I Maya

di Franco Corsi

La civiltà Maya è una delle civiltà più evolute dell’America precolombiana, si suddivide in tre periodi:

  • Epoca Arcaica o preclassica: (1500 a.C – 250 d.C circa), in cui compaiono la scrittura geroglifica e il calendario;
  • Epoca classica: (250-987 d.C), localizzata nel Paten-Chiapas è caratterizzata dallo sviluppo dei grandi centri cerimoniali e da imponenti opere viarie e d’irrigazione;
  • Epoca postclassica: (fino alla conquista spagnola) inaugurata dalle invasioni Tolteche, che spostarono il centro di gravità Maya nello Yucatan, bassopiano settentrionale nella parte meridionale della Mesoamerica e introdussero il culto del serpente piumato (kukulcan) e i sacrifici umani.

La conquista spagnola iniziata nel 1523, respinse nelle foreste del Peten le ultime isole di civiltà Maya, che capitolarono soltanto nel 1697.

Abili navigatori ed esperti di astronomia, elaborarono un calendario solare prossimo alla durata assoluta dell’anno astronomico. La loro società, schiavistica e fortemente stratificata, fu retta nel periodo classico da caste sacerdotali, cui subentrarono oligarchie guerriere maya-tolteche.

L’architettura del tardo periodo Preclassico vede il sorgere di grandi piramidi (Tikal, Copan, Palenque) e di tombe a volta in aggetto. Il operiodo Classico presenta grandi centri urbani organizzati intorno ad una piazza e fondati su una collina artificiale (Uaxactum) o su terrazze (Palenque).

Le piazze ospitano altari in pietra e stele, nello Yucatan si svilupparono veri e propri stili architettonici: a Nord lo stile Puuc; a Sud lo stile Chenes; a Sud-Est lo sile Rio Bec. Il maggiore centro pittorico è Bonampack, la ceramica è incisa o dipinta, l’architettura postclassica tende alla monumentalità, caratteristica ripresa della pittura.

I punti Cardinali

Nord = (Xaman) – bianco- (Zac);
Sud = (Hohol) – giallo (Kan);
Est= (Hakin) – rosso (Chac)
Owest= (Chikin) – nero (ek)

“La magia dipende sempre da un sistema per spiegare l’Universo e le sue caratteristiche, sono sempre strettamente legate ad un apparato che governa la direzione e il ritmo di movimento secondo regole ben precise…”

Affinità con l’Egitto

Il fatto che una pianta celeste fosse stata incorporata in località chiave dell’Egitto e del Messico non escludeva in alcun modo le funzioni religiose. Al contrario, qualunque fosse lo scopo cui erano destinati, è certo che i monumenti di Teotihuacan, come quelli dell’altopiano di Giza, avevano un importante ruolo religioso nella vita delle comunità che servivano.

Proprio come a Giza, a Teotihuacan erano state erette tre piramidi principali: la piramide di Quetzalcoatl, quella del Sole, e della Luna.

Anche le cime sono uguali, infatti quella di Chefren in Egitto, è  uguale  a quella Grande anche se questa era più alta, e la piramide del Sole e quella della Luna sono ora sullo stesso livello, anche se la prima era più alta.

Località

La riviera Maya è costeggiata da una barriera corallina, per dimensioni seconda sola a quell’Australiana, che offre esperienze indimenticabili ai sub, ci sono spiagge bianche e lunghe costeggiate da palme con un clima  dolce.

Palenque, città delle iscrizioni

Immagine in bassorilievo raffigurante il sovrano Pakal, sulla lastra funebre, che si innalza verso le sfere celesti.Tempio delle Iscrizioni, Palenque (metà del VII secolo d.C.)

Palenque, insieme ai centri cerimoniali di Copan, Tikal e Calakmul, fu considerata dagli antichi Maya come uno dei quattro angoli dell’universo.

