenti, gli inglesi temevano un altro rovescio, i francesi volevano soprattutto raggiungere Parigi, un po’ per le condizioni climatiche, caldo afoso, nebbia fitta, quello strano carosello di soldati che apparivano e scomparivano all’orizzonte terminò con un nulla di fatto. A corte, il ministro La Trèmoïlle manteneva importanti rapporti, economici e politici, con la Borgogna. Il che non sarebbe stato così rilevante, se questi non fosse stato anche creditore nei confronti del re, che, contemporaneamente, doveva decidere di prendere o meno Parigi, ancora amministrata, con acuta mossa diplomatica, da Filippo di Borgogna: ogni attacco alla città avrebbe insomma annullato ogni possibilità di giungere ad un accomodamento con il potente vicino borgognone, rappresentando un atto di aperta ostilità. Ed oltre al ministro in molti, a palazzo, puntavano proprio ad una tregua. Tra questi ed il loro obiettivo, restava solo un’incognita: Giovanna. Parigi, a dire il vero, non avrebbe mai aperto le porte alla Pulzella, stretta com’era in un forte lealismo nei confronti del duca di Borgogna e di Enrico, re di Francia e d’Inghilterra. Al tempo stesso un assalto di cristiani contro altri cristiani avrebbe rappresentato un evidente caso politico; ed una sconfitta sarebbe stata uno smacco al prestigio del neonato re Carlo.

Fu proprio ciò che accadde: l’attacco fu sferrato l’8 settembre, Natività di Maria nel calendario cristiano; la Pulzella pretendeva che i suoi soldati mantenessero, sempre, una condotta pura, in linea con i dettami evangelici, ma in questo caso, si lasciò convincere ad attaccare proprio quel giorno e fu un errore imperdonabile, verso la Porta Saint-Honorè Giovanna fu ferita da un colpo di balestra, alla coscia … aveva perso sul campo, e, quel ch’è peggio, a corte. Il giorno dopo, re Carlo ordinò all’esercito di ritirarsi a Saint-Denis.

L’armata venne sciolta.

Statue de jeanne d'arc à orléans
Statue de jeanne d’arc à orléans

Quel che ne rimaneva, dopo essere arretrato verso la Loira, fu impiegato, nell’inverno del 1429, contro Perrinet Gressart, pittoresca figura di brigante, capobanda, mercenario, che occupava all’epoca il Nivernais, saccheggiando i reali domini. Chiaramente, la Pulzella perdeva rapidamente potere, e quest­­o impiego, contro un avversario trascurabile, ne era testimonianza. Nondimeno, il bandito seppe darle filo da torcere, resistendo a La Charitè-sur-Loire con tanta efficacia da vanificare l’impiego, da parte reale, di una nuova, enorme bocca da fuoco, detta “La Bergère”. In quello stesso periodo, Giovanna continuò ad accumulare nemici: stavolta si tratta di una tale Catherine de La Rochelle, sedicente veggente con cui la ragazza era entrata in contatto tramite un francescano, Frate Richard. Ebbene, questa “profetessa” sosteneva di essere visitata, ogni notte, da una “dama bianca”, che insisteva affinché la Pulzella si recasse dal re, per portargli certi misteriosi tesori che l’ipotetica visione le avrebbe indicato. Ma Giovanna era caratterizzata, anche, da un’ironia tagliente, e, a tratti, sprezzante; dopo aver vegliato insieme per due notti, con esito scontato, le “suggerì” d’occuparsi di casa, marito e figli. E Catherine, evidentemente, sapeva coltivare il seme della vendetta, a lungo, se, più avanti nel tempo, arrivò a testimoniare contro di lei, dopo essere stata, a sua volta, arrestata.

L’attivismo febbrile che la caratterizzava, quasi intuendo la fugace avventura che avrebbe avuto in sorte, non accennava a placarsi; né lo placarono la patente di nobiltà concessa ai genitori con tanto di araldo, né l’esenzione di Domrèmy dalle tasse regie, né gli omaggi della sempre riconoscente cittadinanza di Orlèans, nel gennaio del 1430. Per ultimo, e più importante, non lo placava l’avvio della tregua con la Borgogna, che certo non favoriva un gesto di aperta ostilità come l’attacco a Parigi, ancora fedele al suo duca Filippo. Ma le voci dalla città parlavano di sordi malumori, e silenti complotti, e l’orecchio della fanciulla vi prestavano particolare attenzione. Se re Carlo si lasciava beffare dai borgognoni, che nel frattempo stavano occupando l’Oise, fedele al re, occorreva forzargli la mano, e mostrargli il pericolo di un patto con la Borgogna.

