Gli Adoratori del Cielo

di Dino Vitagliano

Mai come ora l’archeologia ortodossa si trasforma, grazie alle geniali intuizioni di autori colti e determinati, che hanno studiato il terreno in maniera totalmente rivoluzionaria: alzando gli occhi al cielo.

L’articolo si basa sullo splendido e dettagliato lavoro di Graham Hancock de Lo Specchio del Cielo, oltre a considerazioni personali dell’autore elaborate con la comparazione di altri testi.

(c) foto di Christian Lavarian

Una griglia magnetica di antichissime sculture, specchio del Cielo sulla Terra, avvolge il nostro globo, tessuta da una razza sapiente che aveva compreso i segreti dell’Universo e dell’animo umano, chiave dell’immortalità.

Questa la scoperta di Graham Hancock, il giornalista e ricercatore inglese, nel corso dei suoi viaggi affascinanti nel mondo, alla ricerca di una traccia comune che potesse ricollegare le misteriose civiltà scomparse di cui conserviamo gli imponenti monumenti. Un messaggio di indicibile bellezza, scritto nella pietra, si dipana dal Golfo del Messico al Sud America, dall’Egitto all’Indocina per giungere infine alle lontane isole del Pacifico. Una costante cosmologica che scandiva la vita del pianeta in tutte le sue forme ci accompagnerà in un viaggio affascinante, parte dell’Armonia Ancestrale tramandata nel corso dei millenni, a lungo nascosta e pronta a schiudere i suoi segreti.

I “Seguaci di Horus”

La città sacra di Heliopolis era chiamata dagli antichi Egizi “Innu Mehret”, “la colonna settentrionale”, simbolo di uno dei pilastri della Terra. Rappresenta il luogo originario in cui si manifestò il dio Atum, dopo la Creazione, dando vita alla Collina Primordiale.

Nacque così il Primo Tempo, un’éra mitica di fratellanza e di pace assicurata dagli Shemsu–Hor, i “Seguaci di Horus”, una mistica congrega di una civiltà avanzatissima, scampata alla distruzione della patria d’origine. Veneravano la stella Sole, Sirio e Orione, perpetuando in tal modo l’esistenza della triade divina Iside, Osiride e il figlio Horus. Definendosi anche “Seguaci della via di Ra” – la barca solare, altro aspetto di Horus – svelano un segnale importante sulla piena conoscenza del segreto della precessione, quando il Sole vivifica ognuna delle dodici costellazioni ogni 2.160 anni. Non a caso, poi, Innu divenne per i Greci Heliopolis, “la Città del Sole”.

I sacerdoti che presenziavano i culti sacri nel tempio principale scrutavano incessantemente il cielo, guidati dal Capo degli Astronomi che indossava una veste trapuntata di stelle.

Il ricercatore londinese John Ivimy, nel suo libro The Sphinx and the megaliths, dichiara apertamente: “Il tempio di Eliopoli, anche se veniva presentato ai non iniziati come un luogo di venerazione religiosa, era in realtà un osservatorio astronomico progettato e attrezzato dagli studiosi a scopi scientifici”. Notevole è l’informazione che proviene dal papiro di Leyden: “Quando giunge un nuovo messaggio dal cielo si ode a Innu”.

Un santuario destinato, secondo il nostro parere, a un’intensa fusione con le specie viventi del cosmo, di cui gli Egizi erano ben coscienti.

La via del Duat

L’opera degli iniziati prosegue a Edfu, nell’alto Egitto, dove si trovano le vestigia dello splendido Tempio di Horus. La sua età è antichissima, difatti sorge su preesistenze dell’Antico Regno, ma i geroglifici impressi sulle sue mura, meglio noti come i Testi della Costruzione di Edfu, ci raccontano che l’edificio fu eretto in base a un progetto “caduto dal cielo, in un’epoca imprecisata del passato. Il cielo, ancora una volta, è indissolubilmente legato al tempio, che si orienta verso una regione stellare che abbraccia Orione e l’Orsa Maggiore, il Duat–N–Ba, luogo ove le anime terrestri si purificavano nel ritorno all’Energia Primordiale.

Il Cancello del Sole

La conferma più evidente delle conoscenze astronomiche appartenute ai saggi eliopolitani si ravvisa nel complesso monumentale di Karnak, a pochi Km da Luxor. La sala centrale del tempio di Amon–Ra culmina in un viale lunghissimo che si estende da 26 gradi a sud dell’est a 26 gradi a nord dell’est. Gli studi accurati dell’astronomo britannico Norman Lockyer nel secolo scorso, frutto di numerose ed attente osservazioni, hanno stabilito che sin dall’11.700 a.C., ai solstizi d’inverno e d’estate, la luce solare inondava il tempio, provocando l’effetto di un lampo.

Lo Zodiaco primordiale

Se da Karnak ci spostiamo in direzione nord, appare in tutta la sua magnificenza il tempio della dea Hahor a Denderah. Il nomne è sicurmanete evocativo per i cultori della paleosatronautica che ricorderanno le misteriose raffigurazioni, nel buio dei suoi sotterranei,, di oggeti affusolati simili alle odierne lampadine elettriche, citate per la prima volta dallo studioso americano Charles Berlitz, ne Il triangolo delle Bermuda (Sperling & Kupfer, 1974).

Senza addentrarci in speculazioni tecniche, possiamo affermare che all’interno delle sale nascoste di questa maestosa struttura avvenivano studi e cerimonie segrete sulle invisibili energie celesti e terrestri. La costruzione era consacrata ad Hathor, dea del cielo, rappresentata alternativamente sotto forma di vacca, simbolo della volta celeste. Le 24 colonne, elegantemente istoriate, conducono al cosiddetto Zodiaco Quadrato in cui domina la costellazione del Leone, e alla cupola sovrastante che ospita una configurazione circolare, sempre formata dai dodici segni astrologici, che ruotano in coppia. Il professor Alexander Gursthein sostiene che il bassorilievo risale al 6.000 a.C. Come per Edfu, i piani di costruzione di Denderah appartenevano alla Prima Età, ed erano vergati “in antiche linee scritte su pelle di animali del tempo dei Seguaci di Horus”.

La vita cammino di perfezione

Scopo dell’accurata ricerca astronomica egizia è la perfetta conoscenza del cosmo per la comprensione del Sé. Un modus vivendi che ritroviamo in tutti i monumenti e raggiunge il suo acme nel tempio di Deir el Medina, sulla riva occidentale del Nilo, costruito nel III secolo a.C. in onore di Maat, dea della Verità e Della Giustizia, simboleggiante l’anima del dio Thoth.

