La Fata Bema

MONTECHIARUGOLO (Parma): La Fata Bema: una storia d’amore?

Era il 13 dicembre 1593, giorno di Santa Lucia ed il paese di Montechiarugolo (Parma) era doppiamente in festa: per la celebre santa si teneva infatti una fiera, con saltimbanchi, giocolieri e ghiottonerie d’ogni sorta, ed al castello il conte Pomponio Torelli aveva invitato il duca di Parma, Ranuccio da Farnese, ed un gruppo di signorotti locali, nell’illusione di poter stipulare una specie d’alleanza.

Il castello, costituito Contea autonoma nel 1428, non aveva ancora perso del tutto l’aspetto di fortezza che gli aveva impresso il capostipite della casata: Guido Torelli, condottiero dei Visconti, a cui nel 1406 era stato concesso in feudo tutto il territorio di Montechiarugolo, ma anche Monticelli, Basilicanova, Martorano, Marano e Tortiano; in quest’occasione anche il paese era stato dotato di una spessa cinta muraria, che ne aveva potenziato notevolmente le capacità difensive. Ora il palazzo, con le sue mura spesse cinque metri e le rare finestre, era tuttavia sapientemente affrescato da un pittore cinquecentesco sensibile al Correggio ed a Giulio Romano, mentre sulle pareti secondarie si leggevano ancora disegni più antichi, coi simboli dei Torelli, un falco ad ali spiegate, un leone rampante con una fiamma a stella rossa, donato da Giovanna, regina di Napoli, il “piscione” dei Visconti ed il cammello dei Borromeo, c’era infine una splendida biblioteca, un alto cortile interno trasformato sapientemente in giardino ed un prestigioso loggiato, da cui si potevano ammirare il torrente Enza e gli Appennini coperti di neve.

Isabella Bonelli, nipote di papa Pio V, non era felicissima di quel matrimonio con un intellettuale, che aveva poco tempo per lei e la teneva fatalmente lontana da Roma. Pomponio infatti aveva studiato all’Università di Padova e nel 1568, quando si era trovato improvvisamente, per la morte dei fratelli, unico feudatario di Montechiarugolo, aveva trasformato la nobil dimora nel proprio spazio o, per dirla con le sue parole, “confugium bonorum omnium ac litterarum asylum”. Si diceva che nell’ampia dimora i coniugi avessero ormai appartamenti separati. Dunque anche per lei l’arrivo di una “nobile compagnia” era finalmente l’occasione d’evadere dal quotidiano e di brillare un po’ come castellana raffinata ed ineccepibile.

Approfittando d’un’occhiata di sole il gruppo decise addirittura di fare una piccola sortita a cavallo ed il figlio dei padroni di casa, Pio Torelli, che a quei tempi era poco più che un fanciullo, si spinse fino alla fiera, attirato da una splendida fanciulla di nome Bema. Nata e cresciuta a Cernobbio, in provincia di Como, la ragazza aveva nobili origini, ma quando era ancora giovanissima la sua famiglia cadde in disgrazia. Le rimase accanto solo il fedele servitore Max che iniziò a girare per l’Italia come saltimbanco, seguendolo da un paese all’altro la fanciulla si dedicò allo studio della divinazione e ben presto divenne un’indovina infallibile e molto nota: – Bella fata – l’apostrofò dunque lieto il ragazzo – che cosa vedi nel mio futuro? –

La donna cadde in trance e con diciott’anni d’anticipo vide la catastrofe: – Vedo le vostre teste galleggiare in un mare di sangue! – esclamò infatti, tra lo sconcerto generale.

Nessuno dei presenti sapeva che il duca Ranuccio, tormentato da un’orribile forma d’epilessia, aveva un vero terrore per tutto ciò che riguardava l’occulto, tanto da fare espressamente fatto voto alla Vergine, di sterminare tutte le streghe dal paese. Inutile dire che ordinò immediatamente l’arresto della ragazza e la sua reclusione nel carcere della Rocchetta.

Conclusione veramente tragica d’una giornata che sembrava iniziata tanto bene!

