Il Diluvio Universale tra mito e realtà

di Antonio Mattera

Un oceanografo, Robert Ballard, ha affermato, qualche tempo fa, di aver ritrovato le tracce del Diluvio Universale (vedi “Hera” n°1), in un’antica linea costiera, situata tra il Mar Mediterraneo ed il Mar Morto, che scomparve, in seguito ad un immane inondazione, circa 8000 anni fa.

Lo stesso Ballard afferma di aver dimostrato così la veridicità del racconto biblico.

Ma, a mio personale avviso, non c’era assolutamente bisogno di tali ritrovamenti per appurare l’effettivo avvenimento, in passato, di uno sconvolgimento globale, il cui ricordo sarebbe rimasto nei miti di tutti i popoli mondiali.

Infatti, differentemente a quanto si potrebbe credere, la leggenda su un Diluvio Universale, o comunque su una catastrofe di varia natura, che avrebbe colpito la Terra, non è caratteristica peculiare della tradizione giudaico-cristiana, anzi sì buon ben affermare che essa stessa sia un retaggio di miti sumerici, di cui gli Ebrei, le cui prime antichissime sedi erano in Mesopotamia, avevano avuto modo di assimilarne il contenuto.

Infatti il mito sumero di Gilgamesh, l’eroe sumero per due terzi divino e per un terzo umano, racconta come, costui, dopo la morte del suo amico Enkidu, vaghi disperato alla ricerca del suo antenato Utnapishtim ( in possesso della sapienza per far rivivere l’amico !!!).

Una volta trovato il suo antenato, Gilgamesh viene a sapere che lo stesso Utnapishtim, per volere del dio Ea, era l’unico sopravvissuto di un diluvio voluto dagli dei per punire l’umanità corrotta. Lo stesso dio Ea diede a Utnapishtim le misure di un’imbarcazione da costruire per salvare se stesso e condurre seco il ” seme di tutte le creature viventi“.

Dopo giorni e giorni di navigazione in acque agitate dalla furia degli elementi, finalmente la collera degli dei parve placarsi e Utnapishtim liberò prima una colomba e poi una rondine che non trovando dove posarsi fecero ritorno, e fù solo allorché liberò un corvo, che trovando da mangiare in quantità, per il gran numero di carcasse, non tornò più, che si decise a discendere sulla terra libera dalle acque .

Similmente a Utnapishtim ed al biblico Noè altri popoli della zona eurasiatica ricordano, nei propri miti, catastrofi simili ed eventuali eletti dagli dei affinché potessero salvarsi e dar nuova linfa al genere umano.

Così nella tradizione greca troviamo Deucalione e Pirra, marito e moglie, che si salvarono su un ‘arca e ripopolarono la terra lanciando sassi alle loro spalle; in Iran è ricordato Yima, mentre in India è citato Baisbasbata.

Con una leggenda universale così specifica, persino la durata del diluvio varia poco (dai 40 ai 60 giorni), dando così adito che, più di un mito, deve essere stato qualcosa di assolutamente veritiero che ha lasciato un trauma profondo nell’umanità mondiale.

Ho parlato di umanità mondiale poiché se le somiglianze dei vari miti citati può essere giustificata con la relativa vicinanza geografica di tali popoli, tale teoria va a decadere ( e nel contempo a rendere ancora più valida l’ipotesi che non sia solo un mito) allorché gli stessi racconti li possiamo riscontrare nelle tradizioni (antiche di millenni prima dell’arrivo dei conquistadores spagnoli, per cui possiamo rinunciare all’idea di possibili “contaminazioni”) dei popoli del centro e Sud America. Citiamo Coxcox, del mito azteco, che si salvò su un enorme cipresso; Tepzi, del mito olmeco; Bochica, del mito Chibcha colombiano, che si salvò dal diluvio aprendo un buco in terra; Tamandere, il Noè Guarany dell’America Meridionale, etc..

In tutti questi casi gli animali salvati rappresentano la fauna locale.

Accertato che una catastrofe colpì tutta la Terra e decimò immensamente la popolazione umana, la fauna animale e vegetale, sorgono due dubbi: fù veramente un diluvio? Quando si verificò questa catastrofe?

L’impossibilità di una cataclisma di sola matrice piovosa, investente tutta la Terra, fatta eccezione per le vette più alte, è abbastanza discutibile, poiché la quantità di acqua presente sul nostro globo non può subire variazioni così elevate da giustificare un simile evento.