Alla fine di marzo Contro ogni parere, la Pulzella lasciò Sully, con duecento mercenari piemontesi agli ordini di Bartolomeo Baretta, diretta verso Compiègne, assediata dai Borgognoni, un gruppo di mercenari che sostengono gli inglesi. Passò per Melun e Lagny-sur-Marne dove, pare, riportò un bambino in vita il tempo necessario per il battesimo: un miracolo abbastanza comune al tempo e chiamato in Francia “rèpit”, “tregua”. Giunta a Compiègne il 23 maggio dell’anno 1430, un martedì,  prese Margny, una delle fortezze costruite dagli avversari per l’assedio: ma il loro contrattacco la colse sola, fuori dalle mura della città, che le si chiusero davanti. Lionel de Wamdonne, luogotenente di Jean de Luxembourg conte di Ligny, vassallo borgognone, la catturò trascinandola giù da cavallo, aggrappandosi al lungo strascico del mantello. La tradizione vuole che fosse abbigliata molto sontuosamente, inoltre il giorno prima aveva rotto la sua spada sacra e combatteva con un’altra. Un incidente di cui non volle parlare al processo, si parla di un alterco con una prostituta che seguiva l’esercito, nonostante il suo espresso divieto. A Chinon, profeticamente, pare avesse detto: ”Durerò un anno, non di più”. Carlo VII, il suo “dolce re”, non provò ad intavolare una trattativa, né a liberarla in alcun modo, nonostante la sua corona dorata derivasse, in gran parte, da lei. Venduta al suo nemico, Giovanna si risveglia in una cella. Contrariamente alle aspettative di gran parte della Francia libera, il re non fa nulla per riscattarla e proibisce ai suoi uomini di combattere per liberarla. Giovanna viene accusata di eresia e di stregoneria e Carlo VII teme che il suo stesso potere sia travolto dallo scandalo d’aver un debito di riconoscenza con lei.

Il granduca d’Occidente Filippo III di Borgogna, che si trovava a guerreggiare da quelle parti, volle incontrarla, per poi impegnarsi altrettanto decisamente a minimizzare gli effetti del colloquio, mostrando invece un certo fastidio per la ragazza. La corte di Carlo fece lo stesso: prese cioè a ridicolizzarla, a screditarla agli occhi della Francia, minimizzando il suo contributo nella guerra, il re si rendeva improvvisamente conto che era imbarazzante dovere la corona ad una ragazza che molti ritenevano una strega.

Il cancelliere del regno arrivò a sostenere che la fanciulla si era “perduta per la sua superbia”, e che era pronto a sostituirla un pastorello, “emulo”, proveniente dal Gevaudan. Rapidamente, l’Università di Parigi, il 26 maggio, chiese, in forma epistolare, che la ragazza fosse processata dall’Inquisitore di Francia, in quanto sospetta d’eresia.

Giovanna, in pratica, fu abbandonata da tutti: i pochi guerrieri che le rimasero fedeli, come Gilles de Rais, furono allontanati con pretesti; Gilles nove anni dopo fu processato a sua volta per stregoneria. Per sei mesi fu sballottata, in prigionia, tra Piccardia, Artois, e Normandia; ma soprattutto, nella torre del castello di Beaurevoir.

Come accade con le fiere, catalizzò, da subito, un’enorme attenzione, specie nelle inedite vesti di prigioniera inerme. Figure di rilievo o meno volevano vederla, ora, docile ed immobile: tra questi, Isabella del Portogallo, consorte del duca di Borgogna, che pare ne rimase affascinata al punto da incedere in suo favore.

Come prevedibile, dato il carattere del soggetto, Giovanna tentò una rocambolesca fuga dalla torre, calandosi lungo la struttura, forse esasperata dalla separazione con il fratello, Pierre, e Jean d’Aulon, suo “attendente” ed amico; ma cadde, e si ferì seriamente. Non se lo sarebbe mai perdonato.

Tuttavia, la pena fu mitigata dall’amicizia di tre dame, Jeanne de Luxembourg, zia del suo vincitore, la moglie Jeanne de Bèthune, e la figlia, Jeanne de Bar, a lei accomunate da un sincero e spontaneo affetto, oltre che dall’omonimia.

Contro di lei, ufficialmente, si muoveva ormai l’Inquisizione, nella figura del vescovo di Beauvais Pierre Cauchon, che appare personaggio amletico, e complesso: un po’ collaborazionista, un po’ arrivista, forse sincero sostenitore del trattato di Troyes, e, quindi, del re d’Inghilterra e Francia, Enrico VI. A settembre la sua più influente alleata, Jeanne de Luxembourg, moriva e come se non bastasse l’Inghilterra mise sul piatto fiumi di denaro per ottenere la prigioniera, ovvero diecimila lire tornesi, oltre che l’influenza di Cauchon. Al principio di novembre, forse ad Arras, Giovanna passò in mani inglesi. Carlo VII osservò la vicenda, in silenzio.

Arrivò a Rouen il 23 dicembre di quel lungo 1430; il 9 gennaio, Pierre Cauchon aprì il processo, che si divideva in due fasi: “l’istruttoria”, fondata sulle testimonianze raccolte su una supposta cattiva fama della Pulzella, ed una “ordinaria”, con l’invito a pentirsi, o, se strettamente necessario, la tortura e la sentenza. La prima durò fino al 26 marzo, accompagnata dall’arrivo alla spicciolata della “corte”: un pubblico ministero “promotore della causa”, Jean d’Estivet, un consigliere esaminatore, Jean de la Fontane, tre notai cancellieri, sei universitari parigini e una sessantina di prelati e avvocati come assessori, ed un secondo giudice, individuato dopo dinieghi e tentennamenti in Jean Le Maistre.

