Il pensiero di un filosofo siriano

di Luciano Sampietro

Sul giornale Syria Daily dell’8 aprile è riportata l’intervista di un filosofo siriano, molto noto da quelle parti, il cui nome è Sadeq el Azm, autore di numerose opere, tra le quali “Critica del pensiero religioso”, pubblicata nel 1968 e rapidamente bandita in Siria.

Per Azm, gli Stati Uniti vinceranno ovviamente la guerra in Iraq, ma paradossalmente anche la perderanno. Troppo a lungo  sarebbe durata quella guerra rispetto alle previsioni: se fosse stata fulminea e coronata da un immediato beneficio per gli iracheni, avrebbe positivamente influenzato i paesi confinanti, avviandoli a un profondo rinnovamento sociale e democratico.

Ma i morti visti alla televisione, i bombardamenti e le distruzioni sono stati strumento dei governi dei paesi islamici più marcatamente antioccidentali (come Iran, Siria, Yemen e, per certi versi, la Libia e il Pakistan) per dipingere gli U.S.A. e, più in generale, l’Occidente quali portatori di morte, per fomentare odio e creare così serio ostacolo a qualunque anche timido passo verso la democrazia. Per contro, i governi dei paesi arabi ed islamici più vicini all’Occidente (Giordania, Egitto, Arabia Saudita, Kuwait) si sono trovati in grave imbarazzo nel fronteggiare folle di migliaia di manifestanti inneggianti a Saddam e urlanti slogan contro l’America. Così, conclude Azm, mentre prima della guerra non vi era un solo arabo favorevole a Saddam, oggi le cose stanno in senso diametralmente opposto.

E anche i ripetuti richiami all’asse del male, per dipingere certe presunte connivenze tra stati islamici, avrebbe avuto quale conseguenza un’ulteriore contrapposizione di natura religiosa, che sarebbe andata così ad assommarsi a quella politica.

E’ indiscutibile, per le scene e i cortei visti alla televisione, che nelle parole di Azm vi sia molta verità e il rischio effettivo è quello di una generale sollevazione del mondo islamico contro i governi più moderati e la nascita di regimi fondamentalisti, sul modello iraniano.

Di tali future sollevazioni delle popolazioni islamiche vi è nell’opera di Nostradamus una profonda traccia.

Nel passo LXXV della lettera ad Enrico di Francia (che funge da prefazione alla seconda parte delle Centurie), vi è scritto: “E perfino la città della Mecca sarà attaccata ed assalita da ogni parte con grande violenza da gente armata”.

Tale concetto è ribadito dalla quartina III, 4:

  • Quando il divario nell’Islam cadrà,
  • (non vi è gran differenza tra loro)
  • rischi in frontiera, freddo, siccità,
  • pur dove il profeta iniziò il lavoro.

In tale quartina il Veggente spiega come il mondo islamico, attualmente diviso da contrapposizioni religiose in verità di poco conto, saprà superare quel divario. In quel momento si avvierà, anche con violenza e tensioni, un procedimento di unificazione che non risparmierà l’Arabia Saudita, dove Maometto aveva iniziato a predicare.

Ciò significa che l’Occidente dovrà osservare particolare cura ed attenzione allo scacchiere mediorientale, evitando in ogni modo di far scivolare le vicende politiche nell’infido terreno del fondamentalismo religioso, dove la ragione viene soppiantata dal fanatismo.