Il Mitico Re Artù

La stirpe dei sacerdoti

di Andrea Romanazzi

Abbiamo parlato in altra sede del culto unico della dea madre, di come esso fosse in stretta relazione con il culto solare, e di come tali culti fossero il retaggio di un culto ancora piu’ antico e dimenticato : il culto della Luna.Gli antichi sceglievano come luoghi sacri a tali culti particolari punti in cui si sviluppavano e si sviluppano tutt’ora energie telluriche notevoli, abbiamo chiamato tali punti “nodi vibranti” gia’ che tali energie si basano sul concetto di vibrazione il cui ricordo ritroviamo nella cultura egizia , in particolare nei culti isidei, nelle cosi’ dette “parole di potenza”.

Sempre seguendo la nostra ricerca abbiamo trovato, poi, il “simbolo” di questa religione, il Graal (vedi ARCHEOLOGIA MISTERIOSA), considerato, sia oggetto materiale sia metafora del ventre della dea Terra.

A questo punto ci chiediamo chi erano i “sacerdoti” di questo culto?Quanti ce ne sono stati in passato?

Ed ecco che per rispondere alle nostre domande dobbiamo tornare alla “materia di Bretagna” e alla figura di re Artu’.

Diverse sono le ipotesi sull’origine etimologica di Artu’, Il nome potrebbe derivare dai termini celtici ART (roccia) o ARTH GWYR (uomo orso), Artu’ fu citato come personaggio storico solo nel X secolo d.C., ma le tradizioni lo portano indietro fino al V VI secolo. Nel 600 viene composto un poema epico, GODODDIN,il suo autore cita in un interessantissimo passo un guerriero che ” forni’ cibo ai corvi presenti sui bastioni senza essere un ARTU’.Che significa questa frase? Esisteva piu’ di un artu’? Se cosi’ fosse cio’ giustificherebbe alcune contraddizioni temporali che caratterizzano il re celtico.Alcuni pensano che il termine artu’, nato da un primo mitico re, fosse un titolo che veniva preso da tutti i suoi successori, un po’ come il titolo di Cesare per i romani. Questo giustificherebbe le varie discrepanze di tempo che vi sono su tale figura ,anzi, poiche’ re artu’ venne legato alla mitica impresa di recupero del graal ,puo’essere che tutti quelli che erano designati a tale missione prendessero tale titolo. Per alcuni, Artù è un personaggio ispirato a Cu Chulainn , protagonista di poemi epici irlandesi e il nome potrebbe derivare dal latino Artorius  (in tal caso Artù era forse un Comes Britanniarum , ovvero un rappresentante locale dell’Impero Romano e quindi ancora piu’ che un nome reale rappresenterebbe un titolo).Ancora la figura di Artu’ la troviamo nella Vita di San Colombano ,santo legato alla scoperta del nuovo continente,(VIII secolo) ove l’agiografo Adomnan da Iona nomina Un principe britanno chiamato “Arturius figlio di Aedàn mac Gabrain Re di Dalriada” .

La ricerca delle prove storiche dell’esistenza di Artù continua, appassionata e ininterrotta, fin dal 1190, quando i monaci di Glastonbury identificarono la loro Abbazia con la mitica Avalon, ove il sovrano era stato trasportato dopo essere stato mortalmente ferito a Camlann.

Artu’ diventa protagonista o comprimario di narrazioni gallesi intorno al 600 d.C.; in un poema del ciclo Gododdin è descritto come un guerriero invincibile, in un altro Artù discende agli inferi per recuperare un magico calderone, e qui ritroviamo metaforicamente sia il culto ctonio (la grotta) sia il simbolo della coppa. Comunque solo Verso il 1190 Chretien de Troyes, nel poema Perceval le Gallois ou le Conte du Graal, introdusse nella “materia” il tema della del Graal.

L’epopea arturiana venne definitivamente messa a punto ,poi, da , Sir Thomas Malory.Nel frattempo appare un’altra figura:infatti Gran consigliere del re e’ i l druido Merlino, che fa concepire lo stesso artu’ con l’inganno.Ma chi era Merlino?

