Gubbio: il Mistero di San Francesco e il Lupo

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di Andrea Romanazzi

“…Al tempo che santo Francesco dimorava nella città di Agobbio, nel contado d’Agobbio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini; in tanto che tutti i cittadini stavano in gran paura, però che spesse volte s’appressava alla città; e tutti andavano armati quando uscivano della città, come s’eglino andassono a combattere, e con tutto ciò non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo. E per paura di questo lupo e’vennono a tanto, che nessuno era ardito d’uscire fuori della terra…Per la qual cosa avendo compassione santo Francesco agli uomini della terra, sì volle uscire fuori a questo lupo, bene che li cittadini al tutto non gliel consigliavano; e facendosi il segno della santissima croce, uscì fuori della terra egli co’suoi compagni, tutta la sua confidanza ponendo in Dio. E dubitando gli altri di andare più oltre, santo Francesco prese il cammino inverso il luogo dove era il lupo.  Ed ecco che, vedendo molti cittadini li quali erano venuti a vedere cotesto miracolo, il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, con la bocca aperta; ed appressandosi a lui santo Francesco gli fa il segno della santissima croce, e chiamollo a sé e disse così: “Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona”.  Immantanente che santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo terribile chiuse la bocca e ristette di correre; e fatto il comandamento, venne mansuetamente come agnello, e gittossi alli piedi di santo Francesco a giacere….Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed eglino [il popolo di Gubbio] ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più”. E dette queste parole, il lupo con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo mostrava d’accettare ciò che santo Francesco dicea e di volerlo osservare…E poi il detto lupo vivette due anni in Agobbio; ed entravasi domesticamente per le case a uscio a uscio, senza fare male a persona e senza esserne fatto a lui; e fu nutricato cortesemente dalle genti; e andandosi così per la terra e per le case, giammai niun cane gli abbaiava dietro. Finalmente, dopo due anni, frate lupo si morì di vecchiaia. Di che i cittadini molto si dolsero; imperò che, veggendolo andare così mansueto per la città, si ricordavano meglio della virtù e della santità di santo Francesco…”

Il testo qui riportato, estratto da I Fioretti di San Francesco, capitolo XXI, narra del famoso incontro tra il Santo e il Lupo (in realtà una Lupa) che, secondo la tradizione, viene reso mansueto da Francesco. Il mistico incontro tra il santo e la bestia avvenne, secondo la leggenda, nei pressi  di una chiesetta extra moenia, denominata “la Vittorina”, ancora oggi visibile in Via della Vittorina ad angolo con via Pierluigi da Palestrina. La novella però fa sorgere alcuni quesiti. C’è altro in realtà dietro la leggenda del lupo e San Francesco? Cosa si cela realmente dietro questo racconto? Secondo le ultime ricerche storiografiche il “lupo” altro non sarebbe che un Brigante con il quale, attraverso l’intermediazione del Santo, la città di Gubbio scese a patti assicurandogli vitto ed alloggio in cambio della cessazione delle razzie.

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Per altri il lupo sarebbe invece esistito davvero. La prova sarebbe presente all’interno della chiesa di San Francesco della Pace, sita in Via Savelli Della Porta, dove, secondo la tradizione, morì il vecchio lupo (Fig.1). Infatti nel 1873, durante dei lavori di recupero, poco distante dalla chiesa, fu trovata una piccola tomba contenente proprio lo scheletro di un animale che il veterinario Antonio Spinaci accertò essere proprio un canide, ad oggi unico caso di un animale sepolto all’interno di una chiesa, con tanto di pietra tombale ancora oggi visibile  (fig.2-3).

Lupo, Brigante o altro si cela dietro questo racconto? Andiamo con ordine. La nostra ricerca parte da Gubbio, uno dei più bei borghi italiani. Il paese, noto come  Ikuvium o Iguvium, abbarbicato ai piedi del monte Ingino, alla confluenza dei torrenti Camignano e Cavarello, fu fondato dagli Umbri. Anche per questo borgo, come per la maggior parte dei paesi italiani, esiste una curiosa leggenda di fondazione. Alla ricerca del luogo esatto dove far sorgere la città, durante il “ver sacrum”, ovvero la Primavera Sacra, i sacerdoti videro per tre volte volteggiare sul monte Ingino un picchio verde, animale totemico di molte popolazioni italiche ed in particolare degli Umbri e dei Piceni. Questa apparizione fu considerata un segno, ovvero una indicazione della divinità riguardo al luogo dove fondare il nuovo borgo. Già in questa leggenda troviamo le prime tracce di un “culto del lupo”. Infatti  il Picchio e il canide sono strettamente correlati essendo entrambi animali totemici di una antica divinità italica della guerra, una sorta di “Marte” ante litteram, rappresentato appunto sotto forma di tali animali. Questo collegamento tra questo dio guerriero e questi animali lo ritroviamo poi ne “La vita di Romolo” in riferimento alla fondazione di un’altra città, Roma appunto. Plinio narra di come una lupa, scesa verso il Tevere per abbeverarsi, venne attratta dai vagiti dei fondatori di Roma, Romolo e Remo, e si mise ad allattarli. In realtà nella leggenda si narra anche di un picchio verde che portò del cibo ai due neonati, legando così indissolubilmente i due animali.

Le Falloforie eugubine

Facciamo un importante salto temporale. Il 1444 è una data importante per Gubbio. Vengono infatti ritrovate sette tavole in bronzo, databili III-II secolo a.C., oggi conservate nella cappella del Palazzo dei Consoli, note come le Tavole Eugubine. Questi scritti, in parte in umbro e in parte in latino hanno permesso agli storici di studiare i rituali delle antiche popolazioni dell’Italia Centrale. Nelle tavole I, VI e VII ad esempio, sono descritti i rituali di purificazione per la città e quello di esecrazione verso gli eventuali nemici, mentre nelle tavole III e IV si narra di un misterioso culto dedicato a due divinità: Pomono Popdico e Vesona.