Ma anche Pomponio non era da meno: con la sua fama di sapiente non poteva tollerare che nelle sue terre fosse consumata una simile ingiustizia, stregoneria, malefizi, voti solenni erano tutte cose che ripugnavano alla sua mente di studioso! Così non ebbe pace finché non riuscì a far fuggire la fanciulla dal carcere e prenderla sotto la propria alta protezione, ospitandola direttamente a palazzo.

La fattucchiera girovaga si trasformò così in una strana creatura: l’interessamento dei Signori le imponeva una vita casta e pia, a cui si sottomise volentieri, dopo aver provato i terrori del carcere, ma i suoi trascorsi nomadi le impedivano un’integrazione più seria. Che faceva dunque nelle sue giornate? Aiutava in cucina, o aveva qualche attitudine per i lavori femminili? Sapeva filare? Tessere? L’unico ritratto che ci resta di lei (non un dipinto, un disegno o forse una stampa) la ritrae a mezzo busto, di profilo, che fissa pensosa l’orizzonte… il solo dettaglio degno di nota è una generosa bellezza. In questi anni s’innamorò perdutamente del giovane Pio, si dice ricambiata, ma non volle mai nemmeno parlare dei propri sentimenti, perché sapeva di non essere certo un partito desiderabile per tale signore!

La pace tuttavia fu di breve durata: come previsto in quel famoso giorno di Santa Lucia, dopo la morte di Pomponio, Pio si fece irretire nella congiura dei feudatari contro i Farnese e ci rimise la testa il 18 maggio del 1612, mentre il castello fu confiscato dalla Camera Ducale farnesiana.

Gli altri Torelli vissero da allora a Gualtieri e a Reggio Emilia, tramandandosi il nome fino al 1795; un altro ramo si spense a Modena nel 1840. Il titolo fu allora assunto dal figlio dell’ultima Torelli, Laura, moglie del marchese Malaspina, da allora denominato Malaspina-Torelli (1842)

Nel frattempo però il duca aveva completamente dimenticato la povera Bema, che pur lasciando il castello, finì comunque la sua vita a Montechiarugolo, amata e ben voluta dalla gente del borgo. La storia non lo dice, ma è probabile che, placatasi la tempesta, avesse ripreso la sua attività di fattucchiera, tanto che oggi è ricordata come un gentile fantasma, che appare alle giovani donne alla vigilia delle nozze per istruirle sulla loro nuova vita. Si dice che nella notte del 18 maggio (la data della decapitazione di Pio Torelli), nelle stanze private del castello, appaia il Fantasma della fata Bema. Infatti a differenza di tanti manieri trasformati in edifici pubblici, il palazzo è rimasto un’abitazione privata ed i resti della coraggiosa fanciulla che osò vaticinare la sventura, sono custoditi in una teca e conservati tra le reliquie del passato.

Questa è la leggenda più delicata, ma non l’unica che aleggia nel castello.

D’altra parte il luogo è antico e ricco di storia.

Sul terrazzo fluviale di origine quaternaria su cui sorge Montechiarugolo sono state ritrovate tracce di insediamenti umani risalenti all’epoca preistorica, riconducibili al periodo Paleolitico e Neolitico. L’età del Bronzo è caratterizzata, come in gran parte della Pianura Padana, dalla diffusione delle “terremare”, villaggi di capanne costruite su palafitte (in particolare nella frazione di Basilicanova), che preludono alla civiltà etrusca. Alla fine della preistoria troviamo in queste terre le tribù liguri di cultura villanoviana, della famiglia celtica, che dopo una pacifica convivenza con gli indigeni, verranno cacciate dall’avvento dei Romani, i cui primi insediamenti nella zona risalgono al 187 a.C.

In questi secoli il paesaggio è ancora molto diverso da quello di oggi, occupato com’è da una fittissima foresta di faggi e querce. È molto probabile che il primo nucleo del paese di Montechiarugolo sia sorto in epoca alto-medioevale tra il 900 e il 950, in seguito ai disboscamenti, fatti eseguire nella zona dai monaci agostiniani dell’Abbazia di S.Felicola. Risalgono al 1184 le prime testimonianze del toponimo Monticulus Rivulus, forma originaria dell’attuale Montechiarugolo.

