Il dito di Dio e Mosè

di Daniela Bortoluzzi

(Brano tratto da “Alla ricerca dei Libri di Thot” di Daniela Bortoluzzi – Eremon Edizioni – 2005) 

Quando Mosè mostrò agli Ebrei le “Tavole della Legge” ricevute sul Monte Oreb (la “montagna sacra” che domina la penisola del Sinai e che oggi si chiama Gebel Musa, Monte Mosè), usò una parola plurale per identificarne l’autore; infatti disse: “Sono scritte col dito di Dio”, ma per dire Dio, usò l’espressione Elhoim.  Erano state scritte dal dito degli Angeli? Forse Mosè  ebbe un incontro ravvicinato con dei messaggeri divini? Non ci sarebbe nulla di strano: Dio ha sempre avuto l’abitudine di trasmetterci i suoi messaggi per mezzo degli Angeli (traduzione del tutto arbitraria: letteralmente, dal termine ebraico usato, dovremmo dire Messaggeri). E nessuno può vedere Dio, o sentire la sua voce, perché Egli è Puro Spirito, Sorgente d’Energia e di Coscienza.  Le manifestazioni di Dio sono le Sue Opere.

Michelangelo Buonarroti: Roma, la Cappella Sistina – particolare

Possiamo vedere o sentire solo i Suoi messaggeri, che sono il tramite per comunicare con noi. A volte li incontriamo senza saperlo. Altre volte vengono a soccorrerci nel bisogno…sono esseri che vengono da una dimensione diversa della nostra, e la cui struttura è “sottile”. Ma non tutti li possono (o li devono) vedere: solo chi si è elevato almeno di un livello. Gli iniziati. O i giusti, i puri.  Oppure chi rientra nel Disegno Divino. E magari ha stretto un Patto di Alleanza. Mosè era tutto questo.

 Le fonti bibliche (Esodo)

“Voi stessi vedeste ciò che io ho fatto all’Egitto, e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatto venire verso di me. E ora, se voi vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me il privilegiato tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! E voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Esodo 19, 4/6);

“Jahweh disse a Mosè : Ecco che io sto per venire verso di te nella densità della nube, affinché il popolo senta quando io parlo con te e anche a te credano in perpetuo” (Esodo 19, 9);

“Fisserai per il popolo un limite tutto attorno dicendo: “Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare la sua estremità. Chiunque toccherà il monte dovrà essere messo a morte. Nessuna mano dovrà toccare costui: dovrà essere lapidato e colpito con tiro di arco. Sia giumento, sia uomo, non dovrà sopravvivere. Quando suonerà il corno, allora soltanto essi potranno salire sul monte” (Esodo 19, 12/13);

“…sul far del mattino, ci furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte, e un suono fortissimo di tromba […] ora il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso Jahweh nel fuoco, e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava forte. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con un tuono” (Esodo 19, 16/19);

“Jahweh discese dunque sul monte Sinai, sulla vetta del monte, e Mosè salì. Poi Jahweh disse a Mosè: “Scendi, scongiura il popolo che non irrompano verso Jahweh per vedere, altrimenti ne cadrà una moltitudine! […] Ma i sacerdoti e il popolo non facciano irruzione per salire verso Jahweh, altrimenti egli si avventerebbe contro di loro!(Esodo 19,20/24)

L’Arca dell’Alleanza

In seguito, Jahweh, o Elohim (secondo il codice) diede a Mosè precise istruzioni per costruire l’Arca dell’Alleanza.  A questo proposito, vorrei sottolineare che la Bibbia, così sibillina, ermetica e simbolica nel descrivere gli avvenimenti, fino al punto che il più delle volte non vengono capiti (da chi non li DEVE capire)… è invece molto precisa nel descrivere le istruzioni ricevute per la costruzione della mitica Arca.

