Ishtar: la danza dell’amore e della guerra

La nostra preziosa collaboratrice Mary Falco ha visitato per noi la mostra Prima dell’Alfabeto: Viaggio in Mesopotamia all’origine della scrittura” aperta a Venezia, Palazzo Loredan, dal 20 gennaio al 25 aprile 2017.

L’evento getta un improvviso fascio di luce su una civiltà per molti aspetti percepita come oscura.  Dalle testimonianze greche, ma soprattutto dalla Bibbia, abbiamo degli Assiri e dei Babilonesi un’immagine paurosa ed affascinante: abitano quello che un tempo era il giardino dell’Eden, ridotto a deserto a causa del peccato, sono stati puniti dal Diluvio Universale, hanno visto la caduta della torre di Babele … eppure si ostinano a peccare, vivendo nel lusso e nella dissolutezza, titolari di favolose ricchezze. I reperti archeologici non provano del tutto quest’idea. Al contrario, ci danno dei popoli mesopotamici, cominciando dagli antichi Sumeri, immagini di una vita serena ed operosa, testimoniata da sculture, placchette, armi, bassorilievi, vasi e intarsi, che culmina con l’invenzione della scrittura nel 3200 avanti Cristo, cioè quando l’Europa era ancora immersa nella preistoria. Anche l’idea del deserto è una suggestione della Mesopotamia di oggi: ai tempi di Erodoto si trattava ancora di una terra ubertosa, con boschi ed animali, mentre i giardini di Babilonia erano per il mondo antico un esempio di terra artificiale.

Parte di queste contraddizioni sono presenti anche nella religione, in particolare nella vicenda di Ishtar, che in un certo senso esprime l’anima della sua terra. Riportiamo dunque alla ribalta la complessa Inanna (in sumerico) Ishtar (in semitico), che secondo Frederick Mario Fales è: “costantemente a cavallo della barriera tra donna e uomo, adulto e bambino, tra bene e male, tra vergine e prostituta”: dea della fertilità, dell’amore e della guerra ad un tempo, confrontando attentamente le raffigurazioni dei sigilli con quello che di lei narrano i poemi … naturalmente frammentari.

Ishtar è il nome semitico della sumerica Innin, Inanna da Ninanna(k) che significa letteralmente: “signora del cielo”, anche se curiosamente il legame col cielo è proprio quello che sfugge ad ogni spiegazione. Si tratta della più importante divinità femminile mesopotamica, la cui natura e i cui attributi variarono a seconda del tempo e del luogo. Ištar adattato anche in Ishtar è infatti la dea dell’amore, della fertilità e dell’erotismo, ma può facilmente trasformarsi in dea della guerra, nella mitologia babilonese, derivata dall’omologa dea sumera Inanna. A lei era dedicata una delle otto porte di Babilonia. Aveva  abitualmente l’aspetto di dea benefica, che suscitava l’amore, la pietà, la sapienza e la capacità d’esercitare tutte le arti liberali, favoriva con la sua sola presenza la vegetazione, nonché la maternità di uomini ed animali, ma se contrastata diventava una dea terrificante, in grado di suscitare guerra e tempeste.

I principali centri del suo culto furono successivamente: Uruk, Assur, Babilonia e Ninive.

Il più antico tipo iconografico di Inanna è quello testimoniato a Uruk intorno al 3000 a. C.: la dea, indossante una lunga veste e con la tiara a corni sul capo, è raffigurata in atto di andare incontro a Dumuzi, pastore e dio della vegetazione, suo futuro sposo (sigillo del British Museum, 116721 = Frankfort, Seals, v, g) ovvero di ricevere l’offerta recatale da sacerdoti in nudità rituale: la scena si svolge apparentemente dinanzi al tempio, ma si tratta di una convenzione iconografica per cui viene proiettata all’esterno la scena che ha luogo all’interno (vaso rituale all’Iraq Museum di Bagdad). A proposito del suo matrimonio, si narra che fu data da suo padre, dio del sole Samash, o della luna Nanna, a secondo delle tradizioni, al pastore Dumuzi senza il suo consenso, ma seppe farsi corteggiare adeguatamente, trasformando il matrimonio combinato in una vera storia d’amore.

Ecco un antico canto, con cui la dea narra la sua esperienza:

« Io, una fanciulla, ho atteso tutto il tempo, fin da ieri

Io, Inanna, ho atteso tutto il tempo, fin da ieri                                             
ho atteso tutto il tempo, ho danzato
ho cantato tutto il giorno, fino a sera,
mi ha conosciuto! Mi ha conosciuto!
Il nobile, il pari di An mi ha conosciuto.
Il nobile ha preso la mia mano nella sua.
Ushumgalanna ha messo il suo braccio attorno alle mie spalle.
Dove mi stai portando? Toro selvaggio,
lasciami andare, devo tornare a casa!
Pari di Enlil, lasciami andare, devo tornare a casa!
Che bugia racconterò a mia madre?
Che bugia racconterò a Ningal? »

Rito centrale nel culto della coppia divina è il matrimonio sacro, che assume aspetti e significati differenti per le diverse comunità che lo celebravano. Per i coltivatori di alberi da frutto, il matrimonio rappresentava la pienezza della stagione, il momento della raccolta, il banchetto nuziale ricco e pieno di ogni genere disponibile, anche di ciò che non poteva essere conservato durante la stagione invernale. Per gli allevatori di bestiame l’enfasi andava invece sull’accoppiamento, impersonato da attori umani il rito di fertilità, faceva coincidere la potenza generatrice del divino con l’atto sessuale.