Edificato per volere di Tolomeo IV Philopator (221–205 a.C.), contiene l’enigmatica e affascinante rappresentazione della Psicostasia o Pesatura del Cuore. Il faraone, vestito con una candida tunica di lino, avanza verso il dio della rinascita Osiride, fiancheggiato da Maat alle sue spalle, che riappare davanti mentre stringe l’ankh, o croce ansata della vita eterna. Oltre, si giunge alla bilancia del giudizio, sorvegliata da Anubi, conduttore di anime dal volto di sciacallo, e da Horus con la testa di falco, i quali pesano il cuore del defunto comparandolo alla piuma della verità. Thoth, con la maschera di ibis, scrive il verdetto. Se il cuore pesa più della piuma il giudizio è negativo e l’anima viene divorata da un terribile essere di nome Ammit, altrimenti godrà della vita eterna assieme ad Osiride. Un simbolismo eloquente che mostra il cammino dell’uomo, che spoglio e umile deve affrontare i propri mostri, con l’aiuto della coscienza, e volare senza paura verso l’immortalità.

L’Orologio dell’Universo

Il quadro cosmologico del popolo egizio riposa nelle piramidi di Giza, l’opera più imponente e spettacolare, in termini architettonici e metafisici, che incarnano il frutto di una scienza dimenticata. Il sito è contiguo a Heliopolis, tanto da costituire un sofisticato complesso astronomico.

Le misure geometriche della Grande Piramide racchiudono approfondite nozioni di geodesia che, rapportate alle coordinate celesti, rendono questo monumento un orologio cosmico che scandisce i battiti dell’Universo.

La sua altezza moltiplicata per 43.200 equivale al raggio polare della Terra e il risultato della base per la stessa cifra si avvicina di molto alla circonferenza del pianeta all’equatore. Il numero si collega alla “precessione” dell’asse terrestre, quando un grado ogni 72 anni le stelle ruotano all’orizzonte. Seicento volte 72, non a caso, corrisponde a 43.200 che se accresciuto ancora rivela il respiro cosmico di Brahma, cardine del sapere indù, che si espande per 4.320.000.000 di anni (un concetto cosmologico incentrato sull’espansione e contrazione del creato).

La Porta dell’Aldilà

Il numero 72 e le sue molteplici combinazioni di calcolo sono il fulcro della matematica del cielo. Nella Camera del Re all’interno della Piramide di Cheope riposa un sarcofago di granito. L’ambiente è un rettangolo lungo 20 cubiti reali egiziani e largo 10. Se tracciamo una serie di diagonali dalle pareti e lungo il pavimento scopriremo un triangolo rettangolo di armoniche proporzioni. Il rapporto dei suoi lati di 15, 20 e 25 cubiti assomma a 3:4:5, espressione del teorema di Pitagora, in cui la somma dei quadrati dei cateti equivale al quadrato dell’ipotenusa. Il matematico islandese Einar Palsson ha avuto una geniale intuizione elevando 3, 4 e 5 al cubo. Una volta addizionati, il risultato sarà 216, ossia 72 x 3. Un prodotto del caso? L’attenzione si sposta sul misterioso sarcofago. Numerosi indizi, raccolti in anni di attente ricerche archeologiche, mostrano come nessun faraone sia mai stato sepolto al suo interno. Hancock stabilisce con sicurezza che il sarcofago “facesse parte dell’apparato fisico di un sofisticato rituale di rinascita – un gioco di realtà virtuale del viaggio dell’anima dopo la morte”. Gli iniziati, una volta adagiatisi, sperimentavano il contatto con altre dimensioni utilizzando la pratica del viaggio astrale e della meditazione trascendente, imparando a liberarsi dell’illusorietà della materia.

È oramai necessario svestirsi dei dogmi polverosi che dipingono la storia degli antichi quali esseri primitivi ingenui e sprovveduti. I messaggi, pieni di comprensione, che tali esseri ci inviano dal passato mostrano, ancora una volta, il loro amore verso l’umanità. Un messaggio che proviene anche da oltreoceano.

Apparsa dal nulla

La maestosa Cittadella di Teotihuacan, 50 km a nord di Città del Messico, nasconde tra le sue pietre segreti astronomici di capitale importanza. Nata in un’epoca imprecisata ed ereditata dagli Aztechi nel XIV secolo d.C., si compone di una serie di piramidi cultuali unite fra loro da un codice architettonico proprio del numero 72, come a Giza. L’intero complesso sembra apparso dal nulla, senza un piano preordinato. Secondo Michael Coe, della Yale University: “Forse il fatto più strano rispetto alla pianta di questa grande città è che non c’è assolutamente nessun precedente nel Nuovo Mondo”.

La facciata ovest della Piramide del Sole domina il maestoso Viale dei Morti che attraversa l’intero complesso. È orientata verso il passaggio dell’astro a 19,5 gradi dall’equatore, il 19 Maggio e il 25 Luglio, elemento che mostra la precisa conoscenza della fisica iperdimensionale. Il professore di astronomia statunitense Anthony F. Aveni ha rilevato che il sito, nel 150 d.C., presentava un allineamento specifico con le Pleiadi, che sorgevano eliacalmente all’alba.

Una visione del cielo, nel suo insieme, fondata sulla certezza degli iniziati di raggiungere le stelle. Teothiuacan, in lingua azteca, significa “il luogo dove gli uomini divennero dèi”. L’analogia con gli insegnamenti egizi è notevole. I sacerdoti che custodivano le sacre tradizioni erano i “Seguaci di Quetzalcòatl”, il magnanimo dio sceso dalle stelle per diffondere tra le popolazioni primitive i segreti del Sole, la Luna e le costellazioni. Furono loro ad erigere le piramidi, ora sepolte sotto le pietre di Teothiuacàn, nate dalle colline primordiali, in un era remota sconosciuta agli uomini.

Il Serpente di Luce

La maestria e la perfezione architettonica degli Anziani raggiunge il culmine nella piramide maya di Kukulkan, a Chichèn Itzà. Quattro scalinate di novantuno gradini, con il tempio superiore, formano i giorni dell’anno, mentre agli equinozi di primavera e autunno la luce solare dà vita a un serpente che striscia per tre ore e ventidue minuti lungo la scalinata nord.

Sotto di essa, negli anni ‘30 gli archeologi penetrarono in una struttura più antica la cui sommità ospita la scultura di un giaguaro rosso con 72 pezzi di giada. Il felino rappresenta, probabilmente, il pianeta Marte, col suo caratteristico colore. Anche in Egitto, la Sfinge, dipinta di rosso, guardava nel 10.450 a.C. la costellazione del Leone sorgere all’orizzonte.

Il riflesso della perfezione

Lo scienziato americano, Stansbury Hagar, direttore del Department of Ethnology al Brooklyn Institute of Art and Sciences, dopo un accurato lavoro sul significato simbolico di Teothiuacan, estese le sue ricerche ai siti maya di Uxmal, Yaxchilan, Palenque, Copan e Quirigua.

