Il fascino della rievocazione storica

Dalla fortezza alla villa: evoluzione dei castelli e spaccato di vita nel medioevo – Saggio breve

di Mary Falco per Acam.it

Completamente finestrato … indifendibile! – dichiara deciso Goffredo de Montmirail rivedendo il suo castello; il conte è caduto per sbaglio dalla Francia del 1123 ai giorni nostri, anzi più precisamente al 1993, anno in cui il regista Jean-Marie Poiré ha diretto il film “I visitatori”, con Jean Reno e Christian Clavier.

visitatoriIn Francia il film è stato visto al cinema da 13.664.000 spettatori. Uno straordinario successo, che ha suggerito ben due “seguiti” nel 1998 e nel 2001, sempre con una buona risposta di pubblico. Sfruttando il fortunato filone del “viaggio nel tempo”, il film gioca con gli equivoci che nascono di fronte alle eterne contraddizioni tra passato e presente, contrapponendo i valori della Francia medioevale a quella contemporanea.

Aldilà della finzione scenica, si fa riferimento ad una ben precisa realtà: la trasformazione di una fortezza in villa o meglio, nel caso specifico, in un sontuoso albergo, vicenda impensabile nel Medieovo, ma comune oggi, frutto di un’evoluzione che prende le mosse in Francia dal “Grand Siècle”, in cui i guerrieri d’un tempo erano convertiti a forza in cortigiani dall’energico Re Sole, con tutti i malintesi, le crisi e le divergenze che il cambiamento di stato comporta. Non che sia un fenomeno esclusivamente francese, ma nel resto del Sacro Romano Impero, di cui l’Italia volente o nolente fece parte, la trasformazione venne “diluita” dai tempi delle lotte comunali fino agli albori del Risorgimento. Qualcuno anzi disse che la formazione dello stato unitario italiano laico, tanto caldamente appoggiato dall’Inghilterra, fu l’ultimo atto di un gigantesco duello tra cattolici e protestanti, o per meglio dire un vero e proprio scacco matto al Papa, conclusosi col crollo del Sacro Romano Impero, appunto nella Grande Guerra … ma è un discorso che ci porterebbe lontano.

Sta di fatto che se in America i “viaggi del tempo” arrivano di solito agli anni cinquanta, al massimo fino all’antico West, in Europa, punteggiata com’è di castelli d’ogni tipo, dalle rovine autentiche alle dimori signorili … fino alle ricostruzioni goticheggianti dell’ottocento, il confronto col medioevo è quasi d’obbligo. Comunque il nostro Goffredo de Montmirail non ha tutti i torti a protestare: all’inizio della sua storia il castello sorge in un luogo strategico, in posizione elevata o rialzata e facilmente difendibile e consiste in un complesso architettonico composto di uno o più edifici fortificati, costruiti per ospitare una guarnigione di soldati, con il loro comandante e i suoi familiari, con l’idea di tenerli al sicuro, non certo di far trascorrere loro una vacanza, quindi le modifiche necessarie per renderlo ospitale e ridente sono numerose e vanno tutte a scapito della difendibilità, togliendo al castello il suo motivo d’esistere. E non per niente se Goffredo torna a casa vincitore e compie il proprio destino, il servo trova più comodo far cambio con un malcapitato discendente e restare ai giorni nostri.

Le rievocazioni che fioriscono sempre più numerose ci offrono questo vantaggio: un viaggio nel tempo con un comodo ritorno a casa; di solito sono ospitate da luoghi significativi per la storia, soprattutto, in Italia, all’ombra degli innumerevoli castelli più o meno conservati che punteggiano la penisola.

Il pericolo. Lo straniero. Prima i Barbari dal Nord, poi gli Arabi dal Mediterraneo cambiano rapidamente il volto urbanizzato del Sacro Romano Impero. Dal V all’VIII secolo sulle Alpi è tutto un fiorire di castelli, mentre gli stanziamenti a fondo valle vengono spesso abbandonati, in favore di zone più alte e facilmente difendibili: per coltivare la terra si tolgono tutte le pietre, che vengono poi utilizzate per costruire muri, chiese, basamenti per edifici completati poi in legno ed è significativo il fatto che le provviste erano sempre ammassate in luoghi costruiti in muratura, comprese le chiese. Le mutate condizioni di vita avevano moltiplicato le insidie del territorio: la storiella del lupo e dei tre porcellini nasconde la realtà di un’aggressività maggiore da parte degli animali selvatici, (tra cui i lupi calati dal nord est a seguito appunto dei Barbari) e la necessità di costruire in muratura, invece d’accontentarsi delle casette di legno e paglia in uso fino a quel momento.

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Catsello di Torrechiara PR

I castelli non sono pensati per ospitare un’unica famiglia, per quanto allargata, ma una piccola comunità di militari armati, potenzialmente pronti all’azione; entro la cinta difensiva dunque doveva trovar posto ogni materiale che occorresse per sostenere un assedio: armi di ogni tipo e relative munizioni, palle di pietra per le catapulte e frecce per balestre, archi e baliste … ma non meno indispensabile era il necessario per la vita quotidiana e per l’autonoma sopravvivenza.

Il percorso che porta dalla città, spesso di origine romana, al castello medioevale è lungo, ma non necessariamente contradditorio, soprattutto in Italia: entrambi, a differenza della casa di tradizione greco-romana, offrono riparo, invece d’adagiarsi fra orti e giardini; quindi sono organizzati per garantire la sicurezza degli abitanti rispetto all’ambiente esterno, ritenuto potenzialmente ostile, nonché una certa loro autonomia di risorse, in funzione di una permanenza più o meno forzata. Nella città, come nel castello, la gente s’organizza in comunità sempre più articolate, tanto che nel tardo Medioevo si assiste all’edificazione di castelli nelle grandi città, allo scopo di controllarle e far fronte alle insubordinazioni cittadine. La ricerca storiografica ha indicato il X secolo come l’inizio di un vero e proprio incastellamento.

La scelta di abbandonare le comodità cittadine per stabilirsi in luoghi impervi ed isolati coincide in gran parte con l’avvento del Cristianesimo. La religione della pace aveva di fatto minato le strutture dell’impero, aprendo le porte all’invasore, mentre l’idea di vivere in povertà aveva accentuato una politica autarchica già proposta da Augusto: se le vie dei commerci sono sempre meno sicure, anche l’idea di comprare prodotti esotici contrasta con la nuova morale e per finire i conventi avevano modificato il concetto di costruzione più di quanto appaia oggi.

Eremi

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Eremo delle carceri Assisi

In principio gli eremi erano piccolissimi e singoli, come nel monastero di Skellig Michael, in Irlanda, dove i monaci vivevano in piccole celle circolari (clochans) fatte di pietra viva asciutta incastrata, costruiti praticamente sulla sommità di scogliere a picco sul mare alte circa 60 metri. Il monastero fu fondato probabilmente nel 600, sopravvisse a una razzia vichinga nell’823, con una successiva espansione culminata con la costruzione della cappella centrale all’inizio del primo millennio, quando poi fu abbandonato.