Ben presto l’aspetto pastorale di Inanna, già sottolineato dalla frequenza con cui il suo simbolo più antico, il fascio di canne, compare in connessione con le greggi, cede il posto ad una più generica concezione della fecondità: la dea che compare raffigurata sui sigilli del periodo protodinastico (intorno alla metà del III millennio a. C.), è vestita di un lungo abito e seduta in compagnia di una divinità maschile, verosimilmente Dumuzi. Che si tratti di divinità e non di figure umane, come qualche studioso ha sostenuto, è dimostrato dal fatto che, poco tempo dopo, lo stesso schema iconografico è ripetuto per figure divine, come ad esempio il dio Enki, chiaramente identificabili, anche se non è possibile attribuirle con certezza il nome di Inanna, rappresenta comunque un nuovo tipo iconografico, quello della figura seduta, pertinente alla dea della fecondità. Nello schema della coppia divina seduta, si può individuare il banchetto sacro che aveva luogo durante la festa del Nuovo Anno (akītu), ma non mancano, già nello stesso periodo protodinastico, raffigurazioni di Inanna seduta, senza alcun rapporto col banchetto sacro. Questo tipo iconografico sembra prevalere nella scultura monumentale a tutto tondo, come mostrano ad esempio una bella statua acefala del Louvre, rinvenuta a Susa in cui si può notare la presenza del leone come motivo decorativo, sul fianco dello sgabello trono su cui la dea è seduta; si tratta forse della più antica attestazione in Mesopotamia di questo animale come attributo di Inanna; in Anatolia il leone accompagnerà regolarmente la Grande Madre e la statua con pòlos rinvenuta nel tempio di Ishtar a Mari; su quest’ultima rappresentazione la dea tiene in mano, come in coevi rilievi mesopotamici, un grappolo di datteri (cfr. A. Parrot, Le temple d’Ishtar, Parigi 1956, pp. 84-102, tavv. 36-37).

Il nucleo centrale della sua storia narra che Ishtar perse tragicamente suo marito, Dumuzi, ucciso da turpi briganti. Incapace di rassegnarsi alla condizione vedovile, decise di ricercarlo nell’Ade, il Mondo delle Ombre. Il percorso era ostile e tortuoso, sbarrato dal susseguirsi di sette cancelli, ai quali appariva di volta in volta un demone guardiano. Per poter proseguire il viaggio, ad ogni cancello Ishtar era costretta a lasciare uno dei sette veli che teneva appesi sui fianchi e che erano chiaramente simboli della sua gloria, nonché i preziosi gioielli che l’adornavano. Dopo aver ceduto l’ultimo velo, Ishtar poté finalmente riabbracciare il suo amato ed ottenne dalla sorella Ereshkigal, Signora degl’Inferi, il consenso di poterlo riportare per sei mesi l’anno sulla terra.

A questo punto però c’è un particolare inquietante: lo sposo redivivo risponde al nome di Tammuz, pur essendo per tutti gli aspetti l’amato Dumuzi. Naturalmente c’è una spiegazione filologica perfettamente razionale: Dumuzi è il nome sumerico e Tammuz arabo … tuttavia la storia è narrata solo da frammenti di poemi più antichi e non abbiamo nessuna testimonianza di un Dumuzi rinato, ne’ di precedenti nozze con Tammuz. La morte di Tammuz è anche descritta nell’opera “Discesa di Ištar negli Inferi” che ci è pervenuto in diverse redazioni in lingua accadica, principalmente da siti archeologici assiri di Assur e Ninive, in molti casi frammentarie e datate a partire dalla fine del II millennio a.C. Il testo deriva sicuramente da un poema più lungo e più antico in lingua sumerica (probabilmente risalente al III millennio o all’inizio del II), dove la dea, dopo essere discesa nell’oltretomba ed essere stata giudicata e giustiziata, rinasce scambiando il proprio corpo con quello dello sposo Tammuz.

Dopo la morte di Tammuz tutte le donne, compresa la dea, assumono lo stato di lutto che dura un mese, detto appunto il mese di Tammuz. Alcune caratteristiche di questo rituale di lutto, quali per esempio il fondamentale digiuno mensile, sono state trasmesse alle cerimonie religiose islamiche. Durante la sua discesa negli inferi la terra si arresta e nulla può essere creato. E sempre nel mondo islamico si pratica ancora l’antichissima danza del ventre, che ripete ritualmente il viaggio di Ishtar. In onore di questa Dea, le sacerdotesse eseguivano infatti la famosa ‘Danza dei sette Veli’, dove l’abbandono del velo simboleggiava l’allontanamento degli aspetti umani negativi e l’esaltazione di quelli positivi.

Era una danza sacra, che donava energia positiva e l’armonia tra il corpo e la mente. Le sacerdotesse si accingevano così alla preghiera. Non a caso nel Mito del Ciclo Vitale Ishtar indossava sette veli. Corrispondevano infatti ai sette chakra, o centri energetici del corpo. Erano di colori differenti ad indicare i sette pianeti, ognuno dei quali possedeva dei pregi e dei difetti che influenzavano la personalità di ogni essere vivente.

