I Misteri Eleusini

di Alessandra Economo* del Gruppo Mizar

Prima di iniziare a parlare specificatamente dei misteri Eleusini, è necessario innanzitutto situare i culti di mistero entro una tipologia che renda conto delle differenze ed affinità rispetto ad altri rituali.Sarà un’analisi ridotta all’essenziale, che risulta però necessaria per comprendere lo spirito dei misteri di Eleusi.

Una categoria molto generica fu proposta dallo studioso Van Gennep nel 1909: si tratta dei “riti di passaggio”, che sanciscono il passaggio da una condizione ad un’altra, e possono riguardare tanto la collettività che il singolo.

Solo per fare un esempio, si parla di riti di passaggio collettivi nel caso di riti di rinnovamento periodico della fertilità e della vita, con ritmo stagionale e quindi ciclico. Questi culti stagionali di fecondità si basano su un racconto “mitico”: la vicenda di una divinità, o meglio una coppia di dei, è la motivazione del rito e di ciò che esso celebra annualmente. Laddove il rito ripete annualmente ciò che è avvenuto una volta sola: è proprio il caso della vicenda di Persefone, di Attis, Adonis, Osiride, Dumuzi, tutti dei carat-terizzati non da una definitiva resurrezione, ma da una capacità “tornante”, definiti dei in vicenda, e “paredri”, ovvero partners, di una dea “stabile”: Demetra, Cibele, Afrodite, Iside, Inanna.

I riti di passaggio del singolo sanciscono momenti essenziali nella vita, come la nascita, le nozze, i funerali, che sono anch’essi passaggi da uno stato ad un altro. Tra i riti individuali vi sono i rituali di iniziazione, che implicano cioè un segreto, hanno un carattere esoterico, e differiscono da quelli prima citati proprio per questa loro con-notazione: il segreto iniziatico, condiviso da tutti i membri del gruppo, e solo da loro, costituisce il legame più specifico per contraddistinguerlo dalla massa dei non iniziati.

Ad esempio, di questi fa parte il rito di pubertà maschile, in cui alcuni giovani ricevono l’iniziazione dai più anziani, e tramite prove e riti si consacra il loro passaggio al gruppo tribale, implicante la possibilità di esercitare tutte le funzioni cui tale appartenenza dà diritto. Senz’altro più conosciute sono le società iniziatiche, che implicano una serie di iniziazioni e quindi l’accesso a gradi sempre più elevati di conoscenza; le società segrete, che sono un’evo-luzione delle precedenti e di certo più elitarie ed impenetrabili; le società di mestiere, o corporazioni, ed anche, in certo qual modo, l’iniziazione alla qualità di sciamano, benché essa non avvenga all’interno di un gruppo come tutte le altre. Queste poche righe non mirano ad esaurire il tema (che meriterebbe lunghi studi e fiumi di parole) ma solo ad inquadrare molto schematicamente alcuni rituali.

Ma è necessario ancora soffermarci sulla terminologia: derivando infatti dal greco mystes, ovvero iniziato, molti storici fanno del mondo greco ed ellenistico la culla dei culti misterici. Non va però dimenticato che sul ciclo morte-resurrezione si basavano anche i misteri di Iside ed Osiride, che, nati in Egitto, sono da molti considerati la vera matrice dei culti orfici e dionisiaci, di Attis e Cibele, di Adone ed Astante.

Tutti poi si diffusero nel mondo greco-latino. Siano i culti misterici di matrice egizia o greca, il termine mistico non può essere interpretato cristianamente come fuga dal molteplice e ricerca dell’Uno, come atteggiamento religioso in cui l’anima del fedele tende ad avvicinarsi a Dio. Per l’Ateniese significava interferenza tra due piani, quello umano e quello divino, con particolare riferimento agli dei mistici, che proprio per queste loro vicende di morte prima, e di ricomparsa poi, subivano un destino umano.