I centri cerimoniali, dove vivevano i nobili e i sacerdoti, erano modelli del cosmo destinsti a riprodurre su scala umana l’immensità delle creazioni divine. Quando il popolo, chiamato ad assistere ai rituali, confluiva nelle grandi piazze ai piedi dei templi e dei palazzi, diventava testimone dell’identificazione perpetua dei governanti con i creatori divini.

I templi Maya, spesso disposti in gruppi ideali di tre, riproducevano montagne sacre al cui interno vivevano le divinità e gli spiriti degli antenati. Le stele erette periodicamente nelle piazze simboleggiavano alberi cosmici, capaci di connettere gli spazi inferiori del cosmo con i cieli più lontani, mentre gli altari erano immagini del pianeta. Le terrazze ed i templi di Palenque si estendono ai piedi del grande complesso montuoso del Chiapas. Ancora oggi, solamente una parte del complesso monumentale della città viene mantenuta sgombra dalla vegetazione, aprezzo di continui sforzi, perché turisti e studiosi lo possano visitare.

Gli alberi della foresta tropicale si protendono sullo sfondo degli edifici restaurati come minacciose onde immobili, nere e smeraldo. La città è denominata dal cosiddetto “Palazzo”, un complesso templare eretto su una terrazza rettangolare e munito di una scalinata monumentale. I bassorilievi e le iscrizioni geroglifiche  rappresentano solenni scene di investitura di grandi personaggi della città.

Le Triadi sacre, oltre al tempio delle Iscrizioni, quelli del Sole, della Croce Foliata. La triade templare ricorda da un lato il mito Maya della creazione, secondo il quale il mondo fu creato a partire da tre sassi disposti a triangolo; dall’altro rimanda alla struttura del focolare nelle case Maya, anch’essa comprendente tre pietre.

I templi sono eretti su grandi piramidi in pietra: hanno sulla facciata un porticato ad aperture multiple, dalle quali si accede un’anticamera e quindi ad un vano sacro coperto, contenente pannelli scolpiti che narrano le vicende dinastiche delle signorie. I templi di Palenque furono decorati con colori brillanti: le raffigurazioni erano di ordine cosmogonico. Due dei Templi, quello elle Iscrizioni  e quello denominato convenzionalmente con il numero romano XIII, erano strutture funerarie e custodivano i sarcofagi di defunti di rango elevato.

Nelle viscere del Tempio,  dal pianerottolo partiva anche una seconda rampa di scale che si addentrava nelle viscere della piramide. Essa condusse gli archeologi ad un muro davanti al quale  giacevano vasi in ceramica, conchiglie marine ricolme di colorante rosse e preziosi gioielli in giada. Oltre il muro, si apriva una sepoltura collettiva contenente sei individui privi di corredo; la rimozione di un’altra lastra portò l’Huillier all’interno di una cripta che custodiva, al centro, un’enorme sarcofago in pietra, con un coperchio scolpito a bassorilievo, per la prima volta, si ebbe la certezza che anche le piramidi Maya   potevano essere state utilizzate come sepolcri. Oggi sappiamo che il signore sepolto nella cripta è il grande governatore Pakal II. Dall’esame del suo scheletro sappiamo che morì all’età di 40-50 anni; era stato coperto da un sudario rosso e la sua maschera era un finissimo mosaico  di lastre di giada, conchiglia e ossidiana fissate su un morbido strato di stucco. La maschera venne rinvenuta in polvere e frammenti, ancora al suo posto sul volto di Pakal; dopo il restauro, è nuovamente in grado di trasmettere un’impressione di autorità e indomabile vitalità. Il signore era stato sepolto con: un pendente che raffigurava Zotz, il Dio pipistrello, copricapo di dischi di Giada, orecchini, collane, un pettorale, anelli, offerte votive e sul Sarcofago e alle pareti della cripta correvano immagini dei nove signori dell’oltretomba, testimoni del lungo viaggio ultraterreno di Pakal, immagini di rettili, simboli astronomici e iscrizioni.

