La fondazione di Milano

…e se fosse il luogo della grande adunanza?

 di Mary Falco  

“…Mentre a Roma regnava Tarquinio Prisco, il supremo potere dei Celti era nelle mani dei Biturgi, questi misero a capo di tutti i Celti un re. Tale fu Ambigato, uomo assai potente per valore e per ricchezza, sia propria sia pubblica, perché sotto il suo governo la Gallia fu così ricca di prodotti e di uomini da sembrare che la numerosa popolazione si potesse a stento dominare. Costui, già in età avanzata, desiderando liberare il suo regno dal peso di tanta moltitudine, lasciò intendere che era disposto a mandare i nipoti Belloveso e Segoveso, figli di sua sorella, giovani animosi, in quelle sedi che gli dei avessero indicato con gli àuguri. A Segoveso fu quindi destinata dalla sorte la Selva Ercinia, a Belloveso gli dei indicarono una via ben più allettante, quella verso l’Italia. Quest’ultimo portò con sé il sovrappiù di quei popoli, Biturgi, Edui, Ambani, Carnuti, Aulerci. Partito con grandi forze di fanteria e cavalleria, giunse nel territorio dei Tricastini. Di là si ergeva l’ostacolo delle Alpi; e non mi meraviglio certo che esse siano apparse insuperabili, perché nessuno le aveva ancora valicate [ … ] Ivi, mentre i Galli si trovavano come accerchiati dall’altezza dei monti e si guardavano attorno chiedendosi per quale via mai potessero, attraverso quei gioghi che toccavano il cielo, passare in un altro mondo, furono trattenuti anche da uno scrupolo religioso, perché fu riferito loro che degli stranieri in cerca di terre erano attaccati dal popolo dei Salvi. Quegli stranieri erano i Marsigliesi, venuti dal mare da Focea. I Galli, ritenendo tale circostanza un presagio del loro destino, li aiutarono a fortificare, nonostante la resistenza dei Salvi, il primo luogo che avevano occupato al loro sbarco. Essi poi, attraverso i moti Taurini e la valle del Dora, varcarono le Alpi; sconfitti in battaglia i Tusci non lungi dal Ticino, avendo sentito dire che quello in cui si erano fermati si chiamava territorio degli Insubri, lo stesso nome di un pagus degli Edui, accogliendo l’augurio del luogo, vi fondarono una città che chiamarono Mediolanum…”

Tito Livio “Historiae” (libro V, 34)

IL professor A.Gaspani, (titolare del corso annuale di Archeoastronomia all’Università Cardinal Colombo di Milano nonché membro de I.N.A.F. – Istituto Nazionale di Astrofisica Osservatorio Astronomico di Brera) nei suoi articoli “Alle origini di Milano” e “Nemeton di Medehlanon” accetta senza riserve la testimonianza di Livio, collocando cronologicamente l’epoca di fondazione della città nel VI secolo a.C. in quanto il regno di Tarquinio Prisco si estese dal 616 a.C. al 579 a.C. mentre la fondazione di Marsiglia da parte dei coloni Focesi avvenne nel 600 a. C. circa. Molti studiosi, tra cui R. Syme e C. Moreschini, pensano al contrario che non si possa interpretare alla lettera lo storico, teso com’era a creare un mito di Roma e quindi ad utilizzare tutte le notizie raccolte in questo senso, basta pensare che i nomi riferiti: Ambigato, Segoveso e Belloveso non sono gallici! Dumezil infine ha suggerito che Livio sia uno degli ultimi testimoni d’una mentalità arcaica. Più che narrare fatti realmente accaduti e d’altra parte troppo lontani dalla sua esperienza per poter essere documentati, egli si sforza d’accordare le vicende storiche con le coordinate dei grandi miti indoeuropei.

Quanto a Milano, molti studiosi premono per un’identificazione della città con l’antico “Melpum” fondato dagli Etruschi, che tra l’altro sono i naturali nemici dei Focesi.