Il “fedele” che partecipava alle loro storie e diveniva familiare con essi, poteva godere di tutti quegli effetti benefici che scaturivano dalla risoluzione positiva della vicenda del dio. I culti di fecondità sono, dunque, culti mistici.

I culti misterici sono culti mistici in cui si aggiunge sia l’elemento dell’inizia-zione individuale, anche se nel contesto di un gruppo, sia la speranza di una beatitudine prima e dopo la morte.

A questo punto si può affermare che i Misteri Eleusini sono un culto mistico e misterico insieme. Pur esistendo altri culti di mistero che celebravano la rinascita annuale, quello di Eleusi aveva un ruolo privilegiato nella Grecia classica, anche perché costituiva un elemento aggregante notevole. Infatti, diversamente da altri riti, vi erano ammessi tutti, al di là dell’appartenenza sociale, purché parlassero la lingua greca e non avessero le mani macchiate di sangue umano. Si svolgevano annualmente in onore di Demetra e Persefone nella città di Eleusi, a circa 22 Km da Atene, dove folle di adoratori si riversavano, aiutati anche da un periodo di tregua di 55 giorni stabilito proprio per facilitare la partecipazione ai Misteri. Nonostante la condanna dei Padri della Chiesa, i Misteri, che si erano celebrati per 2000 anni, continuarono ancora per centinaia di anni dopo l’arrivo del Cristianesimo.

Il santuario di Eleusi fu chiuso nel 391 dall’imperatore Teodosio, la città distrutta nel 395 d.C. dai Visigoti. Prima di entrare nei dettagli, sarà bene far riferimento alle fonti in nostro possesso, tenendo conto che anche in quelle dei Padri della Chiesa, che naturalmente ironizzavano e denigravano i riti, trapelano notizie interessanti. E’ a queste fonti e agli scritti di autori pagani, più che reticenti, che dobbiamo inevitabilmente riferirci, mancando qualsiasi notizia certa circa la vera essenza dei misteri, cosa che d’altro canto sottolinea la loro fondamentale importanza proprio tacendone i segreti.

Come fonte principale partiamo dall’Inno a Demetra, attribuito ad Omero, ma scritto più tardi. Nonostante questo, un’analisi del testo, la cui datazione è incerta, di circa 495 versi, è doverosa. Oggetto dell’inno è il rapimento di Persefone (che i greci chiamavano Kore, o Fanciulla) da parte di Ade, la venuta di Demetra in lutto ad Eleusi, la liberazione parziale della figlia e l’istituzione dei riti eleusini. Il rapimento è descritto all’inizio: mentre Kore gioca con le Oceanine nella pianura Nisea, un meraviglioso fiore, un narciso, fatto nascere appositamente da Gaia, la Terra, la distrae. Nell’atto di raccoglierlo, la dea vede la terra aprirsi ed uscire il fratello di Zeus col suo carro. Ade la rapisce, e a nulla valgono le grida della fanciulla che, inascoltata, viene condotta negli Inferi. Demetra, sconsolata, la cerca invano, prendendo il lutto ed astenendosi dal nettare, dall’ambrosia e dal bagno (distaccandosi, quindi, dagli altri dei dell’Olimpo). Nel suo cercare, incontra gli unici due testimoni del rapimento, Ecate ed Helios, il quale le spiega ciò che è accaduto, esortandola a rassegnarsi al volere di Zeus, che ha dato a Kore un dio come sposo. Se non si rassegna come madre, quindi, Demetra dovrebbe rassegnarsi in quanto dea. Ma, al contrario, ella solidarizza con gli uomini: si reca presso di loro, pur mascherando la sua vera identità sotto le spoglie di un’anziana nutrice. Giunta ad Eleusi, incontra le figlie di Celeo, il re locale, che la conducono alla reggia, al cospetto di Metaneira, loro madre e regina. Questa le offre il trono, ma Demetra si siede su un rozzo sedile, più angosciata che mai, rifiuta il vino rosso offertole, e chiede il ciceone (bevanda di cui tratteremo più avanti). Accetta invece di occuparsi del piccolo figlio della regina, che alleva come fosse un dio, e tratta di notte con tutta una serie di rituali, quali l’unzione con l’ambrosia e l’immersione nel fuoco, allo scopo di renderlo immortale. Metaneira, scoper-to ciò che succede, è terrorizzata: dopo un’invettiva contro la sua stupidità che causerà al figlio la venuta della morte, Demetra si rivela e chiede che venga costruito un tempio in suo onore, dove insegnerà alla gente i suoi riti speciali. Poi scompare.