Giovanna conosceva la fama degli inglesi nel turpiloquio, erano chiamati Godon in terra francese, storpiando la bestemmia preferita oltremanica, “god damn”, ed ebbe modo di verificarla personalmente. Le dicevano che fosse una strega, oltre che una puttana, forse col preciso obiettivo di sfiancarne il morale. Pare fosse fatta oggetto di continue attenzioni da parte dei suoi carcerieri.

Il duca di Bedford, reggente di Francia, fu il vero patrocinatore del processo, pur senza interventi diretti, e senza palesi irregolarità. Ma nella corte vi erano sue creature, né il profondo senso del processo va ricercato fuori dal quadro politico. Per quanto regolare a livello procedurale, questo rimaneva senza dubbio influenzato dalla volontà di colpire re Carlo attraverso colei che della sua incoronazione era stata artefice. Colpendo Giovanna, avrebbero delegittimato il re di Francia.

Nella prima fase, almeno, la Pulzella non rischiava la morte: sarebbe bastato ammettere l’eresia, e spogliarsi quindi dalle vesti sacre, per essere forse confinata in uno dei tanti monasteri che, purtroppo, adempivano a questo compito in tutto il continente. Ma Giovanna mostrava di credere alle sue “voci”, e le difendeva con successo, nonostante l’Europa del periodo cominciasse ad affrontare quella fase persecutoria, e bigotta, che va sotto il nome di “caccia alle streghe”: donne spesso sole, e vulnerabili, ree di essere state iniziate all’arte divinatoria.

A partire dal 21 febbraio la ragazza fu interrogata, sei volte in pubblico e altre in privato, nella sua cella, senza mai aver diritto ad un difensore, da alcune delle menti più esperte in campo teologico, quelle dell’Università di Parigi; non mostrò timore per la sua sorte, ne’ commise passi falsi nelle deposizioni: ed i dotti teologi, arrivarono a temerla, oltre che, almeno in parte, ammirarla. Le fu impedito di assistere alla messa, le sue gambe vennero incatenate, per impedirle di fuggire; la gloriosa Sorbona l’ “autorità” risentiva, evidentemente, dell’influenza di quel carisma che ora avrebbe dovuto giudicare.

Furono studiate le sue consuetudini religiose, le sue abitudini, le sue conoscenze; inoltre, fu svolta un’indagine nel suo paese natale, Domrèmy, soprattutto riguardo l’ “albero delle fate”, il “Bois Chenu” ed altri rimasugli di spiritualità celtica, che si rivelò favorevole all’accusata: ma questi verbali non figurarono tra gli atti.

Alle richieste di giuramento, rispose che l’avrebbe fatto, ma si riservò il diritto di tacere sugli argomenti che le “voci” non volevano fossero affrontati; alla domanda se gli inglesi fossero “nemici di Dio”, rispose che non lo sapeva, ma in ogni caso avrebbero dovuto andarsene dalla Francia, e solo dopo i due regni, riconciliati, avrebbero potuto convivere, e organizzare una crociata; finché gli fu posta una difficile, ed acuta, domanda-trabocchetto: “Giovanna, sei in grazia di Dio?” Avesse risposto ‘sì’, avrebbe peccato d’orgoglio; con un ’no’, avrebbe negato quello che, fin’allora, aveva rappresentato … ma la sua risposta fu giustamente famosa:

“Se non ci sono, Dio mi ci metta; se ci sono, mi ci mantenga”.

Un altro punto controverso, cui i giudici si mostrarono particolarmente interessati, fu quello della sua fedeltà alla Chiesa: e lei rispose che era sì incondizionata, ma in primis rivolta alla Chiesa celeste “Chiesa trionfante” e solo dopo a quella terrestre “Chiesa militante”, dei prelati e dei teologi.

Il suo naturale umorismo si manifestava spesso, sbeffeggiando domande particolareggiate: “I patroni celesti hanno i capelli?”, le chiesero, e lei, senza scomporsi, “E perché mai dovrebbero tagliarseli?”; o ancora, “Indossano delle vesti?” ”E che, si deve pensare che Dio non abbia di che vestirli?”

Forse, insieme a quello delle “voci”, l’altro punto sensibile era quello dell’abito maschile, ed i suoi avversari se ne accorsero presto: “La donna non vestirà abito d’uomo, né l’uomo abito di donna”, recitava infatti il Deutoronomio (22,5), “chi lo farà, sarà abominevole agli occhi di Dio”, e lo stesso doveva avvenire con i capelli, come ricordato con forza da Paolo di Tarso; oltre a ciò, la sua condotta andava a scontrarsi con la tendenza, nel periodo, a favorire una certa standardizzazione del vestiario, in linea con la morale pubblica almeno secondo la Chiesa, in base quindi al sesso ed al mestiere d’appartenenza. A peggiorare le cose, Giovanna, così abbigliata, aveva osato prendere i sacramenti, e quindi mostrarsi al cospetto di Dio. “Per quello che dipende da me, io non cambierò d’abito per fare la Comunione. Permettetemi di sentir messa in abito maschile: quest’abito non cambia la mia anima. Indossarlo non è contro la Chiesa!”, arrivò ad affermare con forza, alla fine della prima fase del processo.

