Il Mistero della maschera sarda

Ricerca alla scoperta di un’antica tradizione

a cura di Antonello Scanu

 Introduzione

Soprattutto in questi ultimi tempi, una sempre più attenta politica di interesse nei confronti delle culture locali, ha portato gli appassionati a rivedere la storia dei singoli paesi sotto nuove e più brillanti prospettive.

In questo percorso, in tanti paesi della regione, si inserisce la riesumazione dell’antico carnevale rituale, che costituisce una tappa fondamentale nella comprensione dei significati della complessa religione paleosarda, di cui il carnevale risulta, per l’appunto, una evidentissima icona.

Elidendo qualsiasi giudizio su chi abbia o meno usato ed abusato della tradizione del carnevale, qualsiasi tentativo di riesumare le figure del carnevale cultuale risulta, quindi, lodevole e meritorio.

 La scoperta

In questo sforzo immane, a dare man forte ai ricercatori, arrivano i testi del padre gesuita Bonaventura Licheri, che, come in precedenza ad Ortueri, Atzara, Cheremule, Austis e Samugheo, ed in seguito a Mamoiada e ad Ottana, visita Cuglieri verso il 1773 in occasione della festa di S. Antonio Abate (17 gennaio) e descrive la partecipazione delle maschere alla festa nel poema intitolato:

CURULIS   NOVA   SANT’ANTONI   IN   S’HIERRU – 1773

Questo componimento va ad inserirsi, all’interno dell’opera del Licheri, al vasto repertorio delle invettive col quale, in modo non tanto velato, lo stesso autore denuncia la commistione tra le liturgie cattoliche ed i retaggi della cultura pagana.

E lo fa ponendosi a servizio (da quanto si evince dagli scritti) di una fra le più emblematiche figure del 700 sardo: il gesuita Giovan Battista Vassallo. Questo personaggio, piemontese di nascita, si distinse per lo zelo con cui difese le prerogative dei gesuiti all’epoca dello scioglimento dell’ordine, ma soprattutto per l’apostolato che svolse visitando, a piedi, i paesi di mezza Sardegna; motivo per il quale morì in aura  di santità.

Nonostante possano sorgere dubbi sulla posteriorizzazione dello scritto rispetto alla data della supposta visita a Cuglieri, i manoscritti originali del Licheri vennero sottoposti alla disamina del direttore dell’ “Antiquarium arborense” di Oristano, prof. Raimondo Zucca, il quale si pronunciò sulla genuinità degli scritti, permettendo al prof. Eliano Cau la pubblicazione dei testi di padre Bonaventura nel libro “Deus ti salvet Maria”, ed ai membri dell’associazione coro folclore-su cuncordu di cuglieri di porre mano alla ricostruzione della maschera, così come descritto dal testo, presentandola alla cittadinanza cuglieritana durante una conferenza nel febbraio del 2006.

 La maschera

Lungi dal voler intavolare lunghe disquisizioni sul tema carnevale=Dioniso-Maimone ?, si decise quindi di lavorare alla ricostruzione sulle idee suggerite dai soggetti evidenziati nella poesia dedicata a Cuglieri.

Le figure descritte dal Licheri presentano alcune caratteristiche che le differenziano da quelle degli altri paesi in modo anche molto marcato.

Diverse sono le pelli utilizzate:

IGU = da “Anniculus”, vitello, o  “Hircus”, caprone,becco

MURONE = muflone o forse anche montone domestico

CRABA = capra

MAZZONE = volpe

Erano poste in ordine scompaginato con una prevalenza di sfumature bianche (…biancos che lizzos = bianchi come gigli). Probabilmente venivano indossate appena squoiate (…presu a pedde crua = legato con pelle cruda).

Ma ciò che più colpisce l’attenzione sono gli altri elementi da cui la maschera risulta corredata:

a)      unu corru in chizzos presu a pedde crua: un corno sulla fronte legato con la pelle cruda

Questa frase risulta particolarmente suggestiva; evoca, infatti, l’immagine dell’unicorno, l’animale sacro per eccellenza, sull’esistenza del quale per secoli, si sono adoperati mitografi e miniaturisti certosini.

In realtà i nostri antichi dovettero aver adottato questo simbolo in quanto, il corno, tradizionalmente, funziona da catalizzatore delle forze cosmogoniche, valore tra l’altro evidenziato in tutti gli strumenti e le strutture a punta usate in ambito magico- religioso; pensiamo per esempio, alle falloforìe, alle piramidi, ai nuraghi, alla mitria dei vescovi, alla tuba delle streghe (riprodotta anche sui bronzetti nuragici), o infine semplicemente al cappuccio del boia.