Ultimato il tempio, la dea vi prende dimora, e si rifiuta di riunirsi agli altri dei nell’Olimpo. E rifiuta di far germogliare i semi: segue un anno di carestia e di sofferenza tanto per gli uomini quanto per gli dei, che non hanno più sacrifici. Zeus deve intervenire e lo fa tramite la messaggera Iride, comandando a Demetra di riprendere le sue funzioni.

Ma l’arma di Demetra è proprio questa: lei può minacciare l’ordine prestabilito, ed in questo modo spinge Zeus a cedere alla sua richiesta di riavere con sé Persefone. A questo punto Zeus manda Hermes da Ade con la richiesta di riportare Kore a Demetra. Pur accettando, Ade ricorre ad uno stratagemma: fa mangiare a sua moglie un chicco di melograno, di modo che ella sarà costretta a passare un terzo di ogni anno con lui, in inverno, ed i due restanti terzi tra gli dei, risalendo alla luce in primavera. Demetra accetta e la pianura rifiorisce.

Il poema termina con l’invocazione delle due dee ed una promessa di ricchezza ai loro devoti, sia in questa vita che in quella futura:

“….E Demetra a tutti mostrò i riti misterici a Trittolemo e a Polissero, e inoltre a Diocle, i riti santi, che non si possono trasgredire né apprendere né proferire: difatti una grande attonita atterrita reverenza per gli dei impedisce la voce. Felice colui – tra gli uomini viventi sulla terra – che ha visto queste cose: chi invece non è stato iniziato ai riti sacri chi non ha avuto questa sorte non avrà mai un uguale destino, da morto, nelle umide tenebre marcescenti di laggiu’.”

La divinità oggetto del culto era in origine agraria. Tutta la civiltà cretese-egea venera la Potnia, ovvero signora, patrona, potente, ossia la terra, la Grande Madre, che dà la vita, e sperimenta la morte per poi tornare in vita; depositaria delle forze della natura e del ciclo vitale. E’ sempre raffigurata con una torcia alta nella sua mano, il fiore ancora chiuso, simbolo della virtù generante, e la melagrana matura, simbolo di fecondità e sessualità.

C’è un naturalismo di base, in cui le divinità sono ctonie, cioè connesse con la terra, la vegetazione, il suolo. Possiamo dunque dire che Demetra deriva dall’antica divinità delle trasformazioni, quella selvatica e misteriosa, che come la terra conosce una metamorfosi delle forme, la pausa e il risveglio, il nascere, morire e rinascere. Questa sua derivazione si evince anche dell’etimologia del nome, che alcuni fanno derivare

da DaMeter, dove Da sta per gea, ossia terra. La stessa radice si ritrova nel nome di Poseidone, fatto derivare da Poteidan, ossia marito di Da.

Infatti egli è marito di Demetra.Non si sa con certezza come e quando il culto

agrario divenne rito misterico, ma, dal momento che i misteri eleusini venivano patrocinati dallo Stato, sicuramente rappresentavano qualcosa di molto pericoloso, tanto da doverlo controllare. In realtà si poteva controllare l’aspetto essoterico del culto, ovvero quella parte di esso che si svolgeva pubblicamente: la processione che, essendo visibile da tutti, quasi sottintendeva il carattere esoterico, occulto, quello che non era di dominio pubblico, ma appannaggio di pochi. Potremmo dire che il carattere volutamente luminoso della processione riproduceva il mito, mentre nel più totale segreto venivano svolte le iniziazioni.