Nella città di Uxmal, l’insieme degli edifici riproduce diverse costellazioni zodiacali del cielo. Il Tempio sud–occidentale è l’Ariete, la Casa dei Piccioni il Toro, la Casa del Governatore sono i Gemelli, quella della Tartaruga il Cancro. Il Leone rivive nella Sala da ballo al centro, il Qudrato delle Suore è la Vergine, la Casa dei Sacerdoti la Bilancia, la fantastica Piramide del Mago incarna lo Scorpione, infine i templi sud–orientali sono il Capricorno, l’Acquario e i Pesci.

Le sue rivelazioni hanno preso corpo in un libro notevole, The Zodiacal Temple of Uxmal, nel quale dichiara: “Tutto in questo mondo è l’ombra o il riflesso della realtà perfetta che esiste nei regni celesti”.

Il luogo della Creazione

La connessione col firmamento si rivela in tutto il suo splendore a Utatlan, la capitale dei Maya quichè, gli autori del Popol Vuh, loro testo sacro. I suoi templi erano allineati al tramonto delle tre stelle della cintura di Orione, luogo del cielo che per i Maya rappresentava il punto della creazione, analogamente alle credenze egizie che vedevano nelle piramidi di Giza la controparte terrestre delle stessa costellazione.

La Tavoletta della Croce Foliata, a Palenque, mostra l’asse cosmico che ritroviamo nell’enigmatico pilastro di granito Djed istoriato sopra una colonna del tempio di Seti I ad Abido. Semplici coincidenze, sostengono molti, che mostrano ancora una volta, però, la stretta unione di civiltà distanti tra loro migliaia di chilometri che condividevano un patrimonio astronomico–cosmologico millenario.

“Il dio Horus vive”

 Immerso nelle profondita delle giungle cambogiane, distanti migliaia di chilometri, giace uno dei complessi cultuali più affascinanti al mondo: Angkor. Il nome, che risveglia un’epoca lontana dominata dalla fiera cultura khmer, è indissolubilmente legato all’Egitto, poiché Ankh–Hor significa “Il dio Horus vive”.

Il Cobra del Cielo

Nella sua estensione copre 300 Km2 lungo il fiume Mekong. La sua realizzazione adombra uno scopo preciso: ricreare la profonda storia cosmologica e spirituale della nostra Terra. È Angkor.

Le similitudini archeoastronomiche con il Messico e l’Egitto erompono evidenti se osserviamo che gli edifici di Angkor furono anch’essi eretti sopra colline primordiali di un periodo lontanissimo.

La costruzione del complesso di Angkor, ad opera dei quattro Devarajas (re–dio) khmer, Jayavarman II, Yasovarman I, Suryavarman II e Jayavarman VII, abbraccia un arco di tempo di poco più di quattro secoli, dall’802 al 1220 d.C. Iniziato da un altissimo bramino, Jayavarman II si reca con lui nel territorio della futura Angkor e fonda i tre templi di Roulos, controparte di tre astri della Corona Borealis. Poi, si dedica per lunghissimo tempo a una serie di rilevazioni geodetiche per la stesura di Angkor, opera continuata dai suoi successori.

La linea sinuosa che i numerosi templi tracciano sul terreno chiamano dal cielo la costellazione del Dragone che, quale cobra all’attacco, veglia dall’alto su Angkhor.

Nel Rigveda, testo sacro indù, appaiono maestosi i Naga, re–cobra del cielo, giunti sul nostro pianeta da ignote dimore stellari. I semidei Kaundinya e Kambu, iniziatori del regno cambogiano, sposarono due principesse naga. Kambu diede vita al popolo dei Kambujas, che danno il nome all’odierna Cambogia.

Un patrimonio comune

Angkor giace a 72° est da Giza. In Egitto, come sappiamo, Orione sorgeva all’orizzonte dodicimila anni fa e i pozzi stellari settentrionali della Grande Piramide guardavano, nel 2.500 a.C., Kochab dell’Orsa Minore e Thuban nel Dragone.

I templi di Ta Sohm e Benthei Samre rappresentano queste due stelle, mentre Neak Pean, contiguo a Ta Sohm, Zeta dell’Orsa Minore. Completa la porzione di cielo settentrionale Western Mebon, costruzione che incarna la stella Deneb nel Cigno.

Nonostante Angkor risalga al IX sec.d.C. riflette il cielo di migliaia di anni prima, mostrando così la perfetta conoscenza astronomica degli iniziati indù in connessione con la scienza sacra egizia.

Il Mandala Cosmico

Angkor Wat – il “Tempio” – è la prima di una serie di splendide città di pietra che appare ai nostri occhi.

Sopra un’isola magnificente che si specchia sul lago sacro, quattro bastioni di mura uno dentro l’altro racchiudono un’enorme piramide. L’intera costruzione è un mandala, figurazione geometrica particolare – come i Crop Circles (1) – che risveglia nell’uomo determinati centri di coscienza.

I suoi lati corti presentano un orientamento impressionante al vero nord–sud, mentre quelli lunghi curiosamente si volgono verso un’asse preciso di “0,75° a sud dell’est e a nord dell’ovest”. Presenta poi un allineamento est–ovest con gli equinozi e il cancello d’ingresso occidentale guarda i solstizi estivo e invernale sorgere dai templi di Phnom Bok e Prast Kuk Bangro.

Angkor, pure, era parte di un progetto vergato dagli dèi del paradiso Tushita.

Dal fossato si dipana una lunga strada che giunge sino alla piramide con  cinque torri sovrapposte, centro energetico dell’intera struttura, la quale incarna il Monte Meru della mitologia indù.

Le parole del tempio

Particolare importanza, per le sue connotazioni esoteriche, riveste la galleria maestra di Angkor Wat che si snoda per l’intero perimetro della costruzione. Ornano le sue pareti immensi bassorilievi che ritraggono la Frullatura dell’Oceano di Latte, che avviene al termine di ogni ciclo cosmico per donatre agli dèi l’amrita, il nettare dell’immortalità.

Il re–naga a cinque teste Vasuki, attorcigliato attorno alla montagna sacra Mandera, viene trascinato da schiere contrapposte di Deva e Asuras, gli angeli lucenti ed oscuri del pantheon indù. Al di sotto, nell’oceano celeste, la tartruga Kurma sostiene su di sé l’Universo. La perfezione architettonica dei rilievi è meravigliosa ma ancor più il messaggio che comunicano a colui che sa guardare oltre l’apparenza. I sacerdoti codificavano nella pietra molteplici informazioni a beneficio dei posteri, lo stesso Hancock afferma chiaramente che “il tempio è un buon maestro e trova molti modi per trasmettere le conoscenze esoteriche che i costruttori ritenevano potessero portare alla trasformazione spirituale”.