La tecnica adottata nei colloqui era, in effetti, molto dura; accadeva fosse interrogata per ore, e spesso più volte al giorno, per accelerarne il crollo psicologico. Inoltre, l’interrogatorio prevedeva rapidi cenni su ogni argomento i settantadue capi d’imputazione, cambiando continuamente discorso, affinché la ragazza cadesse in contraddizione, e potesse essere più facilmente appurata la sua fede eretica.

Gli inquisitori le chiesero, a più riprese, se avesse fatto benedire stendardo e armi, come d’altronde era tradizione, ma lei, forse per proteggere quei chierici, negò sempre. Tante volte gli inglesi erano fuggiti, in battaglia, alla sua vista, e quindi quegli strumenti dovevano, ai loro occhi, avere qualcosa di sacrilego. ”Perché lo stendardo è entrato all’incoronazione a Reims, prima degli altri capitani di guerra?”, le chiese il giudice, a marzo. ”Era stato alla pena; era ben giusto che stesse all’onore”. S’informarono su un supposto “segno” ricevuto a Chinon, all’inizio dell’avventura, gli rinfacciarono alcuni esempi di devozione nei suoi confronti avvenuti nel momento di maggiore successo, continuarono a sfiancarla raccogliendo indizi su presunti “sabba” avvenuti a Domrèmy. La sua resistenza, ogni giorno di più, s’indeboliva.

Giovanna d’Arco professava una religiosità ingenua, subì una pressione psicologica senza pari, e fu, a lungo, in grado di dominare la situazione, ma non poteva durare.

Ed infatti, ad un certo punto, la ragazza parlò, chiarendo però che solo allora le voci l’avevano autorizzata a farlo: il “segno” di Chinon consisteva in un angelo, disceso, dall’alto, nel tardo pomeriggio di marzo o aprile del 1429, nella camera del Re. Qui- continuò- aveva portato all’arcivescovo di Reims, per consegnarla al Re, una corona aurea profumata. Questo, quindi, era il “segno”. E questa era la prova attesa da quel gigantesco apparato inquisitorio, che avrebbe potuto legittimare il proprio operato solo con un’ammissione di colpa: ma, in questo caso, lo sconcerto e la meraviglia, in tutti, furono inenarrabili.

Giovanna, quindi, era sfiancata, e lo dimostrava arrivando a minacciare i suoi avversari: “Voi dite d’esser mio giudice, e non so se lo siete. Ma fate attenzione a non giudicar male. Io ve ne avverto affinché, se Nostro Signore vi castigherà, io abbia fatto il mio dovere avvisandovi”.

Da sabato 17 a giovedì 22 marzo, gli inquirenti si riunirono per chiudere il “processo d’ufficio”, ed il 24 i verbali dell’interrogatorio furono letti alla prigioniera. Il 27 dello stesso mese, si aprì la seconda fase: il “processo ordinario”.

A questo punto le venne sottoposto l’elenco delle accuse, che contava settantadue punti: ma Giovanna lo rifiutò integralmente.

Il promotore Jean d’Estivet la apostrofava pesantemente, con accuse numerose e circostanziate: “incantatrice e indovina, falsa profetessa, invocatrice e scongiuratrice di malvagi spiriti, superstiziosa, dedita alle arti magiche, malpensante, scismatica, poco ferma e poco sicura nella fede, di fede sacrilega, idolatra, apostata, maldicente e malfacente, bestemmiatrice nei confronti di Dio e dei santi, scandalosa, sediziosa, turbatrice e osteggiatrice della pace, incitante alla guerra, crudelmente assetata di sangue umano e incitante a spanderne, del tutto dimentica e svergognata quanto alla decenza e al riserbo consoni al suo sesso, rivendicante spudoratamente l’uso dell’abito infame e dello stato degli uomini d’arme, per questo e per altri motivi ancora abominevole a Dio e agli uomini, prevaricatrice della legge divina, di quella naturale e della disciplina ecclesiastica, seduttrice di principi e di gente semplice […], usurpatrice dell’omaggio dovuto solo al culto divino, eretica o quanto meno fortemente sospetta d’eresia”.

Riassumendo, le accuse sono fondamentalmente le tre precedentemente trattate: la provenienza divina delle “voci”, l’abito maschile, il rifiuto dell’intermediazione della chiesa visibile nel rapporto con quella celeste.

Ad onor del vero, non tutti gli assessori approvarono il pamphlet di accuse; ed alcuni, con discrezione, arrivarono a contestare l’intero sistema processuale. Ma ormai gli eventi correvano, veloci, lungo un sentiero sgombro, e sarebbe servito ben altro, per fermarli.

Fino al 31 marzo, Sabato Santo, furono letti gli articoli; dal 2 al 5 aprile ci si tornò a riunire. Tuttavia, da settantadue, i capi d’accusa furono ridotti a dodici, per evitare eccessive ripetizioni, e forse anche per accelerare la sentenza. Gli articoli superstiti furono allora inviati al giudizio della Facoltà di teologia e di diritto canonico dell’Università di Parigi.