Si ricorda anche un corno particolare, che nella tradizione cagliaritana prende proprio il nome di “Lincorru”, il Liocorno, ottenuto dall’intaglio di un corno con sette nodi, di muflone o becco.

b)      Bessini dae dogni ala cun cotzulas ligadas : escono da tutte le parti con conchiglie legate

Differentemente dagli altri paesi citati, dove le cariche dei sonagli erano prodotte da scosse di ossa scarnificate (sostituite oggi da campane metalliche), qui il frastuono rituale è prodotto dalla movenza di sonagliere fatte con trecce di conchiglie sistemate sul petto e sul dorso (…a denanti e a palas…), a suggerire, forse, un’antica familiarità dei cuglieritani col mare.

c)      Terra chi paret oro giughene pro caratza: hanno per maschera terra che somiglia all’oro

Il giorno, 17 gennaio, è particolare: rappresenta una data apicale all’interno del sistema di determinazione del calendario solare; e, in questo giorno, la cerimonia dell’accensione del falò diventa il momento culminante.

Forse questi antichi sacerdoti, con i loro gesti, intendevano imbrigliare le forze della natura, trasformandosi essi stessi in ipostasi del sole.

Ed ipostasi del sole sono anche le arance che, da li a tre giorni, vengono donate in occasione di un altro grande falò, quello di San Sebastiano, in occasione del quale si doveva assistere ad una ulteriore partecipazione delle maschere.

O forse, più semplicemente, l’uso di ocra gialla sostituisce la pittura facciale con sangue o carbone in cerimoniali di rigenerazione dalle dinamiche complesse e dai significati purtroppo ancora incogniti. E d’ altronde la tipologia e la varietà delle rocce presenti nelle campagne comprende sicuramente delle varietà di argille derivanti da decomposizione di litotipi ricchi in minerali che conferiscono il particolare colore giallo oro

Confronti

In tutto questo lavoro ben si inseriscono come termini di confronto alcuni spunti derivanti dalle fonti orali.

E questo ha permesso di identificare altri due elementi, verosimilmente assemblabili allo stesso ambito di riferimento dei soggetti del Licheri.

UNA VISIERA, presumibilmente di legno di perastro, con corno frontale, decorata da piccole conchiglie e da una lunga e candida barba a pizzo. E’ corredata da una lunga collana di conchiglie fissata per metà della lunghezza ai lobi laterali della maschera, con due lunghi fermagli di metallo, ed in modo da essere ripartita metà sul petto e metà sul dorso. A questa si aggiunge un collare di pelle con appese alcune “piccaggiolas” (campanelle di metallo)

LA MASCHERATA DELL’ORSO.

Ricordato come “S’Ursu Ballerinu”, questo personaggio vestiva una lunga mastruca bianca d’agnello o di montone. Una maschera nera dal muso pronunciato ricopriva il volto, ed una grossa catena, sostenuta da due “ceffi” vestiti di stracci, veniva fatta scorrere attraverso una grossa anella fissata ad un collare borchiato, allo scopo di trascinare questo personaggio in mezzo alla folla per essere sbeffeggiato e picchiato. Una grossa campana, “unu settinu”, pendeva sul petto

Conclusioni

Nella speranza di essere riuscito ad elaborare delle buone spiegazioni senza invadere il terreno degli etnologi professionisti e, contemporaneamente, di riuscire a comunicare con quanta onestà e passione abbia condotto le mie ricerche, chiudo questo lavoro con la speranza, al più presto,  di arricchire la ricostruzione con nuovi elementi.

Il testo riginale

Gurulis Nova S´Antoni in s´ierru 1773 (Bonaventura Licheri)

Dies de suferenzia
passend´in sa marina
dae Santa Caderina
pro sa pigada.

Dae Cuglieri s´alzada
sa de´es de rigore¸
nie e astraore
e bentu forte.

Nd´amus a punt´e morte¸
callentura e langore¸
e sos pes in dolore
pro su caminu.

Su logu marmorinu
paret¸ est biaitu¸
ispintos dae su fritu¸
malos momentos.

Sos galanos cumbentos
bidimus cun su fumu¸
ma sos passos che prumu
sunt ingraidos.

Malaidos e famidos
chi nos ana sighidu¸
mai die bon´ant bidu
in vida insoro.

Pregant cun bonu coro
pro s´uman´assistenzia¸
divina providenzia
b´at a pensare.

Totus a s´arrivare
aperini sa janna¸
cun bonidade manna
dogni persone.

Car´a su fogulone
nos dant su corriolu¸
corrias de lentolu
pro sos feridos.

Che semus consumidos
cale martires Santos¸
s´intendene sos cantos¸
faghen cunzertu.

Si movet custu chertu¸
sos meres de su logu:
brincant a lugh´e fogu¸
sos Cotzulados.

De peddes tramudados¸
de igu e de murone¸
de craba e de matzone¸
biancos che lizos.

Cun d´unu corru in chizos
Presu a pedde crua¸
e sa garriga sua
denant´ e a pala.

Bessin dae dogn´ala
cun cotzulas ligadas¸
andan´a iscutuladas
a mod´insoro.

Terra chi paret oro
giughene pro caratza¸
parent atera ratza
in custu ballu.

Tue Frade Vassallu
cun boghe addasiada
E cun sa manu alzada
Das sa sentenzia.

Dies de suferenzia