“Faranno dunque un’arca di legno di acacia: avrà due cubiti e mezzo di lunghezza, un cubito e mezzo di larghezza, un cubito e mezzo di altezza. La rivestirai d’oro puro: dentro e fuori ne la rivestirai. Farai sopra di essa un bordo d’oro tutt’attorno. Fonderai per essa quattro anelli d’oro e li fisserai ai suoi quattro piedi: due anelli su di un lato e due anelli sull’altro lato. Farai delle stanghe di acacia e le rivestirai d’oro. Introdurrai le stanghe negli anelli ai due lati dell’arca per trasportare l’arca su di esse. Le stanghe dovranno rimanere negli anelli dell’arca: non verranno ritirate di lì. Nell’arca collocherai la testimonianza che io ti darò (Esodo 25,10/16);

“Farai il Propiziatorio d’oro puro; avrà due cubiti e mezzo di lunghezza e un cubito e mezzo di larghezza. Farai due Cherubini d’oro: li farai lavorati al martello sulle due estremità del Propiziatorio. Fà un Cherubino ad una estremità e un Cherubino all’altra estremità. Farete i Cherubini in un sol corpo con il Propiziatorio, alle sue due estremità. I Cherubini avranno le due ali stese di sopra, proteggendo con le loro ali il Propiziatorio; saranno rivolti uno verso l’altro e le facce dei Cherubini saranno rivolte verso il Propiziatorio. Porrai il Propiziatorio sulla parte superiore dell’arca, e collocherai nell’arca la testimonianza che io ti darò. Io ti darò convegno appunto in quel luogo: parlerò con te da sopra il Propiziatorio, di mezzo ai due Cherubini che saranno sull’arca delle testimonianze, e ti darò i miei ordini riguardo ai figli d’Israele” (Esodo 25, 17/22)

Segue una meticolosa descrizione di altri oggetti da realizzare esattamente nelle modalità fornite circa misure, peso, materiali, metalli, tecniche e precauzioni. Le indicazioni sono talmente semplici e chiare, che alcuni scienziati hanno ipotizzato di poterla ricostruire senza difficoltà. Si tratterebbe di un potente accumulatore di energia statica in grado – se solo toccato – di fulminare una persona. Un’arma potentissima, dunque, ma anche un oggetto da temere, essendo la prova tangibile di come Dio si poteva manifestare.

Nessuno avrebbe mai dovuto toccarla a parte Mosè, che era l’unico a servirsene per consentire a Dio di apparire in trono “nello spazio fra i due cherubini” del propiziatorio.  Ufficialmente, chiunque l’avesse toccata sarebbe morto, e per questo era sempre tenuta isolata al chiuso e coperta; i leviti potevano avvicinarvisi, ma solo dopo che i sacerdoti l’avevano coperta. Per spostarla, quattro persone la trasportavano reggendo i due bastoni infilati negli appositi quattro anelli. Qualcuno ipotizza che poteva anche trattarsi di un mezzo di telecomunicazione con Jahweh…

Viene poi ordinata la costruzione di una dimora per ripararla, i cui materiali (velo, cortina, altare, etc.) e relative misure vengono specificate in modo inequivocabile, comprese quelle di un recinto esterno. Poiché se ne sarebbero dovuto servire durante le soste del lungo Esodo biblico, le istruzioni erano perfette per costruire un tempio smontabile… o per meglio dire “da viaggio” (come le tende da campo che durante le guerre moderne servono ai cappellani militari per celebrare la Messa) !

 “Vi saranno venti colonne con venti basi di rame. Gli uncini delle colonne e le loro aste trasversali saranno d’argento. Parimenti sul lato rivolto a settentrione: […] le relative venti colonne con le venti basi di rame, gli uncini delle colonne e le loro aste trasversali d’argento […] La lunghezza del Recinto sarà di cento cubiti, la larghezza di cinquanta, l’altezza di cinque cubiti; di bisso ritorto, con le basi di rame. Tutti gli utensili della Dimora per tutti i suoi servizi e tutti i picchetti e i picchetti del Recinto saranno di rame” (Esodo 27, 10/19)

 Mosè predispone – per la custodia del sacro baule – una serie di regole ferree e spesso incomprensibili. Per esempio, solo il fratello Aronne avrebbe dovuto occuparsene, facendosi aiutare dai suoi figli. Nessun altro doveva avvicinarsi o toccarla. Durante le soste del lungo viaggio, l’Arca sarebbe sempre rimasta nascosta nella Sacra Tenda “smontabile” costruita secondo le istruzioni ricevute dal Signore, mentre durante il lungo cammino avrebbe preceduto la carovana.