Oggi ricordiamo il colore dei veli ed i rispettivi pianeti, ma nel frattempo la più recente simbologia greco-romana ha sostituito quella originale:

  • ROSSO-Marte: pianeta delle passioni e dell’aggressività; lasciando questo velo emergeva l’amore e la fiducia;
  • ARANCIONE-Giove: pianeta della tendenza a dominare e comandare; liberandosene affioravano l’altruismo e la protezione;
  • GIALLO-Sole: pianeta dell’orgoglio e della vanità; eliminandolo si manifestava la fiducia e l’allegria;
  • VERDE-Mercurio: pianeta dell’indecisione e della divisione; lasciando questo velo riemerge l’equilibrio tra gl’estremi opposti;
  • CELESTE-Venere: pianeta della difficoltà di esprimersi; dominandolo si acquista la capacità di relazionarsi con gli altri;
  • LILLA-Saturno: pianeta dell’eccesso di rigore e serietà; liberandosene aumenta la consapevolezza del Sé e la sensibilità;
  • BIANCO/ARGENTO-Luna: pianeta dell’immaginazione in eccesso; eliminandolo emerge la creatività e la purezza.

Percepiamo in questa storia l’antico Mito del Cico Vitale o del Susseguirsi delle Stagioni sulla Terra, dove il viaggio di Ishtar simboleggiava l’inverno, mentre il ritorno dall’oltretomba con il marito, la primavera.
Questi due eventi venivano celebrati dai popoli dell’antichità. Nel primo caso veniva organizzato un vero e proprio funerale, al quale seguiva un periodo di digiuno; nel secondo, invece, si oganizzavano feste e banchetti.

Centro del suo culto era la città di Uruk, dove la dea aveva un tempio famoso, l’é-anna (“casa del cielo”), ma in seguito il suo culto si diffuse in tutta la Mesopotamia. Intorno al 3000 a. C. la dea di Uruk era venerata come fecondatrice delle greggi, insieme al suo compagno Dumuzi: col riaffermarsi dell’economia agricola, il concetto di fecondità fu applicato all’agricoltura: Inanna era la dea della vegetazione e Tamouz, o Tammuz, il dio che muore e risorge, ne raffigurava il periodico appassire e rifiorire. La natura guerriera di Ishtar comparve verso la metà del III millennio a. C., mentre assai più tardo fu il processo di astralizzazione che la dea, al pari di altre divinità, subì per probabile influsso semitico. L’originario carattere naturalistico di Inanna, del quale il simbolo che la rappresenta, il fascio di canne che corona superiormente l’ovile, è eloquente segno, non si spiega facilmente col nome della dea, né chiaro è il rapporto che unisce questa col dio del cielo An, il cui nome è contenuto in quello della dea e che nella medesima città di Uruk godeva di un favore quasi pari a quello di Inanna. È possibile, come in un recente studio afferma T. Jacobsen (Zeitschrift f. Assyriologie, 1957, p. 108), che la parola an vada intesa in un senso diverso da quello usuale (per Jacobsen “grappolo di datteri”); certamente il problema dell’origine di questa divinità femminile, che non è possibile identificare con la “grande madre” o almeno non si riduce ad essa, ma è anche ribellione, protesta, movimento.

La sua danza riporta alla vita il marito defunto e si oppone attivamente alla passiva accettazione dei ritmi naturali. I diversi caratteri di Ishtar, quali sono stati delineati, corrispondono all’evoluzione subita dal tipo iconografico della dea; occorre tuttavia precisare, a questo punto, che una netta caratterizzazione di questa, specialmente per l’epoca più antica, oltre che praticamente impossibile a farsi, non si può giustificare storicamente, poiché l’acquisizione di caratteri specifici si attuò progressivamente e mai in maniera completa, man mano che il pensiero teologico della religione ufficiale, non sempre corrispondente a quella effettivamente seguita dal popolo, cercava di coordinare in una visione unitaria il pantheon e le concezioni relative alle singole divinità.

Lo storia del marito defunto ci ricorda un’altra divinità orientale: Astarte il suo nome si può far derivare dal greco Astárt in ugariticottrt (anche ‘Attart o ‘Athtart, traslitterato Atirat), e in accadico As-tar-tu.

Rispetto ad Ishtar, Astarte sembra una parente povera, che vien dalle montagne … e da quelle aride ed assolate della Siria arriva il suo culto, tanto che anche in piena età ellenistica, quando come dea dell’amore fu completamente soppiantata da Afrodite, si conservava ancora la memoria di una regina di Byblo, che aveva amato Adone.

E ne era la moglie.

Le sottigliezze più tarde: amante, adultera, concubina, non si conoscevano ancora. Ma la morte e l’abbandono sì, purtroppo, ed il bellissimo Adone, in questa prima versione dei fatti, fu fatto a pezzi da un cinghiale, mentre andava a caccia nei primi giorni della Canicola.

Che restava ad Astarte, se non piangere e lamentarsi?

Eppure a lei qualcosa venne in mente. La terra era così arida, che sulla tomba non poté mettere i fiori. Così li piantò in ceste e vasi, che innaffiò con acqua tiepida (o forse erano tutte lacrime?) e pose al riparo dalla vampa del sole. Erano semi poveri: grano, orzo, lattuga, finocchi, qualche semente di fiore selvatico raccolto per le sue proprietà officinali … la donna si tagliò le splendide trecce in segno di lutto e restò chiusa nella sua casa per tutto l’inverno. Pareva quasi che il dolore si fosse un po’ sopito; ma un giorno di primavera, uscendo, vide che il torrente sotto casa era diventato rosso come il sangue del suo signore e questo riaccese improvvisamente il ricordo e lo strazio della sua morte.