La denominazione Merlinus venne utilizzata per la prima volta da Geoffrey di Monmouth nell’Historia Regum Britanniae, nelle Prophetiae Merlini e nella Vita Merlini,
Il Merlino storico visse probabilmente nel VI secolo; era un Bardo gallese – identificato da alcuni storici con un altro famoso Bardo, Taliesin – specializzato in testi profetici. La sua vita – almeno secondo le incerte cronologie del basso medioevo – fu incredibilmente lunga, tanto che certi commentatori ritengono che siano esistiti due Merlini diversi.. Della produzione letteraria di Merlino resta un solo frammento dell’opera Afallenau: la strofa di una profezia in un arcaico dialetto gaelico che nessuno è mai riuscito a tradurre:

Saith ugein haelion a aethant ygwyllon
yng koed Kelydon y daruyant:
kanys mi vyrdin wedy Taliessin
Byathad kyffredin vyn darogan

Fu il Vescovo Alessandro di Lincoln a richiedere a Geoffrey di “prophetias Merlinide Britannico in latinum transferre”, ovvero di tradurre le profezie dal gaelico al latino, e, difatti, le Prophetiae Merlini (che, molto probabilmente, l’autore aveva reinventato) sono precedute da una dedica all’alto prelato. Forse proprio grazie all’autorità del committente, la Chiesa Cattolica considerò Merlino un profeta “cristiano” e degno di rispetto; del resto, nella saga arturiana, è proprio il mago a innescare il processo che permette “al dio Unico di cacciar via i molti Dèi celtici”.In realta’ la ricerca del dio unico si riferirebbe nn gia’ a quello cristiano, ma al culto unico della Dea Madre.

Altro personaggio della saga e’ Morgan Le Fay e’ un personaggio direttamente derivato dalle divinità Morrighan, Macha  e Modron  la grande madre celtica compare per la prima volta nella Vita Merlini di Geoffrey e aiuta Artù a guarire dalle sue mortali ferite. All’inizio dunque vi e’ uno ottimo rapporto tra morgana ed artu’ solo successivamente ,Nelle opere tardo medioevali, dimenticate le origini semidivine, viene presentata come una perfida seduttrice,: il prototipo, insomma, della “donna sessuata” – la strega  – aborrita e temuta dalla Chiesa cattolica. Ancora una volta siamo di fronte ad un tentativo di camuffare e confondere le tracce del culto della grande dea che quindi era vicina all’artu’.

Ora dopo questa breve introduzione sul mito arturiano vediamo come la figura di re artu’ si trovi spesso anche in italia, Alfredo Castelli, nell’ “enciclopedia del mistero” presenta la seguente composizione

Lo Re Artù k’avemo perduto
Cavalieri siamo di Bretagna
ke vegnamo de la montagna
ke l’omo appella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire
lo Re Artù, k’avemo perduto
e non sapemo ke sia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra
ne lo reame d’Inghilterra

La poesia,e’ di un autore duecentesco noto come Gatto Lupesco,un nome piuttosto pittoresco che ricordera’ da vicino altre simbologie in italia , legate al mitico rex. La leggenda di Artù nell’Etna è riportata anche negli Otia Imperialia dell’inglese Gervase di Tilbury (XII secolo), il quale l’aveva appresa sul luogo intorno al 1190.

Testimonianze di carattere architettonico si riscontrano nel Duomo di Modena, sul portale della Cattedrale di Bari e nel mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto.

In particolare facciamo un accenno alla cattedrale di otranto.

.il pezzo forte di tal basilica e’ il mosaico, esso rappresenta l’albero della vita che descrive le vicende umane, per la maggior parte sono vicende bibliche, da Adamo ed Eva a Noe’…si parte dall’alto fino a scendere verso il basso,ove vi e’ la storia della citta’ di Otranto. La spiritualita’ del mosaico di otranto e’ di tipo orientale, e’ Dio che scende verso gli uomini e non gli uomini che salgono verso dio.