Palenque, Pakal e gli extraterrestri, nel 1952 è stata compiuta a Palenque una straordinaria scoperta archeologica, la tomba del sovrano Pakal, in un primo momento una teoria molto fantasiosa aveva dato edito alla nascita del “filone extraterrestre”, legato all’origine dei Maya, identificando il personaggio del coperchio della tomba come un astronauta alla guida del suo mezzo interstellare. Oggi la teoria ufficiale è quella che vede nella figura di Pakal l’impersonificazione del Dio del mais, principale risorsa alimentare di quelle popolazioni, e nella complessa simbologia della croce lo schema mitologico della nascita e della morte.

L’enigma di Palenque: Re o Astronauta?

L’ enigma della lastra tombale del Tempio delle Leggi o delle Iscrizioni di Palenque, un’antica città Maya situata quasi nel baricentro geografico della penisola dello Yucatan, dal momento della sua scoperta ha fatto veramente parlare molto di sé. Non si è trattato infatti di un semplice (anche se oltremodo interessante) ritrovamento archeologico, bensì di una vera e propria curiosità scientifica.

Gli studiosi che l’hanno esaminata (a cominciare dallo scopritore, l’archeologo messicano Alberto Ruz Lhuillier) sono tutti rimasti piuttosto perplessi ; non tanto per la traduzione dei geroglifici (peraltro numerosissimi) quanto per l’interpretazione di ciò che raffigurava il bassorilievo stesso, datato intorno al 690 d.C.
La strana immagine, per entrare subito nel merito della questione, ha in effetti fatto galoppare alquanto la fantasia: non solo quella di chi si occupa della cosiddetta archeologia spaziale, ma anche quella di noti e preparati archeologi, tanto essa risulta emblematicamente rappresentativa; in altri termini il fatto è che per chiunque la osservi non vi sono troppi dubbi; si tratta apparentemente della raffigurazione, in sezione, di un astronauta vissuto in tempi remoti a bordo della sua navicella spaziale gettosostentata. Per quanto ci riguarda proveremo dunque in questa sede ad analizzare con metodo chiaro e imparziale tutta la questione partendo da un minimo inquadramento storico relativo alla scopertasia del tempio che della tomba, onde passare poi al dettaglio descrittivo e alle varie interpretazioni più o meno giustificabili di ciò che visivamente risultapercepibile.

La pietra sepolcrale

Ma eccoci finalmente all’oggetto del nostro problema: aI centro della cripta l’enorme monumento composto dalla pietra sepolcrale e da un blocco monolitico sostenuto da sei supporti anch’essi monolitici, di cui quattro interamente scolpiti. La lastra, ben profilata, aveva una misura di metri 3,80 di lunghezza per 2,20 di larghezza e uno spessore di 25 centimetri, e ne fu calcolato anche il peso (intorno alle 5 tonnellate). Tutti questi dati possono risultare aridi e non sufficientemente pertinenti alla questione principale che andremo ora ad esaminare. Al contrario noi riteniamo quanto mai utile e doveroso un minimo inquadramento generale, sia storico che descrittivo, per poter comprendere meglio tutto il resto.

Attorno all’orlo del grosso lastrone del quale abbiamo detto, dunque, correva un’iscrizione pressoché indecifrabile, ricca di segni e simboli; in essi si riconobbero, ricavandole a fatica, tredici date che permisero comunque, di fissare l’opera al 692 d.C. e risalire al nome del defunto, il re-sacerdote Pacai. Sulla superficie di pietra era invece scolpita l’immagine di un uomo (e fu qui che le cose si complicarono oltre il limite abbastanza preciso della conoscenza dell’Archeologia nel senso classico del termine); quell’uomo infatti era seduto o meglio quasi coricato in avanti e sembrava caratterizzato, dalla tipica posizione di un moderno pilota o astronauta. Dalle narici (alle quali sembrava applicato un respiratore) fuoriuscivano infatti dei tubicini collegati al restante incredibile macchinario. Le mani dell’individuo stringevano poi come dei comandi e delle leve proprio come noi oggi le intendiamo. L’involucro che lo conteneva, infine, appariva con impressionante somiglianza come l’interno di una navicella spaziale vista in sezione, e per concludere questa prima sommaria ma pur sempre sconcertante descrizione, proprio alle spalle del presunto «antico astronauta» erano stati scolpiti dall’autore del bassorilievo, persino quelle che sembravano le infuocate vampe di scarico posteriori che, in un moderno mezzo gettosostentato, servono ad imprimere la spinta sufficiente (mediante la propulsione a reazione) per poter consentire al sistema di levarsi in volo.