Ed anche sulle loro origini il nostro libro V, un paio di capitoli prima, aveva aperto il dibattito imparentandoli coi Reti, una popolazione alpina dell’alta Valle dell’Adige. Il testo, citato anche da Plinio (Naturalis Historia, III 133), finisce per confutare la favola d’Erodoto, che nel V sec. a C. li vuole originari della Lidia, in Asia Minore da cui sarebbero emigrati otto secoli prima per sfuggire ad una grave carestia, guidati dal principe Tyrsenòs.

Questa teoria tanto più cara al mito della civiltà venuta d’oriente, s’avvale anche della testimonianza di storici meno famosi, come il greco Ellanico, vissuto nel V sec. a.C., secondo il quale gli Etruschi deriverebbero dalla mitica popolazione dei Pelasgi, arrivati in Etruria attraverso l’Adriatico e poi risalendo le foci del Po’ ed Anticlide del IV sec. a.C. che fa tuttavia migrare i Pelasgi dalle isole egee d’Imbro e di Lemno. Il viaggio, sfrondato dei particolari più fantasiosi, sembra ancora la spiegazione più logica all’arcaismo della lingua etrusca, certo preindoeuropea ed all’indiscutibile vocazione nautica, qualcuno dice piratesca, manifestata fin dai tempi più antichi; attualmente pare avvalorata dai testi egizi che denunciano un tentativo d’invasione da parte dei “popoli del mare”, tra cui alcuni “Turuscia” appunto nel 1230 e nel 1170 a. C.

Infine va citata anche la teoria di Dionigi d’Alicarnasso (XV, 27, 4), vissuto ai tempi d’Augusto, che li ritiene autoctoni e rivendica per loro il nome di Rasenna, ed il raffronto tra i nomi delle popolazioni: Reti e Rasenna riporta alla ribalta l’idea di Livio.

I Celti invece appaiono, almeno ad un primo esame, una presenza più conforme alla presentazione del V libro: apparsi nel 900 a.C. nella zona di Harz a nord delle Alpi, si fanno spazio molto rapidamente, tanto che nel V e IV secolo ne troviamo attestata la presenza in Francia, nell’Italia settentrionale, in Puglia ed in Sicilia, in Spagna, in Portogallo, in Gran Bretagna ed in Irlanda. Il IV secolo è anche quello del loro famoso sacco di Roma, che tuttavia non occuparono stabilmente.

Da qui certamente la necessità di Livio di indagare sulle loro origini e datare il loro primo passaggio attraverso le Alpi, che furono ritenute a lungo un confine naturale tra il mondo mediterraneo e quello nordico. Non per nulla seguendo la narrazione del libro V sembra che i fatti raccontati si susseguano con assoluta naturalezza nel corso di un’unica stagione, invece d’abbracciare diversi secoli e che si riducano ad un unico confronto tra i barbari del nord e la civiltà romana.

L’archeologia conferma?

Non sempre. Primi agricoltori sedentari della civiltà europea, i Celti vivono in comode case di legno, con focolari centrali rispetto all’abitazione e rudimentali canalizzazioni per garantire l’acqua corrente vicino a casa, sono infatti maniaci della pulizia ed hanno in orrore l’acqua stagnante. Confrontata con quella dei cacciatori, la loro è un’esistenza agiata: coltivano grandi cereali, conoscono la vite e gli alberi di mele, allevano bestiame di grossa taglia, che viene lasciato libero di pascolare anche sui campi coltivati, sacrificando qualche messe alla concimazione della terra. Il numero delle vacche possedute è indice di ricchezza dell’individuo: animale sacro per la produzione di latte ed indispensabile come forza lavoro nei campi, non viene mai mangiato, come ancora oggi in India.