Sempre nel mosaico troviamo la Scacchiera, simbolo poi adottato dai Templari, essa rappresenta l’ordine cosmico, l’eterna lotta del bene e del male, che non ha mai fine .Anche la scacchiera ha un significato esoterico, il re rappresenta il sole, il principio creatore limitato, la regina (la Donna) rappresenta la Terra, si puo’ spostare in ogni direzione, la torre rappresenta saturno il suo movimento e’ il quadrato, l’alfiere e’ giove il trigono, mentre il cavallo indica il cavaliere che deve effettuare il salto per potersi purificare mentre il pedone e’ l’uomo.Ma nn divaghiamo, e arriviamo a re Artu’. Infatti nel mosaico rex Artu’ e’ rappresentato in groppa ad una pecora con un gatto (leopardo), che appunto ricorda il nome di “gatto lupesco” che cerca di assalirlo.Potrebbe essere il ricordo della morte di un “artu’” in italia?Nei nostri studi nell’italia misteriosa abbiamo trovato una tomba di un artu’, in particolare essa e’ situata a Roma, ma questa e’ un’altra storia….torniamo al mosaico… A guardar questa scena vi e’ , forse Parcival ,il cui aspetto e’ particolare, sta in piedi, dritto, bello, si eleva sopra artu’ e abele, quasi simbolo di chi e’ degno del cielo. Potrebbe esser proprio Parcival che, dopo il recupero del graal, “sembra raddrizzarsi e riluce di una bellezza sovrumana”.

Ma ancora..

Le leggende arturiane, cariche di significato esoterico, hanno un ” prologo “in ltalia, attorno alla figura inquietante di un singolare santo-avventuriero, San Galgano, figura comunque antecedente al mito arturiano e quindi , appunto, che fa pensare ad un significato piu’ profondo della materia di bretagna, la spada nella roccia puo’ metaforicamente rappresentare il Raggio di sole in relazione alla pietra, cioe’ ancora l’unificazione del culto della pietra col culto solare.

Ma chi era questo San Galgano?

Riportiamo un antico documento sulla vita del santo:

-Dal Codice conservato nella biblioteca Chigiana del Vaticano-

Incomincia la leggenda di santo Galgano confessore:

 “Galgano per natione fu di Toschana, del contado della città di Siena, d’un castello che si chiama Chiuslino lo cui padre ebbe nome Guidotto e la sua madre Deonigia, nato di nobile parentado e di generatione,ma di virtù e sanctità più nobile. Lo quale Galgano fu huomo feroce e lascivo a mmodo che sono e’ giovani, implicato nelle cose mondane e terrene. Ma le revelationi di misser santo Micchele arcangelo profetaro ch’elli doveva essere cavalieri di Dio: perciò che cui la dispensatione divina vuole salvare, non é tanto peccatore né involto ne le cose carnali e terrene che lo possino tenere che a Dio non torni.

 Onde, essendo Galgano in questo stato che detto é, cioé innanzi la sua conversione a Dio, sì gli apparbe santo Micchele arcangelo in visione, lo quale affettuosamente addomandava a sua madre che lo dovesse vestire e addornare d’abito di cavaliere; la cui madre a le preghiere dell’angelo acconsentiva, ed elli, essendo così addornato da la sua madre di vestimenta di cavaliere, con efforzati passi seguitava l’arcangelo così come la visione li mostrava.

 E desto e isvegliato che fu dal sonno, la detta rivelatione e visione incontamente l’ebbe manifestata a la sua madre, la quale con ineffabile allegrezza, ripiena di molta letitia, tacitamente quello che la visione significasse considerava. E in questo modo parlò al suo figliuolo, e dixe: “Figliuol mio, buona é la tua visione e ammirabile, e perciò non dubitare che grande allegrezza significherà, con ciò sia cosa che io sia vedova, e tu sia orfano rimaso dopo la morte del tuo padre. Onde sappi che noi saremo raccomandati a la custodia e guardia del beato santo Micchele a ccui lo tuo padre, quando viveva, spetiale e singulare reverentia e devotione aveva sopra tutti gli altri santi”.

