Il “Primo Tempo” dell’Antico Egitto

 di Lorenzo Simonetti

Nelle “Storie”, scritte da Erodoto di Alicarnasso nel V sec. AC, c’è un brano nel quale l’autore riporta la durata di tempo intercorsa tra l’epoca del primo re in Egitto a quella in cui questo paese subì l’offensiva del re assiro Sennacherib (inizio del VII sec. AC). I sacerdoti egizi gli riferiscono che in questo lungo arco di tempo erano passate ben 341 generazioni umane. Erodoto nel libro riporta il calcolo degli anni che rappresentano tutte queste generazioni, ossia 11340 (anche se in realtà il suo calcolo è sbagliato, gli anni sono 11366);l’autore parte infatti dal presupposto che una generazione corrisponda a 33 anni ca.

Naturalmente questo periodo di tempo non corrisponde assolutamente a quello passato dal faraone Menes (3100 AC) a Sennacherib, ma poi ho pensato che quando i sacerdoti parlavano del “primo re” non si riferissero a Menes (considerato il primo re “umano”) bensì al primo re di origine divina. Vi sono infatti molti documenti egizi (ad esempio il Papiro di Torino del 1400 AC) che ci descrivono una lunga serie di sovrani divini e semidivini che precedono la venuta di Menes, coprendo spazi di tempo smisurati. Lo stesso Erodoto seppe dagli egizi che dall’epoca del dio Osiride al regno del faraone Amasi (VI sec AC) erano trascorsi ben 15000 anni. E’ probabile che il “primo re divino” di cui ho parlato in precedenza sia il dio Horus, in quanto fu tramite questa divinità che l’Egitto poté essere unificato nell’età degli dei, come similmente venne riunificato da Menes molto tempo dopo.

Naturalmente queste informazioni sull’antichità dell’Egitto non sono state assolutamente prese in considerazione dagli archeologi in quanto ritengono che la civiltà egizia non risalga ad un periodo antecedente al IV millennio AC. Ma nel racconto seguente a quello che ho riportato dalle “Storie” ci potrebbe essere un qualche indizio che i miti degli antichi egizi hanno un fondo di verità: infatti Erodoto aggiunge che in questo arco di tempo di 11366 anni “il sole si era per quattro volte allontanato dal suo corso abituale: due volte sorse là dove di solito tramonta e due volte tramontò là dove di solito sorge”. A prima vista tutto ciò non ha alcun senso, poiché non esiste alcun fenomeno astronomico di questo tipo, ma tutto questo si potrebbe risolvere se prendessimo in causa la precessione degli equinozi.
Per prima cosa dobbiamo ipotizzare che le due albe di cui si parla nel libro corrispondano simbolicamente all’equinozio di primavera e al solstizio d’estate e i due tramonti all’equinozio d’autunno e al solstizio d’inverno.Si sa che nell’arco di 12960 anni,ossia la durata di un mezzo ciclo precessionale il sole attraversa 6  costellazioni o “case” dello zodiaco.
Perciò il sole dell’equinozio primaverile dopo mezzo ciclo precessionale si ritrova nella casa zodiacale in cui si trovava all’inizio del ciclo nell’equinozio opposto, quello autunnale; allo stesso modo il sole del solstizio estivo si trova nella casa zodiacale in cui si trovava 12960 anni prima nel solstizio invernale.Ritengo che la frase di Erodoto che ho citato prima descriva in chiave simbolica questo stesso fenomeno.
L’unica cosa che potrebbe far cadere questa ipotesi è l’incongruenza tra la durata di mezzo ciclo precessionale (12960 anni) e l’arco di tempo di 11340 anni riferito da Erodoto.Tuttavia basta modificare di solo 5 anni in più la durata di 33 anni di una generazione introdotta dall’autore, per fare in modo che lo spazio di tempo di 341 generazioni copra all’incirca 12960 anni.

Se questa teoria è corretta si avvalora l’ipotesi che gli antichi egizi erano in possesso di conoscenze astronomiche di alto livello vari millenni prima della nascita “ufficiale” della loro civiltà, datata alla fine del IV millennio AC. Infatti gli studi di R.Bauval hanno recentemente rivelato che le tre piramidi di Giza e la Sfinge sono posizionate in allineamento a fenomeni astronomici risalenti al 10500 AC.

Un altro esempio rilevante che comprova il legame tra la civiltà egizia e quest’epoca remota che potrebbe rappresentare la favolosa “età degli dei” presente nella sua mitologia, riguarda il misterioso significato dello Zed. Lo Zed è un singolare pilastro che si trova frequentemente rappresentato nelle iscrizioni funerarie egizie; il suo significato religioso è legato ai riti della rinascita e resurrezione di Osiride e più generalmente alla continuazione della vita nell’aldilà.