Dopo aver fatto parte del Contado Parmense in epoca franca, il territorio passò nel 962 sotto l’autorità del Vescovo di Parma, fino alla costituzione del Comune nel 1106. Quest’ultimo nel 1255 lo concesse in feudo a Guido Anselmo Sanvitale, che fu il primo Signore a governare queste terre e a cui va probabilmente attribuita la costruzione delle prime opere difensive. Montechiarugolo rimase feudo dei Sanvitale fino al 1313, quando Gioacchino Sanvitale si alleò con l’Imperatore e Matteo Visconti contro Parma. Dopo un lungo assedio, il paese fu raso completamente al suolo, compresa la torre difensiva eretta dai Sanvitale che fu mozzata e fatta precipitare nell’Enza.

Dopo alterne vicende, Parma venne conquistata dai Visconti e quindi anche Montechiarugolo entrò a far parte del Ducato Milanese. Del disordine seguito alla morte di Gian Galeazzo nel 1402, approfittarono i signorotti locali per riappropriarsi di antichi privilegi: Montechiarugolo fu assalita a più riprese dai Rossi e dai Da Correggio, fino a quando l’ordine non venne ristabilito dai Visconti per mezzo del loro condottiero Guido Torelli, a cui nel 1406 venne concesso appunto questo feudo. Egli dunque, avvalendosi della collaborazione di un architetto militare, riedificò il castello nelle sue forme attuali e dotò il paese di una spessa cinta muraria.

Nel 1428 Montechiarugolo fu costituito Contea autonoma, comprendente Monticelli, Basilicanova, Martorano, Marano e Tortiano. Nella chiesa parrocchiale di San Quintino è ancora visibile un’affresco del XV secolo, rappresentante una Madonna della Misericordia, che apre il mantello per proteggere quattro giovani nobili; si tratta dei quattro figli di Marsilio Torelli, che ormai è capo indiscusso del territorio: Francesco, Cristofero, Barbara ed Ursina, che fece dipingere l’immagine nel 1483, come ci racconta l’iscrizione latina.

La signoria dei Torelli non fu un periodo interamente pacifico: il 1 giugno 1500 il paese di Montechiarugolo fu espugnato da un esercito francese e quindi messo al sacco; sostenne inoltre numerosi combattimenti contro la Rocca di Montecchio tra il 1551ed il 1552, nella guerra accesa dall’uccisione di Pier Luigi Farnese (1547) per il dominio del Ducato di Parma.

In ogni caso il feudo di Montechiarugolo ebbe in questi due secoli un notevole incremento urbanistico e mercantile, a cui seguì, a partire dal XVII sec., un periodo di decadenza. Non è strano dunque che il governo di questa famiglia ed in particolare quello illuminato di Pomponio, che qui si poté dedicare alla stesura della commedia La Merope (1597), nonché al celebre Trattato del debito del Cavalliero (1596), sia diventato il simbolo del benessere e della tolleranza. Un periodo felice dopo le incertezze del medioevo e l’abbandono dell’età moderna, in cui gli Appennini non sono più un confine ed il paese è uno fra i tanti.

Il 4 ottobre 1796 un fatto d’armi fra le milizie della Repubblica Reggiana, assieme a soldati francesi, contro un manipolo di Austriaci, che qui avevano trovato rifugio, ebbe un’enorme risonanza, in quanto fu la prima battaglia tra un corpo militare italiano e un esercito straniero, che preludeva alle future guerre per l’indipendenza. Lo stesso Napoleone lodò l’impresa, commemorando i due volontari reggiani che erano morti durante la battaglia come “i primi che avevano versato il loro sangue per la libertà”. Non è da escludere che il tricolore, poco tempo dopo bandiera della Confederazione Cispadana (7/1/1797), abbia ricevuto in tale occasione il battesimo del fuoco.

Nel 1806, in applicazione alla legge comunale francese, venne istituito il Comune di Montechiarugolo. Il territorio del nuovo Comune fu determinato entro quei confini amministrativi che lo distinguono tuttora, con le frazioni di Montechiarugolo, Monticelli, Basilicanova, Basilicagoiano, Tortiano, a cui venivano annessi Piazza, S.Ermanno, Pariano, mentre se ne distaccavano Marano e Martorano.

Caduto Napoleone, il Congresso di Vienna assegnò a titolo vitalizio a Maria Luigia d’Austria il Ducato di Parma, disponendo che alla sua morte sarebbe ritornato ai Borboni. In quest’epoca torna nel territorio un po’ della serenità passata: il governo di Maria Luigia è pacato e moderatamente illuminato… ma ahimè ormai la capitale è indiscutibilmente Parma!