 Passati che furono alquanti anni, pensando Galgano nell’animo suo che fine avarebbe la detta visione e revelatione, lo detto arcangelo anco si apparbe in visione a Galgano e dixeli: “Seguitami”. Allora Galgano, con esmisurata allegrezza e gaudio levandosi, e desiderando a la detta cavalleria pervenire che ll’arcangelo gli aveva promesso in visione, e con grandissima devotione le pedate e le vestigie sue seguitava insino a un fiume, sopra el quale era un ponte el quale era molto longo e senza grandissima fadigha non si poteva passare, sotto lo qual ponte, siccome la visione li mostrava, si era uno mulino lo quale continuamente si rotava e si volleva, lo quale significava le cose terrene le quali sono in perpetua fluxione e movimento e senza nessuna stabilità e in tutto labili e transitorie. E, passando oltre, pervenne in uno bellissimo e dilettevole prato, lo quale era pieno di fiori, del quale esciva smisurato odore e gratioso. Poi, escendo di questo prato, parveli di entrare sottoterra e venire in Monte Siepi, nel qual monte trovava dodici appostoli in una casa ritonda, li quali recavano uno libro aperto, e che elli lo leggesse ne la qual parte del libro era questa sentenza: Quoniam non cognovi licteraturam, introibo in potentias Domini, Domine memorabur iustitiae tuae solius. Essendo in questa chasa ritonda cogli occhi in cielo, vidde una immagine speciosa e bellisima nell’aire. Unde dimandò che fusse quella immagine, e gli apostoli risposero e dixero: “Quella immagine si è quelli che fu ed era, e che die venire a ggiudicare el mondo, Idio e Huomo”. Udito che ebbe Galgano queste parole, meravigliandosi tra sé medesimo de la visione, si svegliò e subbitamente narrò a la madre sua le sopra detta visione, e con esmisurato gemito e pianto di letitia pregò la madre sua ch’ella insieme co llui andasse al luogo de la detta visione, andasse cioè a quello Moonte Siepi, e menasse maestri di pietra e di legname, li quali ine facessero una casa ritonda, come quella che lli mostrò l’arcangelo, a onore de la maestà divina e de’ dodici appostoli. Allora rispose la madre, e dixe: “Figliuol mio carissimo, el tempo è ora fuore di stagione, però che è di verno, ed è el freddo grandissimo, ed è la fame grande, e el luogo è agresto, e quasi di non potervi andare ora; ma tosto verrà tempo abile, sicché al tuo desiderio e volere ti potrà satisfare”. 

E di po’ questo, andando Galgano a un castello che si chiama Civitella, el cavallo andando per la via si trattenne, e stette fermo; e speronando Galgano el cavallo con ammenduni gli speroni, e non volendo el cavallo mutarsi né andare più oltre, tornò adietro ad un castello de la Pieve di Luriano, lo quale v’era presso, e ine si albergò. L’altro dì, tornando al detto luogo e passo per andare al detto castello di Civitella, lo detto cavallo in quello medesimo luogo anco si rattenne, e, speronandolo cogli speroni e non potendolo far mutare, si posò la retine sopra lo collo del cavallo, e pregò Idio devotissimamente in queste parole, e dixe: “Creatore altissimo, principio di tutti e’ principii, e che facesti lo mondo di quattro elementi, et che lo mondo, per li peccati degli uomini corrotto, per diluvio sì sanasti e purificasti, e che passare facesti lo tuo popolo e seme d’Abram lo Mare Rosso a ppiedi secchi, e che, nel tempo de la plenitudine de la gratia, del seno del tuo Padre nel ventre de la Vergine Maria descendesti vestito de la nostra humanitade, e lo patibolo de la croce, li chiovi, e sputi, e fragellato e humiliato per ricomprarci sostenesti, e lo terzo dì resuscitando da morte a coloro che tti credettero apparisti, e che lo quadragesimo dì in cielo salisti, per cui comandamento e volontà tutte le cose procedono; drizzami ne le tue semite e ne la tua vita e nell’opere de’ tuoi comandamenti, acciò che, al tuo servigio devotissimamente stando, lo promesso habito di cavaliere meriti d”acquistare, lo quale ne la visione mi mostrasti; e menami, Signor mio, ne la via de la pace e de la salute, siccome menasti lo tuo servo e profeta nel lago de’ leoni, lo quale portasse lo cibo da mangiare a Daniello”.