Meglio cacciare cinghiali selvatici, o allevare maiali nelle zone della foresta che non si prestano alla coltivazione. L’arrosto di maiale o di cinghiale selvatico è quindi il piatto nazionale, affiancato da una bella serie d’insaccati e salumi che permettono di conservare la carne cacciata anche nei periodi di magra. Di fronte alla foresta infatti l’attività colonizzatrice s’arresta e solo in caso di grave necessità si bruciano gli alberi per ricavare terra da coltivare.

Ogni dimora è anche una piccola officina, perché tutto ciò che serve alla vita quotidiana è prodotto in famiglia ed ogni nucleo è orgoglioso della propria autosufficienza. Non esistono o quasi lavori servili, anzi si ritiene che l’abilità manuale sia un dono degli dei ed ogni lavoro ben fatto ne rispecchi un po’ di potere, non c’è azione umana, per quanto modesta, che non reclami un premio o una punizione. Certamente al primo posto fra le attività c’era la caccia e la figura di guerriero, ma ogni mestiere aveva pari dignità ed era assolutamente indispensabile essere autonomi e saper far fronte alla sorte avversa esercitando bene il proprio mestiere anche con mezzi modesti. Così anche l’agricoltura e l’artigianato, soprattutto il mestiere di fabbro, erano ritenuti degni degli stessi re. Importantissimo anche il lavoro di filatura e tessitura riservato alla donna. Si riteneva che il movimento meccanico e sempre uguale sottraesse la mente alla tirannia della ragione, mettendola in contatto con la divinità. Gli indumenti intimi che indossava l’uomo lo legavano alla sposa che l’attendeva a casa e spesso incantesimi protettivi erano rafforzati ricamando simboli sacri.

La stessa cura era riservata alla mensa, poiché si produceva tutto in casa, compreso il preziosissimo idromele, la bevanda degli dei. Non esistono dunque gesti inutili o che possano essere affidati al caso. Gran parte delle “conoscenze magiche” che furono attribuite ai Celti sono in realtà il semplice frutto di una cura attenta delle cose. Un gusto del fare che si riscontra solo in chi lavora in proprio. Di vero, storicamente dimostrato, c’è senza dubbio una civiltà ormai stanziale piuttosto progredita con varie attività, ciascuna vigilata da un dio, che probabilmente venivano apprese mediante la pratica e l’insegnamento orale, con quella caratteristica alternanza di umano e divino che era ancora delle corporazioni artigianali medievali, cancellate per sempre dalla Rivoluzione Francese.

Quando la crescita demografica li spinge ad occupare zone lacustri “inventano” le palafitte, considerate ormai originarie della zona Alpina: Neuchatel, Biel, Ledro, Cavriana, Fimon, fino ad arrivare ai nostri laghi, soprattutto quello di Varese. Attorno al villaggio, sempre piccolo, s’erge un recinto circolare o una palizzata di legno. Con l’andar del tempo il recinto s’evolverà in vere e proprie mura ed i Celti metteranno a punto una “ricetta” di mura imprendibili, realizzate con pietre, legno e vetro, a cui si dava fuoco per cementare il tutto.

Dentro il recinto però si trovava il vecchio villaggio, costruito quasi interamente in legno, tanto da tornare a confondersi con la terra quando per qualche motivo viene abbandonato. Quello che fa riconoscere l’abitato di un tempo agli archeologi di oggi è l’abbondanza di altri reperti: spade torques, fibule… una curiosità: Peschiera nell’età del bronzo è già famosa per le sue fibule ad arco di violino, a lungo credute pura espressione dell’artigianato celtico… ed oggi identificate come abilissime contraffazioni!

Sono credibili questi Celti come fondatori di una città, anzi addirittura di una colonia al di fuori del proprio territorio? Gli studiosi attuali tendono ad escluderlo, vedendo la colonizzazione come un tipico fenomeno greco e le migrazioni barbariche come una realtà nettamente distinta.