Nel frattempo, però, Giovanna, che tra auliche riflessioni ed incertezze teologiche continuava ad essere solo una ragazza, cedette, stavolta dal punto di vista fisico.

Lunedì 16 aprile, due giorni prima che si svolgesse una seduta per convincerla a confessare e pentirsi, la Pulzella visse un forte attacco febbrile, vomitando più volte: fu subito visitata da tre valenti medici, tra cui quello della duchessa di Bedford, Jean Tiphaine.

Giovanna sostenne che la causa del malessere fosse una carpa inviatele dal vescovo Cauchon; molti, subito, pensarono invece che avesse di nuovo tentato il suicidio. Il conte di Warwick sembrava preoccupato che la prigioniera potesse morire prima di essere adeguatamente punita; ma si dice che il governatore di Rouen si lasciò scappare che bisognava tenerla in vita per il rogo.

Jean d’Estivet, il suo accusatore, prese ad accusarla con forza, inveendo di fronte ad un avversario inerme.

La parola puttana, allora, risuonò più volte.

Ma Giovanna era giovane, e di buona tempra: si rimise in fretta.

Due giorni dopo, quindi, i lavori ripresero; due settimane dopo, fallita l’ ”esortazione” alla confessione, si procedette alla pubblica ammonizione.

Jean de Châtillon, maestro teologo e canonico di Evreux, lesse un sermone complesso, strutturato intorno ai sei peccati di cui la ragazza era considerata colpevole: orgoglio, indisciplina, indecenza, arroganza, ostinazione, impudenza. Se non si fosse pentita, la via era chiara, indicata da secoli di tradizione procedurale: il braccio secolare della giustizia terrena. La chiesa l’avrebbe dunque abbandonata, ed il suo destino sarebbe stato scontato. ”Rileggete le carte procedurali, la mia posizione vi è chiaramente esposta”, rispose alla proposta di correggere finalmente la sua condotta.

Il suo destino appariva segnato.

Il 9 maggio fu minacciata di tortura dai suoi giudici e dai numerosi assessori presenti; una consuetudine abbastanza diffusa, ed interpretata anche da chi ne faceva uso come un mezzo per indurre alla confessione, senza arrecare danni irreparabili, ed abbreviare l’iter processuale: era, insomma, quasi una forma caritatevole di pietà. Ma non se ne fece nulla, forse perché le condizioni di Giovanna erano già abbastanza critiche, e si temeva per la sua salute; o forse perché la ragazza capì, e se ne difese con successo: “Anche se voi mi doveste straziare le membra e far uscire l’anima dal corpo, non vi direi niente. E se vi dicessi qualcosa, dichiarerei subito dopo che me l’avete fatta dire con la forza”.

Gli inglesi, che da una posizione defilata, ma concreta attendevano una precisa conclusione, cominciarono a perdere la pazienza: Giovanna doveva confessare, a tutti i costi. E probabilmente, contro ogni moderna regola giuridica, il conte di Warwick, invitati a cena il 13 maggio il vescovo di Cauchon e altri, non mancò di farlo notare, con decisione.

I dottori di Rouen, riuniti, decisero il 19 di organizzare una pubblica cerimonia, in cui farla confessare. Era la sua ultima possibilità, fu sottolineato, di evitare il braccio secolare, e con esso il fuoco. Probabilmente, a spingere in questa direzione erano in questa fase coloro che avevano più a cuore la sua sorte: era nel suo interesse. E, dopo una pressione di questo tipo, probabilmente esausta nel corpo e nella mente, accettò di abiurare, il 24 maggio, in una cerimonia, organizzata in fretta e furia, al cimitero di Saint-Ouen.

Quel giorno, con sadismo, il magister Guillaume riprese il passo del Vangelo di Giovanni (15,1-6) sull’unità della chiesa: ”Io sono la vera vite, il Padre mio è il coltivatore. Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo getterò via.. Chi non rimane in me sarà gettato come tralcio e seccherà; e, raccolto, sarà buttato nel fuoco a bruciare..”.

Ed il rogo era lì, a ricordarlo.

 

Giovanna, affranta, ebbe solo un sussulto, sentendo nominare il suo re, ed esplose: “Non nominatelo, egli è buon cristiano!”. Il suo appello all’autorità del papa, benché perfettamente lecito, fu lasciato cadere. Un documento di poche righe, di abiura, le fu sottoposto. E la Pulzella, di fronte ad una vasta folla, che non voleva perdersi lo spettacolo, lo sottoscrisse, con mano incerta, forse sostenuta da qualcuno.

Secondo alcuni era stravolta al punto da non capire cosa accettava, per altri fu minacciata di finire immediatamente sul rogo, il notaio Manchon sostenne che, addirittura, rise.

Per altri ancora, tracciò un cerchio, simbolo sarcastico, che usava già da tempo per indicare i documenti indegni di considerazione.

Tra gli altri impegni assunti al momento dell’abiura, c’era quello, fondamentale, della rinuncia all’abito maschile. Nella prigione inglese dove fu portata, le furono recapitati abiti femminili, che indossò, per la prima volta da quando era apparsa nella scena politica.