Siamo giunti nel vivo dei misteri,che vedevano la presenza di vari personaggi.
I più importanti erano il Sommo Sacerdote o Ierofante,l’unico che entrava nella stanza segreta,
dove erano custoditi gli oggetti sacri,
o Hiera, che officiava le parti più solenni dei riti,aiutato dalla Sacerdotessa.
Colui che portava la fiaccola era il Dadouchos,
che purificava chi ne aveva bisogno,
aiutato dalla dadouchosa, sua assistente,
con cui provvedeva agli effetti luce durante la celebrazione.
C’erano, inoltre, dei personaggi minori: dall’araldo ufficiale, o Hieorokeryx,
che richiamava al silenzio,
al Prete che officiava i sacrifici animali, ed altre sacerdotesse,
alcune delle quali prendevano parte al dramma inscenato,
altre forse portavano gli oggetti sacri in processione.
La celebrazione prevedeva due fasi:
i Piccoli e i Grandi Misteri. I Piccoli Misteri…

… si svolgevano nel mese dei fiori Anthesterion (febbraio-marzo), e celebravano la nascita della natura, ovvero il ritorno di Kore sulla terra.

Si svolgevano ad Agrai, sobborgo di Atene, sulle rive del fiume Illisso.

Della durata di tre giorni, essi preparavano, purificando, ai Grandi Misteri, tramite meditazioni, preghiere, atti di penitenza, sacrifici, alla fine dei quali gli iniziandi, ossia i mystes, si coprivano il capo. Ciò ad indicare che, pur avendo intrapreso il cammino verso la suprema conoscenza, non ne avevano ancora scoperto il segreto.

Il tutto avveniva sotto la direzione di un mistagogo, che li istruiva anche sui miti che narravano le vicende delle due dee.

I Grandi Misteri avevano luogo nel mese di Boedromion (settembre-ottobre) e duravano 9 giorni, dal 15 al 23; ogni giorno gli iniziati seguivano una serie di azioni rituali. I primi giorni erano preparativi: i sacerdoti trasferivano gli oggetti sacri da Eleusi all’Eleusinion, recinto sopra l’agora; qui, sotto la guida di un mistagogo si riunivano i partecipanti, cui uno ierofante (ovvero “colui che mostra” o “dice le cose sacre”) dava istruzioni.

(Clemente distingue tre fasi nei Misteri: le cose dette o “legomena”, ovvero le istruzioni date dal mistagogo, le cose mostrate, o “deiknymena, e le cose fatte, ossia “dromena” che alcuni ritengono fossero la rappresentazione del dramma delle due dee, mentre altri pensano che somigliassero ad una danza rituale, come quella labirintica di Delo, la quale avrebbe prodotto uno stato di trance e comunione estatica con le dee).

Era questa la fase in cui quelli che non parlavano il greco o erano impuri venivano esclusi.

Poi aveva luogo la prima fase della cerimonia, che consisteva nella purificazione sulle rive del mare dalla parte del Falero, al grido di “iniziati, al mare”, dove ogni iniziato, con il suo personale tutore, recava un maialino lattante, anch’esso lavato nell’acqua, e poi sacrificato. Da questo momento era imposto il digiuno.

Gli iniziati si riposavano per due giorni, continuando a meditare. Poi c’era la seconda fase, ovvero la grande processione da Atene ad Eleusi, lungo la Via Sacra, con previa sosta sull’Acropoli, seguendo un carro con la statua di Iacco (identificata con Dioniso) e gli altri oggetti sacri, il tutto sempre accompagnato da canti e danze.

Ogni tappa del percorso si rifaceva al mito. Lungo il percorso, veniva attraversato il ponte sul fiume Kephysios, che divideva i territori di Atene da quelli di Eleusi.

Esso rappresentava simbolicamente il passaggio dalla terra dei vivi a quella dei morti. Si dice che qui gli iniziati subissero alcuni scherzi osceni, forse a memoria di quelli che l’anziana serva Iambe fece a Demetra nel tentativo di farla sorridere (INNO).