Dopo molte peregrinazioni, durante le quali il popolo di Israele superò (grazie all’Arca, che permetteva di invocare l’intervento di Jahweh) serie difficoltà, alla fine – con la costruzione del Tempio di Gerusalemme – il prezioso oggetto fu al sicuro insieme al suo contenuto (le Tavole della Legge, un vaso di manna raccolta durante l’esodo, e la verga con la quale Aronne aprì le acque del Mar Rosso e scatenò contro l’Egitto le famose piaghe), e diventò il simbolo universale dell’alleanza tra Dio e gli uomini.

Durante molti secoli e continue guerre di religione, l’Arca e il Tesoro del Tempio furono oggetto di molti tentativi di saccheggio. Perfino i Crociati, i “soldati di Dio”, con il pretesto di combattere i nemici, irruppero nel Tempio per rubare “il Tesoro”, facendo vere e proprie carneficine di religiosi e di guardiani. Più volte il tempio stesso fu distrutto e ricostruito sullo stesso luogo, che era stato scelto – inizialmente – da Jahweh stesso. Durante la distruzione del 583 a.C., quando l’esercito babilonese sconfisse e depredò gli ebrei, l’Arca “sparì”. Fino a quel momento, era sempre rimasta nel sacrario dove l’avevano nascosta i leviti, una cripta segretissima situata sotto il Tempio.

In seguito, queste incursioni furono osteggiate dai Templari.[1]Forse loro sapevano dov’era finita e la nascosero in qualche cattedrale, col Graal e altri oggetti sacri; ma è anche possibile che l’Arca sia ancora a Gerusalemme, sotto il Tempio, in un luogo sotterraneo sul quale viene mantenuto il più assoluto segreto.

Una cosa è sicura: Mosè era stato allevato nella casa di un importante Faraone, alla stregua di un figlio, ma poiché il suo nome fu cancellato da ogni papiro e monumento, non possiamo dire con sicurezza di quale re si sia trattato. Gli archeologi, confortati anche dai racconti biblici (Esodo14,21/28),escludonoche fosse Seti I; infatti se – quando il Faraone inseguì Mosè per riprendersi gli schiavi ebrei – perì nelle acque del Mar Rosso (quando si richiusero), non poteva essere il figlio di Seti I, ossia Ramses II (che morì di vecchiaia). A meno che la versione cinematografica nella quale Ramesse vide il suo esercito ingoiato dal mare, e quindi si salvò in tempo fermandosi (ritornando poi alla reggia con terribili ricordi), non sia verosimile. A questo proposito, vorrei ricordare che la Bibbia non fa mai affermazioni sulla morte del Faraone, ma piuttosto del suo esercito, dei suoi soldati, o tutt’al più dei suoi cavalli e dei suoi carri (Esodo 15,19). Perché, se fu Mosè a scrivere il testo dell’Esodo, non fece il nome del Faraone e non fu preciso circa la sua sorte? Secondo me i fatti si svolsero proprio all’epoca di Seti I e del figlio Ramesse; se ho ragione, e se l’Esodo fu il diario di viaggio dell’autore, allora bisogna riconoscere che nel testo traspaiono velatamente le tradizioni egiziane, nel non voler lasciare traccia del nome di chi era stato colpevole di un’infamia. Sia quel che sia, una cosa è certa: nessun Faraone ha  voluto ricordare l’esodo degli ebrei e la potenza dimostrata dal “loro” Dio, che li aveva difesi miracolosamente durante l’inseguimento dell’esercito egiziano. Allo stesso modo in cui non volle lasciare traccia – ammesso che il fatto sia realmente accaduto – della terribile “strage di innocenti” ebrei… che sarebbe stata all’origine di tutto

 Il monoteismo di Mosè

Mosè visse un centinaio d’anni dopo Amenhotep IV (che cambiò il nome in Akhenaton). È possibile che la corrente religiosa del faraone “eretico” avesse lasciato proseliti? E che alcuni di loro covassero il desiderio di tornare al monoteismo, appena il momento fosse stato propizio? Resta il fatto che tra Akhenaton e Mosè regnarono i Ramessidi, e che tra loro ci fu un Faraone (non si sa chi) molto ostile nei confronti di tutti gli immigrati che entravano in Egitto.  Poiché di Mosè non si parla in alcun testo egizio, bisogna per forza “accontentarsi” dei brani biblici. E questi, purtroppo, riportano alcuni fatti che non sono molto chiari.