Torniamo dunque agli Etruschi ed alla questione delle loro origini, per cui nel 1947 Massimo Pallottino (Etruscologia. – Milano : Hoepli) ha proposto una soluzione interessante, suggerendo che sia l’ipotesi della migrazione che quella di un’evoluzione autoctona contengano un fondo di verità e s’intreccino in una vicenda articolata… la teoria ha suscitato scalpore, ma oggi è suffragata da molti studiosi, che rifiutando l’idea dell’arrivo improvviso d’invasori esterni già organizzati in una società autonoma e culturalmente definita, immaginano invece la civiltà etrusca come il progressivo maturare della cultura autoctona alla luce dei successivi apporti commerciali e di piccole migrazioni pacifiche.

Al posto della teoria romantica dell’invasione apportatrice di cultura, si fa strada l’ipotesi di lunghissime infiltrazioni d’individui, soprattutto donne, data l’usanza remota di cercarsi mogli esotiche e lontane, tanto da fare d’ogni mercato, d’ogni barca approdata sulla costa, un possibile capoluogo linguistico, come fa notare l’Heurgon. (Mediterraneo Occidentale dalla preistoria a Roma arcaica / Jacques Heurgon. – Bari : Laterza, 1972 )… ma in quest’accezione non vanno allora riviste anche le migrazioni dei Celti?

Ecco dunque di nuovo alla ribalta le vicende narrate da Livio nel libro V: non solo i Galli ed i Cenòmani, ma anche i Libui, i Salluvi, i Liguri, fino ad arrivare ai Reti ed ai Cimbri, si muovevano senza dubbio lungo i passi alpini, con ritmi ed esigenze diverse, ma mai isolati come li vorrebbe una storiografia semplicistica. E probabilmente tutti loro avevano avviato rapporti più o meno soddisfacenti con gli Etruschi, formando un equilibrio precario, che i Romani, espandendosi, misero definitivamente in discussione.

La ridefinizione dell’abitato nell’area padana ci porta indietro di tremila anni, all’inizio dell’età del ferro, quando s’organizzano i primi villaggi di cultura “villanoviana” chiamata così da Villanova, presso Bologna, dove avvennero i primi ritrovamenti. Si tratta d’una civiltà agricola molto progredita, caratterizzata dall’uso d’incinerare i propri defunti e seppellire le urne con tutti gli onori, che poi diventerà caratteristico della civiltà etrusca. La zona si trova esposta al duplice influsso celtico e greco, mediandone le caratteristiche. Già alla fine dell’età del Bronzo infatti un’intensa circolazione di manufatti percorreva la penisola dalle Alpi Orientali alla Sicilia: si navigavano con destrezza mare e fiumi e si trasportano mercanzie sui monti, a dorso di mulo. I manufatti appartenevano ad un più largo giro commerciale: in principio era il frumento ad essere scambiato con giare di vino, olio e sale, poi droghe e ceramiche furono imballate nelle pezze di lana ed infine ecco comparire sul mercato metalli, seta ed ambra. Il santuario di Demetra, attivo centro d’accoglienza, fondato a Selinunte nel VII sec. a. C. certamente in onore alla dea, ma non solo per motivi devozionali, testimonia l’intenso traffico da cui era interessata la zona.

Col passaggio all’età del Ferro s’assiste ad un grandioso processo di trasformazione dell’assetto territoriale, soprattutto nella Toscana meridionale, che comporta di norma l’abbandono dei villaggi d’altura e l’organizzazione a valle d’insediamenti di 100-150 ettari, enormemente più estesi ed animati da un’intensa concentrazione demografica. Si viveva in “case-ripostiglio”: edifici rettangolari in cui trovavano posto circa una cinquantina di famiglie; nel fondo era riposta con cura una ricchissima raccolta d’oggetti metallici finemente intagliati, che oggi fanno la gioia degli archeologi. Si tratta d’una grossa rivoluzione rispetto alle capanne circolari della preistoria e testimonia una vita in comune già organizzata.

