Il segreto esoterico della Piramide

Una diversa interpretazione

di Stelio Calabresi

Ho letto con molta attenzione il lavoro – peraltro documentatissimo – relativo alle piramidi di Mauro Paoletti. L’imponente documentazione fotografica che lo correda mi hanno indotto a pensare alle centinaia di immagini che, nel corso degli anni e dei miei viaggi, ho avuto modo di fissare su carta, su diapositiva, su pellicola, su nastro su supporto meccanografico un po’ in tutto il mondo.

C’è chi è riuscito a trovare piramidi sulla luna (!), su Marte (!), negli abissi marini o, molto più semplicemente nello Yucatàn dei Maya, nel Messico degli Atzechi e dei Toltechi, su isole sconosciute ai più (come quella di Lelu), da Visko (in Bosnia) alla Valdarno … e chi più ne ha, più ne metta: sarà sufficiente consultare la nostra rivista per ottenere un quadro tutto sommato esauriente di una casistica pressoché illimitata.

A volte mi chiedo perché non vedere nei sette colli del Pomerio romano, sette piramidi?

Se riuscissimo a fare una rassegna di tutto ciò che è stato scritto e pubblicato sulle piramidi, potremmo fare una scoperta sconcertante: sulle piramidi ci siamo chiesti di tutto (da chi le ha edificate, a quando lo ha fatto passando per il come le cha realizzate) e sono tate cercate e spesso trovate assonanza un secolo fa impensabili ad esempio con la Cintura astrale di Orione.

Ma a parte questa ed altre molteplici implicazioni e numeriche digressioni, credo che quasi nessuno si è soffermato ad piccolissimo “perché?”.

Il problema che mi sono posto tante volte, a Chichen Itza come a Giza, a Tehotihuacan come ad Angkor, in Arizona come in Anatolia: se la piramide è una riproduzione, in piccolo, di un monte perché mai l’uomo ha spesa tante immani fatiche tanto per riprodurne le fattezze di un monte? Forse che non ne aveva a disposizione uno al naturale?

Credo che le riposta debba essere cercata altrove.

È stato ampiamente dimostrato, che la “piramide” è una sorta di costante architettonica che accompagna l’uomo – di qualsiasi regione della terra [1] – dalla sua più antica storia fino quasi ai nostri giorni.

In effetti per chi si occupa del problema nel senso da me indicato – e con un minimo di spirito critico, il problema vero è di diversa natura. Il suo nocciolo risiede nella risposta alla seguente domanda: perché mai, nella storia dell’umanità, si è avvertita la necessità di erigere monumenti colossali ad imitazione delle montagne?

Io sono convinto che il problema sia suscettibile di una risposta. E per fornirla ritengo si debbano fissare dei paletti al di la là dei quali ci troviamo nel puro campo della fantasia (quasi andassimo a cercarla sulla luna).

In effetti la sola fantasia non è sufficiente ad aiutarci, perché può distrarci dalla soluzione.

Da quello che ho appena detto possiamo trarre immediatamente tre osservazioni preliminari. Infatti è facile osservare che:

·     le piramidi sono un prodotto umano;

·     questo prodotto imita la natura;

·     esso è, peraltro, il prodotto di un pensiero di tipo religioso indipendentemente da questo o quel credo.

Le piramidi come prodotto umano

La prima di queste osservazioni per me corrisponde ad un assioma, per lo meno allo stato delle nostre conoscenze.

Il che mi porta ad escludere tutte quelle idee che possono fare parte della fantascienza, di giochi di luci o di colori (tipo la sfinge su Marte).

Se ed in quale misura si potranno dimostrare reali, sarà il futuro a dirlo; ma non possiamo certo basare une ricerca su elementi tanto improbabili.

E, si badi bene: io non escludo nulla in via di principio. Mi limito ad affermare che, allo stato della ricerca scientifica, queste ipotesi non hanno diritto di cittadinanza in una speculazione di tipo Galileiano.