Possiamo ritrovare lo stesso stile di vita ancora oggi, nella Repubblica monastica del Monte Athos, territorio autonomo della Repubblica Greca, dotato di uno statuto speciale di autogoverno abitata da circa 1500 monaci ortodossi distribuiti in 20 monasteri o laure, in 12 skiti (comunità di monaci singoli sorte intorno a chiese) e in circa 250 celle (eremi isolati). Tutte le skiti o le celle sono autonome per quel che riguarda la loro vita interna, ma ricadono sotto la giurisdizione di uno dei 20 monasteri principali, per quel che riguarda i problemi generali della vita monastica e i problemi amministrativi.

In Occidente possiamo far riferimento a Subiaco, dov’è ancora visibile la grotta in cui visse per anni san Benedetto da Norcia … ma fu proprio quest’ultimo a raccomandare, nella propria regola, che i monaci non solo vivessero insieme, ma integrassero la vita contemplativa con svariati lavori, “ora et labora” il che vuol dire anche agisci in uno spazio organizzato ed autosufficiente … dato che, come il castello, anche il convento benedettino dev’essere completamente autonomo, in modo da limitare al massimo le interferenze col mondo esterno.

Conventi

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Dal libro “L’école et la science jusqu’à la Renaissance”: convento di San Giacomo (Jacobus) dei frati domenicani detti “giacobini”

Ecco dunque che da questo momento in poi la necessità di vivere isolati, deve coniugarsi con la costruzione di un ambiente abitativo e lavorativo adatto ad una comunità ordinata. Naturalmente in convento non trovano spazio armi e munizioni, a meno che non si tratti dell’ordine templare … ma vige la stessa necessità di rinunciare al mondo ed alle sue lusinghe, per una lotta col maligno che prende a prestito linguaggio e simboli dalla guerra vera. Nei primi castelli si vive in comune, solo il signore con la sua famiglia, il castellano e talvolta eventuali ospiti di riguardo, possono disporre di camere personali, mentre la guarnigione ed i personaggi minori, solitamente, dormono in una sala comune e vivono secondo le consuetudini militari, che i legionari romani hanno esportato in tutt’Europa. Non dimentichiamo che il nome stesso deriva dal latino castellum, a sua volta da castrum, insediamento militare: un accampamento organizzato con diverse strutture di difesa, dunque l’immediato successore dell’accampamento militare. Ma come le tende stesse, col passar del tempo, si vanno riempiendo di comodità, introdotte da chi era avvezzo alla vita nomade, a maggior ragione nei castelli s’introducono accorgimenti per rendere la vita più stabile e di conseguenza anche la difesa e la lotta più efficaci. Inutile dire che nel corso del tempo le comodità aumentano, alla camera del signore si aggiungono stanze private e gli spazi disponibili per personaggi di rango minore si moltiplicano, come pure le mansioni e le specializzazioni di ciascuno: saranno proprio queste differenti occupazioni a richiedere ambienti diversi e ben articolati.

Accanto alla sicurezza si fa strada un altro elemento: era importantissimo avvistare il pericolo in tempo utile per dare l’allarme, già nel mondo romano si costruivano torri di guardia isolate, solitamente di legno, adatte a proteggere appezzamenti di terreno e a controllare passaggi obbligati, si trattava di punti d’osservazione strategici, in corrispondenza dei tracciati di mura e fortificazioni. Poi si sentì l’esigenza di collegare queste torri ad uno spazio fortificato, in cui rinchiudersi in caso di pericolo e di rendere tale spazio adatto ad una sopravvivenza anche di qualche giorno. In Europa vivono il momento di maggior diffusione nel Medioevo, quando vengono sfruttate, grazie alle loro caratteristiche difensive, anche per esigenze abitative. Le torri permettevano infatti a ciascuna famiglia di proteggersi dai nemici presenti nella città stessa, si pensi alle lotte tra guelfi e ghibellini, ricorrendo ad alcuni precisi accorgimenti. Prima di tutto, attraverso vani di accesso rialzati, a livelli abbastanza elevati da potervi accedere esclusivamente tramite scale a pioli, rimovibili all’occorrenza: in pratica si trattava di fori nel pavimento, muniti di botole. Per lo stesso motivo difensivo erano costruite in mura massicce, con finestre di dimensioni molto ridotte, specialmente ai piani inferiori, dove spesso erano nient’altro che piccole feritoie.

Torri medievali

Due-Torri-ItalyLa tipologia più antica di torre medievale è quella a base circolare, probabilmente ispirata a quelle inglobate nelle mura delle città romane, che trovò diffusione nel ravennate, soprattutto per costruire campanili. Questa costruzione si evolve nelle torri con scale in muratura, fino a trasformarsi nella doppia torre scalare, che serviva a raggiungere i matronei di alcune cattedrali nord-europee. Le torri a base circolare erano staticamente più affidabili, ma anche meno facili da costruire, per la necessità di tagliare le pietre con le facce interne inclinate, come quelle degli archi; sono tipiche del mondo greco e si ritrovano nell’Italia bizantina.

Nel periodo romanico si diffuse la tipologia a base quadrata o rettangolare, ma non mancano esempi di torri a base poligonale, come le otto a base ottagonale nei vertici del Castel del Monte, in Puglia. Spesso le torri medievali presentavano un semplice accorgimento per rendere più confortevole la permanenza di uomini, in cima per lunghi periodi: l’inserimento, al piano più alto, di ballatoi esterni in legno, che ampliavano la superficie utilizzabile. Tali strutture, inizialmente alquanto precarie, ben presto furono imitate e trasformate in elementi architettonici strutturali aggettanti “a mensola” e di particolare pregio ornamentale, come le smerlature, anche al fine di conferire loro maggiore prestigio.

La fattoria

fonte: commons.wikimedia.org
fonte: commons.wikimedia.org

Anche a valle la fattoria diventa sempre più simile ad una fortezza. I vari edifici formano un rettangolo di fabbricati chiuso pressoché come un chiostro attorno ai cortili interni, forniti di un pozzo proprio. Uomini e donne abitano spesso edifici indipendenti, con piccole scale, sovente di legno, che li sollevano dal cortile, da rimuovere in caso di pericolo (non necessariamente guerra, poteva essere anche un’inondazione o un’invasione di topi particolarmente aggressivi); invece i capannoni in cui si lavora sono costruiti raso terra, ma in caso d’emergenza vengono rapidamente abbandonati, lo stesso si può dire delle stalle e scuderie, nonché del pollaio e del forno; anche il giardino ed il frutteto trovano spazio dentro al recinto, realizzato in muro e pietra e “rinforzato” da piante spinose ben fitte, preferibilmente rose o biancospino.