L’11 e 12 marzo 1860 nella Villa Mariotti di Monticelli si svolsero le elezioni per il Plebiscito d’annessione al Regno d’Italia, per il quale furono chiamati alle urne 1.121 elettori. Il Comune di Montechiarugolo, così come appariva all’indomani dell’Unità d’Italia, possedeva i caratteri tipici della campagna emiliana, con le sue terre fertili e solcate da canali, ideali per la coltivazioni di foraggere e frumento. Le principali attività economiche erano dunque in prevalenza legate all’agricoltura e alla trasformazione dei latticini: alla fine dell’Ottocento i caseifici presenti erano già dieci.

Fino ad allora non ben collegata con i centri vicini, a cavallo tra ‘800 e ‘900 vengono realizzate due opere grazie alle quali il Comune si trova la centro di un percorso che avrebbe legato Parma e Reggio Emilia: il ponte tra Montechiarugolo e Montecchio e la ferrovia Parma-Montecchio.

La popolazione, prettamente contadina, trascorre un’esistenza tipicamente rurale, solcata da epidemie e scossa da moti contro leggi sentite come inique, quale quella sul macinato.

Nel 1901 il paese è teatro di uno sciopero agrario che segnerà profondamente le sue vicende. I “famigli da spesa”, una particolare categoria di salariati agricoli, incrociano le braccia per ottenere migliori condizioni lavorative, sollevando una vasta eco non solo sulla stampa locale. La dura reazione dei proprietari terrieri, che assoldano crumiri, provoca una sconfitta dei lavoratori, che inciderà su tutto il movimento sindacale parmense, creando polemiche e strascichi destinati a durare fino al 1908, anno del più vasto e famoso sciopero descritto anche da Bernardo Bertolucci in Novecento.

Con i primi anni del nuovo secolo, il Comune assiste ad uno sviluppo economico basato sulla meccanizzazione agricola e sulla nascita di attività industriali. In particolare si radica l’industria agro-alimentare e l’immagine del territorio muta con il proliferare dei camini di mattone delle fabbriche di conserve. Molte ne nascono, poche sono destinate a durare a lungo, tra le quali la ditta Mutti, tutt’ora attiva a Basilicanova.

Nel 1925 la scoperta delle acque termali a Monticelli da parte della famiglia Borrini e la conseguente nascita delle Terme, è destinata ad aggiungere un nuovo importante fattore alla struttura socio-economica del territorio, modificandone in parte la vocazione.

Il castello comunque continua ad essere la presenza più importante del paese e soprattutto il periodo felice in cui fu governato da Pomponio Torelli. Per questo al palazzo Civico di Montechiarugolo si è inaugurata l’8 novembre la mostra storico-documentaria: Pomponio Torelli “Care e dolci parole” la Contea, la famiglia, il politico, il letterato, che resterà aperta fino a fine mese.

Ma non è tutto! Il castello partecipa anche alla prestigiosa mostra del Correggio aperta a Parma il 12 settembre 2008.

Le iniziative correggesche non si esauriscono solo con la grande mostra in città, ma investiranno tutto il territorio provinciale con interessanti percorsi artistici di approfondimento, promossi e organizzati dalla Provincia di Parma. Sette luoghi del territorio diventeranno scenografia naturale di concerti, eventi letterari e laboratori artistici dal 20 settembre al 3 maggio: occasioni per vedere e conoscere preziosi cicli pittorici contemporanei a Correggio e scoprire gli affreschi, la tecnica e le storie racchiuse nei castelli e nelle corti del Parmense.

Affermato e stimato dalle corti padane, il grande maestro lavorava nei primi del Cinquecento in parallelo con numerosi altri artisti che da lui hanno preso spunto e ispirazione per creare imponenti cicli pittorici all’interno dei grandi castelli del Rinascimento parmense: ecco allora che la grande mostra dedicata al Correggio diventa un’occasione per apprezzare anche il territorio circostante, la provincia di Parma, con i suoi castelli, le sue corti e anche la sua tradizione enogastronomica.