Giunta la sera del 19, aveva luogo l’iniziazione di primo grado, in cui si riproponeva il dramma di Demetra e Persefone, con il daduco, portatore principale della fiaccola, ad impersonare Demetra, i suoi lamenti e la sua disperazione per la perdita della figlia, e tutti gli iniziati dietro di lui correvano, intrecciandosi ed agitando le fiaccole intorno al Pozzo Sacro, lo stesso presso cui Demetra si fermò.

Il pozzo era situato all’angolo dei Grandi Propilei, tramite cui si giungeva ai Piccoli Propilei, che conducevano nel sacro recinto, dove solo gli iniziati, pena la morte, avevano accesso.

La rappresentazione ed il digiuno terminavano con l’assunzione del Kykeon, ossia ciceone, la stessa bevanda che Demetra chiede nell’Inno. C’è grosso disaccordo circa la funzione e la composizione di tale bevanda. Alcuni ritengono fosse composta di acqua, farina e foglie di menta; Karl Kerényl ritiene si trattasse di birra, bevanda dei morti dell’Egitto antico; altri ancora parlano di una mistura fatta di acqua, farina, formaggi, erbe, miele e vino. Stando all’Inno a Demetra, in verità essa non avrebbe dovuto contenere sostanze alcoliche, dato che la dea rifiuta il vino, mentre risulta chiaro che la farina, quindi il grano, era l’elemento essenziale da ricollegarsi a Kore e alla sua vicenda.

Vi è poi l’ipotesi di Wasson circa la presenza di un fungo allucinogeno, appoggiata anche dal fatto che Kore viene rapita nell’atto di cogliere un narciso, “narkyssos”, fiore allucinogeno da cui deriva il termine narcotico. Anche Campbell parla dell’ergot, appunto un fungo allucinogeno contenuto nei cereali. Queste sostanze, che se assunte in determinate dosi hanno proprietà lisergiche, avrebbero potuto provocare la “visione”. Questa ipotesi risulta plausibile, data l’enorme quantità di cerealiformi in tutta la zona, ed anche perché da questo fungo poteva essere estratto un alcaloide idrosolubile, con bassa tossicità, ma elevata psicoattività. Inoltre, molte fonti parlano di sudorazione fredda, nausea, ansia, vertigini, tremori, tutti ascrivibili a tale sostanza.

Robert Graves ipotizzò che esso contenesse un fungo, che però è tipico solo delle zone nordiche, ricavando dalle iniziali della bevanda (minthaion, udor, kukomeon, alphitois) il termine myka, cioè l’accusativo arcaico di fungo.

Circa la sua funzione, qualcuno associa l’assunzione del ciceone con l’Eucarestia, indicando una comunione mistica con la divinità, data anche l’assenza di carne, mentre altri negano del tutto il suo valore sacramentale.

Entrati nel sacro recinto del Teleste-rion, gli iniziati dovevano pronunciare una specie di parola d’ordine, che gli consentiva l’accesso al rituale.

Secondo Clemente di Alessandria le parole pronunciate erano le seguenti:

“Ho digiunato; ho bevuto il ciceone; ho preso dalla cesta, dopo aver maneggiato ho riposto nel canestro, e dal canestro nella cesta.” Questa frase così oscura sembra poter alludere ad un simbolismo sessuale, idea che si rafforza dall’uso del termine “orghia” all’inizio dell’Inno. Ma questo termine deriva da ergon=opera, e si riferisce piuttosto all’azione dei partecipanti, e forse alla manipolazione degli oggetti sacri posti nella cesta, che li rendeva figli della divinità, compartecipanti alla sua gioia, come prima lo erano stati del suo dolore.

Vi era poi l’iniziazione di secondo grado, in cui i pochi eletti spegnevano le fiaccole e attendevano in sacro silenzio l’unione tra Demetra e Zeus, nelle persone dello ierofante e ierodula, che si appartavano; il Sacerdote tornava allora con una spiga nella mano, che stava ad indicare il Figlio di quell’unione, la nascita di una nuova vita, ossia la rinascita dell’iniziato. Solo agli epoptai era concesso sapere ciò che

invece i mystes ignoravano, rimanendo essi fuori dal tempio.