 Finita che fu l’oratione, incontenente senza che altri lo guidasse, e senza che Galgano co li speroni lo pognesse, el cavallo senza endugio si pervenne in Monte Siepi, del quale con grandissima allegrezza si discese da cavallo in quello luogo, dove in visione li dodici appostoli aveva veduti, e, non potendo fare una croce di legname, si prese la spada ch’egli aveva a llato e in luogo di croce su la dura pietra la ficcò, la quale insino al dì d’oggi così è ne la pietra fitta. Poi acconciò il suo mantello a mmodo di veste manacile, e, fatto uno forame nel mezzo a mmodo di schappulare, sel vestì. Di po’ questo, diliberando nell’animo di ritornare a ccasa per distribuire a’ poveri quello che questo misaro mondo gli aveva dato, la prima volta, e la seconda, e la terza, udì dal cielo questa boce che diceva così: “Galgano, Galgano, sta’ fermo, perciò che in questo luogo gli tuoi dì finirai. Non si vuole al principio corrare colui che combatte, ma a la fine”.

 Unde Galgano, udito ch’ebbe questa boce, si stette fermo e lassò ogni pensiero di volere dispensare lo suo patrimonio. Et essendo in luogo salvatico, che non v’aveva cosa neuna da mangiare, si discendeva a ppiè del monte e ine sostentava lo corpo suo d’erbe selvatiche, che si chiamano crescioni. Et essendo una notte fra due valli a ppiei di questo monte appiattato fra due carpini, udì lo demonio venire contra di lui, lo quale si ingenia di ingannare ogni huomo che vuol servire Dio. Galgano, come costante e fermo, si uscì contra lo demonio per combattere co llui. Allora, vedendo lo demonio la costantia sua, sì percosse in quel luogo una trave di fuoco, et con grande stridore confuso se n’andò.

 Unde di lì a ppochi dì si propose nell’animo suo di andare ad visitare la basilica degli appostoli, cioè a rRoma, per la visione ch’egli ebbe di loro: et partendo da Monte Siepi pervenne a rRoma, e infinite basiliche di santi sì visitò. Et facendo a rRoma alcuna dimoranza, si vennero alquanti pieni d’invidia al luogo dove la sua spada era fitta, et ine con marroni e altri ferri sì si engegnavano sconficcarla di terra, e con molta fadiga, come a Dio piacque, non potendola sconficcare, sì la ruppeno; et volendola portare co lloro, e non potendo, sì la lassaro così rotta in terra e andavansene. Et andandosene per tornare alle lor case, per divino giudicio ne furono così puniti: e, partiti che furono, e ll’uno cadde in uno fiumicello d’acqua e annegò, e all’altro vene una saetta da ccielo e uciselo, poi venne uno lupo e aventossi addosso all’altro e preselo per lo braccio; e raccomandandosi al biato Galgano, incontanente el lupo fuggì, e non morì.

 Galgano, tornando da rRoma, e trovando la spada rotta, incominciò ad avere grandissimo dolore, e dixe: “Forse perciò permisse Idio che la mi fosse rotta, perch’io lassai el luogo che l’angelo m’aveva mostrato”. Sicché, volendo Idio la sua tristizia consolare, una volta e due e tre sì gli apparbe in visione, e mostrogli che dovesse porre la spada rotta in sul pezzo ch’era rimasto fitto ne la pietra, et che la spada starebbe più ferma che innanzi. Allora Galgano così fece, tolse la spada e congionse l’un pezzo con l’altro. La spada fu incontenente risalda, ed é stata così salda insino al dì d’oggi. Dipo’ questo, Galgano si fece una cella a mmodo di romito, ne la quale el dì e la nocte vacava in digiuni, e orationi, e meditazioni, e contemplationi, sempre macerando così lo suo corpo. Questa cella era di  legname fatta, ritonda a mmodo di quella che oggi è fatta di pietra, come l’angelo gli aveva mostrato in visione. Galgano contemplava in questa cella, avendo sempre la mente a le cose celestiali, spogliandosi d’ogni atto e cogitatione terrena. Lo suo cibo era d’erbe selvatiche, d’altro non rechedeva lo suo corpo. Contemplava la fragilità di questo mondo, come gli onori e la gloria mondana sono cose fuggitive e caduche e come è breve lo tenpo che ci aviamo a vivere. Et contemplava la vita etterna com’ella è inestimabile e perpetua senza fine. Et vegghiando una notte, e stando in oratione, subito vidde la cella illuminata di tanto splendore che parbe che per mille forami uno razo di sole e di luce risplendesse come fuoco, et entrasse nella cella dov’elli era. Et di questa luce uscì una boce chiara che dixe: “Galgano mio, te’ quello che seminasti”. Unde, al suono di questa boce stupefatto, e ricordandosi che lo dì del Signore cioè la notte come ladro viene, incontenente, levate le mani al cielo e le ginocchia poste in terra, con boce piena di lagrime dixe così: “Tu, Signore, che tucte le cose sai, a ccui niuno secreto è nascosto, lo quale facesti lo ladrone ch’era su la croce crucifixo partecipe di vita etterna, et che tutti gli huomini del ventre de le madri loro innudi li fai nasciare e innudi li ricevi, e che ogni persona fai ritornare ne la sua propria materia, cioè in cennere, come di cennere e di terra li creasti tu, Signor mio, ricevi me escendo de le miserie et de le cattività di questo mondo, e pericoli, et menami nel porto de la tua tranquillità, e pace, sicché cogli eletti tuoi e nel consortio de’ giusti io meriti d’essere gloriato ed exaltato”.