Di nuovo riempì le ceste di semi e lacrime e questa volta le sistemò bene esposte alla luce della primavera … ed accadde il miracolo: il bellissimo Adone le fu restituito, più sano ed innamorato di prima e vissero per sempre felici e contenti.

Forse la realtà fisica d’Astarte si perse nel culto della Grande Madre fenicia e cananea, naturalmente prima che la terra di Cana fosse conquistata dagli ebrei ed è legata alla fertilità, ma anche alla fecondità ed alla guerra e connessa con l’Ishtar babilonese. Tra le due dee però c’è un’evidente diversità d’azione: il muto pianto d’Astarte, nascosta nella sua casa, contrasta drammaticamente con la danza d’Ishtar.

Sappiamo comunque che in tutto l’Oriente la primavera fu celebrata dapprima con questa “coltura forzata” in cesti e vasi, condotti poi fino al fiume arrossato dalle sabbie sciolte nelle prime piogge, in una spettacolare processione con lamento funebre al suono del liuto, una volta giunti a destinazione le piantine venivano gettate in acqua e si cominciava a celebrare la gioia della risurrezione. I maggiori centri di culto furono Sidone, Tiro e Biblo, ma era venerata anche a Malta ed Erice in Sicilia, dove venne identificata con Venere Ericina.

E  Venere, o meglio Afrodite per conservare il nome greco, è di gran lungo la più famosa delle dee ed assorbe le tradizioni d’entrambe, al punto che Adone, marito d’Astarte, nella tradizione greca è appunto l’amante d’Afrodite … e come se non bastasse, uno dei tanti.

E se il mito non ci narra la nascita d’Ishtar o di Astarte, è invece nota quella d’Afrodite.

C’era una volta una Terra Madre, paziente ed amorosa, un cielo padre-padrone che distrugge i suoi figli, finché il più coraggioso di loro, Crono, s’arma della falce d’acciaio cresciuta nelle viscere stesse che l’avevano generato e … “la notte venne il grande Cielo e desideroso d’amore s’attaccò a Terra, stendendosi dappertutto … il figlio allungò la mano sinistra, con la destra afferrò l’enorme lunga falce dai denti aguzzi e pronto segò via i genitali del padre suo e dietro li gettò, alla ventura … nel mare molto agitato e così andavano a lungo sul mare. Bianca schiuma uscì dalla carne immortale, e in essa crebbe una fanciulla; ella stette dapprima nella sacra Citera, e quindi andando via di là giunse a Cipro circondata da flutti; così venne fuori una Dea piena di grazia e di fascino ed attorno a lei cresceva l’erba sotto ai piedi ben fatti”

Così Esiodo descrive la nascita d’Afrodite Urania nella Teogonia. Eredita i connotati sessuali della Grande Madre, ma è più dolce, le sue viscere non forgiano falci. Nasce nuda dal mare e si rivela una dea piena di grazia ed amante del riso, madre e creatrice, ma senza nessuna pretesa di potere. Viene chiamata Anadiomene, perché appunto sorge dall’acqua, Euploia, perché favorisce la navigazione tranquilla; ha come un marito Efesto, il fabbro deforme, caratteristica molto significativa, dato che il commercio del rame era una delle principali risorse di Cipro.

Come il fratello Zeus tuttavia anche la bella Afrodite è poco rispettosa degli impegni coniugali e questo è un bene per i mortali, che possono in questo modo assaporare l’estasi divina.

Omero più tardi la chiamerà figlia di Zeus e di Dione, ma in fondo non è altro che una seconda faccia dello stesso mito. Platone si spingerà oltre, distinguendo l’Afrodite Urania come patrona dell’amore spirituale, dalla Pandemia, dea di tutti e suscitatrice del desiderio sessuale … ma si tratta d’elucubrazioni tardive.

The Ishtar Gate was looted from Baghdad and partially reconstructed in Germany – Berlin 2010

La caratteristica più importante è che mentre sugli altari delle altre dee si celebravano sacrifici umani, sul suo non si poteva versare neppure il sangue dei capri, perché la Dea è contraria ad ogni forma di violenza: Dea dell’amore universale, ella sa placare le bestie più feroci ed il mare più agitato, conferendo a tutti la pace che prelude all’incontro fecondo con l’altro, anche se, come nel caso delle onde, si tratta solo di distendersi in attesa della pioggia, poiché la religione antropomorfa permea ogni elemento naturale di sentimenti ed aspettative umane. La sua nudità perfetta di Dea, l’unica che la più tarda religione tardo-romana permetta di rappresentare, è anche una forma estrema di povertà, praticata tuttora da qualche santone indiano che vede negli abiti una soddisfazione della vanità individuale. Afrodite è comunque la prima divinità che il mondo greco rappresenti nuda ed in principio ci furono molte riserve, talvolta (Siria) si preferì venerare invece il suo simbolo originario: un cono dipinto di bianco, mentre Valerio Massimo Manfredi, nel suo “Scudo di Talos” descrive il santuario di Paphos nel V sec. a.C. quando la dea era ancora venerata nella forma di una doppia spirale di rame, che si assottiglia verso l’alto come una punta.