Nonostante i Padri della Chiesa insistettero sull’aspetto orgiastico dei misteri, fu proprio Ippolito a ricordare che “..gli Ateniesi, nell’iniziazione di Eleusi, mostrano a coloro che sono ammessi al grado supremo (epo-pteuosi) il grande e mirabile e per-fettissimo mistero (mystêryon) visio-nario (epoptikon) di là: la spiga di grano mietuta in silenzio.

Lo ierofante in persona…che si è reso impotente con la cicuta e si è staccato da ogni generazione, ….di notte, ad Eleusi, in mezzo alla luce delle fiaccole, nel compiere il rituale dei grandi ed ineffabili misteri, grida ed urla proclamando:

“Brimò Signora ha generato il sacro fanciullo Brimòs…”

Questo figlio simbolico forse era Iacco, forse Pluto, nato da Demetra e Giasone, o forse Dioniso, figlio di Persefone e Zeus. Ogni interpretazione viene complicata proprio dall’evolversi dei culti di Eleusi nell’arco di circa 2000 anni. Aldilà dell’evidente denigrazione di Ippolito, otteniamo dati importanti: la spiga è simbolo di vita e fecondità, e viene generata da un’unione sacra che è solo simbolica, cioè senza contatto carnale. Quindi, escludendo il carattere sessuale dei misteri, e certi di non sapere cosa realmente l’iniziato “vedesse”, sappiamo con certezza che in lui le cose mostrate e viste ope-ravano una reale trasformazione, che la visione, o epopteia, era un’espe-rienza che mai avrebbe scordato. L’idea che la visione sia l’apice dei misteri, ci fa capire quanto essi non fossero un insegnamento, qualcosa che si poteva apprendere e relegata al senso dell’udito, ma fosse piuttosto la contemplazione, la rivelazione di un qualcosa che era “visto”.

Di certo l’apice del rituale

si pone dopo i dromena,

quando il Sacerdote, rimasto solo nell’Anaktoron,

 ossia la camera segreta del tempio,

ne usciva con gli oggetti sacri consacrati dalle due dee,

e li mostrava agli iniziati.

Cosa fossero tali oggetti non si sa.

Oltre alla spiga di grano recisa, che sembra comparire in tutte le fonti, si parla anche di pane benedetto, e di simboli sessuali stilizzati. E’ probabile che l’iniziato toccasse un simulacro del grembo materno, il simbolo e la rassicurazione della sua sopravvivenza eterna. E’ chiaro che il contatto con le sacre cose era fondamentale, e rappresentava, dopo la partecipazione alle vicende divine, la comunione con il divino.

Finita la celebrazione, gli iniziati sarebbero tornati ad Atene non in processione, perché era giunto il tempo di meditare.

Lo stesso Pindaro parla dell’importanza del “vedere”, durante l’epopteia, le cose mostrate dallo ierofante, il quale recitava la formula: “Piovi, porta frutto”. L’ironia dei Padri della Chiesa resta legata a queste formule, che non erano segrete: era ciò che le accompagnava che rimase sempre tale.

In effetti, cosa gli iniziati vedessero è il mistero nei Misteri, ma molti studiosi escludono la rappresentazione teatrale. Infatti il Telesterion aveva forma rettilinea, ed era costruito attorno ad una costruzione più piccola, ovvero l’anaktoron, vicino cui vi era il trono dello ierofante. All’interno vi era una gradinata dove gli iniziati prendevano posto: gradinata, anaktoron, trono, colonne avrebbero di certo impedito un’eguale visuale a tutti coloro che erano presenti.