Si tratta di una classica divina coppia, Dea Madre e Figlio-Compagno che ritroviamo in tutte la tradizioni religiose italiche. I culti di fertilità legati a Vesona, una sorta di Cerere, sono in realtà ancora oggi nascosti nel folklore eugubino, mascherati nella ricorrenza della festa dei Ceri. Il rito è molto semplice da descrivere. Tre gruppi di portatori, detti ceraioli, sollevano tre grandi strutture in legno, detti ceri, innestati verticalmente su altrettante barelle a forma di “H”, sui quali sono posizionati i tre santi protettori della città: Sant’Ubaldo, San Giorgio e Sant’Antonio Abate. Dovrebbe vincere chi arriva primo in una folle corsa. In realtà non è così, non è una vera e propria gara perché la festa termina sempre con un ordine predefinito di arrivo: ovvero per primo Sant’Ubaldo, poi nell’ordine San Giorgio e Sant’Antonio. La festa si tiene il 15 di Maggio e già il periodo ci mette di fronte a ciò che rimane di culti fallofori dedicati alla rinascita primaverile, una sorta di capodanno agro-pastorale. I Ceri, oggi con in cima le statue dei Santi, altro non rappresentano che il ricordo di falli lignei che venivano portati in giro per il borgo e le campagne con il preciso scopo di rendere fertile la terra. Rituali simili nel passato erano presenti ad esempio ad Isernia e a Trani. L’ostentazione dell’oscenità però non era vista di buon occhio dalla Chiesa che demonizzerà tali pratiche trasformando i simboli di protezione in “esibizioni oscene” e i rituali di fertilità in orgie collettive, oppure assorbite, proprio come a Gubbio, con una operazione sincretica.

Il Lupo, Francesco e lo strano Affresco

Quanto detto sin ora sembra piuttosto lontano da San Francesco e il Lupo. In realtà è da questo humus che deriva l’episodio narrato ne I Fioretti. Gubbio era sicuramente un centro pagano molto importante dedito, come abbiamo visto, a riti di fertilità così radicati che non sono mai stati del tutto cancellati. Vi è però molto di più. Tornando alle tavole eugubine, in particolare nella Tavola II si narra di una misteriosa confraternita detta dei “Fratres Attidiati” o Fratelli Atiedii, che esercitava un culto di fertilità che terminava con sacrifici di animali, ed in particolare di cani e lupi. Il sacrificio di canidi non è in realtà raro, in Grecia troviamo la cerimonia delle Kunophontes, ovvero il massacro dei cani, a Roma cani sacri erano sacrificati alla dea Furrina. La spiegazione dei riti sacrificali si inquadra molto bene nella cerimonialistica stagionale. L’animale, espressione totemica della divinità maschile vegetazionale, deve essere ucciso per poter risorgere. Siamo di fronte a quei rituali di morte e resurrezione ben descritti dal Frazer nel suo Ramo d’Oro e che erano diffusissimi nell’Italia pre-romana. La scelta del lupo, o delle fiere locali come espressione della divinità non era casuale, infatti l’animale, che con i suoi comportamenti era considerato grande predatore, era in competizione con gli stessi uomini cacciatori e così l’antico, per propiziare una buona caccia, cercava di onorare l’animale sia per ingraziarselo e evitare che gli sottraesse il sostentamento, sia per poter ereditare dallo stesso la sua stessa capacità di caccia. Ecco così che il lupo diventa il dio-protettore-cacciatore adorato in moltissime culture animiste. In realtà molte sono le tradizioni pagane italiche che prevedevano oltre l’uccisione dell’animale anche il consumo della sua carne. Il cibarsi della carne dell’animale totemico così, non era una gozzoviglia ma un sacramento solenne, un modo per il primitivo di acquistare ed assorbire una parte di divinità. In aggiunta in molte culture i sacerdoti stessi si travestivano con le pelli del totemico per assumerne, anche fisicamente, secondo i principi della magia empatica o imitativa, le forme. Questa l’origine delle tradizioni sui mutaforma che ritroviamo tra i Germani, i popoli nordici, i Mongoli, gli Indiani d’America e in moltissime altre tradizioni. Petronio nel suo Satyricon parla per la prima volta dei “versipellis”, uomini all’interno dei cui corpi crescevano folti peli e così che bastava si rivoltassero come un guanto per cambiare il loro aspetto.

Potevano così i “Fratelli Atiedii” essere dei Sacerdoti del culto del Lupo? Curiosamente, nella chiesa di San Francesco, sempre a Gubbio, proprio lì dove si narra che il Santo, fuggito da Assisi, avesse dimorato (Fig.4), uno strano affresco (Fig.5) raffigurante una sorta di “Selvadego”, o Uomo Selvatico”, ci racconta di un culto naturale forse mai davvero dimenticato. In questa ottica ecco che l’incontro tra San Francesco e il Lupo potrebbe cambiare. L’episodio narrato nei Fioretti potrebbe essere metafora di una sorta di operazione sincretica: Francesco “converte” il lupo, ovvero il Paganesimo ancora presente a Gubbio, e lo “seppellisce” all’interno di una Chiesa, senza però cancellarlo: ammansendolo, ovvero mantenendo quel rapporto che l’Antico aveva con la Natura non era vista da Francesco come qualcosa di “osceno” ma semplicemente da modificare, da venerare non per se stesso ma come Gloria del Signore.

”…Laudato si’, mi Signore, per sor’Acqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte…”