Saranno coinvolte la Rocca Sanvitale di Fontanellato, la Rocca Meli Lupi di Soragna, la Chiesa Collegiata di San Bartolomeo in Busseto, la Rocca dei Rossi di San Secondo, la Rocca Sanvitale di Sala Baganza, il Castello dei Rossi e la Badia di Santa Maria della Neve di Torrechiara e naturalmente anche il Castello di Montechiarugolo.

Molti luoghi saranno impreziositi da installazioni sonore, curate da Mauro Casappa e Oscar Accorsi, fatte di musiche, parole e rumori, scelte ad hoc per la specifica vicenda storica raffigurata: sarà come se i castelli parmensi “tornassero in vita” e le antiche stanze si rianimassero in virtù dei suoni che le hanno abitate nel passato. Ogni installazione presenta gradi diversi d’interattività, offrendo al visitatore una percezione suggestiva del luogo in cui è immerso. Nella Rocca di Fontanellato avverranno “incantesimi allo specchio” nella curiosa Camera ottica, situata all’interno della Torretta, dalla quale grazie a un ingegnoso sistema di lenti e di prismi ideato alla fine dell’Ottocento i nobili potevano osservare la vita della piazza: qui i turisti potranno rivivere i suoni e i rumori di un’intera giornata nella piazza del borgo, che Alberto Sanvitale e gli uomini del suo tempo si divertivano a spiare. Sempre a Fontanellato, nella famosa Saletta di Diana e Atteone, sulla cui volta Parmigianino dipinse la vicenda tratta dalle Metamorfosi di Ovidio, i visitatori saranno immersi in un’atmosfera raccolta, dove si darà voce al dolore di una madre per la morte prematura del figlio: una delle letture più accreditate di questo capolavoro identifica infatti l’innocente Atteone con Paola Gonzaga, che perse un figlio poco dopo la nascita. A Sala Baganza nella Sala dell’Eneide si celebreranno i versi del Tasso dedicati alla nobile Barbara Sanseverino, mentre a Torrechiara, all’interno della Camera d’Oro ricostruita nel 1911, risuoneranno le voci e le risa del risveglio di Bianca, della sua toilette mattutina e della sua vestizione all’interno del nido d’amore.

E ancora, a San Secondo, nella Sala dell’Asino d’Oro della rocca Rossiana, si potrà ascoltare il racconto delle Metamorfosi di Apuleio, romanzo che proprio all’interno della rocca trova la sua unica rappresentazione in affresco del Cinquecento italiano. Per chi volesse vivere appieno la vita cortigiana, i fasti e i decori tipici delle grandi residenze nobiliari, non può mancare la visita alla Rocca di Soragna, ricca di dipinti famosi come quelli di Nicolò dell’Abate, affermato artista modenese che operò anche in Francia a Fontainebleau.

Per l’occasione sono stati previsti anche due restauri: a San Secondo le storie affrescate nelle Sale dell’Asino d’Oro e degli Imperatori, all’interno della Rocca dei Rossi, saranno valorizzate grazie ad un allestimento compiuto che prevede una migliore illuminazione ed impiantistica; a Busseto nella Collegiata di San Bartolomeo sono previsti lavori di manutenzione e l’esecuzione di interventi puntuali di consolidamento alla Cappella dell’Immacolata Concezione, dove sono raffigurati i Dottori della Chiesa dipinti da un contemporaneo di Correggio, Michelangelo Anselmi.

Anche le scuole saranno coinvolte: per loro è stato ideato un progetto speciale in una cornice davvero preziosa, il Castello di Montechiarugolo, che si trasformerà nel “castello con vista”, per conoscere e capire il paesaggio rappresentato dal Rinascimento a oggi, a partire dallo splendido loggiato con ampio panorama sulla Val d’Enza. Dopo una visita guidata, la fortezza sarà animata da bambini e ragazzi, dai 5 ai 14 anni, che “reinterpreteranno” il paesaggio a modo loro grazie a laboratori didattici curati dall’Associazione Arcadia: dalle scatole con foro per prospettiva fino alle moderne elaborazioni fotografiche, i ragazzi si divertiranno, in base all’età e al percorso scolastico, con sanguigna, carboncino, acquerelli, sbalzo su metallo e collage su tempera.

Per saperne di più: http://www.comune.montechiarugolo.pr.it/