I nuovi villaggi si chiameranno poi Veio, Tarquinia, Vulci, Orvieto-Volsinii, Bisenzio e Cerveteri. Populonia sarà definita la Pittsburg dell’antichità. La trasformazione è stata rapida, ma non immediata: per una larga fase dell’età del Bronzo, dicono gli esperti, s’è verificato un crescente accumulo di ricchezza, derivante soprattutto dall’estrazione e dal commercio dei metalli, ma anche dalla crescente capacità di sfruttamento delle risorse agricole, che ha motivato e finanziato un nuovo stile di vita. Da un’economia basata essenzialmente sulla pastorizia, spesso legata ancora ad insediamenti stagionali, che nei periodi di carestia si trasformava in brigantaggio, si passa al potenziamento delle attività stabili, come la coltivazione di cereali, soprattutto il farro, e l’allevamento di bovini, caprovini e maiali.

Si può affermare senza dubbio che la città occidentale sia “un’invenzione” degli Etruschi, elaborando un “rito di fondazione” che poi si trasmetterà a Roma: lo spazio è misurato attentamente e diviso con cura, le acque sono incanalate, le piante selvatiche dovranno restare fuori dal “pomerion” il bosco adiacente alle mura. Tra queste ci sono molte “piante infelices” che sono in diretta comunicazione con gl’inferi. I romani, semplificando, le han poi definite nefaste, ma per l’etrusco non è così; il concetto di sacro è complesso, polivalente: agrifoglio, fico scuro e canna sanguigna non sono cattive, anzi proteggono ed il loro legno è eccellente per accendere i fuochi di purificazione, ma il potere che le permea non consente ne’ un uso indiscriminato, ne’ la coltivazione diretta. Accanto alle case si preferiscono generi commestibili o piante dai fiori e bacche chiari, sempre secondo un attento rituale che tiene conto delle stagioni, del territorio, delle necessità del gruppo. Una civiltà sostanzialmente agricola, con una grande diffusione della proprietà privata, ha cura dei propri giardini e non lascia nulla al caso. L’architettura in pietra, con soffitti a botte e tetti di tegole, sostituisce completamente le vecchie costruzioni in legno, che tra l’altro marcivano facilmente. Il laterizio è un’invenzione italiana, che gli Etruschi dividono con la Sicilia. Nell’isola risponde ad una necessità, data la totale assenza di marmo, in Toscana è un’abitudine, le cave di Carrara saranno sfruttate solo dalla Roma imperiale e con molte perplessità.

L’esempio meglio conosciuto d’urbanistica etrusca è rappresentato dall’impianto abitativo del V sec. a. C. rinvenuto nei pressi di Marzabotto, in provincia di Bologna, alto 130 m. sull’Appennino.