Il Guardiano del Kalpa

L’equilibrio dell’ordine cosmico è magistralmente espresso nelle strada rialzata che con le sue misure standard (lo hat khmer, cioè 0,43545 m) traccia il quadro del ciclo di creazione, composto da quattro epoche: Krita Yuga, l’ ”Età dell’Oro”, – 1.728.000 anni – , Treta Yuga – 1.296.000 anni, Davpara Yuga – 864.000 anni e l’ultimo, l’epoca odierna, il Kali Yuga, di 432.000 anni, cominciata nel 3.100 a.C. circa, data analoga al computo maya, che vedeva l’attuale mondo realizzarsi nell’anno zero, il 3.114 a.C.

Sempre il numero 72 funge da divisore nel calcolo di durata di tali epoche, cifra chiave anche per gli Indù, che contemplano un Manvantara o periodo di Manu, composto da 71 sistemi di quattro Yuga. 71, forse, è una cifra più accurata nella precessione degli equinozi, dato che l’avvicendarsi delle costellazioni zodiacali nel cielo si completa un grado ogni 71,6 anni.

La sacra ziggurat

A nord di Angkor Wat appare la piramide montagna di Phnom Bakeng, che si sviluppa per 67 metri in altezza, custodita all’ingresso dai leoni gemelli, i quali richiamano i divini Akeru egizi. La salita est conduce sino a una ziggurat a quattro comparti con un santuario, mentre 108 torri circondano la struttura.

Il sublime distacco

Un’altra spettacolare realizzazione è l’insieme dei templi di Angkor Thom, La Grande – costruiti dal sovrano Jayavarman VII (1.181–1.219 d.C.) che sopra un’iscrizione del palazzo reale dichiara: “La terra di Kambu è simile al cielo”. Le quattro entrate, fiancheggiate da 54 statue di, i Deva e gli Asuras che frullano l’Oceano di Latte, sono vegliate da quattro volti rilassati che trasfondono al visitatore una calma infinita e inducono alla contemplazione meditativa.

La suprema compenetrazione

Il primo dei tre templi che s’incontra all’interno all’interno di Angkor Thom è il Phimeneakas, il Palazzo del Cielo, una piramide a gradini con orientamento nord–sud che presenta innegabili affinità architettoniche con quelle maya.

Nella camera meridionale avveniva la fusione stellare del monarca con la costellazione del Dragone, cerimonia importante che legittimava la discesa della regalità dal cielo, similmente ai faraoni egizi che nei riti stellari si identificavano con determinati astri, le terre cosmiche delle anime.

La Torre di Shiva

Il secondo tempio è il Baphuon, definito dall’emissario dell’imperatore cinese Chou Ta Kuan, nel XIII secolo, La Torre di Bronzo, anch’essa una piramide monumentale che presentava in cima la dimora sacra dello Shivalinga, il “veicolo di Shiva”, mentre i suoi sotterranei scendevano in profondità, andando a costituire le radici della Terra.

Il Cuore del Drago

Ultimo, ma centrale per la sua disposizione, è il Bayon, dal sanscrito Pa Yantra o “Padre dello Yantra”, lo strumento mandalico che conduce alla perfetta conoscenza di sé. L’edificio presenta 54 torri di pietra con quattro volti litici analoghi a quelli che dominano le entrate di Angkor Thom. La struttura, nel suo insieme, assurge a cuore del Drago stellare, il Polo Nord esatto dell’Eclittica Celeste.

La freccia per Mu

Il nostro viaggio prosegue nell’Oceano Pacifico seguendo uno spostamento di 54° est da Angkor. Nan Madol, la Barriera del Cielo, è una serie di 100 isole di basalto e corallo edificate dall’uomo, al largo dell’isola più grande di Pohnpei. La tradizione riporta che i mitici progenitori Olosopa e Olosipa, giunti da una lontana terra dell’ovest, fondano a Pohnpei quattro capitali in luoghi differenti: Sokehs, Net, U, Madolenihmw.

Dalle alture dell’isola scorgono, poi, una metropoli sommersa nell’acqua, Khanimweiso, e decidono di replicarne la costruzione sulla terraferma. Con l’aiuto di un drago alzano in volo enormi lastre di pietra creando diversi templi, tra cui lo splendido Nan Douwas, dalla forma di freccia che punta l’ovest. Si compone di numerose mura di basalto megalitiche l’una nell’altra, sovrastate dal santuario centrale che sprofonda nella terra per un metro e mezzo.

Secondo l’archeologo ponhpeiano Rufino Mauricio, lo scopo dei templi di Nan Madol è permettere all’anima del defunto di raggiungere l’oltretomba situato nelle profondità marine dove giace Khanimweiso. Il Muro Occidentale di Nan Douwas presenta la forma curiosa di un vascello che solca le acque per accompagnare le anime a destinazione.

L’Orizzonte celeste

L’esistenza di Khanimweiso è stata appurata dallo stesso Hancock che ha osservato colonne di pietra sul fondale a 30 metri di profondità da Nan Douwas.

Speculare a Khanimweiso è un’altra città più lontana, Khanimweiso Namkhet. Con estrema disinvoltura scopriamo che il suffisso egizio akhet è “orizzonte”, mentre Khanimweiso significa “città”. Il toponimo completo racchiude il concetto di Città dell’Orizzonte, un luogo sperduto riposo dell’anima.

Il Triangolo stellare

Le profondità dell’Oceano Pacifico nascondono un mistero archeologico affascinante, al largo dell’isola giapponese di Yonaguni, esattamente a 19, 5 gradi est da Angkor: un’immensa struttura piramidale a 27 metri sul fondo costituita di blocchi squadrati con altissima precisione.

La scoperta, “di immensa e fastidiosa importanza storica”, si deve al marinaio nipponico Kihachiro Aratache che rimase folgorato dalle insolite vestigia nel corso di una serie di esplorazioni dell’immensa costa nel 1987. Il geologo cinese dell’Università di Riyukyu Masaaki Kimura, dopo anni si studi accurati ed esami ravvicinati alla struttura, asserisce senza ombra di dubbio che il monumento non è naturale.

Lo studio attento dell’equipe di Hancock, iniziato nel marzo ’97, ha rivelato che la costruzione si compone di diverse figurazioni geometriche incastonate l’una nell’altra, con quattro terrzze che digradano verso un fosso allineato agli equinozi primaverile e da autunnale lungo un asse est–ovest, mentre l’intera struttura guarda al nord–sud. In cima, dei pozzi scavati nella roccia, colpiti dal Sole a mezzogiorno esatto nel 7.000 a.C., circondano un altare simile all’Intihuatana in Perù. Completano l’opera una scalinata spiraliforme e varie nicchie rettangolari lungo le mura.