Organizzata in modo da essere il più possibile indipendente, la fattoria rappresenta un po’ la cellula agraria del mondo feudale. All’occorrenza basta ergere un cerchio di mura attorno alle costruzioni per fortificarle e d’altra parte varcato il ponte levatoio d’un maniero, si trovano più o meno gli stessi edifici, distribuiti in modo analogo. Forse l’unico modo per distinguere veramente una fattoria da un castello è la presenza della torretta circolare costruita in pietra viva, che funge da colombaia. Infatti in origine i piccioni viaggiatori erano usati per inviare messaggi, secondo un’usanza che la nobiltà aveva appreso dagli arabi, in occasione delle crociate e che i contadini non avevano nessun interesse ad emulare. Ancora durante la prima guerra mondiale, le leggi dell’Impero punivano con la fucilazione chi che fosse trovato in possesso di piccioni, perché si riteneva possibile usarli per far spionaggio!Collegare la fattoria al castello, magari con un passaggio segreto od un sentiero di difficile accesso, diventa il passo successivo. Con il trascorrere degli anni si assiste a un progressivo processo evolutivo, dove il castello diventa un complesso di edifici fortificati, a volte comprendenti un intero borgo, abitato dal popolo che serve il signore e che, all’occorrenza, si rifugia all’interno della fortezza, per sopportare gli assedi. Pian piano si va formando anche una gerarchia tra castelli sperduti in luoghi inaccessibili e la sede del signore, dotata di maggiori comodità, che diviene il centro amministrativo e giuridico del territorio!

La regina di questa comunità, che contava come minimo un centinaio di famigli, era la padrona di casa, che comanda ai servi e alle altre donne, si tratta di una posizione che molte raggiungevano soltanto sulla cinquantina o mai, giacché alcune restavano, fino alla tomba, sotto il giogo di una suocera onnipotente; questo potere femminile era tanto più temibile, perché non regolarizzato da nessuna legge, come avveniva per le cariche maschili. Inoltre, data l’età quasi infantile delle mogli e l’altissima mortalità da parto, era frequente la convivenza di famiglie allargate, con fratellastri, sorellastre e matrigne in abbondanza, come suggeriscono le ben note favole medioevali! Questione d’autorità, non di prestigio, perché in realtà la padrona è forse quella gravata dal maggior lavoro: la prima ad alzarsi in ogni stagione, per una giornata che comincia alle 4 del mattino e non è mai troppo lunga. Contrariamente a quanto potremmo pensare, il suo potere è più assoluto man mano che si scende nella scala sociale: duchesse e regine non erano legate più di tanto ad un luogo, perché la corte medioevale è itinerante e quindi non avevano nessun interesse a disputarsi il governo della casa, ma le mogli dei piccoli feudatari, le castellane appunto, erano costrette a spendersi senza riserva, perché dai piccoli appezzamenti ottenuti in beneficio, si potesse trarre di che vivere decentemente e mantenere un gruppo d’armati a cavallo. Inoltre alla castellana erano richieste conoscenze mediche di base, perché non era possibile garantire un medico per ogni scontro e si dava per scontato che la signora fosse capace di ricucire le ferite, immobilizzare un arto rotto, curare una febbre e chiamare il chirurgo in tempo per scongiurare il tetano nell’unico modo possibile: tagliando la parte infetta! E da medichessa a strega il passo è breve … soprattutto dopo una battaglia persa! Per finire la fattoressa è padrona e serva: paga di persona, più di ogni altro e a differenza della donna nobile, è legata per sempre alla sua casa. Non mangia a tavola con gli uomini ma nell’angolo, presso il camino; non interviene nella conversazione. La castellana non si distingue dalla fattoressa quanto sembra a noi oggi, perché con lo stratificarsi ed il differenziarsi dei castelli si modifica anche lo “status” dei castellani: il signore del borgo ha tanta gente sotto di sé, su cui la moglie governa da regina … ma man mano che ci si avvicina alla frontiera, è sempre più facile trovare gente caduta in disgrazia, piccoli nobili in esilio o favorite da tenere nascoste. Anche l’andamento della guerra influisce: quando il signore parte, la castellana diventa una specie di prigioniera e le sue mansioni assomigliano da vicino a quelle di una governante.

La vita del castello

Nelle lunghe serate invernali i piccoli lavori casalinghi si prolungano. Nei villaggi si veglia ora in una famiglia ora in un’altra, alla luce delle candele, davanti al fuoco del camino: si scelgono di preferenza coloro che hanno una grande sala e un forno. Dove c’è un castello, inutile dirlo, ci si riunisce presso il signore, che comincia presto a dotare le “sale comuni” d’arazzi ed affreschi che sottolineino il suo potere celebrando le storie di famiglia. La sala grande è dunque il cuore della casa e ne costituisce un po’ lo “status symbol”! Gli incontri fanno economizzare la legna e forniscono un tempo per scambiarsi notizie, ricordi, racconti paurosi o affascinanti. Ci si rifugia in quel locale quando gela da spaccar le pietre. La temperatura vi si mantiene elevata, di un calore denso, sostenuto dallo spessore dei mattoni arroventati. In questa stagione i castelli isolati diventano veri e propri eremi per gli sfortunati che vi abitano!

All’interno del castello, la principale occupazione quotidiana è quella di preparare e distribuire i pasti, perché il mantenimento integra o sostituisce completamente il salario. Non dimentichiamo che, anche se il maniero non è assediato, è comunque piuttosto isolato, in un periodo in cui si produce tutto in casa: vestiti, utensili, vasellame. Più il signore è potente, più l’area abitativa è attrezzata per attività artigianali: indispensabile è la fucina del fabbro ed uno spazio adibito alla filatura e tessitura, diretto appunto dalla castellana, ma non si disdegna la ceramica e la falegnameria. Certamente c’è un piccolo orto di semplici, ben esposto e si ospitano galline e capre da latte, se non è possibile tenere addirittura una mucca, numerosi muli, cavalli e qualche falco per la caccia. Ci sono fienili e granai ed in tempo di pace le derrate alimentari sono importate giornalmente dalla campagna più vicina.

Si mangia in tre momenti distinti: la prima «colazione», che rompe il digiuno della notte, consiste in una zuppa, mentre latte e uova fresche sono riservate agli ammalati! Il pranzo è consumato all’aperto per quasi tutto l’anno, perché i soldati s’esercitano alla guerra andando a caccia ed i contadini lavorano i campi: si tratta di pane integrale, formaggi o carne secca, una porzione di vino o birra. Nel nord Europa si prepara inoltre uno speciale “burro salato” che può essere conservato più a lungo e che viene distribuito ai padri di famiglia, man mano che si scende di latitudine prevale invece l’uso dell’olio d’oliva, di più facile conservazione rispetto al burro ed allo strutto. Per i pasti i nobili, anche più piccoli, sono avvantaggiati, perché possono cacciare e si fanno un vanto di saper scuoiare ed arrostire le prede, mentre i contadini non possono toccare nulla e devono essere riforniti da casa. Unica eccezione, che a noi oggi sembra una barbarie, è la strage delle lepri dopo il raccolto: tutte quelle che non riescono a scappare, sono infatti considerate proprietà dei mietitori. Non per nulla lo spezzatino di lepre è la specialità della cucina contadina!

