I Bardi e le Tecniche dell’Estasi

The Journey An angel journeys through the universe on her trusty steed, bringing hope and healing to a world beset with problems. The blindfold allows her to focus on how she can help us to become one with nature, and appreciate all the beauty that surrounds us. Cradled in her arms is the epitome of perfection, a rose, which symbolises the ultimate in floral beauty. Each petal contains more love than a thousand words! Josephine (Acrylic on Canvas) 40 x 30 - 2006
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di Andrea Romanazzi

Quando si parla di Bardi, viene subito in mente l’addestramento per divenire Druidi, e spesso non si da eccessiva importanza a questa figura vista, appunto, come un “passaggio” di grado. Il termine deriva direttamente dal proto-celtico bardos che significa: “alzare la voce, elogiare”. Esso compare per la prima volta in un atto ufficiale del 1449 in gaelico scozzese, per indicare un musicista itinerante, spesso utilizzato con atteggiamento sprezzante. Per gli studiosi I bardi erano i conservatori del sapere del popolo, quindi venivano istruiti per memorizzare tutte le tradizioni e i miti del popolo. Spesso, confusi con i Bardi, erano i Filid. Anche in questo caso il termine è “tardo”, lo ritroviamo associato a membri di di poeti in Irlanda, nel periodo del Rinascimento Irlandese. Il termine deriverebbe dal proto-celtico “widluios” , che significa “veggente, colui che vede”, “vedere”. Ciò potrebbe suggerire che i filid fossero in origine poeti profetici, che predissero il futuro sotto forma di versi o indovinelli, piuttosto che semplici poeti.

Il potere spesso associato alla “satira” nascosta nelle poesi dei Bardi e dei Filid poteva dunque nascondere ben altro? C’è però molto di più. Secondo molti racconti, i canti dei Filid erano in grado di ammansire le belve feroci, placare gli animi dei guerrieri schierati in battaglia, commuovere gli dèi del cielo fino a costringerli a versare lacrime di pioggia, assicurare buoni raccolti e bestiame fertile, donare serenità nelle assemblee, far innamorare i giovani; ma potevano anche scagliare maledizioni che rendevano sterili acque, terre, animali e boschi, far sprofondare la terra sotto i piedi, provocare tempeste di acqua e di fuoco, far comparire la nebbia in giornate di sole. Essi dunque erano i detentori del potere della parola. Uno dei più noti custodi della parola fu Amergin mac Míled, anche noto come Aimhirghin. Egli guidò l’invasione dei Milesi dell’Irlanda. Si narra che i sacerdoti dei dei Tuatha De Danann, per non far approdare gli invasori sull’isola scatenarono una tempesta magica. Ecco però che, attraverso il suo canto, Amergin, invoca lo “spirito d’Irlanda”, rompendo così la barriera magica e permettendo l’approdo delle navi. Questa canzone rimarrà poi nota come la “Canzone di Amergin”. Canto e Magia dunque. Anche in italiano, Il termine stesso “incantesimo”, atto a designare le “formule” utilizzate nella pratica magica deriva da in – canto. La preghiera è dunque strettamente connessa al canto o comunque al ritmo, pensiamo ad esempio ai mantra tibetani o le canzoni degli indiani d’America. Non pensiamo però a qualcosa di complesso, i canti possono essere davvero semplici. Tom Cowan racconta di una sua esperienza con uno sciamano eschimese che gli disse “…senza alcuna ragione sentii una grande, inspiegabile gioia, una gioia così forte che non potevo frenarla, ma che dovevo esprimere con un canto, un canto dispiegato, in cui c’era posto per una sola parola: Gioia!Gioia!” Secondo Erynn Rowan Laurie, membro fondatore del movimento ricostruzionista celtico, i Filid erano poeti dell’Estasi, dello stesso avviso è Nora K. Chadwick, dell’Università di Oxford, facendo riferimento ai suoi studi nell’area scozzese. Nel volume Scottish Gaelic Studies parla infatti di Tenm Láida e di “Imbas forosnai”, come tecniche per raggiungere l’illuminazione attraverso la poesia. I componimenti poetici celti, infatti, avevano, tra l’altro, lo scopo di “ispirare” coloro che ascoltavano. Usando i loro strumenti poetici, ovvero canti e parole, essi infatti inducevano le visioni. Un esempio appunto la pratica nota come Imbas Forosnai, ovvero il dono di chiaroveggenza  praticata dai poeti dell’antica Irlanda . Il termine stesso, Imbas, significa “ispirazione”, e in particolare si riferisce alla sacra ispirazione poetica.. Forosnai invece significa “illuminato” o “ciò che illumina”. Il termine lo ritroviamo per la prima volta nel Glossario di Cormac, realizzato attorno al 830-910 d.C. e contenente le etimologie e le spiegazioni di oltre 1400 parole irlandesi. Queste pratiche furono poi subito messe al bando da San Patrizio e i preti cristiani perché avrebbero favorito il contatto con il soprannaturale gli dei pagani, per questo oggi ci sono arrivate pochissime informazioni. Alcune tracce di tale pratica la troviamo però in qualche testo mitologico irlandese, come nel Ciclo di Fenian. Qui Fionn, durante la sua guovinezza, avrebbe appreso la tecnica dell’ Imbas Forosnai, inoltre, in una storia successiva, quando trova il corpo decapitato di un uomo nella sua casa, è in grado di identificarlo come Lomna, intonando il Tenm Láida. Ma Fionn non fu l’unico a usare queste tecniche per accedere alla “seconda vista”. La mitologia irlandese è disseminata di riferimenti all’uso della divinazione e della profezia nel canto. Il rituale tradizionale è andato perduto. Secondo la Chadwick quando il cliente chiedeva una risposta al quesito, il poeta, masticava carne ed ossa del suo animale totemico, spesso il cinghiale, il cane, il gatto per poi avere, attraverso il canto e il sonno, la visione. Una interpretazione.

Ad ogni modo io credo non ci sono molte differenze con i rituali delle parole di potenza orientali. Ripetività e ritmo li ritroviamo nel Buddismo indiano, il siddha, che utilizza il suono delle campane vajra-ghanta o l’uso ripetitivo del suono attraverso il potere della parola, il mantra, il corrispettivo occidentale della preghiera o della formula magica. Sono composti da monosillabi, o bijia, che spesso non hanno un significato preciso, ma semplicemente sono vibrazioni associate a particolari forze naturali. Il più noto è il famoso aum o om, l’apertura e chiusura di ogni mantra, il suono primordiale dell’Universo. Il “canto” permette di guardare le cose con altro sguardo, al di là delle loro forme ma focalizzando sui fenomeni. Se infatti tutto ciò che ci circonda è espressione del divino o porzione di esso, il canto può mettere in risonanza tali aspetti sopiti della realtà. Non è un caso che le cerimonie druidiche siano ancora aperte e chiuse dall’intonazione dell’AWEN (AAH-oo-en, or AAH-oo Wen), un vero e proprio mantra. E’ la richiesta della sacra ispirazione, espressione di energia divina, che fa vibrare ciò che circonda il druido. Non è un caso se nei Gwersu dell’OBOD vengono spesso richiamate tradizioni magiche legate alla cultura orientale. Il matra, o il canto possono permettere di trasformare, in maniera profonda il modo con cui si vive il mondo naturale, permettendo di muoversi in un altro spazio, in un’altra natura, in un’altra luce di quelle dell’esperienza dell’uomo comune, aprendo l’uomo alla “sensazione magica” del mondo, anche come solo un presentimento, una anticipazione di una verità che di li a poco si rivelerà. Si svela, dunque il potere di veggenza del Bardo.