Fig. Pianta del Telesterion

Altri sostengono, invece, che l’assenza di camere sotterranee ed altro che possa far pensare ad una scenografia non esclude l’uso di scenari di legno, che venivano poi gettati. In questo caso forse s’inscenava un viaggio simbolico negli Inferi, accompagnato da tutte gli orrori che attendono i non iniziati, contrapposti poi ad immagini contrarie, beate, che gli iniziati avrebbero guadagnato. La visione era accompagnata da una luce abbagliante, ed è anche probabile che consistesse nell’apparizione di Persefone dal mondo dei morti, nel senso di una rottura totale di barriere tra mondo infero e mondo terreno. Essere iniziato ad Eleusi voleva dunque dire ricercare l’armonia con la natura, l’unità tra mondo materiale e divino, tra vita e morte. Qui si giungeva ad un grado di conoscenza superiore, paragonando l’uomo alla vegetazione: le piante, che sembrano morire in inverno, rinascono, invece, più vigorose di prima, durante la primavera.

Nei Misteri Eleusini non s’impartivano insegnamenti o dottrine, ciò che legava ed accomunava tutti era appunto la visione. E’ da riconoscere negli antichi misteri un alto grado di esoterismo. Anche ad Eleusi gli iniziati dovevano lavorare su se stessi, sapendo che ciò cui avrebbero assistito avrebbe mutato radicalmente il modo di vivere e di pensare. Erano pronti, cioè, ad affrontare il “rito di passaggio”, la cui prima fase è sempre quella della separazione dal vecchio status. L’alternarsi di buio fitto e luce intensa poi sta a rappresentare questo avvenuto passaggio. La “visione” dei sacri oggetti potrebbe simboleggiare la presa di coscienza reale di una conoscenza superiore attraverso la comprensione dei simboli. Poi, ecco il rientro nel mondo di tutti i giorni, quello dei profani, con la consapevolezza, però, che non sarà più lo stesso, che tutto è cambiato grazie al privilegio ottenuto con l’iniziazione.

Si passava, in sostanza, per tre tappe: la morte, rappresentata dalla notte, dal buio, dalla macerazione del seme nella terra durante l’inverno; la rinascita, rappresentata dalle fiaccole, dalla spiga di grano derivata dal seme morto solo in apparenza; il raccolto, ovvero il vivere con diversa consapevolezza il mondo materiale. Infatti, distaccatosi dalla sua forma mortale, l’iniziato intravedeva il principio che sempre rinasce.

Si dice che in Sicilia l’epoptai venisse condotto in una radura spoglia, a ricordo dell’ira di Demetra. All’interno di un circolo formato dagli altri iniziati prendevano posto lui, lo ierofante e l’assistente. Le fiaccole si spegnevano all’improvviso, il silenzio era totale. A quel punto lo ierofante urlava: “Sia interrato come i morti, vivo! Vivo, venga interrato come i morti”. La prova dunque consisteva nello choc di essere sepolto in un cunicolo come il seme sottoterra. Doveva affrontare la morte rituale, e quando si “riprendeva”, non si trovava più nel cunicolo, ma di fronte allo ierofante che gli mostrava un chicco di grano maturo. Avendo sperimentato, al livello immaginativo, il destino del seme, egli aveva coscienza di recare in sé un’esistenza non più individuale del corpo, ma superindividuale dell’anima. Alcuni studiosi sostengono che la visione consistesse nello sperimentare il passaggio attraverso i 4 elementi: dalla terra al fuoco all’aria all’acqua, ammettendo in tal senso un forte legame con l’alchimia.

Sembra che nel corso delle cerimonie fosse tracciata una croce a forma di Tau sulla fronte degli iniziati, e venissero loro richiesti dei ramoscelli di acacia come simbolo di immortalità, forse perché tale pianta apre e chiude le proprie foglie ad indicare la nascita e la morte.

Vicini ai misteri Eleusini sono i Thesmophoria (Thesmoi=leggi e phoria=portare), celebrati nel tardo mese di ottobre in Grecia solo dalle donne. Anche qui vi era il sacrificio di un maiale, considerato simbolo di fertilità ed abbondanza.