La cena richiede una preparazione più laboriosa, anche perché rappresenta un po’ il momento d’incontro e di riposo, ma consiste sempre nelle stesse vivande: farinate e semolini, sostituiti dal XVI in poi da patate e polenta, piatti di verdure, che variano a seconda della stagione, misti al lardo, pesce nei luoghi vicino al mare o fiumi; la carne, anche tra i nobili, è servita solo nelle grandi festività, mentre il brodo ristretto è riservato ai convalescenti ed alle puerpere. La cura del bestiame ritma le giornate: mungere mucche e capre, mattina e sera, versare ai maiali la zuppa ingrassata da tutti i resti e rifiuti, raccogliere le uova dal pollaio. Dove ci sono cavalli, falchi e cani bisogna anche provvedere a farli uscire per un opportuno esercizio. L’acqua viene attinta dai pozzi, fortunatamente non troppo distanti e viene usata con misura. Spesso dotare di pozzi e cisterne i castelli, che sorgono in posizioni inaccessibili, diventa un affare serio. Le fortezze più fortunate, decisamente imprendibili, sono quelle dotate d’una sorgente. Quando non si è così ben posizionati bisogna scavare ed ecco ogni castello che si rispetti, dotato di lunghi passaggi segreti che conducono all’acqua, ad altre fortezze o semplicemente all’aperto, in caso d’assedio. Ci sono anche castelli in cui non si possono tenere cavalli: allora un passaggio segreto porta alle stalle, a loro volta custodite in un luogo sicuro.

A Cusago, nel castello costruito da Bernabò Visconti nei pressi di Milano, non mancano voci più o meno autorevoli sull’esistenza di un ingresso ad un antico tunnel sotterraneo, che collegherebbe il Castello stesso alla chiesa di Santa Maria Rossa, da qui proseguirebbe verso Baggio e quindi Milano da una parte e dall’altro, in direzione Pavia, intersecherebbe un’altra rete di tunnel che corre fino alla Certosa di Pavia, quindi con una lunghezza di parecchi chilometri. Si ritiene che la fitta rete sotterranea sia molto estesa e che la via maestra correrebbe parallelamente al naviglio Pavese. Un ingresso del tunnel, murato intorno alla metà degli anni 60, si trova proprio sotto al Castello, sul lato destro guardando frontalmente l’edificio. Il tunnel, avrebbe una larghezza di circa 4/5 metri, un’altezza intorno ai 2.5 metri e risulterebbe costruito con una volta a mattoni. Una struttura tale da consentire il passaggio delle carrozze a cavallo, quindi con una probabile funzione di via di fuga dei signori di Milano.

Un analogo apparato di fuga, questa volta in direzione delle montagne, era presente a Verona, dal noto castello scaligero, di fede ghibellina, che aveva necessità d’essere sempre in contatto con l’imperatore. Naturalmente non è facile per noi immaginare i minatori medievali all’opera … ed in questi spazi, che si immaginano popolati di tesori e di draghi, fioriscono le leggende.

Aldilà del fascino gotico di certo “noir” in recente ascesa, va comunque segnalato il fatto che queste fortezze, pensate per essere imprendibili, spesso si chiudono come trappole sui propri abitanti. È comune il caso di castelli che non sono espugnati, ma son costretti ad arrendersi per fame o per malattie, dovute alla completa mancanza d’igiene e d’un’alimentazione equilibrata, nonché di mogli ed amanti cadute in disgrazia, costrette a finire miseramente i propri giorni, se non addirittura murate vive, ma si da il caso anche di morti accidentali, data la difficoltà di portare soccorso in caso d’incidente ed infine l’abitudine d’allevare in incognito, in luoghi isolati, gli eredi al trono, che ha forse l’esempio più famoso nella figura di Artù.

Dal castello alle residenze signorili

http://www.procittadella.it/palazzo_pretorio.htm
http://www.procittadella.it/palazzo_pretorio.htm

Con la nascita delle fortificazioni alla moderna e delle cittadelle, i castelli non più modificabili efficacemente per resistere alle pressanti innovazioni, vengono ristrutturati come residenze signorili per le famiglie nobili. Il fatto di essere isolate le rende allora l’ambiente ideale per tentare sperimentazioni agricole e di allevamento intensivo. Anche in città le strutture cambiano: sotto la spinta della crescita demografica, aumenta il bisogno di spazi e diminuisce la necessità di difesa per la singola unità. La torre vive un inarrestabile tramonto. Un tempo l’altezza della torre era metro della potenza e ricchezza della famiglia che vi abitava, quindi non mancavano le sfide a salire verso l’alto, che talvolta mettevano a rischio la statica degli edifici, con conseguenti crolli, non rari, a causa dell’eccessiva snellezza. A partire dal XII sec., anche per la crescente importanza delle istituzioni comunali, che vietarono ai cittadini privati di costruire al di sopra del livello della torre del palazzo del governo comunale, la torre perde rapidamente prestigio, fino ad essere del tutto abbandonata in epoca rinascimentale. Talvolta ne vengono inglobate le suggestioni in edifici rimaneggiati, come nelle ville agresti, che iniziarono ad essere popolari proprio in quel periodo, dove talvolta si inglobava nel nuovo edificio una vecchia torretta fortificata, come per esempio la Villa La Petraia presso Firenze. Non mancarono durante i secoli successivi le torri costruite, ma furono casi molto isolati, e non per funzioni abitative e men che meno difensive, ma per rendere semmai visibili da lontano alcuni elementi come orologi. Dal punto di vista militare invece, le torri inserite, per esempio, nelle cinte murarie, divennero estremamente pericolose con le nuove armi da fuoco, che potevano farle rovinare verso la città con una sola palla di cannone, per cui vennero spesso smantellate e sostituite con bastioni e fortificazioni alla moderna.