La città intera sorgeva su una terrazza alluvionale affacciata sul Reno, nasce evidentemente come un’emanazione della cittadella sacra, che la sovrasta da un’altura sopraelevata di una dozzina di metri. Qui avevano sede gli dei, ospitati almeno in tre templi, cui corrispondevano le tre porte della città, orientate a sud, est ed ovest: Tinia-Giove, sovrano del Cielo e dio della folgore, alla sua destra la sposa Uni-Giunone, che accentrava nel suo tempio tutte le attività femminili, dall’assistenza al parto alla prostituzione sacra. Alla sinistra del dio troviamo invece l’amata figlia Minerva; anche se la storia della sua nascita non è enfatizzata come per l’Atena greca, la dea resta molto al di sopra delle rivalità fra i sessi, protettrice di tutte le arti maschili e femminili esercitate all’interno della città stessa e garante della buona armonia della coppia regale. Alle spalle degli edifici sacri sorgeva una piccola struttura: “l’auguraculum” cioè un osservatorio da cui era possibile guardare le stelle ed il volo degli uccelli. L’abitato conserva ancora la pianta organizzata secondo il reticolo stradale di tre grandi arterie equidistanti, larghe 15 m, orientate in senso est-ovest, ai lati delle quali si sviluppa una fitta serie di vicoli paralleli più stretti, non sempre uguali, che formano isolati rettangolari molto allungati. La zona centrale era riservata al traffico veicolare, aveva marciapiedi larghi 5 m. forse porticati, lungo i quali correvano canalette di ciottoli per il deflusso dell’acqua proveniente dalle abitazioni. Tra un marciapiede e l’altro erano allineate grosse pietre, che facilitavano l’attraversamento della carreggiata, soprattutto durante la cattiva stagione. Tutte le case erano in mattoni ed avevano tetti di tegole. Non sempre però erano realizzati a regola d’arte; talvolta invece di mattoni veri e propri ci si accontentava di grossi pani d’argilla crudi o essiccati al sole, disposti in filari entro intelaiature lignee sistemate su uno zoccolo di pietre squadrate o grossi ciottoli. Un procedimento alternativo consisteva nel riempire di pietruzze un cassero di legno e ricoprire il tutto d’intonaco d’argilla. Le prime tegole erano piane, con coprigiunti e grondaie cilindriche, poi si raggiunsero presto le forme attuali; tuttavia ancora Roma Imperiale impiegava talvolta, soprattutto per le “villae” di campagna, tegole arcaiche.

Ogni casa era in media di 800 mq. Un corridoio d’ingresso, percorso sotto il pavimento da una canaletta di scarico, era fiancheggiato da vani adibiti probabilmente a botteghe ed officine. Il corridoio dava in un cortile centrale a croce con un pozzo, su cui s’affacciavano vari ambienti. Il cortile era talvolta coperto da un tetto compluviato, le cui falde erano però sorrette da lunghe travature orizzontali appoggiate esclusivamente ai muri perimetrali; era realizzato in questo modo quel tipo d’atrio che ancora Vitruvio definisce “tuscanico”, riconoscendovi un’invenzione etrusca. Numerosi indizi fanno intendere che nelle case vi potessero essere locali adibiti a servizi igienici: stanze piccolissime dotate di una canaletta inclinata che conduceva alle fognature e di una tubatura in cotto, che attraversa un muro e chiude a gomito all’interno, costruzione che richiama le “seggette” d’Olinto in Macedonia, antenate delle attuali.

Le case erano anche centri di produzioni artigianali, primo fra tutti la tessitura, testimoniata dalla presenza di numerosi telai, ma i reperti di Populonia e Roselle, fanno pensare ad una precoce differenziazione fra quartieri residenziali, centrali e quelli artigianali, periferici. La distinzione tuttavia non doveva essere rigida e molti laboratori aprivano le loro botteghe su vie centrali e ben frequentate per mettere in mostra la merce, soprattutto di lusso. Qualche edificio ospitava sulla facciata dei vani con ingresso indipendente, per aprirvi appunto botteghe e laboratori. A Poggio Civitate è venuta in luce una lunga struttura con tettoia costruita per essiccare le tegole, mentre a Marzabotto, in pieno centro urbano, son stati trovati laboratori con fornaci per laterizi, fornacelle per ceramiche e fonderie metallurgiche. I grandi templi conservavano strutture portanti lignee. L’attenzione del visitatore si concentrava nell’ornamentazione del timpano e del tetto.

Meno note invece sono le residenze aristocratiche, che vanno ricostruite sulla base della documentazione funeraria.

Tornando ora a Milano troviamo elementi misti delle due civiltà: fra i reperti pochi mattoni, poche tegole, ma tantissimo legno d’abete bianco e una variante del granito diffuso in val d’Ossola, il serizzo; moltissimi reperti celtici, ma anche greci, etruschi, romani… conquistata nel 222 fu infatti riedificata completamente secondo i criteri urbanistici della capitale e talvolta è difficile risalire al passato antecedente.