Ma sulla cerimonia d’abiura, comunque, aleggiavano sinistri presagi: gli inglesi sembravano delusi di quella conclusione incruenta, che, comunque la si giudichi, aveva salvato la vita alla Pulzella. Sembravano irritati, in particolare, il conte di Warwick, il reggente di Francia duca di Bedford, gli inquisitori stessi. Nell’entourage del vescovo, a qualcuno scappò che non c’era da preoccuparsi, l’eretica sarebbe stata riacciuffata.

Forse, ma si tratta di sole supposizioni, l’epilogo, così desiderato dai suoi carcerieri, fu provocato dalla delusione di Giovanna, cui era stata promessa la consegna ad un istituto religioso, e non agli aguzzini inglesi; forse, semplicemente, era una decisione sofferta, ma meditata con calma; o magari gli abiti maschili, che permettevano la difesa della sua verginità, e che costituivano il segno visibile della sua chiamata, l’attraevano troppo per potervi rinunciare. Frate Martin Ladvenu sostenne di aver appreso da lei che un inglese aveva tentato di farle violenza, da cui l’abito virile l’avrebbe protetta; Jean Massieu, invece, si disse certo che tre giorni dopo la cerimonia, di domenica, i carcerieri le avessero lanciato in un sacco le sue vecchie vesti, privandola di quelle femminili.

E, d’altra parte, sembra davvero improbabile che un carcerato potesse godere della libertà di decidere il proprio vestiario. In ogni caso quando ,la giovane donna si rende conto che non riacquisterà comunque la libertà si rifiuta di sottomettersi. La sua decisione fa di lei un’eretica impenitente e la destina a morte certa. Il 27 maggio, festa della Trinità, il vescovo di Beauvais fu informato della cosa: Giovanna era tornata a vestirsi con abiti maschili, dichiarandosi perciò recidiva; e la lex Iulia de maiestate era abbastanza chiara riguardo la sorte degli eretici impenitenti .

Interrogata, immediatamente, ritrattò la sua abiura: “Tutto quello che ho detto e ritrattato, l’ho fatto solo per paura del fuoco. Non ho mai detto né inteso dir nulla per rinnegare le mie apparizioni, cioè che si trattava delle sante Margherita e Caterina … di quello che stava scritto nella formula di ritrattazione, non ho capito una sola parola! E poi, proprio in quel momento, dissi che non intendevo ritrattare nulla, qualora dispiacesse a Dio..”. Pare che il vescovo, terminato l’interrogatorio, si sia rivolto scherzosamente agli inglesi presenti: “ Fare well”, disse mischiando le lingue, come per gioco, “state allegri, è fatta…”.

A posteriori, il clima di quei giorni concitati appare misterioso, e sospetto. Forse, questa conclusione andava bene a tutti o quasi e anche chi capì, o intuì soltanto, preferì tacere sulla sorte di una ragazza che ormai costituiva solo il giovane relitto di un tempo andato, e, peggio ancora, un ostacolo eminentemente politico sulla via della pace.

Qualche assessore suggerì di spiegare a Giovanna le conseguenze della sua azione, ma non c’era più tempo, o forse non c’era mai stato. La macchina della morte non tardò un secondo ad attivarsi, in fretta, furtivamente, come se non aspettasse altro che una fanciulla ventenne indossasse il “suo” abito. Non vi fu neanche un processo: non serviva più.

Giovanna d’Arco, la Pulzella d’Orlèans, fu accompagnata sul rogo il 30 maggio dell’anno 1431, nella pubblica piazza del Vieux- Marchè di Rouen.

Le venne permesso di confessarsi; ed un soldato inglese, per esaudire un suo desiderio, le fabbricò una croce, legando insieme due pezzetti di legno. Frate Isembard de la Pierre corse alla chiesa di Saint- Laurent, e vi prelevò una grande croce astile, che avvicinò al volto della giovane, in modo che, bruciando, potesse vederla.

Un secondo soldato inglese, che si rinfrescava in una taverna poco distante, disse di aver visto una colomba levarsi dal rogo che l’avvolgeva; un altro, accorso per alimentare le fiamme, s’arrestò di colpo, le mani a mezz’aria, sentendo la ragazza, avvolta dal fuoco, urlare più volte il nome di Gesù. Aveva diciannove anni.

Pochi anni dopo Callisto III, papa tra il 1455 e il 1458, avrebbe annullato quel processo così a senso unico, riconoscendo illegittimo il tribunale di allora e scomunicando il “grande accusatore” della Pulzella, il vescovo di Beauvais Pierre Cauchon.

Nel 1456, una nuova sentenza dell’Inquisizione la dichiarò innocente.

Ma chi era veramente Giovanna d’Arco?

Marco Meschini nel suo: “Santa Giovanna d’Arco” https://ilpalazzodisichelgaita.wordpress.com/2011/09/17/santa-giovanna-darco/

Sintetizza la sua Bibliografia in quattro opere fondamentali:

Hilaire Belloc, Giovanna d’Arco, Fede & Cultura, 2006.
Régine Pernoud, Giovanna d’Arco. Una vita in breve, San Paolo, 2006.
Régine Pernoud, La spiritualità di Giovanna d’Arco, Jaca Book, 1998.
Franco Cardini, Giovanna d’Arco. La vergine guerriera, Mondadori, 1998.