 Fatta ch’ebbe questa oratione, l’anima sua si partì dal corpo, e meritò di pervenire a la patria celestiale de’ santi di vita eterna.   Visse el beato Galgano in questa heremitica vita et conversione uno anno meno due dì et fu sepolto con grande honore e reverentia ne la detta sua cella, ove poi si fece una chiesa ritonda come l’angelo gli aveva mostrato in visione, ne la quale continuamente gli miracoli sono multiplicati. A laude e gloria del nostro Signore Gesù Cristo, lo quale regna col suo Padre in secula seculorum. Amen.”

Questa Vita di Galgano é tratta da un codice quattrocentesco conservato nel fondo chigiano della Biblioteca Apostolica Vaticana nel quale sono contenute una serie di vite di santi. E’ stato pubblicato per la prima volta nel libro di Franco Cardini “San Galgano e la spada nella roccia” edito da Cantagalli di Siena che si può considerare uno dei testi fondamentali per la comprensione della leggenda galganiana.

Secondo le tradizioni quindi , Galgano Guidotti, fondatore di un ordine monastico di tipo francescano – era stato cavaliere di ventura e non aveva condotto un vita proprio esemplare.

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1181 – che coincide, peraltro, con la nascita di San Francesco – ,(e anche questo e’ un fatto piuttosto curioso gia’ che il santo di Assisi ebbe numerosi contatti con la figura di Federico II) ,attorno a Montesiepi ed al luogo ove egli aveva infisso in una roccia la sua spada di ex cavaliere convertito al saio, iniziarono a svolgersi eventi ed episodi mai del tutto chiariti, a cominciare dalla costruzione della stessa chiesetta circolare che custodisce, , un frammento di roccia con la spada del santo ancora conficcata in una fessura. Questa chiesetta è, a pianta circolare e gia’ questo e’ molto strano, infatti questo tipo di pianta ricorda la pianta di templi pagani e nn solo.Infatti molto probabilmente il luogo era gia’ sacro in precedenza e cmq legato a culti e tradizioni celtiche,del resto deve ricordarsi che il più antico nome di Montesiepi era Cerboli, che rimanda al Cervo, animale totemico tipicamente celtico, emblematizzato addirittura in una delle principali divinità, Cernumno. Inoltre in un sito vicinissimo a Montesiepi v’è il paesino di Brenna, il quale, oltre il richiamo a Brenno (re celto-gallico) e a Bran (eroe fondatore celtico),

La frettolosa beatificazione del santo, poi, ha tutta l’aria di un “coperchio” messo su un movimento ed un personaggio che le gerarchie dell’epoca dovevano avvertire essere in odore di eresia.. ..

Anche Dante Alighieri menziona Re Artù nel De Vulgari Eloquentia (Arturis regis ambages pulcerrimae, “le bellissime avventure di re Artù”), e, nell’episodio di Paolo e Francesca dell’Inferno, riprende la sequenza del primo bacio tra Lancillotto e Ginevra, uniti dai buoni uffici di Lady Galehaut (Galeotto).La menzione Dantesca nn ci sembra affatto casuale del resto Dante era affiliato alla setta dei “Seguaci d’Amore” e ,anche se nn in maniera molto precisa conosceva la funzione degli artu’ individuando in Virgilio uno di questi sacerdoti e come noi sappiamo,non aveva sbagliato.