Anche nei secoli successivi le torri vennero gradualmente abbandonate in favore dei più confortevoli palazzi, o inglobate in questi nuovi edifici. Fulmini, terremoti e altre calamità naturali decimarono ulteriormente le torri superstiti e ancora nell’Ottocento, nonostante il revival neo-medioevale, si continuò sporadicamente ad abbattere torri nei centri storici, per allargare strade, creare piazze dove non ce n’erano o, insomma, mettere in atto tutti quegli interventi urbanistici regolatori tipici del periodo positivista. Un’eccezione unica nel panorama europeo è rappresentata dalla cittadina di San Gimignano in Toscana, piccolo borgo conservatosi fino ai giorni nostri senza aver sostanzialmente mutato il suo impianto medioevale, dove un gran numero di torri non ha subito alcuna scapitozzatura e, sebbene ridotte nel numero rispetto alle più di settanta delle quali ci è pervenuta traccia certa da quell’epoca, si ergono ancora in quattordici esemplari in tutta la loro altezza.

Un vero e proprio revival delle torri come elemento ornamentale in alcune tipologie edilizie si ebbe durante l’Ottocento, quando la moda romantica del ritorno al passato fece sì che si tornassero ad usare anche in architettura stili propri di epoche precedenti.

Locali sempre più ampi erano dedicati a contenere tutto il necessario per la vita quotidiana del signore e della guarnigione. Era indispensabile un abbondante rifornimento di viveri, quindi alimenti a lunga conservazione, essiccati come granaglie, ceci, fave, lenticchie, fagioli, castagne etc. o affumicati oppure conservati sotto sale (carni e pesci) o infine liquidi, come l’olio ed il vino. È da notare che il vino, in questo contesto, era considerato più come un alimento, che come un genere voluttuario. Siamo abbastanza bene informati sulle scorte di viveri presenti nei castelli, perché il passaggio delle consegne da un castellano all’altro avveniva solitamente tramite rogito notarile, affinché al successivo avvicendamento si potesse trattenere dai compensi del castellano uscente il valore dell’eventuale diminuzione della scorta di provviste.

http://viaggi.nanopress.it/fotogallery/castelli-bavaresi-in-germania_7013_8.html
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La sala, in latino aula, da cui l’inglese hall, è il vano simbolicamente più importante del castello, come il mastio, erede della vecchia torre, è il corpo di fabbrica di maggior spicco: spesso coincidono, perché proprio ben custodita all’interno del mastio si apre la sala, dove si svolgono le cerimonie politiche, militari e religiose, si ricevono le delegazioni diplomatiche e si rende giustizia. Nella sala infine si tengono i banchetti, che lungi dal rappresentare solo un’occasione di piacere, svolgono una funzione importantissima nel rinsaldare quei i vincoli personali, che costituiscono la base sostanziale della società medievale. E poiché spesso il numero dei commensali variava, si diffonde l’uso di tavole mobili, da montare su cavalletti, che si snodano lungo la sala o, nella buona stagione, nei cortili interni.

La camera costituisce lo spazio più intimo del signore, nel quale si svolge la vita familiare e si ricevono, in segno di particolare favore o affetto, gli ospiti di maggior rilievo. Nei castelli di maggiore importanza si trovano due camere signorili, per il signore e per la sua sposa. A Castel Sismondo, a Rimini (1436), addirittura due palatia.

Si è visto che l’organizzazione fondamentale della residenza consisteva nell’unione di camera e sala, ma sempre più spesso tra le due si inserisce un vano intermedio, chiamato anticamera o guarda camera, per isolare la residenza privata, fornendo un livello di accoglienza intermedio fra il massimo del formalismo, la sala, ed il livello più intimo, la camera. Poiché si poteva restar rinchiusi a lungo, la camera aveva tutto l’occorrente per la vita quotidiana, compreso il tavolo per quando il signore non desiderava pranzare con gli altri; la camera della signora era adatta a filare e tessere, o era annessa ad un piccolo laboratorio, nonché ad un’infermeria, perché era sempre la signora ad occuparsi dei feriti ed infine, se c’erano bambini, spazi per loro. Nello stesso modo dalla camera si poteva accedere anche al tesoro o, più raramente, alla biblioteca.

Nei castelli più importanti sono previsti alloggiamenti anche per i personaggi in visita o del seguito del signore. Se nel castello risiedeva il signore del luogo, era necessario assicurargli un tenore di vita, che lo qualificasse agli occhi di tutti come superiore a quello della guarnigione e dello stesso castellano. Occorrevano quindi locali d’abitazione e rappresentanza per il signore, il castellano e la guarnigione, uno spazio per le funzioni religiose, per l’essenziale amministrazione della giustizia, nonché vari e spesso complessi locali accessori e funzionali. Non si rinunciava infine agli aspetti decorativi, soprattutto negli alloggi signorili. Il castellano, di estrazione piccolo nobiliare, è quasi invariabilmente alloggiato nel mastio, con gli agi dovuti alla sua posizione.

Nel Chateaux et enceintes di Mesqui, e precisamente a pag. 121 leggiamo: “La maggioranza dei palazzi reali o ducali comportavano appartamenti su almeno due livelli, che permettevano di isolare gli appartamenti del principe e quelli della sua sposa. … Nel palazzo ducale di Digione, nei secoli XIV e XV, troviamo nella contabilità medievale la camera del Duca, quella della Duchessa e quelle dei figli. … Nel castello reale di Gisors, nel 1392, a fianco degli appartamenti del re e della regina, si trovano le camere dei signori di Borbone, d’Orléans, d’Ivry e De Chavannes … tutte più o meno dotate di annessi.”

Ed ecco che dalle camere più o meno private siamo arrivati all’appartamento … e non pensiamo che sia un lusso rinascimentale! Nel Il Giornale Biblioteca Storica, Milano 2006, di Margherita di Provenza a pag. 161 Gérard Sivéry segnala:

Il 29 maggio 1234 uno scrivano annota l’acquisto di […] un materasso, una coperta ricamata di seta, dei lenzuoli di lino, quattro scendiletto [per il re di Francia Luigi IX il Santo] lo stesso giorno vengono comprate tre coperte di lana e della tela destinata alla fabbricazione di un materasso per la regina. […] Alla mobilia tradizionale (lettiera, sedia, cassapanca, tavolo) si aggiungono in questo periodo -sembra per la prima volta nella storia- dei mobili che si aprono lateralmente.”

Sono proprio questi mobili specializzatissimi ad aumentare la funzionalità della stanza! Man mano che ci si sposta verso l’Italia, si tende a realizzare in muratura quello che nelle corti itineranti di Francia e d’Inghilterra si costruiva in legno. Ad Assisi nelle rovine del castello si distinguono ancora gli spazi di quello che doveva essere un lavabo, una finestra con panche laterali, un camino, un’altra finestra e, appena visibile, ingresso alla latrina in spessore di muro, oggi a cielo aperto, perché è caduto il soffitto! È molto probabile che in un castello del nord il lavabo fosse sostituito da un catino e la latrina da una comoda di legno con vaso ben nascosto all’interno!