In un attimo per i membri della spedizione sembrò che il passato, il presente ed il futuro, fossero divenuti un unico momento, ma come potevano dunque i Maya descrivere ciò che soltanto oggi ci è dato conoscere? Chi era dunque quello strano individuo che sembrava pilotare a tutti gli effetti un’astronave? Per saperne di più non rimaneva a questo punto che aprire quel sarcofago per osservarne il contenuto con grande attenzione.

L’uomo misterioso

L’interno della cavità si presentò così completamente intonacato di rosso cinabro, e accoglieva lo scheletro di un uomo di circa 40-45 anni di età e alto 1 metro e 73 centimetri, giacente in posizione normale e senza tracce apparenti di lesioni. Il teschio, parzialmente decomposto a causa dell’umidità, era ricoperto in parte da una maschera a mosaico, fatta con tessere di giada verde, che ne riproduceva con fedeltà i tratti del volto. L’uomo aveva una anello di giada ad ogni dito delle mani mentre ai polsi portava dei bracciali piuttosto alti, composti da 200 perline. Anche il collo e le cavigliie erano ornati da perle di vario genere e pietre dure. Fra gli altri monili rinvenuti nella tomba, un pettorale incuriosì gli archeologi particolarmente; esso era composto da nove cerchi concentrici, ognuno dei quali costituito da 21 perle, con in più, al centro, un’enorme falsa perla ottenuta con l’unione di due ostriche perlifere.

Nella bocca infine, e più precisamente proprio nell’interno della cavità orale, fu rinvenuto un grano di giada scura che (secondo il culto del popolo Maya), doveva servire al defunto per l’acquisto degli alimenti nell’altro mondo. L’Halah LLinic (come fu chiamato il misterioso personaggio, letteramente un «vero uomo») stringeva nella mano sinistra una perla sferica e nella destra una cubica.
Il sarcorfago, nel suo insieme, risultò collegato alla soglia della cripta con una strana modanatura di calce, che si trasformava poi addirittura in una condotta vuota. Questa seguiva le scale fino al congiungimento con la lastra rimossa dagli archeologi sul pavimento del tempio nel momento in cui fu iniziata l’esplorazione dell’interno della piramide; una sorta di collegamento magico fra il sepolto (un probabile principe divinizzato), e l’Ah Kin Mai, ovvero il sommo sacerdote. Niente di troppo anormale quindi nell’interno come ci si sarebbe aspettati da quell’incredibile bassorilievo sul coperchio.

Comunque sia, la distribuzione degli oggetti sul corpo del defunto assumeva significati abbastanza insoliti e particolari, sopratutto dal punto di vista simbolico. Ciò che egli stringeva nelle mani, assiema ai curioso pettorale, sembrava infatti poter anche suggerire l’ipotesi di un misterioso naufrago spaziale, specie a chi avesse voluto interpretare gli oggetti come una sorta di rappresentazione geometrica a scala ridotta del nostro sistema solare. Fantasie?