-LA MITICA AVALON-

Strettamente legata al miti arturiano e’ l’isola di Avalon, mitico luogo da dove provennero i Thuatha de Danann e ove, secondo la leggenda fu seppellito il primo Artu’.

Il nome Avallon deriva dal cimrico AFAL cioe’ pomo. La figura del pomo, e quindi del legame agricolo fa parte di tutta una simbologia dell’isola che la lega cosi’ di diritto al culto lunare altrimenti poi detto della dea Madre.

Avalon dunque significa “terra dei pomi“, ma il nome Avalon riporta da vicino a AblemBelem che sarebbe l’equivalente celtico di Apollo e quindi ritroviamo anche qui il dualismo Terra-Sole di cui abbiamo gia’ parlato. Un altro nome di Avalon era la “terra degli immortali” O, detta anche Tir na n’-og , “paese della giovinezza“.

Sempre secondo le leggende celtiche simbolo della terra iperborea e’ anche l’ ALBERO D’ARGENTO CHE RECA IL SOLE ALL’ESTREMITA’ ( e il simbolo e’ facilmente riconducibile al culto lunare il cui metallo e’ proprio l’argento) LA FONTANA DELLA GIOVINEZZA e LA COPPA ( ovviamente legata al simbolismo tellurico).

E’da Avalon che provengono i Thuatha de Danann , letteralmente “la stirpe della dea Dana ” , detta anche ANA la quale nn solo e’ madre ma e’ anche nutrice invisibile.

Potrebbe essere un caso se la madre della Madonna, spesso scambiata con una vergine nera , si chiama proprio ANNA? Quindi da tradizioni iperboriche il nome anna e’ simbolo di Madre.

Il legame tra Avalon e le terre iperboree dei miti greci e’ notevole, infatti secondo i miti greci nelle terre iperboriche avevano soggiornato sia Apollo che Artemide, e quindi anche nelle terre iperboriche ritroviamo il ricordo del culto lunare-solare e del dualismo uomo-donna , terra-sole….

Le terre iperboree erano posizionate per i greci nelle vicinanze del polo nord, come del resto il Giardino delle Esperidi. Molti eroi si recarono in siffatto luogo alla ricerca, guarda un po’, delle mele d’oro, che nn fanno altro che ricordare la “terra dei pomi” cioe’ ancora avalon. Molti furono gli eroi che tentarono di raggiungere questo mitico luogo, tra loro Eracle riesce ad accedere al giardino poiche’ immortale , e nn a caso un’altra dizione di avalon e’ quella di “terra degli immortali”, qui il nostro erode deve lottare contro tritone e per passare indenne attraverso l’oceano usa la COPPA DEL SOLE (altro riferimento ai miti celtici).

Custode del giardino e dell’albero delle mele d’oro e’ il serpente Ladone, secondo alcune versioni Eracle uccide il serpente. Abbiamo gia’ esaminato la profonda simbologia dell’uccisione del serpente o del drago da parte di Thot, San Michele e numerosi altri santi…essa nn rappresenta altro che la conquista della conoscenza e il saper domare le potenti energie telluriche.

Ma un mito simile lo ritroviamo anche in oriente, con Alessandro Magno , egli raggiunge il famoso regno di Prete Gianni ,ove “crescono gli alberi del sole e della luna”, dizione che ricorda da vicino l’albero d’argento con il sole in sommita’ di Avalon e nn solo, perche’ anche nel regno di Prete Gianni e’ presente una fonte della giovinezza, , le cui acque ridonavano gioventù e vigore, lo stesso Prete Gianni vi si sarebbe immerso più volte raggiungendo la rispettabile età di cinquecentosessantadue anni.

Cosi’ cercando abbiamo risolto un altro enigma ,un enigma racchiuso tra le mura di Castel del monte.

Infatti ricordiamo il bassorilievo fortemente voluto da Federico II a che rappresenta una scena di caccia il cui protagonista e’ proprio Alessandro Magno, bene esso rappresenta proprio la “cerca di Avalon” mitico luogo da ove proviene il graal e la religione primordiale!