Kimura ritiene che Yonaguni era parte della frastagliata catena di Okinawa, sommersa dall’acqua circa 10.000 anni fa, alla fine dell’Èra Glaciale, quando Yonaguni si trovava vicino al Tropico del Cancro. I blocchi monolitici formavano un triangolo astronomico insieme a un tempio sul monte di Yonaguni e a un sito non ancora esplorato sulla costa orientale.

 “Occhi che guardano al Cielo”

Simbolo universale del mistero cosmico, troneggia nell’Oceano Pacifico la splendida Isola di Pasqua. Un tempio delle stelle da cui seguire il corso dei mutamenti celesti, designata dai primordi col nome di Mata–Ki–Te–Rani, “Occhi che guardano al Cielo”.

Adagiata a circa 144 gradi est da Angkor, durante l’Èra Glaciale, nel 10.000 a.C., insieme ad altre isole componeva un territorio vasto quanto la catena andina in Sudamerica, formato da cime altissime e rocce frastagliate.

La venuta dei saggi

I miti tramandati di generazione in generazione vogliono che un gruppo di sette saggi di una terra lontana, Hiva, in seguito ad una visione si recasse sull’Isola di Pasqua per costruire i “monti di pietra”. Dopo l’affondamento del loro mondo, sicuramente la remota Mu, trecento persone raggiunsero l’isola guidati dal re–dio Hotu Matua che ricreò dal nulla la civiltà secondo i principi e le direttive celesti del regno perduto. Tali narrazioni, analoghe a quelle di altre popolazioni del globo, permettono di tracciare un quadro unitario della storia del nostro pianeta.

I volti dei progenitori

Una possente piramide a gradini svetta inh tutta la sua magnificenza dal picco più alto della baia di Anakena, a nord dell’isola. Sulla cima giace una piattaforma con sette enigmatiche figure di tufo vulcanico rosso che fissano mute l’orizzonte, i famosi Moai che racchiudono nel loro sguardo segreti dimeticati. Sormontati da un grande copricapo, le statue rappresentano i “monti di pietra” voluti dagli iniziati di Mu, innalzati con la forza del pensiero, e nel contempo gli originari colonizzatori dell’isola, individui immensi, i Giganti biblbici che Il Libro di ciò che è nel Duat, in Egitto, descrive alti 6 metri.

Tali sculture, pesanti svariate tonnellate, ammontano nell’intera isola a più di 600, facendo inferire che cosituissero una linea guida per i nativi, in grado di permeare il sostrato religioso e comsologico della loro società. Disseminate sul cratere del vulcano Rano Raraku centinaia di teste di Moai incompleti paiono sfidare la mnostra intelligenza, come un enigma ancora insoluto a distanza di millenni. Ignoti, infatti, i motivi che spinsero gli artigiani ad abbandonare improvvisamente l’opera colti da un presentimento soprannaturale. Giustamente Hancock asserisce che l’intero progetto fosse intenzionale, data la composita perfezione che il luogo ispira. I loro occhi, ciechi, forse rappresentano la conoscenza che a noi spetta svelare, parte di un grande segreto legato ai cicli solari, che investì in egual maniera la civilizzazione olmeca in Mesoamerica (cfr. L’oro degli Olmechi, ACAM Sezione Civiltà Antiche).

L’architettura ancestrale

Nella stessa baia di Anakena, la piattaforma è stata eretta a più riprese nel corso delle epoche seguendo di volta in volta sempre differenti orientamenti.

Il famoso archeologo norvegese Thor Heyerdahl ha riportato alla luce nel 1987 un muro di blocchi giganteschi di ashlar lavorati. Il terreno circostante conserva poi un grande recinto di pietra a forma di nave, che richiama le imbarcazioni solari rinvenuti nella piana di Giza e ad Abydos, e avvalora le leggende oceaniche su re Hotu Matua, che “Scese dal Cielo sulla Terra…Venne sulla nave…venne sulla Terra dal Cielo”.

I megaliti di Ahau Tahira, a sud–ovest , formati anch’essi da rocce incastrate alla perfezione sono praticamente identici ai monumenti incaici di Cuzco e Sacsayhuaman, nel lontano Perù (cfr. La fortezza dei Giganti, ACAM Sezione Civiltà Antiche).

Una muta eredità

Quello che lascia tuttora perplessi gli archeologi è l’impossibilità di decifrare la scrittura Rongorongo dell’ Isola di Pasqua, costituita da segni ideografici di tipo bustrofedico, dove ogni riga segue un andamento contrario alla precedente.

I caratteri, simili ai pittogrammi ritrovati nella Valle dell’Indo, costituivano il sapere dei sacerdoti di Hiva impresso su 67 tavolette di legno, di cui ne restano soltanto 24. Una di esse, parzialmente letta da un vecchio del luogo, narrava di immense strade pavimentate disposte a raggiera, come la tela di un ragno, secondo un piano prestabilito.

Ancora oggi vengono salmodiati i suoi contenuti, reatggio di una conosecena impartita in una scuola circolare di Anakena, uno dei molti centri di sapere della Terra che irradiavano energia sul globo intero.

La rete solare

Gran parte dei monumenti che costellano l’isola, come Ahu Tepeu, Ahu Hekii, Ahu Tongariki e Vinapu, seguono il sorgere del Solstizio d’Inverno, mentre le sette statue rivolte verso il mare della maestosa struttura di Ahu Akivi, nella zona centrale del territorio, risorgono simbolicamente a metà inverno e all’inizio della primavera.

Un concetto identico presso gli Egizi dove le immagini dgli dèi prendevano vita se “i raggi di Ra entrano nel loro corpo”.

Il vocabolo raa, presso i nativi dell’isola, possiede lo stesso significato  e il sito di Ahu Ra’ai, che forma un triangolo preciso  con due vulcani, segna anch’esso l’arrivo del Sole nel Solstizio di Dicembre.

Infine, ad Orongo, sulla punta meridionale, vicinio al cratere di Rano Kau, compaiono quattro buchi che costituiscono segnali permanenti per l’astro infuocato, mentre un insieme di 54 abitazioni ovaliformi copre il territorio circostante. Una roccia porta incisa la figura dell’uomo–uccello, a ricordo di un’antica gara iniziatica per la ricerca del primo uovo della sterna grigia sull’isola di Moto Nui. A due km est da Anakena, nel sito di Ahu Te Pito Kura, una pietra tonda scolpita circondata da quattro sfere più piccole simboleggia l’ombelico dell’isola, puntoi centrale dotato di propria energia.

L’opera, secondo noi, rispecchia fedelmente un’incisione della tribù africana dei Dogon che rappresenta Giove attorniato dalle sue quattro lune. Nella lingua dell’Isola di Pasqua, Te Pito Kura è “l’ombelico di luce”, simbolo del Sole e, particolare curioso ma significativo, il pianeta Giove, secondo molti astronomi, è un sole mancato della nostra Galassia.