 Salvato dalle acque

Secondo la Bibbia, Mosè fu chiamato così perché fu salvato dalle acque[2], e fu adottato da una principessa egiziana. Però c’è un particolare intrigante: il nome Mosè aveva quel significato NON in lingua egizia, ma nella lingua degli ebrei! Viene da chiedersi come mai una figlia del faraone, avesse deciso di dargli un nome del genere (che sarebbe stato come un biglietto da visita). E se il nome Mosè avesse un significato diverso, nella lingua egizia?

Le radici egizie MOSI, MOSE e MSES (o MESSE, MESSU) che stanno  per “figlio di”, vengono a volte associate a una divinità per attestare l’origine divina del faraone, che diventa quindi “generato” da Ra, o da Thot, o da Amon; a questo proposito, basti pensare a Amen-messe, Tuth-mosi, e Ra-mses.

Acqua, sempre in idioma egizio, si pronuncia: MU. Dunque, il nome Mosè potrebbe essere una distorsione di Mu-mosi, e voler dire: figlio dell’acqua. In questo caso, che secondo me fornirebbe una spiegazione più logica, si potrebbe pensare che il nome egizio datogli dalla madre adottiva, sarebbe stato cambiato in seguito dagli Ebrei, che preferirono chiamarlo e ricordarlo con un nome eufonicamente più ebreo (senza cambiargli il significato).

Ma ci potrebbe essere anche un’altra soluzione: Mosè potrebbe essere la parte rimasta del suo nome (la radice) dopo aver eliminato il [nome del] dio egizio di cui avrebbe dovuto essere figlio. In questo caso, il futuro salvatore si sarebbe potuto chiamare Amon-mose, Tuth-mose, Ptah-mose, Ra-mose, prima di abbandonare la casa del faraone che lo aveva cresciuto, per aderire al monoteismo riprendendo forse il percorso iniziato da Akhenaton.

Io credo che la madre adottiva di Mosè avesse voluto evitare il rischio che qualcuno scoprisse la sua origine (sia che il bambino fosse ebreo, sia nel caso che fosse egiziano); credo invece che gli avesse scelto un nome principesco, in modo che nessuno (nemmeno lui) potesse sospettare che lei non fosse la madre vera. E forse la principessa scelse un nome “di buon auspicio”, che determinò involontariamente il risveglio della Coscienza del figlio adottivo, nel momento in cui – alla Casa della Vita – apprese la storia dei sette anni di carestia durante il regno di Amenhotep III.

Per ipotesi, avrebbe potuto chiamarlo come il fratellastro di Amenhotep III, che fu visir; un nome di questo tipo sarebbe stato molto adatto e ben augurante. Il nome – prendendo in considerazione questa mia tesi – avrebbe potuto essere Ra-mose (figlio di Ra)! E diventare in seguito El-mose o semplicemente Mose.

 Giacobbe influenzò il padre di Akhenaton?

Se quell’Amenhotep, figlio di Hapu (originario di Athribi sul Delta del Nilo, i cui parenti avrebbero ricoperto ruoli importanti a Tebe e a Menfi), fosse stato proprio il Giacobbe biblico (come si può ragionevolmente supporre), allora questo significherebbe che Ra-mose (il visir del Faraone Amenhotep III) potrebbe essere Giuseppe; quindi  padre e figlio – che professavano entrambi la religione di Abramo – forse avevano influenzato il Faraone.

Se Giuseppe aveva un rapporto tale con il faraone (per la stima e l’affetto che si era guadagnato salvando l’Egitto dalla carestia) da essere trattato come un “fratello” e ricoprire la carica di visir dell’Alto Egitto, il re avrebbe potuto essere indotto a considerare suo padre Giacobbe un alter-ego, delegandolo a rappresentarlo nelle province e nelle colonie (da qui lo stesso nome Amenhotep, ma con il soprannome figlio di Hapu per distinguerlo; il popolo proto-monoteista (più tardi definito ebraico) poteva aver trovato una sistemazione ideale nella città di Medinet Habu (dopo aver raggiunto la famiglia patriarcale di Giacobbe), il più importante complesso monumentale dell’antica Tebe, dopo Karnak. Come già anticipato nel paragrafo precedente, Medinet Habu sta probabilmente a indicare la “città degli Habu”, dato che il termine “medinat”, è sicuramente di derivazione comune alla lingua araba: città.