Personalmente – pur professando il massimo rispetto verso coloro che ritengono di avallarle anche come semplici ipotesi di lavoro – ritengo semplicemente inopportuno valutarle in questa sede.

Piramidi ed imitazione delle natura

La seconda osservazione presupposto deriva da una serie di dati di fatto.

In antico si trattava di rilievi visuali per lo più eseguibili in loco.

Col passare dei secoli ai rilevi visuali si sono sostituite le mappature fotografiche, e l’aerofotogrammetria.

Le piramidi come prodotto di un pensiero religioso

L’osservazione circa il pensiero religioso fa parte di un patrimonio culturale comune all’umanità.

In effetti, il terzo presupposto deriva in gran parte dal secondo ed è quello che, a mio avviso, è in grado di fornire una risposta soddisfacente al quesito che mi sono posto all’inizio.

In parole povere le montagne esistono indipendentemente dalla volontà dell’osservatore il quale, al massimo si limita a farne la sede la sede degli dei.

Il tuono che su esse rintrona è la voce del dio; i fulmini che spesso lo colpiscono sono l’ira del dio e così via (si pensi al Giove tonante della mitologia greca, al onte delle XII tavole della religione Ebraica, al Monte Mehru dell’Induismo etc.).

La prima conclusione che possiamo trarne è che il monte è stato adottato come simbolo di trascendenza, come rappresentazione di qualcosa che sta al “di fuori”, ma – soprattutto – ed al “di sopra” dell’uomo.

Ebbene, la cosa più alta, in natura, è appunto la montagna, quella che svetta su ogni altra cosa. Quella che si ammanta di nuvoli; quella dalla si scatenano le saette (il Monte Olimpo, il Monte Sinai, il Monte Mehru).

Pensiamo per un momento alla evoluzione del pensiero religioso e cominciamo dalle religioni più note a noi occidentali, sia come vicinanza geografica che etica.

Tanto per cominciare nel pensiero giudaico cristiano e islamico l’Eden è formato da elementi che fanno pensare ad un monte anche la lettera dei testi Sacri parla di un Giardino.

In effetti, nella Bibbia troviamo due accezioni dell’Eden. In una prima accezione Gan Eden è il giardino nel quale Dio collocò Adamo ed Eva prima del peccato originale [2]; ma, contrapposto ad esso, c’è il Gan Eden – Paradiso ossia quello che sarà il  luogo destinato alle anime dei giusti dopo la morte.

Sotto un profilo strettamente semantico il Gan-Eden dell’antico Testamento è il “giardino dell’Eden”, ossia il termine corrispondente all’espressione sumera Gan-Edin dove la parola E’D’N = dovrebbe corrispondere a Giardino.

Di questo Gan Eden l’unica cosa che sappiamo è quanto affermato dalla Bibbia laddove si ci ricorda che l’uomo, appena creato, abitò in un luogo denominato “Giardino dell’Eden“.

Ebbene, il Gan Eden della tradizione biblica è la cosa che maggiormente assomiglia ad una montagna perché da esso si originano e scorrono i quattro grandi fiumi dell’antichità Nilo, Gange, Tigri ed Eufrate (ovvero, secondo altri, Nilo, Tigri, Pison e Ghicon).

Infatti è noto i fiumi nascono in alto (sui monTi) per poi scorrere verso il basso.

E non appare casuale che le più antiche rappresentino l’Eden come un monte come una forma di costante al punto che la tradizione finì col condizionare il pensiero religioso sia giudaico-cristiano ed islamico indipendentemente dalla presunta collocazione dell’Eden.

Nella religione dei Persiani, Eden era dichiaratamente un monte collocato in Airiana Vaegiah e si collocava sulla mitica montagna Haraberzaiti.

Né può sfuggire che il luogo della creazione dei miti egiziani era un imprecisato colle (ovvero un’altura), lungo il corso del fiume oceano.