Il testo biblico così cita: ” …e ruppero le sorgenti del grande abisso e le cataratte del cielo sì aprirono…”: forse per rottura delle sorgenti dell’abisso s’intende l’innalzamento del livello delle acque terrestri, ma anche quest’ipotesi è da scartare a priori in quanto sarebbe difficile da spiegare da dove tutta quell’acqua sarebbe potuta provenire e dove sarebbe defluita.

Più sensata e giustificata potrebbe essere invece l’ipotesi di un evento catastrofico,che, accompagnato da altri eventi naturali come terremoti,maremoti, sollevamenti e abbassamenti della crosta terrestre, eruzioni vulcaniche, abbia provocato inondazioni in varie parti del nostro pianeta poste in zone relativamente basse rispetto al livello del mare e che sia tramandato in maniera affine nelle tradizioni prima orali e poi scritte dei vari popoli.

Il sommarsi di tutti questi elementi naturali catastrofici sopra citati potrebbe benissimo dare l’idea, allo smarrito spettatore di quei tempi, che sia effettivamente giunta la fine del mondo.

Un simile evento è effettivamente successo in un arco di tempo che varia fra i 10000 e i 13000 anni fà : è infatti a quel periodo che secondo gli scienziati di oggi si verificò l’ultimo spostamento accertato dei poli magnetici. Secondo un codice Chimalpopoca, scritto nell’antica lingua degli aztechi, il nahuatl, sarebbero avvenuti quattro spaventosi sconvolgimenti provocati dallo spostamento dell’asse terrestre.

Nel mito nordico si narra che allorché il lupo Fenrir spezzò le catene che lo legavano egli “si scrollò e il mondo tremò: Il frassino Yggdrasil (l’asse del mondo) fù scosso dalle radici fino ai rami più alti. Le montagne si spaccavano, la terra perdeva la sua forma, e le stelle cadevano dal cielo”. L’asse polare di allora, che addirittura secondo alcuni geologi pare avesse il suo punto nord alle Hawaii, venne divelto e la terra oscillò paurosamente prima di riprendere una nuova posizione, con nuovi poli. Immense nubi di polvere cosmica trattennero la radiazione solare così che quelli che oggi conosciamo come zone ghiacciate ( Antartide, la Siberia), ma che allora godevano di un clima temperato, subirono un subitaneo raffreddamento ( si spiegherebbero così i corpi dei mammut perfettamente conservati, con cibo ancora non digerito nello stomaco, scoperti in Siberia).Altre zone ,come ad esempio il nord-America e la parte settentrionale dell’Europa, allora ghiacciate si liberarono altrettanto repentinamente dei loro ghiacci che, sciogliendosi, contribuirono all’innalzamento del livello del mare. Lo stesso potrebbe essere successo per la calotta polare artica. Ora, coloro che sono più addentro in fatto di nozioni geologiche potrebbero obiettare che ultime stime fatte sulla calotta artica, col sistema di carotaggio in profondità, sembrano datare questi immensi ghiacciai a non meno di 5 milioni di anni fa, per cui ci sarebbe una discrepanza molto evidente con le date da noi citate sino ad ora. Tale discrepanza, di non poco conto, può essere spiegata adducendo che l’attuale calotta del Polo Nord non sia altro che ciò che sia rimasto di una zona polare ben più vasta, scioltasi durante quell’immane disastro.

Invece per quanto riguarda l’ipotesi di un’Antartide priva dei ghiacci all’incirca 12000 anni fa abbiamo molti riscontri positivi, sia da analisi geologiche sia da strane mappe che la rappresentano in condizioni di disgelo, le quali non si sono verificate da almeno il 4000 a.C. Un tale profilo del continente Antartico privo di ghiacci è stato rilevato da una spedizione, nell’Anno Geofisico del 1949, usando un sistema sismico a riflessione.

La mappa di Buache, compilata nel 1737, rappresenta l’Antartide sgombro di ghiacci e con un canale navigabile interno

Cosa provocò un così immane disastro?

L’ipotesi più probabile da considerare è un immane impatto con un asteroide o un meteorite di grandi proporzioni o un susseguirsi di impatti con vari oggetti provenienti dal cosmo.

A tal fine è ben ricordare come molte leggende di vari popoli mondiali citano l’esistenza in passato di tre lune nel nostro sistema solare e la conseguente caduta o frantumazione di due di esse sul nostro pianeta, in vari periodi.