Giacobbe, secondo la Bibbia, è il capostipite del popolo ebraico; ebbe dodici figli maschi (le future dodici tribù d’Israele) e una femmina. Uno dei figli era proprio Giuseppe, che visse in Egitto e diventò viceré dopo essere stato venduto dai fratelli per gelosia. Una notte Giacobbe ebbe una visione di Jahweh e lottò con un misterioso angelo: da quel momento Jahweh cambiò il suo nome in Israele (il vittorioso); dopo aver ritrovato Giuseppe (che perdonò i fratelli e di certo assegnò loro delle posizioni prestigiose), visse fino a tarda età in Egitto.

L’eredità spirituale di Akhenaton a Mosè?

Queste due ipotesi mettono in dubbio che Mosè fosse ebreo, e ipotizzano che avrebbe potuto anche essere egiziano.  Gli egittologi sono contrari ad ammettere che in Egitto si tenessero in schiavitù gli Ebrei: anche di recente, sulla Piana di Giza, si stanno restaurando le “case degli operai che hanno costruito le piramidi”, dove sono stati rinvenuti molti resti di ossa di animali e di pesci, a dimostrazione che il faraone nutriva bene i suoi operai (e non lo avrebbe fatto se si fosse trattato di schiavi). Basandomi su questa pretesa “prova inoppugnabile” (che in Egitto non ci fossero schiavi, e quindi non fosse atteso “da millenni” alcun liberatore), allora ho investigato per cercare una spiegazione al fatto che un principe egiziano istruito nella Casa della Vita, avesse un giorno deciso di convincere migliaia di immigrati ebrei (che vivevano in Egitto senza problemi) a seguirlo nel deserto, in cerca del dio di Akhenaton, che era sicuramente lo stesso di Abramo, di Giacobbe e di Giuseppe. Ai fini di quanto successe dopo (sia che Mosè fosse il liberatore biblico, sia che fosse il restauratore del monoteismo di Akhenaton), non cambia la sostanza, ma anzi renderebbe tutto molto più verosimile.

Il “telefono” di Dio

L’Arca dell’Alleanza (patto) era un baule di legno dorato del tutto simile a quelli ritrovati nelle tombe egizie. Anche i cherubini del coperchio (il propiziatorio) ricordavano le divinità Iside e Nefti, che proteggevano il sarcofago o il contenitore dei vasi canopi, avvolgendone il contenuto dai quattro lati con le loro ali aperte.  L’Arca fu costruita durante l’esodo da un fedele seguace di Mosè (Bezaleel ben Uri[3]) che seguì quelle istruzioni che il Profeta aveva ricevuto a sua volta da El (Dio) sul Monte Oreb.  Si trattava dunque un pesante cassone abbastanza grande (cm.120x70x70) per contenere una serie di oggetti ritenuti “sacri”. Il suo coperchio era definito propiziatorio, in quanto era il luogo da dove Mosè poteva invocare Dio e parlare con Lui. Era più importante l’Arca, il suo coperchio, o il contenuto? Proviamo ad analizzare le singole peculiarità.

1. L’Arca era in legno d’acacia, laminata con uno spesso strato d’oro dentro e fuori: era un potenziale accumulatore elettrico (mediante le due lamine d’oro del rivestimento, isolate dal legno); a questo punto, come per la pila di Bagdad, c’era bisogno di un acido per funzionare. E per l’appunto il legno d’acacia – ovvero l’intercapedine isolante dell’Arca – contiene una resina acida che (essendo sigillata nell’oro) non si sarebbe né consumata, né evaporata. Un condensatore del genere avrebbe potuto caricarsi elettricamente sfruttando i campi magnetici del clima desertico, e avrebbe scaricato a terra le dispersioni. Una volta carica, l’Arca avrebbe potuto sibilare o emettere scariche lampeggianti, avvolta magari da radiazioni luminose che oggi hanno una spiegazione logica, al contrario di ieri. Tutto questo, infatti, succedeva ed è raccontato nella Bibbia. Farebbe pensare a un oggetto in grado di fulminare con una fortissima scossa elettrica chiunque lo toccasse.  Infatti, succedeva anche questo ed è citato in più occasioni.