Non si può negare comunque che lo sviluppo di “Medhelanon” fu abbastanza lontano dal modello di oppidum celtico circondato dal tipico ed imponente “murus gallicus”. La realtà protoubana preromana di Milano si estese intorno all’abitato senza alcuna struttura atta a fortificazione, come confermano i recenti scavi condotti dagli archeologi. Inoltre, a differenza di tutti i villaggi celtici, Milano non sorge in prossimità di un corso d’acqua, ma alla confluenza di una serie di strade: quella che discende dal passo del Sempione seguendo la val d’Ossola e le sponde del Lago Maggiore, la strada che percorre la valle del Ticino e che mediante i passi del Lucomagno e del San Bernardino conduce alle città del bacino superiore del Reno e per finire quelle del lago di Como e della valle dell’Adda.

Questo depone a favore di una fondazione artificiosa, suggerita da motivi politici e non nata spontaneamente da un villaggio.

Eppure aveva, come presso i Celti, un centro sacro, detto con termine greco “omphalos”, ed uno spazio altrettanto sacro centrato su di esso, ma la definizione dell’area riprendeva dall’uso etrusco l’aratura rituale compiuta in senso orario, in accordo con il moto apparente degli astri che popolano la sfera celeste, seguita dalle offerte propiziatorie agli dei e dalla scelta del nome che doveva essere di buon auspicio e spesso racchiudeva un teonimo. La più nota ipotesi sull’origine del nome di Milano è quella che vede nell’etimologia romano-gallica di “Mediolanum” il significato di “terra di mezzo”, ma esiste anche la tesi di chi attribuisce a “Medhelanon” il significato di “centro di perfezione” ovvero “nemeton” santuario a cielo aperto, delimitato da un recinto sacro connesso con gli astri. Il recinto poteva essere anche un semplice cerchio di rose selvatiche o di biancospino piantati fitti fitti, come suggerisce Plinio. Ancora Bovesin della Riva parlerà di cinta di mura fiorite di biancospino in pieno medioevo! Alla luce degli ultimi elementi emersi sembra confermarsi un modello di città sviluppatasi attorno ad una zona – santuario che aveva funzioni molteplici: religiose, giudiziarie, amministrative e commerciali. Un santuario tanto importante da non aver bisogno di mura per essere protetto ed una città che viveva esclusivamente in sua funzione. Purtroppo non abbiamo nessun indizio per capire a quale Dio fosse dedicato, per la ripugnanza del tutto arcaica dei Celti di rappresentare gli dei.

Quest’interpretazione è quella che più si addice al territorio racchiuso dall’antico sacro recinto di Medhelanon. Considerazioni relative all’altimetria ed all’assetto viario suggeriscono che l’ubicazione del “nemeton” sia da collocarsi nella zona dove ora sorge piazza della Scala. La fondazione della città verrebbe a coincidere con la dedicazione del santuario presumibilmente avvenuta nella data più propizia: l’inizio dell’anno secondo il calendario celtico, evento che nel VI secolo a. C cadeva intorno alla metà di novembre del calendario giuliano.

Ma tale data s’avvicina a quella di Samain o meglio, per usare il nome intero a TRINVXTION SAMONI SINDVOS, la festa più importante presso i Celti che si svolgeva, contemporaneamente alla levata eliaca della stella Antares, nei giorni che separavano l’anno vecchio da quello nuovo. Doveva inoltre soddisfare alcuni vincoli lunari essendo celebrata nel sedicesimo, diciassettesimo e diciottesimo giorno del mese di Samonios, come stabilisce il Calendario di Coligny, e quindi due, tre e quattro giorni dopo l’ultimo quarto di luna.

In questa data, che solo successivamente si fece coincidere con l’attuale 1 novembre, accadeva qualcosa di veramente unico, come esprime bene il professor A.Gaspani,“…un momento preciso nell’incessante rincorrersi delle stagioni in cui l’Altro Mondo ed il nostro s’incontrano. Il tempo è sospeso, è il tempo del non tempo dove tutto può accadere ed tutto accade. Avviene a Samain insieme fine ed inizio dell’anno celtico (…) la festa rappresentava un periodo favorevole, ideale per iniziare qualsiasi attività.”

