I Guerrieri-Belva nelle Tradizioni Norrene

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di Gaetano Dini

C’erano un tempo i guerrieri-belva.

Queste figure descritte nelle varie saghe norrene con tratti fiabeschi e mitici, sono state figure realmente esistite.

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Nel mondo pagano scandinavo c’erano i guerrieri che in battaglia uccidevano e c’erano i guerrieri-belva che in battaglia massacravano.
I guerrieri-belva per diventare tali, erano capaci di evocare profonde forze della natura.
Anche Odino (Wotan) cui i guerrieri-belva erano votati, aveva infatti la prerogativa di trasformarsi
in vari animali ed uccelli.
Il dio inoltre nei suoi viaggi si accompagnava sempre con i suoi animali magici, due corvi parlanti, due feroci lupi, un cavallo ad otto zampe.
La mitologia nordico-scandinava aveva infatti profonde radici sciamaniche.

Nelle saghe norrene vengono descritti quattro gruppi di guerrieri-belva come speciali truppe scelte:
BERSERKER                        (Uomini Orso)
ULFEDHNAR                      (Uomini Lupo)
SVINFYLKING                  (Uomini Cinghiale)
HALFHUNDINGAS          (Uomini Cane)

Questi guerrieri i più numerosi dei quali appartenevano ai primi due gruppi, indossavano la pelle del loro animale totemico.
Per raggiungere lo stato di Furor questi guerrieri utilizzavano:la bevuta rituale con corni contenenti una birra molto forte, funghi allucinogeni, danze sacre.
Inoltre questi guerrieri-belva erano usi bere il sangue e mangiare la carne del proprio animale totemico al fine di trasferire in loro l’essenza dell’animale.
La danza rituale era più adatta agli Ulfedhnar, agli Svinfylking ed agli Halfhundingas che facevano prevalere in battaglia la forza del branco, mentre l’uso di funghi allucinogeni era più adatto ai Berserker che nella mischia combattevano isolatamente.
I Svinfylking combattevano in gruppo con la disposizione a “testa di cinghiale” che culminava con due guerrieri esperti nel combattimento d’ascia, una formazione a cuneo questa che permetteva di aprire il fronte nemico.
Prima di entrare in battaglia i guerrieri-belva battevano le armi sui loro scudi, li morsicavano emettendo rumori vocali dapprima sordi che raggiungevano poi un crescendo di suono simile a quello del mare in tempesta.
Una volta nella mischia questi guerrieri-belva uccidevano con un sol colpo, insensibili al ferro nemico. La loro furia in battaglia era tale che gli stessi compagni, se a loro vicini, rischiavano di essere colpiti.

Prima della battaglia l’animale totemico fungeva da iniziatore di questi guerrieri quasi in colloquio mistico/didattico con loro.
Si trattava infatti della trasformazione psico-comportamentale di alcuni guerrieri in belve.
Questi guerrieri sentivano insorgere dentro loro la ferinità a seguito dei procedimenti magico-rituali cui si erano sottoposti, quali appunto la danza estatica, l’assorbimento di bevande e sostanze inebrianti ed allucinogene. Sviluppavano così una mimesi esterna conforme a quella della belva specifica scelta, incutendo in battaglia un terrore fascinatorio sugli avversari.

In combattimento questi guerrieri erano infaticabili ed insensibili, quasi invulnerabili.
Vestiti di pelli di orsi, lupi, cinghiali, cani, terrorizzavano nella mischia gli avversari.
Paolo Diacono narra che i Longobardi fronteggiati da avversari germani di numero preponderante, dissero di avere nel loro accampamento guerrieri dalla testa di cane, feroci cinocefali che bevevano sangue, inducendo così gli avversari a ritirarsi.
Probabilmente i Longobardi vistosi accerchiati, avevano fatto ricorso ben reclamizzandolo al potenziale di una confraternita segreta di guerrieri scelti presenti nel loro accampamento, evocando le belve che dormivano in loro.