2. Il propiziatorio corrisponde alla descrizione di uno strumento di radio-telecomunicazione. I cherubini avevano le ali aperte ed erano contrapposti, a mo’ di ricetrasmittente “da campo”: una specie di radio a batteria. Mosè, quando aveva bisogno di parlare con Dio, faceva funzionare il propiziatorio e dialogava con Lui “come con un amico”; il Signore gli appariva “seduto in trono nello spazio tra i due cherubini”. La descrizione di queste “apparizioni”, farebbe pensare ancora una volta ad una tecnologia moderna che oggi ha un nome (si tratta delle immagini in 3D, ottenute con fasci laser incrociati: gli ologrammi).

3. Il contenuto era: le Tavole della Legge, il bastone di Aronne, e un vaso di manna raccolta nel deserto; ma nessuno ha capito come fecero gli Ebrei a sopravvivere con la “manna piovuta dal cielo”, anche perché non si capisce cosa sia la manna in questione, “dal sapore delle focacce al miele” (Esodo: 16,31), che viene descritta come un cibo prodigioso che pioveva dal cielo (e che nutrì migliaia di persone di ogni età – nel deserto – per 40 anni!). E dunque non si trattava della sostanza dolce estraibile da alcune piante: 1°- perché ce ne sarebbe voluta una quantità industriale ogni giorno, 2°- perché la sostanza pseudo-manna secreta da queste piante (Fraxinus ornus)non piove dal cielo… Eppure, ci sono molte testimonianze di questa lanugine bianca “simile alla neve”. È la sostanza rilasciata dopo l’avvistamento di molti…UFO! È anche stata esaminata chimicamente, quindi non è un’invenzione di qualche fanatico. E c’è anche un quadro dove l’incredulo pittore l’ha rappresentata nell’unico modo che poteva, cioè come l’autore della Bibbia (una manifestazione divina). Si tratta del “Miracolo della neve” di Masolino di Panicale, in cui si vede Dio, sopra una nuvola, nell’atto di far cadere la neve su di un paesaggio estivo…

Di qualunque principessa egiziana fosse “figlio” adottivo, Mosè venne istruito presso la Casa della Vita e affidato ai sacerdoti per essere iniziato. Se la sua Coscienza Animica era “allerta”, allora il suo “risveglio” deve essere stato incredibilmente rapido, grazie all’origine del suo nome e ai riti iniziatici nella Piramide: forse continuò il percorso illuminato di Akhenaton, e non solo in senso religioso. Forse Mosè era la reincarnazione di Akhenaton, nel senso che la coscienza rivoluzionaria di Akhenaton continuava in Mosè l’evoluzione intrapresa nella vita precedente. E forse si trattava sempre della stessa di Abramo. Quando Mosè prese coscienza di avere una missione da portare a termine, la sua vita cambiò radicalmente e iniziò un percorso di conversione monoteista che gli rese molto pericoloso rimanere in Egitto. Preferì andarsene, e lo fece con migliaia di Ebrei immigrati (o schiavi) che credevano nel Dio di Abramo; con loro avrebbe potuto compiere l’impresa che non era riuscita ad Akhenaton; visto che la classe sacerdotale corrotta preferiva nascondere a tutti la verità, senza rendersi conto che questa, prima o poi, viene sempre a galla.

Di sicuro Mosè conosceva tutti i segreti dei sacerdoti, ed era in possesso di conoscenze che gli avrebbero permesso di costruire un accumulatore elettrico, una versione portatile di quello presente nella Piramide. L’Arca dell’Alleanza gli avrebbe consentito di mettersi in contatto con i messaggeri divini (che parlavano in nome di Dio), e che lui aveva già “conosciuto” nella Piramide. L’Arca era anche un’arma potente. Mosè ne avrebbe avuto bisogno durante l’Esodo per difendersi dalle tribù ostili, ma anche contro l’ira del Faraone.

Nell’Esodo, la Bibbia racconta che – per mezzo delle folgori “divine” dell’Arca – gli Ebrei annientarono gli eserciti di alcune tribù ostili incontrate nel deserto del Sinai, e ne fa i nomi; si tratta degli Etei, degli Evei, dei Gergesei, dei Gebusei e di altre che occupavano l’area di Canaan.