Mentre nella tradizione della religione Indù la creazione ha luogo sul monte Mehru: anche la religione indù ha la sua montagna cosmica (o sarebbe meglio dire cosmogonica).

In Indocina, ad esempio, la montagna cosmica, è una sorta di ombelico del mondo del quale costituisce il centro del mondo. Negli anni è diventato un modello architettonico, quello degli “stupa” dell’India e della Cambogia.

Tipico, sotto questo aspetto, il tempio buddhista di Borobudur i cui bassorilievi riproducono l’universo del Mahâyâna.

Philippe Aziz afferma che lo Stupa:

“… Come tale è il monumento tipico del monarca universale (Chakravartin): la statua che si innalza sulla sua sommità simbolizza sia il Gran Dio (Mahâdeva), sia il ‘Re della montagna’ (Sailendra), principe della dinastia venerato con questo titolo

Anche nella cosmogonia dell’induismo indiano il centro del Mondo è il Monte Mehru, dove gli dei soggiornano con a capo il loro re, Indra (si notino le risonanze con l’Olimpo della mitologia greca, con l’Asgard delle mitologie nordiche e, in genere, con le dimore degli dei delle mitologie di quasi tutto il mondo Del resto la concezione indiana e quelle Khmer della Thailandia riconosce al loro re la qualità di dio in quanto rappresentante di Indra, re degli dei.

Angkor Watt ed Angkor Tom, in Birmania sono altrettante immagini del Monte Mehru.

Conclusioni

Potrei continuare in un’analisi stucchevole di altri miti cosmogonici e cosmologici ma questo non muterebbe la sostanza del discorso perché, nella sostanza tutto l’universo mitologico mondiale colloca gli dei venivano in una località che sovrastasse tutte le altre: nella parte più alta del monte più alto.

Quella che è sempre ammantata di nubi e dove il tuono diviene la voce della divinità.

Si pensi all’Olimpo, al Macchu Picchu, alle piramidi del Messico, dell’Honduras, del Guatemala, del Perù, del Cile; dalla Mesopotamia, all’India; dall’Indocina, alla Cina; dalla Polinesia, all’Egitto).

Una disanima completa è stata compiuta da Peter Colosimo. Da R. Pettazzoni e da A. Seppilli  e non mi sembra il caso di riprodurli per intero.

Il monte era quindi assunto come simbolo, come icona d una realtà inesprimibile che rappresentava il dominio degli sul tempo e sullo spazio.

Certi studiosi, soprattutto quelli legati ad una certa interpretazione letterale della Bibbia, in passato ritennero che, prima della confusione delle lingue, il monte fosse il simbolo dell’unità etnica, religiosa e politica dell’umanità.

Flavio Barbiero dichiara che “Il monte” era il simbolo dell’unità, della grandezza e della potenza di un “popolo … esprimeva in concreto il centro del creato”, e, non a caso su di esso, “doveva risiedere il Re, mandatario degli dei sulla terra …”.

Sono constatazioni come queste che mi fanno pensare al monte della leggenda di Atlantide prima della sommersione ed alla Montagna del Purgatorio di Dantesca memoria.

Ma mi fa pensare anche all’esistenza di un simbolo che in antico di assume la forma esteriore del “Tempio Montagna”. Il regno della verticalità assoluta al cui vertice è Dio. E il Profeta Isaia (40.22) dichiara:

«Tu Signore siedi sopra la volta del mondo,

da dove gli abitanti sembrano cavallette»

In altre parola il significato esoterico del “Tempio Montagna” comincia a prendere forma perché nella Bibbia – co­me nelle culture dell’antico Vicino Oriente il “Tempio Montagna” è fisicamente lo ziggurat, babilonese a gradoni, edificato a somiglianza di un’altura – ne ha fatto un autentico simbolo religioso [3].