Questo pilastro è stato raffigurato in modi differenti; presenta infatti nella sua parte superiore delle linee trasversali che possono variare di numero: la maggior parte degli Zed  ne possiede 4 ma sono stati rilevati degli esemplari con 3 o 5 linee.E’ importante sottolineare a questo proposito che gli Zed con 3 linee risalgono a un periodo risalente all’incirca alla II dinastia egizia e che quello con 5 linee (è infatti l’unico ad averne in tal numero) risale all’epoca postcristiana. E’ pertanto probabile che la variazione nel numero delle linee trasversali sia legato al passare di un’epoca. L’unico problema è stabilire di quale tipo di epoche si stia trattando. Per risolvere questa situazione bisogna analizzare attentamente il culto delle divinità nel corso della storia della millenaria civiltà egizia.  Durante l’Antico Regno (3100-2100 AC) tra gli dei più importanti vi erano Apis ,Ptah e Hathor, che avevano in comune la caratteristica di essere spesso associati al toro o ,nel caso della dea Hathor, alla mucca. Invece, dal Medio Regno in poi,la divinità più importante del pantheon egizio divenne Amon,il dio principale di Tebe, che veniva spesso associato alla figura dell’ariete. E’ probabile che questa rivoluzione religiosa sia stata dovuta a cambiamenti rilevanti in campo astrologico.Infatti attraverso programmi archeoastronomici per computer, si può osservare che tra la fine dell’Antico Regno e l’inizio del Medio,il sole dell’equinozio primaverile è passato dalla casa zodiacale del Toro (nella quale aveva sostato per 2160 anni) a quella dell’Ariete.Credo quindi sia possibile che anche lo Zed attraverso l’aggiunta di linee trasversali abbia avuto il compito di segnalare il passaggio da un’era astrologica ad un’altra. Infatti tra l’Antico Regno e l’epoca cristiana il sole ha attraversato tre costellazioni zodiacali, il che riflette correttamente i cambiamenti avvenuti nel numero di linee presenti nello Zed.

 Tenendo a mente questo concetto si può facilmente calcolare quale sia l’era primordiale a cui tutte le altre successive si legano attraverso questo sacro pilastro; partendo dal fatto che durante la II dinastia egizia lo Zed possedeva 3 linee e che in quell’epoca il sole sostava nella casa del Toro, se si torna indietro nel tempo di 3 ere zodiacali scopriamo che l’epoca primordiale è quella del Leone, che, guarda caso, è datata al XI millennio AC.

  Ma questo non è tutto riguardo alle prove che avvalorano l’esistenza di un’”epoca d’oro” in Egitto in questo periodo storico non del tutto chiaro agli archeologi.

 Nella numerologia sacra degli antichi egizi aveva un’importanza molto rilevante il numero 11, e conseguentemente,anche i suoi multipli. E’ infatti noto che gli egizi attribuivano sempre l’età di 110 anni agli uomini che vivevano abbastanza da divenire saggi, al di là della loro età effettiva. Vi sono molti esempi di questo tipo di persone; la più famosa è Djedi, il sapiente mago convocato secondo la leggenda dal faraone Cheope per conoscere il numero segreto delle stanze del santuario di Thoth.

Inoltre è stata anche ritrovata una mummia risalente alla XVIII dinastia appartenente a Yuya, il capo delle armate su cocchio del faraone Amenothep III,che potrebbe corrispondere molto probabilmente al patriarca Giuseppe dell’Antico Testamento. Ebbene, nella Bibbia si narra che Giuseppe morì all’età di 110 anni, ed è stato osservato che la sua tomba nella Valle dei Re contiene 11 versioni del suo nome inscritte nel Libro dei morti. E’ noto infatti, sia da fonti egizie, sia dall’Antico Testamento, che quest’uomo era dotato di una grande intelligenza e di una grande sapienza.

Ma qual è il motivo per cui il numero 11 per gli antichi egizi era simbolo di saggezza?

Gli studiosi R. Bauval e Graham Hancock nell’analisi del rapporto tra la costellazione di Orione e le piramidi di Cheope, Chefren e Micerino,hanno scoperto che la “cintura”di questa costellazione e le tre piramidi si trovavano nella stessa esatta disposizione solamente nel 10500 AC. Se volessimo ricollegare idealmente questa mitica età degli dei al 2500 AC , i cui furono realizzate le tre piramidi, avremmo bisogno del numero 72 (gli anni in cui il sole attraversa un grado dell’eclittica nel moto precessionale) moltiplicato per il numero chiave 111,111; quest’operazione ci fornisce infatti il numero 7999,99, ossia gli anni che dividono il 10500 dal 2500 AC. Possiamo quindi concludere che l’analogia che c’era tra il numero 11 e la saggezza si ricollega al mito secondo cui l’Egitto nell’epoca remota del XI millennio AC fu governato da una stirpe di sovrani “divini” che trasmisero la loro sapienza e le loro conoscenze al popolo del Nilo, conoscenze tramandate di generazione in generazione da una casta sacerdotale molto potente.

 Tutte queste nozioni di cui gli antichi egizi erano in possesso sono la prova che la nascita della civiltà è molto più antica di quanto pensiamo?

 E chi erano realmente quegli “dei” che secondo gli egizi sarebbero giunti in Egitto da occidente? E’ probabile che fossero gli stessi uomini decritti da Platone nel Timeo e Crizia che scamparono alla distruzione di Atlantide? Se osserviamo attentamente la data di questa catastrofe è molto vicina al 10500 AC, che come abbiamo visto ricorre spesso nella mitologia egizia.

 Per rispondere a tutto questo servirà del tempo,  la ricerca continua…