Impossibile pensare a questa Dea dell’amore e della pace senza che la mente vada al concetto di guerra, a cui la pace appunto mette fine. Afrodite è infatti una divinità riconciliatrice, ma resterebbe del tutto inoperosa se non ci fosse una guerra da placare. Lei stessa nasce appunto dai resti d’Urano evirato … a differenza delle altre dee ha un grande potere sugli altri dei dell’Olimpo, che riesce sempre a piegare ai suoi voleri; le sfuggono solo Atena – Artemide – Estia, (la dea del focolare) che per motivi diversi sfuggono l’amore. Le sono sacri gli amori di tutti gli esseri viventi ed il chiacchiericcio delle fanciulle, il suo culto danza ed amoreggiamenti in giardini perennemente fioriti, ingiustamente definito prostituzione sacra dai suoi nemici, che crearono l’opposizione fra i suoi giardini e la buona terra … al contrario nessuna violenza è tollerata sui suoi altari perennemente fioriti e tanti anni prima di Cristo ella è Pandemia perché è la Dea di tutti e la suscitatrice dell’amore universale.

In che cosa consisteva il suo culto?

Innanzi tutto nel bagno rituale e relativa vestizione, dopo un accurato massaggio con olio profumato: la Dea nasce nuda, ma viene presentata all’Olimpo abbigliata ed acconciata sontuosamente; è probabile che il miracolo della sua nascita fosse rinnovato ad ogni primavera. A questi famosi bagni d’Afrodite, s’attribuiva addirittura il potere di restituire la verginità. Lo sviluppo stesso della devozione alla statua è un po’ una forzatura per la spiritualità dorica ed in genere indoeuropea e rappresenta un’importante contributo da parte della popolazione autoctona. Esistono suggestive descrizioni letterarie delle splendide statue e delle meravigliose feste a loro tributate … purtroppo sono solo leggende, perché il mare da cui la bella Dea è nata è molto inquieto ed il tempio di Paphos fu distrutto più volte da terremoti, tanto che oggi non restano più reperti sufficienti ad una ricostruzione esatta dei cerimoniali.

In compenso sappiamo per certo che un elemento importante doveva essere l’esercizio della danza del ventre, e nell’apprendimento dei segreti del sesso, che era praticato ritualmente all’aperto; certamente era escluso ogni tipo di sacrificio cruento‚ la Dea aveva in orrore il sangue, il suo altare non era mai stato profanato dalla morte e si narra che nei suoi giardini non volasse mai alcun insetto molesto.

Com’erano vestite le danzatrici? Le statuette antiche e le rappresentazioni delle tombe egizie, le presentano sempre completamente nude o al massimo vestite di preziosi gioielli: una cintura bassa sui fianchi, che copre il sesso di frange ondeggianti, detta appunto “cinto di Venere” forse a ricordo dell’episodio dell’Iliade XIV 214 in cui la Dea lo presta ad Era per ottenere il favore di Zeus.

Direi che la principale differenza tra Afrodite ed Ishtar è appunto quella tra pace e guerra … ma bisogna tornare in Mesopotamia per comprendere appieno l’origine di questa divergenza, perché nel 2500 a.C. la storia della dea si scontra bruscamente con quella di un eroe decisamente contrario alla femminilità: Gilgameš.

L’Epopea di Gilgameš è un ciclo epico di ambientazione sumerica, scritto in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla, che risale a circa 4500 anni fa tra il 2600 a.C. e il 2500 a.C. Esistono sei versioni conosciute di poemi che narrano le gesta di Gilgameš, re sumero di Uruk. Nella versione più conosciuta, la cosiddetta Epopea di Gilgameš, è babilonese, raccoglie tutti quegli scritti che hanno come oggetto le imprese del mitico re di Uruk ed è da considerarsi il più importante dei testi mitologici babilonesi e assiri pervenuti fino a noi.

Di quest’opera noi possediamo, oltre all’edizione principale allestita per la biblioteca del re Assurbanipal ed ora conservata nel British Museum di Londra, altre versioni più antiche e frammentarie. I primi testi che trattano le avventure dell’eroe, appartengono alla letteratura sumerica e scene dell’epopea si ritrovano, oltre che su vari bassorilievi, su sigilli cilindrici del III millennio a.C.

Narra la storia che il re di Uruk, Gilgameš, coinvolge o sarebbe meglio dire costringe i giovani maschi della città ad attività ludiche decisamente marziali. I parenti di questi giovani si lamentano di questo continuo stato di guerra con le divinità, le quali rispondono alle loro preghiere, creando il “guerriero primitivo”: Enkidu, invincibile, che vive da solo nella steppa, insieme agli animali e li difende dai cacciatori di Uruk, vanificando tutte le loro spedizioni.

Notiamo che in questa fase la Mesopotamia appare ricca ed ubertosa, popolata d’animali e addirittura di mostri. Il re di Uruk non si lascia scoraggiare, invia quindi una prostituta sacra, Šamḫat a Enkidu, per iniziarlo al sesso, allontanandolo dal mondo ferino di animale selvatico ed avvicinandolo a quello degli uomini. Šamḫat convince quindi Enkidu a raggiungere Uruk per conoscere il suo re, Gilgameš. L’incontro tra il “guerriero primitivo” e Gilgameš si risolve in un combattimento tra i due, dove Enkidu ha la meglio, ma riconosce nel re di Uruk la divina capacità di comando. Inutile dire che i due diventano amici inseparabili.