Come in tutte le culture, anche nella Bibbia, quindi il monte è simbolo della trascendenza a causa della sua verticalità che lo collega al Cielo.

E il Cristianesimo – che a mio avviso è la più esoterica delle religioni – non è da meno: è sulla Montagna, spesso meno di una collinetta, che si svolgono i principali accadimento del Vangelo

Non per nulla Gesù salì sulla Montagna per pronunciare il discorso detto delle Beatitudini o della Montagna. Che è su un monte che si concludono le tentazioni. Che è sul Monte Sion che ha sede il tempio di Gerusa­lemme e della dinastia di Davide, dove si manifesta la presenza del Signore. Che sul Monte Cristo si trasfigura. Che sul Monte degli Ulivi Gesù ascenderà al cielo. Che, infine, è sul Monte del Cranio (Calvario) che Cristo si immola nella crocifissione.

Ebbene, proprio il Calvario ci fa comprendere molte cose. La prima che l’altezza non ha nulla a che vedere col simbolo: il Golgota – ­Calvario non è neppure una collina. Si tratta di un modesto sperone roccio­so oggi inglobato nella basilica del Santo Sepolcro. Eppure è divenuto il punto di attrazio­ne di tutta la cristianità, perché il Calvario non è l’ulti­mo monte di Gesù.

Se tutto quello che ho detto fin qui è vero (e non vedo come potrebbe non esserlo), resta da chiarire un solo punto: il perché di una scelta.

I lettori che mi seguono ormai sanno benissimo che l’esoterismo è legato al segreto che ha un senso: non tutto può essere spiegato con la parole umane. Meno che mai un simbolo che ha il valore di un assioma geometrico secondo la definizione che ne da Russell a proposito del punto e dello zero.

Cerchiamo tuttavia di avvicinarci il più possibile. A questo proposito mi servirò del Golgota – Cranio che mi sembra il più illuminante.

Il cranio dell’uomo, non solo contiene il cervello, ma è la sua parte più alta, il vertice della sua verticalità (mi si perdoni l’allitterazione), quella che più lo avvicina alla divinità ed alla trascendenza.

È, a mio avviso il cranio dell’uomo il vero simbolo del monte, della piramide della verticalità: nella Kabala è Keter (la corona), la prima sephira, la prima emanazione di En Soph: quasi come dire l’Unigenito.

BIBLIOGRAFIA

F. Barbiero, La Bibbia senza segreti,
B. Ph. Grosider, Indocina, Verona, 1961;
*P. Kolosimo, Odissea stellare, Milano, 1977, pp. 50 ss.;
*R. Pettazzoni, L’Essere Supremo nelle religioni primitive, Torino;
*A. Seppilli, Poesia e magia, Torino, 1962;
Le Thanh Khöi, Histoire de l’Asie du Sud-Est, da “Presses Universitaires de France“, Parigi, 1967;
Wikipedia, voce Gan Eden;
Articoli vari di Mauro Paoletti e Alessandro Conti Puorger in Edicolaweb.


[1] Per il momento escludo solo i due poli; quello artico perché non poggia su un continente “terrestre”; quello antartico perché, nell’attuale fase  storica, non è dimostrabile l’esistenza dei piramidi al di sotto della calotta di ghiaccio. e qualcuno ci parla di strutture analoghe presenti sulla superficie della luna come del Pianeta Rosso.

Personalmente, nonostante la documentazione fotografica, continuo a credere che si tratti di scherzi della natura, di giochi di luce, di lettura fantasiosa o fantascientifica: in ogni caso della lettura di dati al momento non verificabili.

[2] In questa accezione Gan Eden è un luogo terreno, destinato ai viventi, che viene tradotto in italiano con l’espressione Giardino dell’Eden. È qui che furono creati e sostarono Adamo ed Eva sino al peccato originale.

[3] Si pensi al Monte Sinai del Vecchio Testamento dove Mosè riceve la “legge”, la Torah.