Ma quello che non sarà mai sottolineato abbastanza è la dovizia di materiale sull’argomento, senza soluzione di contiguità. Nel maggio del 1431, Giovanna d’Arco venne bruciata sul rogo nella piazza del Mercato Vecchio di Rouen. Eppure la sua leggenda supera anche la morte sul rogo … ed i ritratti fioriscono. Ne abbiamo anche uno contemporaneo, tracciato a penna in margine alla cronaca della liberazione d’Orléans il 10 maggio 1429.

E già è un’idealizzazione pura: Giovanna è rappresentata in un elegante abito femminile, con lunghi capelli biondi sciolti, la spada nella sinistra e lo stendardo nella destra. Solo l’atteggiamento delle mani è verosimile: gli abiti maschili ed i capelli corti, che avevano fatto tanto scandalo, sono per l’appunto censurati.

Se questa è l’immagine d’un contemporaneo, che cosa ci possiamo aspettare dai posteri?

Eppure la scarsezza di dati obbiettivi non è un ostacolo al mito, anzi!

La Francia riscopre Giovanna d’ Arco come un suo simbolo nazionale.

Nell’aprile del 1429, il domenicano Jean Dupuy sente parlare di Giovanna d’ Arco, la Pulzella, che allora era al culmine della gloria. In una storia mitica ma superba, egli evoca la richiesta che Giovanna, ispirata dalle voci delle Sante, presenta a Carlo VII perché si faccia incoronare a Reims. «Dammi il tuo regno», gli dice lei. Poi Giovanna restituisce questo regno a Dio. Infine, su ordine di Dio, sempre Lui, lo affida di nuovo a Carlo. Straordinario ascendente della ragazza, secondo questo monaco, e testimonianza sulla sua filosofia politica, secondo Philippe Contamine, attuale storico di Giovanna. L’ex primo ministro francese Edouard Balladur, autore di un libro recente sull’eroina della Lorena, ignora l’altro straordinario testo, anch’ esso datato 1429 e scritto da un anonimo milanese prima che in Italia si venisse a sapere della sconfitta finale della giovane guerriera.

Secondo lo scrittore lombardo, Giovanna scaccia gli inglesi dal regno di Francia, protetto dall’Altissimo, ed allarga questo Stato oltre le frontiere della Gallia, formando così un vasto Impero dall’Atlantico alle Indie, liberando Gerusalemme e convertendo gli infedeli. Il che mostra lo straordinario prestigio internazionale di cui, all’epoca, Giovanna godeva grazie ad una Francia divinizzata. Certo, il suo fu un prestigio da leggenda.

Forse gli unici francesi a prendere le distanze da Giovanna furono i filosofi del XVIII secolo, i quali apprezzavano molto poco la Pulzella, troppo cristiana secondo loro; su di lei, Voltaire scrisse una delle sue opere più detestabili. Eppure anche questo stesso accanimento prova quanto esteso e fastidioso, per un illuminista, fosse il suo mito.

Giovanna fu una delle pochissime figure in auge durante la Rivoluzione, a non subire alcun rovescio di fortuna ne’ in epoca napoleonica, ne’ durante la Restaurazione, in cui anzi si sentì l’esigenza di dare finalmente all’eroina uno spessore storico, cui contribuirono soprattutto Michelet, Görres e Quicherat, che in cinque grossi volumi editi tra il 1841 ed il 1843 pubblicò i verbali del processo di condanna del 1431 e quello di riabilitazione del 1849.

E proprio nell’ottocento prende l’avvio la ricostruzione storica di questo personaggio e la necessità di darle un volto.

È il caso di Boutet de Montvel, pittore vissuto tra il 1851 ed il 1913, che dedicò alla Pulzella le sue opere migliori.

Non è un caso che il pittore vivesse ad Orléans!

Le rappresentazioni si continuano ancora oggi, con una brevissima pausa negli anni bui dell’ultima guerra.

Ma l’ambizione di dare un volto alla pulzella ha contagiato anche l’Italia.

Nel 1999 nella splendida cornice della Rocca di Cento (Fe), l’Associazione Culturale L’Altra Porta (Bologna), in collaborazione con l’Associazione Culturale Galleria “del Carbone” (Ferrara), la Galleria “Arte in Movimento” (Pietrasanta), Angela Giglio e Elena Rosa dell’Associazione Scambiaidee (Torino), la Cineteca di Bologna e con il Patrocinio del Comune di Cento, presenta una mostra personale della giovane pittrice Rivkah Hetherington “Giovanna D’Arco è Jeanne Romée la donna dietro il mito”, un progetto a cura di Francesca Baboni e Stefano Taddei per un’esposizione di opere pittoriche tratte dai fotogrammi dal film di Carlo Theodor Dreyer: La Passione di Giovanna D’Arco (1928).