Gilgameš convince Enkidu ad accompagnarlo nella spedizione nella Foresta dei Cedri, localizzata nella “Montagna che dà la vita” dove abitano infatti gli dei; la loro “privacy” è garantita dal terribile guardiano Ḫubaba, un individuo gigantesco, che muovendosi provoca terremoti, è rappresentato con denti di drago e una faccia repellente fatta di viscere. Di lui si dice che emetta un urlo assordante come il diluvio, ma la cosa più inquietante è che indossi sette veli sacri che lo rendono quasi imbattibile … sono i famosi veli che Istar ha lasciato nell’oltretomba? Nessuno risponde alla domanda. I due si recano nella Foresta per sconfiggerlo e quindi conquistare una fama imperitura e portano a termine il terribile proposito, nonostante il guardiano abbia più volte invocato clemenza.

Gilgameš ed Enkidu rientrano a Uruk, da trionfatori, festeggiati da tutti e la dea Ištar, si invaghisce del re, proponendosi come sua sposa. Ma inaspettatamente Gilgameš la respinge, motivando il suo rifiuto con il triste destino occorso a chi aveva precedentemente sposato la dea. Ora infatti Ishtar viene descritta come innamorata successivamente del pastore Dumuzi, poi di un uccello, di un leone, di un cavallo, di un giardiniere … la famosa danza che ha riportato Tammuz dalla morte alla vita viene dimenticata e pare invece che la Dea abbia successivamente condannato a un triste destino tutti i suoi precedenti amanti. Gilgamesh, ultimo di questa triste compagnia, la rifiuta. Naturalmente che un mortale, per quanto re, rifiuti  nozze divine è uno scandalo  senza precedenti ed Ištar, si infuria e recatasi in Cielo dal dio An, gli chiede di inviare sulla terra il Toro Celeste, affinché uccida Gilgameš.

In un primo tempo An risponde negativamente alle pressanti richieste di Ištar, ma si decide a liberare il Toro quando la dea minaccia di aprire i cancelli degli Inferi. Il suo precedente viaggio nell’Oltretomba, infatti, le aveva dato questo potere. Il Toro celeste sconvolge la Terra, ma viene affrontato da Gilgameš e da Enkidu che riescono inaspettatamente ad ucciderlo. Sembrerebbe una completa vittoria  degli uomini  sugli dèi, ma questo naturalmente non è possibile.

Le divinità si riuniscono e decidono la morte per Enkidu che, insieme a Gilgameš, ha ucciso due esseri divini: Ḫubaba e il Toro Celeste. Enkidu quindi si ammala e muore. Gilgameš è disperato per la morte dell’amico e spaventato dalla presenza della “morte”; vagando per la steppa coperto di pelli, va alla ricerca di Utanapištim (letteralmente “Colui che ha trovato la vita”), l’unico sopravvissuto al Diluvio Universale, a cui gli dèi hanno concesso la vita eterna.

Raggiunto Utanapištim, dopo aver superato la montagna protetta dagli uomini-scorpione e dopo aver attraversato il Mare della Morte, Gilgameš viene a conoscenza del racconto sul Diluvio Universale e diviene consapevole di non poter mai raggiungere l’immortalità. Nonostante questo, Utanapištim confida a Gilgameš l’esistenza della “pianta della giovinezza”, mangiata la quale si può tornare ad essere giovani. Gilgameš la raggiunge nel profondo degli abissi e la prende allo scopo di portarla ai vecchi della sua città. Ma, mentre il re di Uruk sosta presso una pozza d’acqua per le purificazioni, un serpente mangia la pianta rinnovando in questo modo la sua pelle … e sottraendola al re. Gilgameš è disperato, ma ormai pienamente consapevole dell’inevitabile destino degli uomini.

Un’altra versione dell’epopea, narra di Gilgameš che perde i suoi preziosi strumenti di musica, che cadono negli Inferi. Enkidu si offre per andare a recuperarli, Gilgameš gli raccomanda di rispettare le regole del mondo dei morti affinché non venga trattenuto per sempre lì, ma Enkidu, sceso negli Inferi, viola tutte le leggi, quindi non può più tornare tra i vivi. Gilgameš è disperato e alla fine ottiene dagli dèi di poter incontrare l’amico e fedele servitore Enkidu, stabilendosi a propria volta nel mondo dei morti.

I due guerrieri che avevano sfidato gli dei sono sconfitti, ma il mondo non torna più come prima. Proprio in questo periodo compaiono nuovi tipi iconografici di Ishtar, in relazione ai nuovi caratteri specifici che la dea assume. I suoi appellativi sono ancora: “Argentea”, “Donatrice di Semi”, quindi governava anche la fertilità e il raccolto, ma ora diviene anche la protettrice delle prostitute e dell’amore sessuale. Ma soprattutto potenzia il suo aspetto di signora delle tempeste, dei sogni e dei presagi,che distribuisce agli uomini potere e conoscenza.

L’aspetto agricolo e quello guerriero si fondono in una duplice attività, mentre scompare decisamente il motivo pastorale, la nuova personalità della dea si manifesta nella comparsa di attributi che l’accompagnano sia quando è raffigurata in piedi sia quando è seduta. Nella sua qualità di dea della fertilità, Inanna appare con ciuffi di canne e spighe di grano che le spuntano dalle spalle; talvolta, come nel bassorilievo del vaso di Entemena, Inanna ha in mano un grappolo di datteri; come dea guerriera Inanna ha sulle spalle, invece, delle armi e mazze. In questo periodo tuttavia le raffigurazioni della dea guerriera sono ancora piuttosto rare; più frequenti si fanno nel periodo accadico (2350-2150 a. C.), al quale si data il rilievo del re Anubanini, inciso su una roccia a Zohab sui monti dello Zagros: esso raffigura la dea guerriera che tiene due prigionieri al guinzaglio. In questo periodo perdurano tutti i tipi iconografici del periodo precedente: su un sigillo (Frankfort, Seals, xx, e) si vedono addirittura affiancate la dea guerriera e quella agricola; nello schema della figura seduta, gli elementi vegetali che spuntano dalle spalle sono assai frequenti, anche nelle scene di banchetto (come si è precedentemente accennato, in alcuni casi la divinità maschile che siede di fronte alla dea è certamente identificabile con Enki); Ishtar seduta compare inoltre in atto di ricevere omaggio da parte di fedeli ovvero, come su un sigillo con Etana, come semplice riempitivo.

