Gli attentati di Istanbul

di Luciano Sampietro

Per la seconda volta nel giro di pochi giorni la capitale turca è stata funestata da gravi atti terroristici. Quelli di giovedì 20 novembre sono stati ancora più devastanti e hanno profondamente scosso l’opinione pubblica internazionale: se l’attentato precedente era volto a colpire i simboli della fede ebraica, questa volta invece gli obiettivi sono stati edifici in qualche modo rappresentanti il potere economico e politico dell’Occidente. E’ così toccato alla Gran Bretagna e al suo console generale, perito nell’attentato, subire l’offesa dei fanatici dell’Islam. La Turchia, sotto le spoglie di un governo forte e deciso, nasconde tutta una serie di contraddizioni e di conflittualità etniche, politiche e religiose, che ne fanno una polveriera che pare in procinto di esplodere. A fomentare tali tensioni non è certo estraneo il vicino Iran, che non fa mistero di supportare finanziariamente e politicamente le frange islamiche turche più estreme e bellicose, non ultima proprio quella che ha rivendicato l’attentato alle sinagoghe.

Anche il tempo dell’attentato non è stato casuale: esso è intervenuto proprio in occasione in cui Bush e Blair si incontravano a Londra per un esame congiunto della situazione internazionale e per rinnovare, pur tra i mugugni di una parte degli inglesi, la loro solida alleanza. Bush, nell’occasione, è venuto in soccorso anche alla traballante posizione del primo ministro inglese, il cui indice di popolarità è precipitato a minimi impensabili, a causa sia dell’affare delle introvabili armi nucleari di Saddam, sia del suicidio dello scienziato David Kelly che aveva denunciato la questione come una montatura volta a ingannare l’opinione pubblica. Gli scoppi di Istanbul, dunque, sono andati ad aggravare la posizione di Blair e la morte del console generale sarà interpretata da molti inglesi come l’ennesimo amaro e lugubre frutto della guerra voluta dal loro primo ministro. Il giorno stesso dell’attentato, il ministro della Giustizia turco Cemil Cicek ha rilasciato all’Ankara Post questa lapidaria dichiarazione : “Gli attacchi sono stati condotti con lo stesso barbaro metodo”. L’aggettivo barbaro, la Turchia, Bush e Blair insieme a Londra, mi hanno fatto comprendere forse il significato di una quartina che era stata fin qui variamente interpretata:

Quartina VI, 21

  • Quelli del Polo Artico uniti insieme,
  • In Oriente gran paura deborda,
  • Il nuovo eletto il gran tempio sostiene,
  • Rodi, barbaro sangue Bisanzio lorda.

Se i versi vengono rapportati agli eventi di cui sopra, allora si possono riscontrare numerose coincidenze. Il primo verso fa riferimento a “quelli del Polo Artico”, si tratta dunque di persone o popoli che appartengono all’emisfero settentrionale. Ma il Veggente insolitamente usa due termini per rappresentare un medesimo concetto: “uniti insieme”, quasi a voler calcare l’accento su qualcosa di particolare, a voler suggerire una precisa nazione: gli Stati Uniti. Il secondo verso ci dice che quando ciò succederà, in Oriente si leverà il terrore e vi saranno pianti e grida, il che purtroppo sta puntualmente avvenendo ed è avvenuto anche sulla nostra pelle. Il terzo verso ci dice che “il nuovo eletto” sosterrà un grande tempio. Se la quartina si riferisce all’episodio di Istanbul, allora il nuovo eletto è il primo ministro Erdogan, in carica da neanche un anno, che ha schierato l’esercito a difesa delle sinagoghe (il gran tempio), per evitare nuovi attentati. Il quarto verso ci svela che coloro che hanno ordito gli attentati sono stranieri (barbari), il che corrisponde con le rivendicazioni del terrorismo internazionale di Al Quaeda.

Se tutto ciò corrisponde, il rischio di un prossimo attentato a Rodi è incombente, anche se, a dire il vero, Rodi potrebbe essere indicata come la base terroristica segreta dove l’attentato è stato preparato: in ogni caso sarebbe meglio dare un’occhiata…