La mostra si gioca sul significato del nome della donna. Che cos’è difatti un nome? È qualcosa che ci identifica e in questo senso ci definisce. Giovanna D’Arco non è la stessa persona che ha per nome Jeanne Romée. Nel suo libro “St. Joan of Arc”, Victoria Sackville-West osserva come, quando si pensa a Giovanna D’Arco, vengano alla mente tre immagini – icone: Giovanna la giovane contadina, circondata da pecore nei campi idillici del Sud di Francia; Giovanna la guerriera, eroina in armatura montata su un cavallo bianco; Giovanna la Santa, il cui viso si perde in nuvole di fuoco mentre con gli occhi alzati al cielo, mormora le sue ultime parole.

L’esposizione intende mostrare il ritratto umano di Jeanne Romée, attraverso i lineamenti dell’attrice Renée Jeanne Falconetti. Una giovane ragazza che ha avuto il coraggio e la determinazione di sfidare ogni regola della sua epoca. Dietro il mito, si arriva anche alla terribile realtà della rabbia suscitata da chi rifiuta di giocare secondo le regole sociali. Attraverso gli angoscianti primi piani della Falconetti (a volte disperata, a volte tenace) e dei suoi giudici (a volte pieni di falsa compassione, a volte coi visi contorti dalla frustrazione), con un’installazione lunga 18 metri composta come un unico fregio DI 45 DIPINTI ad olio su tela, la giovane pittrice esplica una condizione ineluttabile.

Come afferma la Hetherington : “Non c’è niente di romantico nell’essere bruciati al rogo. Non è una gloriosa fine alla quale si aspira per poi essere canonizzata. Non è qualcosa che si può scegliere. Ma che si subisce proprio perché non ci sono altre scelte.”

A far da cornice introduttiva per lo spettatore, una serie di sette veli, ciascuno 3 metri x 4 metri, che scendono dal soffitto fino al pavimento creando una serie di muri prima di arrivare al fregio, e presentano scritte con estratti dal processo di Giovanna. A seguire il fregio, lungo un baratro, altri veli riprendono ossessivamente il discorso.

Oltre alla produzione dipinta, nella torre attigua la mostra presenta il video del film di Dreyer, e il contribuito (fotografie, manifesti ecc) della Cineteca di Bologna.

La Passione di Giovanna D’Arco di Dreyer, al contrario dei film girati successivamente sulla santa, si basa interamente su documenti storici: i verbali del processo e della condanna archiviati nella Biblioteca dell’Assemblea Nazionale a Parigi. Il film è per di più noto per la recita di Renée Falconetti, numerose volte citate fra le esecuzioni migliori della storia del cinema.

22 giugno – 19 settembre 1999 al Museo d’Orsay Sala 68 è stata esposta l’opera di Henri Chapu: “Giovanna d’Arco a Domrémy” photo RMN, Hervé Lewandowski Questo grande insieme marmoreo, in deposito presso il municipio di Amboise da oltre trenta anni, torna al museo d’Orsay. La genesi ed il successo di questa opera, realista, ma senza poter essere definita d’accademia, vengono studiati nel corso di questa mostra.

Gli scultori del XIX secolo hanno spesso rappresentato una Giovanna d’Arco guerriera, a cavallo, in ginocchio, in piedi … al contrario, Chapu, dopo Rude, sceglie l’immagine pacifica della pastorella che sente delle voci.

Coordinatore douard Papet, conservatore del museo d’Orsay.

Ma torniamo in Italia e leggiamo l’articolo di Le Roy Ladurie Emmanuel alla pagina 33 (21 agosto 2003) – Corriere della Sera Venerdì 23 novembre 2007, per presentare il libro di Andrea Albini “Le voci di Giovanna d’Arco” presso la biblioteca comunale “Villa Imbaldi” di Cura Carpignano nei pressi di Pavia.

“C’è una parola che si lega fortemente alla straordinaria vicenda personale e storica di Giovanna d’Arco: mistero. È un enigma capire cosa spinse nel Quattrocento una giovane contadina di diciotto anni a mettersi a capo di un esercito e a “salvare la Francia” liberando la città di Orleans. Un rompicapo ancora più grande è l’origine delle “voci” che Giovanna sentiva e alla quali ubbidì ciecamente fino alla drammatica morte sul rogo. “Le voci di Giovanna D’Arco” offre risposte e interpretazioni di tale mistero, con un’ampia, aggiornata e documentata carrellata di interventi di storici e studiosi, in particolare medici e psicologi.

Ma l’ultima parola su Giovanna spetta comunque al “Centro di Giovanna d’Arco” fondato da Régine Pernaud, che tra l’altro ha restaurato ed esposto tutte le opere di Boutet de Montvel.

Anche se il “pezzo forte” del centro è la ricostruzione della famosa liberazione d’Orleans, intorno all’8 maggio, vale comunque la peno di passare a visitare il museo e la ricchissima biblioteca. Che abitiate ad Orléans o siate solo di passaggio, avrete a disposizione una cineteca-biblioteca-fototeca-videoteca interamente dedicata alla Pulzella, ai suoi successi e alle opere che si sono ispirate a lei.

  • Indirizzo
  • Jeanne-D’Arc F – 45000 Orléans
  • Telefono
  • 02 38 79 24 92
  • Sito web
  • http://www.jeannedarc.com.fr
  • Periodi di apertura
  • Lun.-gio. 9-12 14-18, ve. 9-12, 14-16.45. Possibilità di visita guidata (10 min). Ingresso gratuito.