Nei castelli si trovano sempre servizi igienici in muratura, anche se spesso è difficile riconoscerli. La nicchia degli esemplari medievali è tipicamente a pianta rettangolare. Nei conventi benedettini venivano chiamate “necessaria” e dotati di larghe foglie di cavolo da usare come carta igienica. Nelle latrine pensili le deiezioni venivano disperse nel fossato; in quelle costruite in spessore di muro i liquami erano asportati da un apposito condotto, quadrato o circolare. E parlando di comode e latrine siamo arrivati al delicatissimo problema della gestione delle acque, perché non dimentichiamo che i castelli sfuggivano completamente alla logica che aveva portato alla costruzione degli acquedotti in città, ma l’acqua era indispensabile per renderli in grado di sostenere un assedio.

Se si poteva attingere alla falda freatica, si costruiva un pozzo e l’acqua piovana era convogliata a perdere. Molto spesso, però, i castelli erano in collina o in montagna e la falda era molto profonda. In alcuni casi, ad esempio a Rocca d’Olgisio (PC) o a Montechiarugolo (PR) si scavavano pozzi profondissimi, quaranta, cinquanta e fino ad ottanta metri; il pozzo del castello di Beeston (UK) raggiunge i 112 m. la profondità di questi scavi, veramente eccezionale per i tempi, ha spesso alimentato colorite leggende!

La soluzione alternativa più diffusa era la raccolta in cisterna delle acque meteoriche, poiché molti castelli sono posti in una posizione ben esposta, in cui era difficile scavare e molto agevole, al contrario, raccogliere l’acqua piovana. Le superfici di raccolta comprendevano i tetti, il cammino di ronda ed i cortili. Spesso si nota ancora oggi il cammino di ronda incavato verso l’interno, per aumentare la superficie di raccolta dell’acqua, mentre è possibile trovare pozzetti di smistamento acque e naturalmente vasche di raccolta, lungo le mura o nelle immediate vicinanze.

La tipica conformazione delle cisterne per la conservazione dell’acqua è a pianta rettangolare, con volta a botte, mentre sono più rare le cisterne cilindriche coperte a cupola emisferica; in ogni caso si rifuggivano gli angoli retti, per ridurre al massimo le formazioni di polvere e ragnatele. Le pareti della cisterna erano solitamente impermeabilizzate con un intonaco di cocciopesto, o malta di laterizio frantumato, facilmente riconoscibile per la colorazione rosata dell’impasto. Si ha notizia di una cisterna impermeabilizzata da una foderatura interna di cuoio, a Hen Domen (UK), mentre a Castel del Monte, il più celebre castello di Federico II di Svevia, quattro delle otto torri angolari ospitavano in sommità cisterne alte, che servivano di acqua in pressione tutto l’edificio.

Naturalmente l’acqua raccolta veniva convogliata nei pozzi; nei castelli più organizzati si possono ritrovare argani per attingere l’acqua. Si ha notizia anche di argani a gabbia di scoiattolo, cioè con un congegno girevole, come quello menzionato da Nicolle, nel “Crusader Castles 1097-1192” a pagina 23, che si trovava originariamente nella cattedrale di Beauvais, in Francia, e di sistemi a leva e contrappeso. Meno diffusa la canalizzazione che permetteva di distribuirla nelle varie stanze.

Quando il castello è posto sulla riva del fiume e non è necessario portare l’acqua in cisterna, mentre talvolta si riscontrano anche altri sistemi d’approvvigionamento idrico.

Nel castello crociato di Montréal (Shawbak) in Giordania, costruito nel 1115 per il re Baldovino I, si trovavano cisterne rifornite da sorgenti sotterranee, raggiungibili tramite una scala in galleria che scendeva nella collina per 365 gradini. In quelli spagnoli era consueto costruire una torre distaccata sul vicino corso d’acqua e collegarla al castello con una cortina a difesa bilaterale; sono le torri de agua e le corachas .

Appena risolto il problema dell’acqua si poneva certamente quello del riscaldamento: poiché il focolare, centrale rispetto alla stanza, si trovava generalmente in cucina, e soprattutto a piano terra, con un camino che sbocca direttamente nel tetto; le altre stanze erano tradizionalmente riscaldate da semplici bracieri, che erano decisamente insufficienti nei periodi di maggior rigore.

Nei castelli primitivi, XI e XII secolo, almeno in Francia e Gran Bretagna, si accende il fuoco sul pavimento ed il fumo esce da aperture nei muri corti, ma già alla fine del 1100 compaiono i camini. Sembra che quelli primitivi si aprissero nel fianco di una parete, con effetti, immaginiamo, disastrosi in caso di vento sfavorevole. Spesso la parete di fondo del camino è in materiale considerato più refrattario al calore di quello utilizzato correntemente, per evitare che si scheggi sotto l’azione del calore. Se il piano del camino è su un solaio di legno, la piana del fuoco è ovviamente in muratura ed è riconoscibile dal piano sottostante. La cappa del camino può essere contenuta nello spessore del muro, ma più spesso sporge dal paramento e si presenta con pianta rettangolare o a semicerchio. Quando la costruzione è su vari piani, i camini risultano spesso sovrapposti, per usufruire della stessa canna fumaria. Nell’Italia del nord, con buona pace della Lega, la tradizione sostiene che i primi camini furono introdotti dal Barbarossa nella sua prima discesa in Italia, nel 1154. In ogni caso, nel XII tutti i castelli e buona parte delle case cittadine vengono dotate di camini e le canne fumarie verticali diventano di uso generalizzato. Secondo O. Cook, nel The English country house, Thames and Hudson, Londra, 1974, p.17 “La cappa a piramide appare  [in Gran Bretagna] verso la fine del XII secolo e resta molto diffusa fino all’inizio del Trecento” Sempre nel Trecento non sono infrequenti nicchie ai lati del camino per conservare oggetti e quant’altro al caldo e all’asciutto.

Terryl N. Kinder, ne “I Cisterciensi”, Jaca Book, Milano 1997, alle pagine 160-161scrive: “Grazie ad alcuni raffinati esempi tedeschi, conosciamo anche … il riscaldamento ipocausto, cioè tramite intercapedini sotto il pavimento. A Maulbronn, nel Württemberg, il calefactorium presenta due parti distinte. Il fuoco veniva acceso in una stanza distinta, al pianterreno, il fumo era convogliato esternamente e il calore, mediante venti “canne” di pietra nascoste nello spessore del soffitto saliva in alto verso il calefactorium vero e proprio al primo piano. Il locale al piano di sopra ha […] un pavimento di pietre forate a intervalli regolari per diffondere il calore che si alza da sotto” questo sistema, regolarmente in uso nelle terme romane, diventa decisamente antieconomico per i castelli che invadono la superficie alpina … ritroviamo tuttavia apparenti resti di ipocausto nel castello, parzialmente di epoca sveva, di Caserta Vecchia.