Nel Libro di Giosuè, la Bibbia descrive chiaramente l’episodio della distruzione di Gerico, laddove per sei giorni le armate di Israele, precedute dall’Arca dell’Alleanza e da sette sacerdoti con altrettante trombe di corno d’ariete, girarono attorno alle ciclopiche mura difensive della città; “…e al settimo giorno, sonate le trombe, le mura crollarono”.

 Mosè conosceva la Piramide e i suoi segreti

La Grande Piramide era (ed è) la Casa della Conoscenza Nascosta, dove gli iniziati ricevevano le rivelazioni in essa contenute… e Mosè era stato di sicuro iniziato al suo interno. Non abbiamo le prove “avvallate da testi”, così come non ne abbiamo sulla possibilità che anche Gesù sia stato iniziato nello stesso luogo. E se questi “sospetti” esistono, è forse anche perché già altri – tra cui gli stessi Abramo e Giuseppe (figlio di Giacobbe), fecero di tutto per accedervi.

Abramo tentò di far passare per sorella la moglie Sarah, e la vendette Faraone come concubina, “per non inimicarsi il re”; quando questo scoprì l’inganno, lo cacciò e regalò a Sarah la schiava Ajar, futura madre del primogenito Ismaele. Perché dunque Abramo avrebbe escogitato questo “trucco” e mentito, obbligando la moglie a fare altrettanto? Prima di tutto, la Bibbia ci fa notare che la mano invisibile di Dio picchiava il Faraone ogni qual volta questo tentava di sedurre la donna, impedendo così di disonorarla. Evidentemente Abramo era sicuro che nulla poteva succedere a sua moglie, altrimenti perché escogitare un pretesto del genere per entrare nelle grazie del Faraone? Ma la domanda è: Perché Abramo era disposto “a rischiare”? e ancora: Che cosa stava cercando di preciso in Egitto, che valesse qualunque rischio? Puntava forse a entrare nella Piramide?

Giuseppe, secondo i racconti biblici, fu venduto dai suoi stessi fratelli, che erano invidiosi di lui nei confronti del padre Giacobbe. Questi lo gettarono in un pozzo e lo vendettero come schiavo a una carovana di passaggio diretta in Egitto. Si racconta che Giuseppe avesse il dono di saper interpretare i sogni, e per questo fosse stato chiamato alla corte del Faraone, che aveva fatto un sogno inquietante; il ragazzo riuscì a prevedere una grave carestia della durata di sette anni. Il re lo incaricò di occuparsi di mettere in salvo le scorte alimentari e l’Egitto fu salvato. Giuseppe divenne così importante a corte, che diventò vicerè. Ma in questo caso le domande sono: perché la chiaroveggenza di Giuseppe non gli aveva permesso “direttamente” di prevedere la carestia? È davvero possibile che undici uomini siano così infami da decidere in comune accordo la vendita di un loro fratello?DOVE furono stipate le derrate alimentari che avrebbero salvato l’Egitto – e altri popoli che sarebbero accorsi per acquistare cibo – dalla carestia che sarebbe durata ben sette anni? La tesi potrebbe essere questa: Giuseppe aveva previsto la carestia e il sogno del re (aveva perciò un livello coscienziale elevato e di conseguenza poteri extra-sensoriali), e organizzò la sua vendita con l’aiuto dei fratelli (questo gli avrebbe consentito di entrare in Egitto; sapeva che il Faraone lo avrebbe fatto portare nella sua casa, per conoscere il futuro). Tutto quello che sarebbe successo in seguito era stato architettato per aver libero accesso alle piramidi, compresa la maggiore! In quali altri luoghi avrebbero potuto essere stipate scorte di cibo sufficienti per sette anni? E la futura posizione di viceré, non gli avrebbe forse permesso di elevare ancora di più la sua Coscienza…all’interno della Grande Piramide?

 Secondo i racconti biblici, Dio aveva detto a Mosè:

Ho saputo che il mio popolo è tenuto schiavo dagli egiziani […] ho sentito i lamenti del mio popolo schiavo in Egitto […] torna in Egitto e libera il mio popolo…”

Perché mai Dio insisteva a puntualizzare che si trattava del SUO popolo? Se siamo tutti figli di Dio, allora anche  gli egiziani lo erano. A meno che gli ebrei non fossero davvero i figli degli Elhoim (anzi i figli dei Ben-Elhoim, cioè i  Nefilim biblici!). Erano forse proprio gli Adapa, i terrestri creati con il DNA divino. Quelli salvati dal diluvio, perché giudicati puri; ai quali in seguito fu imposto un “marchio” di riconoscimento: la circoncisione, in memoria del patto tra Abramo e Dio (Genesi 17,9-14).