Una rete solare immortale punta inequivocabilmente al Cosmo. Forse l’Isola di Pasqua è realmente “l’Ombelico del Mondo”, una sorta di punto cardinale geodetico comer vuole Hancock, e ancora una volta le tradizioni perdute ma sempre vive nel cuore dei nativi sembrano confermare il maestoso piano degli Antichi.

La Croce delle Galassia

Voliamo sopra l’Oceano Pacifico nel nostro affascinante itinerario per giungere in Sudamerica. A 180° est ed ovest da Angkor e 198 da Giza, il paesaggio muta improvvisamente, parendosi ai nostri occhi Paracas, sulla costa peruviana. Si erege nel suo splendore il «Candelabro delle Ande»», un’incisione immensa che raffigura un tridente con motivi fiammeggianti sulle punte, segnale misterioso vergato da un popolo remoto per scopi essenzialmente astronomici. Infatti, il petroglifo è disposto lungo il vero nord–sud, direttamente verso il meridiano celeste.

Lo scenario mozzafiato che la volta celeste offriva all’Equinozio di Primavera 2.000 anni fa era la Via Lattea attraversata dalla Croce del Sud, a 52° di altitudine, uguale inclinazione della Grande Piramide di Giza. La costellazione era osservata anche dagli Egizi e dai Greci in epoche passate.

La Strada degli Antenati

Vicino alla Croce si trovano due nebulose chiave delle credenze cosmogoniche andine, la Vulpecula e il Lama, che incarnano un’epoca lontanissima del mondo rinnovata da un diluvio voluto da una particolare congiunzione  astrale.

La Via Lattea, fiume cosmico, purifica la Terra al di sotto e come un ponte di luce verso regni sconosciuti, apre le sue porte alle anime nella regione celeste situata vicino ai Gemelli, mentre per gli Egizi era nel Duat, tra il Leone ed Orione, esattamente nello stesso luogo (cfr. Gli adoratori del Cielo, ACAM Sezione Civiltà Antiche).

La custode delle linee

La piana di Nazca, nell’entroterra peruviano, é costellato da una serie incredibile di immensi disegni di varia specie, in gran parte ritratti di animali e figure geometriche, compiute forse dalla «cultura Nazca», vissuta nel II secolo a.C. Il sito, da anni, è oggetto di studio da parte dei ricercatori, tra cui spicca la defunta Maria Reiche, trasferitasi durante la guerra in Perù ove entrò in contatto con l’astronomo americano Paul Kosok, già attivo a Nazca. Da allora decise di rimanere in quei luoghi affascinata dai petroglifi.

Nessuno è riuscito sinora a penetrare il mistero delle linee, le quali, secondo l’affermazione della Reiche: «Ci insegnano che l’intera idea che abbiamo sui popoli dell’antichità è sbagliata, che qui in Perù c’era una civiltà progredita, che aveva una comprensione avanzata della matematica e dell’astronomia, che era una civiltà di artisti che espressero qualcosa di unico sullo spirito umano perché fosse compreso dalle generazioni future».

I Geometri del Cosmo

Molte raffigurazioni sul terreno sono legate alla rappresentazione del cielo di 2.000 anni fa, in base ai profondi studi della Reiche. L’enorme Scimmia con la coda arrotolata, ad esempio, puntava verso il tramonto della stella Benetnasch all’estremità dell’Orsa Maggiore, mentre il Ragno è l’immagine di Orione, vista di fianco a quelle latitudini, e una linea perpendicolare che interseca il disegno indicava la discesa della costellazione nell’emisfero celeste.

Dal canto suo, l’astronoma Phyllis Pitluga dell’Adler Planetarium di Chicago, durante il XV Congresso annuale della Società per l’esplorazione scientifica nel 1996, confermò le intuizioni della Reiche, mostrando che i segni della piana di Nazca incarnano le costellazioni che circondano la Via Lattea comprese le oscure nebulose.

Hancock, che ha conosciuto personalmente le due studiose, nel libro riporta i risultati della sua ricerca in situ. Con l’ausilio del programma Skyglobe 3.5, con il quale si mostra la carta celeste di ogni epoca, ha compreso che 2.000 anni fa il Ragno è stato effigiato con una linea sinuosa sotto la zampa posteriore, il fiume Eridanus nel firmamento.

Le altre costellazioni, con i loro corrispettivi sul terreno, sono il Canis Major, la Lucertola, Cetus (la Balena), come pure il Triangolo Meridionale, Octans e le Bussole. Maestose appaiono infine, completando la volta stellata di migliaia di anni prima, Monoceros (il Condor dalle ali spiegate), i Gemelli, rettangolo celeste, riprodotto in forma analoga a terra, il Cancro (il Colibrì) e infine la Lince (l’Alcatraz).

La città–piramide

Senza ombra di dubbio, un popolo altamente civilizzato compose una simile pittura stellare. A sud–ovest di Nazca, infatti, compare la metropoli di Cahuaci, abitata da sconosciuti individui anteriormente al 2.000 a.C. e sorprendentemente edificata su colline sacre, come abbiamo visto per il Messico e l’Egitto. Troneggia a Cahuachi una piramide a gradini a 5 scomparti, con entrata al nord, alta 18 metri ed allineata al vero nord–sud. La fiancheggiano due piramidi erose. Poco oltre, appare un colle, il Grande Tempio, che domina un immenso spiazzo cinto da mura.

L’archeologo John Reinhard asserisce: «Le piramidi di Cahuachi  fungevano da paesaggio simbolico, dove le forme architettoniche e i ritratti delle divinità riflettevano una geografia sacra»

La fortezza dei Giganti

Tiahuanaco, quasi 4.000 m sulle Ande boliviane. Alcune leggende degli indios Aymara la vogliono scaturita in una sola notte ad opera di una razza di giganti, nata molto tempo prima degli Incas, scomparsa dopo un diluvio.

 La civiltà più rappresentativa del Sudamerica edificò il poderoso complesso megalitico in un habitat desolato: Tiahuanaco. Ignota la progenie che diede forma alle pietre, come pure ridicole le datazioni proposte dagli archeologi convenzionali (1.500 a. C. – 900 d. C. circa), contraddette dalla presenza di fregi sui monumenti di un proboscidato estintosi dodicimila anni fa e dall’accurata ricerca di Oswaldo Rivera che ha identificato nel sito un grandioso orologio precessionale funzionante almeno sin dal 9.000 a.C.