Un altro delicato problema era quello dell’illuminazione, Chrétien de Troyes, negli anni settanta del XII secolo, descrive nel “Racconto del Graal” un palazzo meraviglioso, la cui sala aveva dei vetri così chiari che ci si poteva vedere attraverso … ma è chiaramente un “topos” letterario: gli ambienti interni dei castelli erano poco illuminati a causa del grande spessore delle murature e l’unico posto luminoso spesso era il cavo delle finestre! Al problema dell’illuminazione si ovviava soprattutto con candele e torce, spesso maleodoranti. Molto diffuse, non solo per godere il panorama, sono dunque le finestre con panche interne e le finestre passaluce, realizzate al solo scopo di fornire luce ed aria agli ambienti. Sono facilmente distinguibili per la banchina a scivolo con forte pendenza. Tali finestre si aprono all’esterno con una scudatura di bombardiera, probabilmente per disperdere il tiro nemico, che non può distinguerle dalle vere bombardiere. Spesso sopra le bifore è posta un’apertura supplementare, detta oculus, di forma circolare o a rombo. Gli oculi, di maggiori dimensioni, possono essere usati anche in maniera autonoma; nei castelli di Federico II di Svevia si trovano spesso. Bisogna aspettare il XIV secolo per le grandi finestre di parata, che Mesqui, ci descrive nel Chateaux et enceintes, a pag.103: “L’evoluzione [dimensionale delle finestre] non si era peraltro arrestata: il XIV secolo porta … l’apertura di finestre che sorpassano, per le loro dimensioni, ogni precedente. … [nel] palazzo ducale di Bourges … la luce acquista un ruolo ormai ineluttabile, le aperture sono di scala sovrumana. Il parossismo fu raggiunto a Coucy, negli anni 1380: Engerrardo VII fa realizzare, nel lato minore verso la corte, una vetrata delle più superbe“.

Comunque man mano che i castelli sono cinti dalle mura, negli edifici interni possono aprirsi finestre sempre più panoramiche; è il caso del Castello Sforzesco, che cambia completamente il suo aspetto nel XV. Al di là di un fossato, oggi asciutto, si vedono gli edifici residenziali, iniziati in epoca viscontea, ma ristrutturati da Galeazzo Maria Sforza tra il 1466 ed il 1476. Nell’angolo opposto si osserva la Rocchetta che costituisce una sorta di ridotto fortificato. Segue l’ala della Corte Ducale. Al centro il rivellino dotato di ponte levatoio, che consente l’accesso all’area residenziale. Oggi ha solo una funzione documentaria ed estetica, dato che la zona è completamente interrata. Dopo la morte di Gian Galeazzo nel 1476, Bona di Savoia fa costruire la torre che porta il suo nome, punto privilegiato di osservazione di quanto avveniva nel castello. A destra della porta del Carmine sono murati i resti di due cortili quattrocenteschi salvati dalla demolizione di edifici che si trovavano nei pressi di Via Spadari.

Un portone dotato un tempo di ponte levatoio consente l’accesso alla Rocchetta. Sopra l’ingresso un rilievo raffigura lo stemma sforzesco. Tre lati del cortile hanno un porticato su archi quattrocenteschi. Le facciate erano decorate a graffiti romboidali mentre le finestre, ampie e panoramiche perché difese dal duplice fossato, nonché dal cerchio delle mura, avevano una cornice a mattoni dipinti a dentello spiccanti su un riquadro bianco. La balconata della parete di accesso è sorretta da caratteristici beccatelli lobati decorati ad intaglio. La porta che ora mette in comunicazione la Rocchetta con la Corte Ducale non esisteva. L’unico accesso originario è costituito dalla ponticella pedonale posta nell’angolo sotto la Torre di Bona. La Corte Ducale costituiva l’area di rappresentanza della residenza fortificata. A sinistra la loggetta detta di Galeazzo Maria costituisce un esempio significativo di architettura residenziale sforzesca. Le decorazioni a graffito delle facciate e la ricchezza delle modanature in cotto delle cornici e delle finestre esaltano l’impressione di lusso che questo ambiente doveva trasmettere.

Il Castello di Ferrara

fonte: it.wikipedia.org
fonte: it.wikipedia.org

Il castello di Ferrara è opera di Bartolino Ploti da Novara, autore, nel corso di una lunga e fortunata carriera, di numerose chiese e, soprattutto appunto, di due dei più celebri castelli italiani: il Castello Estense di Ferrara ed il Castello di San Giorgio a Mantova.

I lavori iniziano nel 1385 ed inglobano una fortificazione precedente, chiamata la Rocchetta del Leone, probabilmente opera dello stesso Bartolino, un’antica torre di avvistamento già esistente nel XIII secolo ed inserita lungo la cinta muraria che allora delimitava la città verso nord. Bartolino chiuse il quadrilatero facendo edificare altre tre torri: Marchesana a sud-est, di San Paolo a sud-ovest e di Santa Caterina a nord-ovest. La struttura ebbe quindi in origine la funzione di fortezza difensiva: di quel periodo sono le torri e i ponti levatoi, ma nel tempo il suo carattere di reggia dinastica mise in ombra quello militare.

La prima pietra fu posata simbolicamente il 29 settembre, giorno di san Michele, protettore di porte e rocche urbiche.

L’uso di torri portaie appoggiate e sporgenti verso l’esterno rispetto alle torri d’angolo, costituisce il più peculiare ed immediatamente riconoscibile marchio di fabbrica del grande ingegnere militare Bartolino da Novara.

La Rocchetta, a guardia e comando di una porta della città, ingloba, a sua volta, una torre ancora più antica, ma non di molto, perché la scarpa, alta e ripida, non dovrebbe risalire a prima della metà del Trecento. Nella prigione al penultimo piano inferiore resta una cofanatura angolare che sembra contenere la partenza di un’originaria scala a chiocciola, appartenente alla prima torre, poi eliminata nei piani superiori.

La Torre del Leone, dopo la costruzione del 1385, sembra aver costituito la torre maestra del castello.

Dopo il colpo di Stato tentato nel 1476 da Niccolò, figlio di Leonello d’Este, Ercole I decise di stabilirsi nel castello e quindi di apportare all’edificio diversi cambiamenti per adattarlo alla vita di corte. In quel periodo venne raddoppiato il corpo di fabbrica compreso tra la torre Marchesana e quella dei Leoni e furono iniziati i lavori per ampliare e mettere a decoro la “via Coperta”, fino ad allora un semplice camminamento che collegava il castello al palazzo ducale, la precedente residenza signorile.

Alla figura di Ercole I si deve la cosiddetta “Addizione Erculea”, affidata all’opera dell’architetto e urbanista Biagio Rossetti nel 1492. L’Addizione prevedeva la costruzione di una grande cintura fortificata che avrebbe raddoppiato le dimensioni della città verso settentrione e reinventato Ferrara in chiave moderna, tanto da poterla annoverare a pieno diritto fra le principali capitali europee. Ulteriore effetto dell’operazione era di spostare il baricentro della struttura urbana e rompere le gerarchie urbane tradizionali.