Secondo uno studioso, Horbiger, le tracce di gigantismo ritrovate in alcuni scheletri umani, nonché della flora e della fauna, potrebbero essere spiegate con la diminuzione della forza di gravità terrestre bilanciata dall’attrazione di un’altra luna, o più, che lui definisce Terziaria, esistente allora, per poi frantumarsi in seguito formando quel serpente di fuoco (cioè un’insieme di frammenti) tanto comune a molti miti.

Un’altra ipotesi, appoggiata dal professore Charles Hapgood, il quale per primo studiò queste antiche mappe e in base ad esse arrivò a tali conclusioni, e persino da Albert Einstain, prevede lo “lo scorrimento della croste terrestre” il quale causò forti movimenti eccezionali delle correnti termo-convettive all’interno degli strati più fluidi del mantello, lo strato che si ritrova al di sotto della litosfera o crosta terrestre. Ciò avrebbe dato vita a immensi sconvolgimenti tellurici.

Personalmente non credo che questa teoria possa giustificare da sola l’improvviso scioglimento dei ghiacciai e l’altrettanto repentina glaciazione in altre parti; propendo più per un insieme dei due fattori, cioè impatto con meteorite+ scorrimento della crosta terrestre: come a dire causa ed effetto.

Un probabile spostamento dell’ Antartide durante la serie di avvenimenti che caratterizzarono quello che potrebbe essere la realtà storica del Diluvio Universale.

E’ curioso come Platone, nei suoi “Timeo” e “Crizia”, ponga la fine del favoloso continente atlantideo a circa 11000 anni fa, quindi una data compresa in quel lasso di tempo che gli scienziati concedono per l’ultimo scorrimento dei poli terrestri (10500-13000 anni fa).

I pochi superstiti di questo mitico continente (che non sarebbe mai scomparso ma solo coperto eternamente dai ghiacci: l’Antartide) si sarebbero sparsi per il mondo ( ecco i vari mti dei semi-dei come Osiride, Oannes, Viracocha, Kukulkan, Quetzalcoatl) a spargere il seme delle loro conoscenze ai pochi, primitivi e impauriti sopravvissuti ( così andrebbe spiegato come mai l’agricoltura parve fiorire in tutto il mondo all’unisono circa 9000 anni fà) rifugiatisi sui punti più alti della Terra per sfuggire alle acque, costruendo così le basi per civiltà come quelle mesopotamiche, egizia, centroamericane, fornendo loro il bagaglio di conoscenze astronomiche ( la perfetta conoscenza da parte di Sumeri e Maya del nostro sistema solare è stupefacente se rapportato al fatto che alcuni pianeti li abbiamo scoperti solo in quest’ultimo secolo e con appropriata attrezzatura), ingegneristico (le piramidi, la Sfinge, Tiahuanaco, i blocchi di Baalbek, Teotihuàcàn, Macchu Picchu, Angkor), religioso e cartografico (le mappe di Pirì Reis, Buache, Mercator, Fineo, tutte mappe geografiche copiate da antichi documenti originali che hanno una sola caratteristica comune: le nozioni geografiche in esse rappresentate non erano disponibili, a quanto si crede, prima di ogni umana forma di civiltà a noi storicamente conosciuta). Tracce di una civiltà che poi sarebbe andata perdendosi e cadendo in uno stato d’abbrutimento in seguito ad altri eventi naturali, lotte interne (da ricordare come molti di questi semi-dei fossero costretti a fuggire dall’inasprirsi dei rapporti con le stesse popolazioni che avevano aiutato, o addirittura venissero uccisi- vedi Osiride-), mancanza d’adeguata conservazione di tali conoscenze od altre cause a noi sconosciute.

Chiudo con un semplice appunto (dedicato ai tanti sostenitori dell’ipotesi extraterrestre come fattore importante nella genesi umana e a chi crede in tecnologie perdute) riguardanti le frasi sottolineate a proposito del mito di Gilgamesh (pag.1): si fa riferimento al ” seme di tutte le creature” e alla “sapienza di far rivivere l’amico morto”: in questo clima, oggi di caccia alle streghe per la clonazione, vi dicono niente? Dopotutto, se oggi volessimo salvare le specie animali e botaniche da un altro diluvio, sarebbe più facile per noi, e anche meno pericoloso e fastidioso, costruire un’arca adibita a contenere provette con campioni di DNA piuttosto che un intero campionario di razze.

Ma questa è un’altra storia………