Abramo circoncise se stesso, tutti i maschi della sua famiglia, e da quel momento in poi la pratica fu  obbligatoria in tutta la futura comunità Ebraica. Questa abitudine originò con tutta probabilità per distinguere i maschi giudei da quelli babilonesi; infatti Abramo venive dalla regione di Ur dei Caldei (in Mesopotamia) dove non c’era questa consuetudine.

E ricordiamo bene che ai figli di Dio, gli Elhoim, era stato assolutamente vietato di accoppiarsi con le figlie degli uomini, ma che essi trasgredirono scatenando la collera divina. La circoncisione obbligatoria di tutti i maschi a pochi giorni dalla nascita era dunque un preciso segno di riconoscimento (che provava che la madre era ebrea) che sarebbe servito, per i millenni futuri, a non mescolare mai più i loro DNA con quello di altri eventuali visitatori, i cui maschi sarebbero stati individuati – al momento opportuno -, perché sprovvisti di tale peculiarità.

Infatti, a pensarci bene, quello era l’unico punto del corpo che non si poteva camuffare o truccare, o cambiare (e tanto meno far ritornare come prima). Il taglio o il colore dei capelli, la foggia degli abiti, la forma delle orecchie o della bocca, il numero delle dita di una mano o di un piede, i tatuaggi sulla pelle… tutto può essere modificato o mascherato per trarre in inganno.  Ma la circoncisione non poteva assolutamente passare inosservata a un controllo, e così anche la sua assenza. Inoltre, dovendo incidere la pelle con un coltello, c’erano rischi di infezione. Ebbene, quella posizione così particolare – specialmente in un neonato – si sarebbe cicatrizzata alla svelta senza conseguenze. Tanto è vero che, ancora oggi, non c’è alcun bisogno di praticarla negli ambulatori medici.  Ma anche gli egiziani circoncidevano i maschi, anche se più tardi: con tutta probabilità coincideva con l’inizio della pubertà, e significava che il giovane non era più un bambino.

Erodoto afferma che gli Egizi avevano questa usanza dei tempi predinastici, e che la trasmisero ai popoli semitici; infatti, dopo una battaglia, c’era la consuetudine di evirare i cadaveri non circoncisi, per sapere quanti nemici erano stati uccisi. Dunque gli dèi dello Zep Tepi erano circoncisi?  È possibile che Abramo avesse ricevuto l’ordine di circoncidere tutti i maschi, proprio perché anche gli Ebrei erano di origine (la stessa) divina?

Gli ebrei continuano a marchiarsi ancora oggi (anche i mussulmani). E difficilmente si sposano con individui estranei alla loro religione. E, soprattutto nell’antichità, mai lo fecero, per rispettare alla lettera quanto era scritto nella Torah e nel Talmud. Sono sempre stati una comunità molto legata alle antiche tradizioni.

La loro pretesa origine divina, la loro discendenza da Noè e la loro conclamata diversità (erano i sopravvissuti del Primo Tempo Anunnako)… dovevano essere note agli egiziani, che per  renderli inoffensivi e poterli controllare, a un certo punto della storia (forse dopo la fine della riforma religiosa di Akhenaton) li tenevano schiavi, perché avevano intuìto che Aton era lo stesso Dio degli Ebrei.

A meno che, come assicurano gli egittologi, nessuno fosse MAI stato tenuto schiavo in Egitto, confondendo la IV dinastia (su cui nessuno eccepisce, tanto più chi non ritiene che le tre piramidi di Giza risalgano a quel periodo!) con la XVIII e la XIX…


[1] Ordine religioso di cavalieri col compito di proteggere il “tesoro del Tempio” di Gerusalemme.

[2] A quei tempi per abbandonare un neonato, c’era l’uso di affidarlo alle acque del Nilo, in una cesta di giunchi intrecciati.

[3] Letteralmente: “nell’ombra di El, il figlio della mia Luce”.