Il castello di Ferrara è provvisto di un numero inconsueto di porte. Abitualmente si trovano solo una porta verso la città ed una verso la campagna, chiamata “porta del soccorso”, oltre ad una o al massimo due porte secondarie, “pusterle”; qui invece, se ne trovano ben cinque. Probabilmente per comunicare con l’interno della città, con la residenza estense, con le mura che si trovavano ai lati ed infine con la campagna all’esterno.

All’inizio del Cinquecento, Alfonso I continuò i lavori di ristrutturazione e decorazione del castello intrapresi dal suo predecessore Ercole.

A partire dal 1507 Alfonso fece completamente ristrutturare la Via Coperta per collocarci le proprie stanze private. In particolare bisogna ricordare i famosi “Camerini d’Alabastro” dove trovarono posto le sue preziose collezioni d’arte che comprendevano dipinti di Tiziano, Dosso Dossi e sculture di Antonio Lombardo. I cambiamenti apportati non incisero sostanzialmente sull’aspetto esteriore del Castello, ma dopo un grave incendio scoppiato nel 1554 vennero avviate diverse campagne di ristrutturazione ad opera di Girolamo da Carpi e alla sua morte da Alberto Schiatti. L’intervento del Carpi non modificò la struttura del complesso, ma si limitò ad emendarli in pochi e qualificanti elementi, sufficienti tuttavia a ridefinire l’aspetto ed il significato simbolico. Le balaustre di marmo sostituirono i merli a coda di rondine medievali, ingentilendo così l’aspetto del castello, mentre l’aggiunta delle altane servì a slanciare la costruzione verso l’alto, sostituendo all’ottica dell’osservazione militare quella della contemplazione del paesaggio.

Al quinto ed ultimo duca d’Este, Alfonso II, è invece riconducibile il vasto programma per la messa a decoro del castello, che interessò l’intero edificio, a partire dal cortile interno fino ai saloni del piano nobile. Nel 1597 Alfonso II morì senza lasciare eredi diretti e papa Clemente VIII ne approfittò per togliere il governo della città agli Estensi, i quali dovettero l’anno successivo lasciare definitivamente Ferrara per trasferirsi a Modena.

Con l’insediamento dei cardinali legati nel castello, che ne fecero la sede amministrativa del territorio ferrarese, si assistette ad una progressiva decadenza della città: da capitale estense ad anonima periferia dello Stato Pontificio. Gli interventi posti in essere di questo periodo sono pochi e sostanzialmente limitati alla zona della torre di Santa Caterina, quali l’ampliamento del rivellino nord e la decorazione delle sale adiacenti.

Il portico attuale è frutto di modifiche cinquecentesche e non rispecchia la configurazione attuata da Bartolino da Novara.

Le ferramenta dei ponti levatoi di Ferrara sono sorprendentemente verosimili: è possibile che, se non proprio medievali, siano state riprodotte con le stesse tecniche su modelli precedenti nel XVII o XVIII secolo.

La base della Rocchetta ospita corridoi di circolazione e tiro difensivo. Le feritoie, nella parte centrale, sono per il tiro di balestra mentre le grandi finestre, all’esterno, potrebbero essere state previste per l’uso di baliste, balestroni da posta o primitive artiglierie.

È molto insolito il disegno a lesene interrotte che reggono le archeggiature cieche; tutto il dispositivo sembra avere solo funzione estetica.

La pavimentazione dei corridoi, in laterizi di costa disposti a spina di pesce, sembra essere ancora quella trecentesca.

Alla base della rocchetta una cella di prigione, con la latrina in muratura nell’angolo, accessibile solo da una botola, visto che la scala a chiocciola della torre primigenia si arresta al piano superiore.

Se a Milano, Ferrara e Mantova i castelli si trasformano in palazzi, nel castello tradizionale invece, unico avamposto contro al nemico, di finestre da parata non si parla e si costruiscono invece balconi e balconate continue.

Una tecnica costruttiva dei balconi prevedeva di appenderli a mensole con gancio in pietra. Una trave è sostenuta da una serie di mensole in pietra provviste di un dente anteriore, che impedisce al dormiente di scorrere all’infuori. Un serie di telai posti in piani verticali paralleli è fissata al dormiente e regge la balconata. La balconata è sormontata da una tettoia servita da una scossalina in muratura.

Nei castelli si doveva poter approntare cibo per moltissime persone ed i camini delle cucine sono spesso enormi. A volte il camino riempiva completamente il vano e la copertura dell’ambiente costituiva una cappa integrale. Ad Ortemberg, in Alsazia, la cucina comprendeva l’intero piano terra del palatium e si può ancora notare sulla sinistra lo scarico d’acqua marcato da un doccione. Poiché il pavimento è inclinato verso lo scarico, pensiamo che fosse previsto di lavare la cucina a secchiate d’acqua. A Rochebaron, nella Haute Loire, la posizione della cucina è riconoscibile dalla presenza dello scarico d’acqua a pavimento e di due camini gemelli, tipici della regione.

Nei castelli era indispensabile un mulino, perché le scorte di viveri si basavano essenzialmente su granaglie, che consentivano una lunga conservazione e dovevano essere macinate al momento per la consumazione. Un mulino a mano è conservato ancora oggi nel castello di Gradara. David Nicolle, nel “Crusader Castles …1192-1302” a pag.16 ci informa che: “I mulini a vento sono originari dell’Iran e si diffondono in Europa durante il Medio Evo, così, forse, castelli crociati come il Krak dei Cavalieri hanno giocato un ruolo in questo processo di trasferimento tecnologico.”

Inutile dire che al ritorno dalle crociate questi mulini invasero il nord europa, per diventare caratteristici dell’Olanda … ma questa è un’altra storia.

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Per saperne di più e soprattutto per vedere anche le immagini consigliamo una visita del sito: http://www.icastelli.org/ nonché da:

http://www.medioevo.org/artemedievale/

in particolare per la città di Ferrara:

http://www.icastelli.org/monografie/Ferrara/Ferrara.htm

  1. BORELLA, Il Castello Estense, BetaGamma, Ferrara, 2005.
  2. GELICHI (a cura di), Ferrara prima e dopo il castello – testimonianze archeologiche per la storia della città, Spaziolibri, Ferrara, 1992.
  3. VV. Gli Este a Ferrara – il Castello per la città, Silvana, Cinisello Balsamo, 2004.
    J. BENTINI, M: BORELLA (a cura di), Il Castello estense, Betagamma, Ferrara, 2002.
    AA. VV., Il Castello e la Città – esperienze di riuso, restauro e musealizzazione, Atti del convegno di studi, Provincia di Ferrara, Assessorato alla Cultura, Ferrara, s.d.