La spiegazione ufficiale

Il bassorilievo del lastrone di copertura della tomba viene normalmente interpretato come la raffigurazione, di tipo simbolico-religioso, del «Mostro della Terra», una divinità con sembianze di grosso rettile o dragone che si nutre dei corpi dei defunti, quasi con la funzione di riassorbirli nel proprio interno (così come da esso un tempo sono stati generati). La scena è arricchita ovunque da molte altre allegorie simboleggianti l’Albero della vita, il mais, l’acqua, il fulmine, il sole e la luna e l’onnipresente «quetzal» una sorta di grosso pappagallo ritenuto un uccello sacro. Se proviamo per un attimo ad osservare altri numerosi esempi dell’arte della raffigurazione simbolica del popolo maya, potremo facilmente ritrovare molti degli elementi che costituiscono proprio la lastra tombale di Palenque; questo non perché in altri casi si sono voluti esprimere gli stessi significati, bensì perché ci troviamo di fronte ad una specie di -alfabeto figurato componibile, in grado di essere costruito a seconda delle esigenza proprie del significato stesso.

Questo però non può e non deve spiegare in nessun modo quello che è il risultato finale della composizione stessa, che nel caso in questione continua ad essere almeno estremamente curiosa.

Esistono anche altre testimonianze curiose dal punto di vista della rappresentazione figurata a Palenque come il famoso «guerriero», un personaggio scolpito su una stele, riccamente parato e con in mano uno strano oggetto che potrebbe raffigurare tranquillamente un moderno fucile mitragliatore o un lanciafiamme. Le caratteristiche somatiche poi appaiono identiche a quelle del nostro «astronauta».

Qui il discorso ci porterebbe ancora più lontano complicandosi oltremisura; ci basti tener presente che il nostro non è certo l’unico e più significativo esempio di un’arte che sembra testimoniare non solo un passato ma anche un futuro, il nostro.
Se prima di concludere ci voltiamo per un attimo a guardare di nuovo il bassorilievo ci viene spontanea un’altra considerazione: e cioè il fatto che in questo, come in altri casi la spiegazione data dalla scienza ufficiale (nella fattispecie l’archeologia), sembra in effetti non solo meno credibile, ma anche più curiosamente divertente e forzata di quella dei sostenitori della cosiddetta «archeologia spaziale». Concludendo non possiamo non aggiungere, schierandosi per un momento con questi ultimi, che Palenque, è solo il nome dato dagli spagnoli durante il. loro dominio alla località, ma che il nome antico della città era «Na Chan Caan», letteralmente «La Casa del Serpente Celeste».
Una coincidenza? Ma concludiamo con una unica doverosa citazione. Come rileva G. Mondalesi nel suo «Palenque… 20 tonnellate di mistero», «perché un’idea venga ufficializzata occorre tempo, ma ci pare estremamente contraddittorio il comportamento che porta l’Uomo a spedire nello spazio una sonda con sopra la targhetta ‘messaggio’ alla ricerca di una civiltà extraterrestre, quando non si riesce a vedere quelle che si hanno in casa propria».

La stirpe di Pakal

Gli studiosi sono ora in grado di leggere i nomi dei governatori maya così come si pronunciavano: a Palenque troviamo Akul-ah Nab I, K’an-Hok’-Chitam I, Akul-Ah Nab II, Kan-Balam I, signora Ol-Nal, Newal, signora Sak-K’uk e Hanab Pakal II.

Quest’ultimo signore sepolto nel Tempio delle Iscrizioni di Palenque; le sue imprese furono raccontate in due diverse iscrizioni, l’una nella sua tomba, la seconda sulle mura del palazzo. Pakal nacque in una data segnata come “9.8.9.13.0,8.Ahaw 13 Pop” che, in termini a noi molto più accessibili, indica il 26 Marzo 603 d.C..

Secondo gli epigrafisti, l’iscrizione recita: “Era nato, grande sole, giglio scuro, signore del sacro sangue…”. Quando Pakal ebbe 12 anni, la madre abbandonò il trono e lo disegnò come erede. Il giorno 22 Marzo 626 d.C. Pakal sposò Tz’ak Ahwal; la coppia reale ebbe due figli, Kan Balam II, erede a sei anni, e Kan Hoch Chitam II. Per capire meglio i nomi bisogna sapere che Pakal significa “scudo”, che il nome del suo primogenito Kan Balam vuol dire “giaguaro serpente” e che al secondo genito andò ben peggio: Kan Hoch Chitam significa letteralmente “prezioso nodo pecari”. Si parla poi di due diversi attacchi sferrati a Palenque dal signore della città di Calakmul e della commemorazione di un’eclissi lunare cui presenziò il signore di Tikal.

