L’Albero filosofico e l’Isola

di Gaetano Roberto Buccola, Psicologo Psicoterapeuta

isolaL’isola, separata dalla terraferma, è un luogo simbolicamente extra-mondano e costituisce un ambiente “altro”, un luogo ritirato; per accedervi occorre confrontarsi con l’elemento acqueo, che nella sua liquidità può essere imprevedibile e pericoloso. Non si arriva per caso sull’isola; essa è genius loci, una mèta esatta, non casuale, il cui approdo è consentito a chi accetta il rischio o chi possiede il talento: in termini alchemici, accede all’isola chi è nella grazia di Dio; tale “grazia” determina il momento e il luogo in cui l’uomo incontra l’isola, ovvero il momento e il luogo in cui l’isola è incontrata dall’uomo.

Un’antica leggenda racconta di un gruppo di avventurieri frisoni i quali, rimasti intrappolati da un gigantesco gorgo marino – il Maelstrom – si ritrovarono su un’isola piena di luce e di oro. Nelle grotte di questa isola, situate sulle pendici di una montagna, si nascondevano alcuni esseri giganti; possiamo cogliere una notevole analogia con l’Odissea di Omero, in cui si narra dell’isola di Ogigia, dimora di Calipso, sorella di Prometeo e figlia di Atlante, ove Kronos riposa all’interno di una caverna di montagna, ricoperta d’oro (secondo una recente ipotesi di studio, Ogigia potrebbe essere identificata con l’isola di Pantelleria).

Il sapiente, lo sciamano, il saggio, richiedono luoghi isolati e silenziosi, cioè protetti dai rumori del mondo e dalle sua tentazioni profane; in estremo, la terra dell’isola è terra sacra, terra non vulgi. Joseph Campbell ha raccontato di un incontro con uno sciamano inuit dell’estremo nord del Continente americano: «Igjugarjuk (…) era lo sciamano di una tribù di Eschimesi Caribù del Canada Settentrionale, quello che disse ai visitatori europei che l’unica vera saggezza “vive lontana dall’umanità, laggiù nella grande solitudine, e può essere raggiunta soltanto con la più grande sofferenza. Solo privazione e sofferenza dischiudono la mente e ciò che agli altri è celato”»[1].

Tale ricerca, la quale necessita di un distacco fisico dal resto del mondo, può verosimilmente dirsi conseguita quando questo stato di volontario isolamento si raggiunge anche in presenza degli altri, in un simbolico sentiero di liberazione in cui «(…) per chi non è sulla strada della conoscenza, un albero è solo un albero, per chi è nel cammino, un albero cessa di essere un albero, per chi ha raggiunto la conoscenza, un albero ritorna ad essere un albero»[2].

Approdare su un’isola significa abbandonare un luogo protetto – il porto sicuro – per affidarsi al mare-utero che “contiene” l’isola, sulla quale, solitamente sul punto sommitale, vi è il cratere, l’omphalos; tale termine, nell’antichità, oltre che l’ombelico, designava anche una pietra cui fosse attribuito un significato religioso.


BIBLIOGRAFIA

[1] Joseph Campbell, il potere del mito, TEA 1994, p.11.

[2] Maurizio Natoli, La partitura musicale dell’Atalanta Fugiens. Tra omissioni compositive e codici alchemici, in Massimo Marra (a cura di), Il fuoco che non brucia, Edizioni Mimesis 2009, p.247.