I riti prevedevano digiuni ed astinenze e purificazioni, discesa nell’oltretomba, uso della magia per riportare la vita indietro dalla morte. Forse i due riti avevano le stesse origini storiche, tanto che anche in questi si manipolavano i Miloj, pani di sesamo e miele a forma di genitali femminili. Presso i Greci si parlava di mistero per indicare una verità nascosta, che poteva essere comunicata solo agli iniziati, a coloro i quali veniva imposto il silenzio, per difendersi dalle false interpretazioni. Nelle antiche religioni misteriche i mistagoghi, cioè i sacerdoti che presiedevano ai riti, si servivano di olio, acqua, miele, latte, fuoco, ed altro per trasmettere le forze soprannaturali ai fedeli, al fine di giungere ad un’unione con la divinità. Il contatto era cioè cercato per via simbolica e magica. Tutto ciò che faceva parte del rituale aveva importanza, dai colori, ai vestiti, agli strumenti, e soprattutto al tempo astronomico in cui si svolgevano.

I Misteri nascono perché l’uomo si rese conto di quale fosse il suo destino: la morte. Per garantire l’immortalità tramite l’unione con la divinità sorsero i misteri di Iside e Osiride in Egitto; in Frigia di Attis e Cibele; in Grecia di Demetra e Kore. Solo così si poteva essere immortali o rinascere come Persefone, diventare cioè un dio. In genere i Piccoli Misteri di ogni religione misterica mirano allo sviluppo e alla perfezione dello stato umano, la restaurazione dell’Eden, o stato primordiale. I Grandi Misteri, invece, si spingono oltre: sono la conoscenza di ciò che è oltre la natura, della pura spiritualità, della presenza della natura divina nel genere umano.

Le religioni misteriche, rispetto a quelle ufficiali, non si rivolgevano dunque al cittadino, non officiavano riti affinché gli dei proteggessero lo Stato, ma si rivolgevano all’uomo, all’individuo, che, entrando in stretta familiarità con la divinità, si creava un’aspettativa soteriologica, ovvero la salvezza anche dopo la morte. Per questo motivo potevano prendervi parte, in una scelta cosciente, tutti, a prescindere dalla loro classe sociale. Fu forse per questo che le classi tenute ai margini della società, le donne, gli schiavi, i meno abbienti, videro in tali culti la possibilità di trovare un’identità che spezzasse la logica dell’appartenenza sociale e divenisse invece esperienza personale, perché, nell’obbligo di osservare il più totale silenzio sull’essenza stessa dei riti, da un lato si creava un’altra comunità, quella degli iniziati, che s’incontravano separatamente, di notte, dall’altro ognuno instaurava un rapporto intimo con la divinità. In sintesi, le religioni misteriche seppero rispondere ai nuovi interrogativi sull’immortalità, sul reale rapporto tra mondo umano e mondo divino, tra corpo ed anima, collocando al centro del tutto quest’ultima e riconoscendole un’origine divina.

I misteri assicuravano la continuità dell’esistenza, la prosecuzione dell’es-sere, il divino rinascere, in cui la vita non è più esperienza del corpo, ma dell’anima. Infatti, la continuità tra madre e figlia (Kore è il grano in erba, Demetra è invece la spiga matura), che allude a quella tra morte e rinascita, indica che esse sono due aspetti di un unico processo, che, in quanto uni-versale ed eterno, assicura la continuità dell’identità di ogni essere umano, non più legata ai vincoli spazio-tempo. La morte non è definitiva scomparsa, ma il passaggio all’immortalità: il seme gettato nell’oscurità della terra non muore, non cessa di esistere solo perché non lo vediamo, ma si prepara al suo rito di passaggio, che lo condurrà alla nuova vita nella spiga di grano.

*Desidero esprime un affettuoso ricordo di Alessandra, prematuramente scomparsa nel corso del 2012. Lieto di averla conosciuta e aver riso insieme durante l’allestimento della Mostra Millennium nel 2004 impreziosita dai quadri del marito.

Enrico Galimberti