L’eclissi portò moltissima sfortuna all’uomo di Tikal, giacché egli venne catturato ed ucciso. I geroglifici menzionano altre guerre da cui Pakal uscì vittorioso, stabilizzando così il regno e garantendo il diritto alla successione sul trono del figlio Kan Balam II.

Tikal: l’antica città Maya

Misteriosa Tikal, la più grande e la più antica città Maya. Innanzi tutto la sua posizione è strana, perché mai i Maya, grandi matematici e astronomi senza pari alla loro epoca, s’insediarono in una delle zone più inospitali, la foresta nel nord del Guatemala, regione occupata da giungla ed acquitrini, umida e calda?

E, in condizioni così poco favorevoli, come hanno potuto costruire una città così grande, costituita da otto piramidi, ottanta piccoli edifici, templi e palazzi, con un’immensa piazza al centro?.  Gli scavi, iniziati nel 1924, dovranno ancora prolungarsi per decine d’anni per liberare le rovine di tutti gli edifici nascosti in mezzo alla lussureggiante vegetazione.

E, infine, perché i Maya nel IX secolo, e cioè dopo 500 anni dalla fondazione, abbandonarono la loro civiltà? Sono tutti interrogativi di cui la foresta conserva gelosamente la risposta, così come, ha protetto gelosamente Tikal, per nove secoli, da occhi indiscreti. La città è situata nella foresta del Peten, datata fra il 600 a.C. e il 900 d.C..

Le genti vicine

Al culmine del loro potere (circa 200-925 d.C.), i Maya ebbero come vicini i rappresentanti d’altre grandi civiltà: gli Olmechi di La Venta, che dal confine occidentale, prima del 200 d.C., esercitarono un notevole ascendente sulla cultura Maya; gli abitanti del centro urbano di Teotihuacan, a nord-est di Città del Messico, che intorno all’anno 1000 s’imposero sui Maya dello Yucatan; gli Zapotechi, che vivevano nella valle d’Oaxaca con capitale a Monte Alban,; le popolazioni di Veracruz,  ai confini centrosettentrionali, con lo stanziamento El Tajin, fiorito intorno al 1000 d.C. In passato, si ripeteva spesso che la civiltà Maya si era sviluppata in “splendido isolamento”, nelle foreste e negli altopiani. Oggi, invece, gli archeologi hanno scoperto che ognuno di questi popoli vicini, influenzò in varia misura lo sviluppo della cultura Maya classica e, a sua volta, ne fu influenzato.

Lingue e volti dei Maya

I discendenti dei Maya vivono ancora oggi nelle terre che furono testimoni dell’ascesa e della caduta delle loro potenti città.

Nella regione si parlano, o si parlavano fino a poco tempo fa, lingue che discendono direttamente da quelle diffuse mille anni fa: tra loro vi sono lo yucateco, il chontal, le lingue Chol, il tzotzil; e sugli altopiani il quiche e altre ancora. Al di là della parentela linguistica, si sostiene comunemente che gli attuali Maya della pianura siano gli eredi, anche dal punto di vista dell’antropologia fisica, dei costruttori delle grandi città del periodo classico. I Maya odierni hanno il viso ampio e gli zigomi sporgenti, il naso largo ed adunco, il labbro inferiore un po’ cascante; i loro lineamenti sono spesso morbidi. Hanno i capelli neri, dritti o appena ondulati e gli occhi scuri.

Spesso, le palpebre hanno una piega che dà agli occhi una forma a mandorla, tratto che si ritrova nelle antiche sculture Maya.