L’osservatorio cosmogonico

Sul complesso domina la piramide a tre gradini Akapana, alta 18 m e orientata ai quattro punti cardinali. Appoggia su di una base sempre piramidale con l’estremità inferiore che punta ad est e la sommità ad ovest. In cima i resti di un antico pozzo cruciforme collegato a un sistema di chiuse interne ove scorreva l’acqua. Di fronte, una scalinata porta al Kalasasaya, un grande recinto di arenaria rossa che contorna una costruzione sorvegliata dalle statue monolitiche di andesite grigia di El Fraile e Ponce (dal nome dello scopritore, l’archeologo boliviano Ponce Sangìnes), raffiguranti forse il medesimo personaggio oggetto di culto.

Domina il Kalasasaya la splendida Puerta del Sol, ricavata da un masso di andesite di 45 tonnellate, un’opera che rispecchia fedelmente le credenze cosmogoniche della misteriosa civiltà andina. Sul fregio centrale, che guarda a oriente, spicca l’avatar creatore Viracocha, con una criniera formata da 19 raggi «lunari» rappresentante secondo l’archeologo William Sullivan il ciclo metonico della Luna (il tempo che intercorre tra una fase del satellite e il ritorno in una determinata data solare), e i suoi «solstizi», gli estremi meridionali e settentrionali dei suo punti di fermo maggiori. Viracocha è circondato da 48 fregi di individui alati, 24 per lato, simbolo della resurrezione umana nei mondi celesti. Sotto i suoi piedi, invece, il bassorilievo di una piramide a tre gradini, la struttura dell’Akapana, con una presunta camera sotterranea, scoperta dell’archeologo Oswaldo Rivera ma già rivelazione del biologo Pierre Honorè (Ho trovato il dio bianco, Garzanti, 1963). Un altro portale di pietra, nelle vicinanze, ha il suo gemello a Persepoli, in Iran.

Di fronte al Kalasasaya c’è il Tempio Semisotterraneo con il barbuto Viracocha sopra una stele di arenaria, contornata ai fianchi dal simbolo del serpente. I muri della struttura presentano volti umani dalle inusuali fattezze, alcuni simiglianti all’Uomo–pesce di Lepensky Vir, sul Danubio.

Oltre il complesso monumentale, giace un’altra piramide, il Puma Punku o «Porta del Leone», che richiama forse una porta stellare legata all’omonima costellazione, simbolo incarnato in Egitto dalla Sfinge.

Le pietre sparpagliate nel sito sono dell’ordine di 200 tonnellate e la più pesante arriva sino a 447. I giganteschi blocchi litici sono uniti da giunti metallici con funzione antisismica in foggia di Tau, presenti nelle strutture del globo intero, colati fusi nell’incavo e formati da leghe disparate, tra cui è presente il nickel, inesistente in Bolivia.

La remota Èra del Leone

Tiahuanaco attualmente dista solo 16 km dall’immenso lago Titicaca, vasto oceano navigabile che lambiva la metropoli boliviana durante l’Èra Terziaria, come vogliono gli ormeggi delle imbarcazioni ancora presenti in loco. Un profondo sconvolgimento mutò la geografia del luogo circa 15.000 anni fa, donandogli l’attuale conformazione.

Il Titicaca, con una profondità di 300 m, richiama in lingua aymara “Titi”, Puma o Leone (animale sacro a Viracocha) e “Kaka”, il colore oro: quindi Leone dorato, filologicamente relato ad un pesce dalle grandi squame. Simone Waisbard, nel suo libro Tiahuanaco – Diecimila anni di enigmi incaici, SugarCo, 1979), lo definisce come “il lago del puma e del pesce sacro” che curiosamente è proprio l’immagine che il Titicaca presenta alle foto satellitari. Ancora la prova di un sapere impossibile ed antichissimo oggi svelato grazie alla tecnologia.

All’interno del lago l’Isola del Sole (con la corripettiva Isola della Luna) abitata dai “risplendenti”, conserva lo “Scoglio del Leone”, un santuario terrazzato, orientato agli equinozi, posto a strapiombo sulla scogliera. Gli Incas, eredi dei lontani progenitori, eressero l’opera a ricordo di una lontana èra mitica quando Viracocha fece sorgere con il Logos l’attuale mondo. Accanto alla riva meridionale del lago c’è l’isola di Suriqui, un luogo enigmatico dove i suoi abitanti ancora intrecciano a mano, con giunchi di totora, navi con la prua rialzata identiche alle barche solari egizie e atte alla navigazione in mare aperto.

Il Regno del Sole

Cuzco, in Perù, capitale del fiorente impero Inca nel XIII sec.d.C., è un reticolo di strade convergenti verso la piazza centrale. Due linee contrassegnavano i quattro quartieri con le principali strutture cerimoniali come l’Hatunrumyoc, Palazzo dell’Inca Roca, e il Coricancha o Recinto d’oro, entrambi formati da poderosi blocchi poligonali, tra cui la famosa “pietra dei dodici angoli”, nei cui interstizi non penetra uno spillo.

Il Coricancha, nel centro cittadino, è un grande Tempio del Sole sorto sopra un antico luogo di culto, inglobato nella cinquecentesca chiesa di Santo Domingo. Una violenta scossa di terremoto rase al suolo la chiesa cinquant’anni fa, ma le fondamenta della struttura originaria rimasero perfettamente intatte.

Fulcro del Coricancha è il Cuzco Cara Urumi, “l’Ombelico della Terra non ancora scoperto”, un ottagono di pietra posto al centro del cortile interno, che in passato conteneva la barra d’oro donata da Viracocha agli uomini perchè la conficcassero come pietra angolare geodetica. Una sua statuina in oro massiccio, quasi a grandezza naturale, lo ritraeva mentre compiva misurazioni astronomiche con l’indice ed il pollice sollevati.

Dorate anche le mura del tempio, mentre campeggiava sopra un grande altare l’effigie del Sole, fiancheggiata dalle mummie dei monarchi inca. Dalla cima sacra del Pachatusan, la “Trave Incrociata dell’Universo”, compariva il Solstizio estivo, e la valle di Cuzco era disseminata di gnomoni litici con la medesima funzione. Il nome Coricancha si lega al verbo quechua conchay, “cerchio”, ossia l’eclittica del cielo, concetto espresso anche nel muro esterno di forma circolare.

Il Santuario del firmamento

L’intero Coricancha era stato concepito come un immenso osservatorio stellare con edifici sacri a forma di piramide tronca. Una struttura d’argento vedeva l’adorazione della Luna, nella seconda con il soffitto interamente stellato si osservavano gli astri, Venere e le Pleiadi, una terza era dedicata allo studio del tuono e del fulmine, presunti fenomeni meteorici. La penultima conservava la rappresentaziona a colori reali dell’arcobaleno che scaturito dal Sole, e infine la quinta stanza apparteneva al gruppo sacerdotale. I riti astrali della rinascita assumevano fondamentale importanza presso gli Incas con cerimonie sacre al Solstizio di Giugno presso il serpeggiante fiume Vilcamayu, la Via Lattea.