Il Mito di Etana tredicesimo re della prima dinastia di Kish, completa e rafforza la figura di Ishtar, restituendole prestigio. Purtroppo è molto meno famosi dell’epopea di Gilgameš; si tratta di un poema epico sumero che narra del tentativo del “lugal” (o lu-gal appellativo regale) Etana di Kish di ottenere un erede. Essendo disponibili sono alcuni frammenti del testo, ne sono state codificate diverse versioni.

In quella tragica la leggenda narra che Etana, non riuscendo ad avere eredi, parte alla ricerca dell’erba della fertilità (in sumero shammu sha alàdi). Per riuscire nella sua impresa chiede aiuto al dio del Sole di nome Shamash (Babbar in accadico, corrispondente al sumerico Utu) che lo invia da un’aquila. Grazie all’animale Etana inizia la sua ascesa verso il cielo ma, forse a causa della stanchezza, ricade a terra e muore.

Una variante della versione tragica afferma che Etana non sia realmente morto e abbia continuato a regnare senza però avere eredi.

Ma ne conosciamo anche una a lieto fine: in questa versione si tramanda che Etana voleva disperatamente avere un figlio e per questo pregava ogni giorno il dio del sole. Shamash lo indirizzò verso un’aquila caduta in un pozzo, in cui il rapace era stato bloccato da un serpente. Etana liberò l’aquila che, per ringraziarlo, lo portò in cielo. Qui Etana venne portato al cospetto del troni di Ishtar, dove lui pregò la dea di donargli un figlio, in quanto la sua regina era sterile. Questa volta la dea non si innamora del mortale, ma resta fedele al suo ruolo divino: gli dona la “pianta della fertilità”, raccomandandogli di mangiarne insieme a sua moglie. Etana ebbe quindi un figlio. Va notato il fatto che nella storia di Etana si ricompongono tutti gli equilibri che l’epopea di Gilgameš ha spezzato: invece di uccidere Etana soccorre e guarisce, l’aquila lo porta in cielo e non è Ishtar a scendere in terra, la regina sterile viene reintegrata nella maternità. Altre interpretazioni includono il nome del figlio Balikhu, che avrebbe regnato dopo di lui, lasciando quindi intendere una conclusione positiva della vicenda.

Come altre figure divine o semplicemente mitiche, anche Ishtar viene raffigurata nel periodo accadico in scene riferentisi ad episodi mitologici, non facilmente interpretabili: ella appare così, in piedi o seduta, in una barca col dio solare, su una montagna, resa schematicamente, dalla quale emerge un dio che vi era imprigionato, e seduta dinanzi ad una porta alata che potrebbe essere l’aurora, con accanto un toro inginocchiato, in questo è forse possibile ravvisare il “toro celeste” del Poema di Gilgamesh. In quattro sigilli la scena col dio che esce dalla montagna presenta la dea Ishtar munita di ali; poiché nei casi in cui la provenienza dei sigilli è nota si tratta sempre della regione del fiume Diyala, a Est del Tigri, si può supporre che la variante della dea armata e alata costituisca un fenomeno isolato e localizzato in quella regione periferica. A questo proposito si può ricordare che una stele di Susa presenta un’altra raffigurazione inusuale: la dea, in piedi, con una gamba su un leone ed un lungo giglio in mano.