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fonte immagine: film.it

I guerrieri-belva rappresentavano l’incarnazione dell’esperienza estrema dell’eccesso, della forza invincibile, dello stravolgimento del sacro, caratteri questi propri di un mondo pagano ormai in estinzione, guerrieri che avevano compromesso qualsiasi tipo di comportamento di natura  sociale. Erano quindi una specie destinata fatalmente all’estinzione.
Finita la battaglia anche in tempo di pace i guerrieri-belva erano infatti socialmente pericolosi ed inaffidabili non essendo abili a nessun tipo di lavoro, versati solo al saccheggio ed alla razzia.  Questi guerrieri erano scapoli.
In Islanda non godevano di capacità giuridica e chi li uccideva non era  penalmente perseguibile.
I guerrieri-belva potevano però riacquistare la propria capacità giuridica quando si ritiravano definitivamente dai combattimenti e contraevano matrimonio.
A volte anche nella nuova vita civile manifestavano comportamenti strani, riconducibili alla loro precedente condizione.

Particolare della copertina del libro "Odisseo. Le imprese straordinarie del re di Itaca" – Credits: Mondadori Electa
Particolare della copertina del libro “Odisseo. Le imprese straordinarie del re di Itaca” – Credits: Mondadori Electa

Anche il mondo greco arcaico ha conosciuto la tensione del limite.
Le gesta eroiche degli antichi Achei, gli eroi omerici della guerra di Troia, si alternavano ad improvvise risate collettive (le famose risate omeriche) e ad altrettanto improvvise collere con terribili ire dei singoli eroi.
L’ira di Achille, quando Agamennone gli toglie la schiava Briseide.
L’ira di Aiace, gigantesco cugino di Achille, secondo solo lui in valore, quando Agamennone dona le armi del morto Achille ad Ulisse e non a lui. Tale ira si trasforma poi in pazzia ed Aiace dopo aver compiuto varie stragi di armenti, tornato in se si suicida trafiggendosi con la propria spada.

Un mondo questo al tramonto!

Ulisse impersona infatti il nuovo tipo di guerriero, non più epico ed eroico ma riflessivo, scaltro, utilitarista.

I Romani in battaglia tendevano a combattere calmi, controllati, al fine di mantenere l’ordine, la disciplina militare, l’accortezza tattica, la manovra geometrica, in una singola parola lo “Ius Armorum”.
La “Virtus”, la “Gravitas” mantenute in battaglia dai soldati romani, era sostituita da Germani e Celti con l’audacia, la temerarietà, il furore bellico.
Per i Romani l’individualismo personale espresso nel combattimento da Germani e Celti era un ostacolo alle tattiche e disciplinate manovre in battaglia ed ai comuni interessi di vittoria.
Il modo individualista di combattere dei guerrieri Germani e Celti manteneva ancora in se dei tratti omerici, quasi infantili quali la passione per le singole sfide, per i duelli, per i campioni.
Esistevano però delle differenze.
Mentre il furore in battaglia dei Celti era finalizzato ad apparire superuomini agli occhi degli altri e poter così avere riconoscimenti sociali, il furore in battaglia dei Germani era collegato al contatto col divino, senza ricadute sociali utilitaristiche.

Molti sovrani scandinavi utilizzavano con prudenza gruppi di guerrieri-belva come proprie guardie del corpo, facendo sempre attenzione a non far emergere il loro potenziale ferino.
Nel 1015 re Erik di Norvegia bandì definitivamente le confraternite guerriere degli uomini-belva.

La graduale scomparsa di queste figure è dovuta al superamento della società tribale a favore di forme sociali più elaborate sotto l’influsso del Cristianesimo quale portatore di un nuovo ecumene giuridico e sociale.
Le saghe nordiche con i loro inquietanti personaggi entrano quindi nell’oblio sostituite come sono dai romanzi cortesi che trattano nuove materie, quelle dei Cavalieri della Tavola Rotonda con l’esaltazione degli ideali di lealtà e purezza, quelle dei Cavalieri Medievali con l’esaltazione della donna, la valorizzazione dell’altruismo, della fede mistica, del nobile sentire.
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Bibliografia

  • Alle radici della cavalleria medievale – Franco Cardini –  Ed. La Nuova Italia, Firenze
  • I guerrieri-lupo nell’Europa arcaica – Christian Sighinolfi –  Ed. Il Cerchio, Rimini