Il dito dei cieli

Il corso d’acqua scintilla al di sotto del Machu Picchu, il Vecchio Picco, la poderosa metropoli incaica scoperta dall’archeologo americano Hiram Bingham nel 1911, sospesa a 2.450 m sul versante orientale della Cordigliera del Vilcabamba. La sua collina piramidale posta al centro dell’insediamento è in parte artificiale, modellata come una mano con l’indice che sembra toccare il cielo. Alcune leggende amazzoniche, raccolte dal giornalista tedesco Karl Brugger negli anni ’70 (riportate per esteso ne La Cronaca di Akakor – Edizioni Mediterranee, 1996), raccontano di divinità stellari scese in Brasile e spintesi in Perù per creare il Machu Picchu (v. su ACAM, Sezione Civiltà Antiche, Il regno di Akakor). In cima troviamo un recinto con il celebere Intihuatana, il “Luogo dove si lega il Sole”, un altare litico con uno gnomone tetraedrico che seguiva il percorso solare.

Alla base della scala d’accesso all’Intihuatana compare il Tempio Principale e il Tempio delle Tre Finestre, due edifici di culto antichissimi, che gli Incas ereditarono insieme a una grotta sacra intagliata nella pietra. La funzione astronomica dell’intera metropoli è sottolineata altresì da quattro costellazioni chiave della mitologia incaica effigiate sull’Intihuatana: le Pleiadi, la Croce del Sud, il Triangolo Estivo (formato dagli astri Deneb nel Cigno, Altair dell’Aquila e Vega nella Lyra, similmente alla civiltà di Lepensky Vir) e le due nebulose del Lama. Una conoscenza permeante la geografia sacra degli Incas, che orientavano i loro territori cultuali verso lontani siti stellari del pianeta secondo una griglia di rette parallele con valore geodetico, le “Ceques”, originate dal Coricancha.

Il volto del puma

A nord di Cuzco si estendono le vestigia di Sacsayhuaman, una serie di gigantesche mura megalitiche alte in totale 15 metri, formate da blocchi poligonali di pietra che sfiorano le quattrocento tonnellate.

Lo stesso Garcilaso de la Vega, autorevole voce della storia andina, già nel 1500 definisce Sacsayhuaman “frutto di un incantesimo” sorto da immensi blocchi di pietra, che sembrano più pezzi di montagne che non pietre da costruzione”. Più di tremila Incas, volendone riprodurre la tecnica costruttiva, perirono sotto un masso pesantissimo issato da ventimila uomini e sfuggito al controllo.

Sui contrafforti andini si stagliava un tempo la figura di un puma, una striscia di terra accanto ai fiumi Tullumayo e Huatanay (ora sotterranei), mentre Sacsayhuaman rappresenta la testa. Le sue enormi mura a zigzag sono i denti, la mandibola è costituita da un contiguo promontorio di pietra e un grande pianoro erboso è la bocca che guarda l’Ovest. Sacsayhuaman significa “Falco soddisfatto”: Horus, il Divino Falco egizio. Antiche leggende narrano che sotto struttura si diramano lunghe gallerie disseminate di artefatti sconosciuti.

Una carta stellare di pietra

Non lontano da Sacsayhuaman fa mostra di sé l’enigmatico sito di Qenko, una collina su cui sorge un’opera dalle precise connotazioni geometrico–stellari. Una cupola di calcare sembra riprodurre la volta stellata, ai lati numerosi cunicoli, tunnel, e sculture di animali come condor, lama e di nuovo il puma (forse talune costellazioni), mentre sulla sua cima domina un ovale con un rilievo doppio. Tale simbolo è pressochè comune in ogni cultura della Terra e indica la creazione del nostro Universo, nato dall’Uovo Cosmico scaturito dalle Acque Primordiali.

Ai piedi della costruzione, un muro ugualmente ellittico forma la base di uno strano menhir che ha il suo corripettivo nella piana di Stonehenge, in Gran Bretagna. Svariate terrazze e gradini donano a Qenko l’aspetto del tempio sommerso sotto l’Isola di Yonaguniin Giappone, ((v. su ACAM, Sezione Civiltà Antiche, Il dio Horus vive).

Il baluardo degli dèi

L’ultima roccaforte inca è il colle di Ollantaytambo, un anfiteatro gigante che sovrasta una piana collinare a 80 metri di altezza. I massi di granito hanno un peso notevole che sembra aumentare, questa è la cosa più sbalorditiva, man mano che ci si inerpica sulla struttura. Le cave di estrazione giacciono lontane, quasi a 1 km di altezza sopra l’altro versante del Vilcamayu. Ritroviamo i medesimi schemi costruttivi del Puma Punku, con blocchi litici incastrati da giunti metallici. Una massiccia apertura lungo una paret ricorda, invece, la Porta dei Leoni a Micene. Sulla sommità svetta un muro formato da pietre gigantesche di profido rosa che reca l’incisione di tre pirmnaidi a gradini poste in ordine decrescente, a nostro avviso i tre colosssi di Giza. Il muro, coin altri massi sparsi sul terreno, forma i resti di quello che un tempo era un santuario astronomico.

Una “perla di grande valore”

Si conclude il nostro viaggio a ritroso nelle ère, a contatto con i nostri progenitori, dediti allo scopo immortale di possedere il Cielo purificando la Terra. In Egitto, la cintura di Orione si specchia nelle piramidi custodite dalla Sfinge, i templi sacri del Messico puntano alle Pleiadi e ai vicini astri, la costellazione del Draco brilla su Angkor Vat, il monte del Cosmo. Nel Pacifico i santuari sottomarini testimoniano un culto del Sole prima del Diluvio confluito nello straordinario osservatorio dell’Isola di Pasqua, sulla costa peruviana pulsa il candelabro di Paracas disegnato secondo la Croce del Sud e la piana di Nazca con i suoi affascinanti petroglifi stellari effigiati, forse, dalla stirpe ciclopica che si erse in Bolivia.

Solo una civiltà profondamente elevata poteva dar vita a un simile arabesco legato al dominio dei Cieli sulla Terra. I suoi iniziati, sotto la guida di sapienti Maestri, percorrevano a ritroso la volta celeste verso remote configurazioni stellari, alla scoperta di sé, plasamando nella pietra la conoscenza sacra millenaria. Fulcro della profonda ricerca era l’anima, una “perla di grande valore”, la sola in grado di spalancare nuovamente le porte dimenticate del Cielo. Rispettando questo dono, saremo in grado di portare luce nella vita, l’unica “nostra occasione per prepararci a questo viaggio, un’occasione che in nessun caso dovrebbe essere sprecata”.