Nei periodi neo-sumerico e babilonese vengono meno molti tipi iconografici: scompaiono le scene mitologiche e tutte le altre si fanno più rare; solo le raffigurazioni della dea guerriera permangono numerose. Le terrecotte a rilievo testimoniano però il perdurare di una religiosità popolare, fondata sul culto della coppia arcaica Inanna Dumuzi; in alcune le due divinità appaiono in piedi, abbracciate, in altre si vede la dea sola, variamente atteggiata. L’importanza del periodo babilonese per l’iconografia di Ishtar si rivela nella comparsa di una nuova immagine, assente nella precedente tradizione mesopotamica ed attestata fin dalla metà del III millennio in Siria, come rivela una conchiglia incisa da Mari, che va considerata un apporto dall’esterno in concomitanza con l’avvento, sul piano politico, delle dinastie semitiche dette “amorree” o “occidentali”: si tratta della dea nuda, con acconciatura hathorica. Si tratta della corona con il disco solare fra le corna di giovenca, completata da una parrucca a bande rigonfie terminanti a ricciolo. La tipologia di questa raffigurazione divina in Mesopotamia non ebbe grande importanza fino all’epoca ellenistica. Nella glittica babilonese la dea nuda è usata come una specie di riempitivo, giustificando l’opinione del Frankfort che non volle riconoscere in essa una divinità, invece diventa sempre più importante sul materiale occidentale, cioè siro-anatolico, nel quale è nota convenzionalmente col nome fenicio, collegato chiaramente con la figura di Astarte. Un elemento che è estraneo all’ usuale tipologia dell’Astarte è quello del velo, che la dea apre dinanzi a sé, aprendolo fino a fargli assumere l’aspetto di un paio di ali. È difficile ammettere, come pure è stato fatto, che queste ultime derivino dalla schematica rappresentazione del velo aperto: a parte la diversità tipologica, non vi è corrispondenza tra le aree di diffusione della dea nuda alata e la dea che si spoglia; quest’ultima resta limitata all’area siriana settentrionale (si trova però, insieme ad altri motivi siriani, anche sulla coppa aurea da Hasanlu, del X-IX sec. a. C.), mentre l’altra giunge in Anatolia e, in una forma che ora esamineremo, in Mesopotamia. Altrettanto difficile è spiegare il significato della dea in atto di aprirsi il velo: il ricorso dell’episodio mitologico della discesa di Inanna agli Inferi è invalidato dalla considerazione che un mito mesopotamico non sarebbe rappresentato in Mesopotamia, mentre lo sarebbe in Siria, a parte il fatto dell’incertezza circa l’identificazione tra il gesto della dea, che sembra voler mostrare la propria nudità, e il significato, totalmente diverso, che il gesto assume nel mito. La dea che si spoglia sembra in definitiva rappresentare una esplicita manifestazione del concetto della fecondità più connesso alla Grande Madre anatolica che all’Ishtar mesopotamica. Vi sono comunque in Mesopotamia delle raffigurazioni di una dea alata, nuda: si tratta di rilievi in terracotta, di cui il più noto è la cosiddetta lastra Burney, di probabile natura cultuale, nei quali la dea ha sul capo la tiara a corni mentre le estremità inferiori sono costituite dagli artigli di un rapace. È possibile che si tratti di una manifestazione ancora diversa della dea Ishtar nel suo aspetto di desiderio insoddisfatto, causa della sventura di Gilgameš.

Nuda ed Alata è invece la Turan etrusca, dea dell’amore considerato come forza psicopompa, in grado cioè di sciogliere il fedele dalla prigione degli inferi e farlo volare verso un mondo superiore. Siamo dunque di fronte ad una duplice visione dell’erotismo. C’è una libido sana, che genera forze positive ed una libidine deviata, che corrompe e porta alla morte … purtroppo si tratta di religioni misteriche, strappate a brani da tavolette dimenticate e non è possibile ricostruire un discorso psicologicamente coerente, anche se il fascino esercitato da certe immagini è profondo.

Nel periodo assiro (primi secoli dal I millennio a. C.) l’iconografia di I. si cristallizza nella figura della Ishtar di Arbela: la dea, in piedi e di profilo, reca sulle spalle l’arco e la faretra, con armi nelle mani; così ella compare in un rilievo da Tell Ahmar (antica Till Barsip) e su numerosi sigilli, dove è accompagnata talvolta dal leone e sempre dal suo simbolo astrale, la stella a otto punte, derivato dalla rosetta che nel 3000 a. C. accompagnava Dumuzi e Inanna, simboleggiando le fronde che nutrivano le greggi. Un aspetto leggermente diverso, senza arco e con l’abito rivestito di ampie zone sul davanti, presenta la dea raffigurata sul rilievo di Shamash-resh-usur da Mari. Accanto a queste raffigurazioni, alcuni rilievi assiri ci hanno tramandato l’immagine di statue cultuali in cui la dea appare seduta: così nel rilievo rupestre di Maltaya e in uno di Tiglatpileser III, in cui si vedono due divinità, entrambe con la rosetta sopra la tiara: una col viso di fronte, l’altra col viso di profilo; si tratta forse di due diverse personificazioni della stessa dea.

Il culto di Ishtar si diffuse anche in Egitto durante la XVIII dinastia (1543-1292 a.C.). Secondo la tradizione il culto potrebbe essere stato importato in Egitto da Amenhotep III con la richiesta fatta a Tushhratta, re di Mitanni, di poter avere la statua della dea conservata a Ninive allo scopo di curare una malattia del sovrano egizio. Nell’iconografia egizia la dea è talvolta raffigurata nell’atto di allattare, ma in Egitto è difficile distinguere la sua vicenda da quella di Iside, che ha ricomposto a propria volta il corpo dell’amato Osiride ucciso dal fratello ed è riuscita a concepirne un figlio. Dea madre per eccellenza, raffigurata spesso col figlio al seno. Compare però negli ultimi tempi anche una versione diversa della vicenda d’Ishtar, moglie di Dumuzi e madre di Tammuz … ma è inutile dire che, a questo punto, la famosa danza dei sette veli perderebbe tutto il suo significato … e non a caso nell’era cristiana la perfida Salomé seduce il re con la danza dei sette veli, ottenendo su un piatto la testa di Giovanni Battista.

Secondo lo studioso Edward Hyams il diverso destino di queste dee rispecchia il rapporto che i due paesi hanno avuto con la terra: nel fertile Egitto abbiamo soprattutto una dea madre, nella Babilonia ormai inaridita, resta solo memoria della guerra ed effettivamente lo stato Assiro, dal 1500 al 600 avanti Cristo è stato una delle più atroci espressioni d’espansionismo militare della storia. Resta il fatto che L’Epopea di Gilgameš precede di ben mille anni queste vicende storiche.

Che in qualche modo fossero già presagite?

Ma la cosa più inquietante è che, per un verso o per l’altro, in Mesopotamia la guerra continua ancora: tragica vendetta di una dea rifiutata?

(c) Mary Falco per Acam.it