I riti che celebravano questa festa mobile si svolgevano in una località sacra, originariamente unica e segreta. Per la Francia il professor Jean Markale suggerisce l’attuale basilica di Chartres, che al tempo sorgeva nel cuore della foresta, ma sappiamo per certo che in Irlanda ci si riuniva invece nella reggia di Tara. Perché non pensare dunque che nel VII sec. a.C. i Celti che ormai gravitavano attorno alle Alpi non sentissero l’esigenza di trovare una nuova località, più vicina ai propri interessi, invece di tornare ogni anno fino a Chartres? Allora il passo di Livio illustrerebbe una realtà diversa, che i Celti non avevano certo raccontato ai Romani e che dunque fu interpretata invece alla luce delle abitudini mediterranee, come la fondazione di una città! Effettivamente a quel tempo il territorio era il cuore d’una foresta di faggi che dalle Alpi scendeva fino al Po.

E può darsi che lentamente il santuario abbia incorporato una precedente struttura etrusca, nota come Melpum. Quello che è certo è l’impronta celtica che la città conservò fino agli albori del medioevo. Per preservarla e per celebrare questa data ritenuta significativa è nata: L’Associazione Culturale Capodanno Celtico – ONLUS che cresce nel fertile humus culturale determinato dall’intrecciarsi di dialetti, di patrimoni culturali linguistici e musicali, di forti tradizioni, di grande e piccola storia. Da anni opera con l’intento di promuovere, attraversi iniziative culturali gratuite, la riscoperta di una parte della storia politica e culturale della città ancora poco conosciuta. Nel cuore della Lombardia fa rivivere le trame di un antico percorso che dalla protostoria dei primi stanziamenti celtici, dagli arcani riti dei druidi, dalla potente sonorità dei bodran e dei carnix, si snoda, rincorrendosi, fino ai ritmi del folk celtico lombardo, alle movenze delle danze popolari, al fascino di arti e mestieri che attraversano inalterati il tempo.

La manifestazione è ormai giunta alla sua ottava edizione ed entra a pieno titolo nel circuito dei grandi festival celtici europei, guida, nel cerchio senza tempo del Castello, il pubblico sempre più numeroso, in un entusiasmante percorso tra antichi accampamenti, danze sfrenate, accese battaglie, sussurri d’arpe che incantano, artigiani e le più coinvolgenti voci del panorama celtico e folk nazionale ed internazionale, alla scoperta di un patrimonio che è parte irrinunciabile dell’identità culturale di Milano e della Lombardia.

Il successo di pubblico e la sua eterogeneità testimoniano un desiderio largamente condiviso di riscoprire le proprie radici ed è legato alla scelta di veicolare il percorso conoscitivo in più sfere di fruizione, promuovendo in ognuna di esse, ove sia possibile, una fattiva partecipazione.

L’intento per la nuova edizione è quello di inserire la celebrazione del “Samain” in un percorso didattico – culturale interdisciplinare di più ampio respiro, che racconti gli albori di Milano ed illustri il legame della città con la festa del “TRINVXTION SAMONI SINDIVOS”, spiegando che ripercorrere insieme, oggi, il cammino nel tempo che ci conduce a quegli antichi riti significa tener viva, nella sua culla di sempre, una tradizione che accompagna la città dall’alba della sua fondazione. L’idea è quella di far precedere i tre giorni di rievocazione storica e spettacoli al Castello Sforzesco da due settimane di iniziative culturali volte a promuovere presso il grande pubblico, attraverso una più efficace divulgazione dei progressi della ricerca e delle nuove teorie scientifiche ed accademiche, la riscoperta di una parte ancora poco nota della della storia della città, la storia della Milano golasecchiana e lateniana. Con l’intento e la speranza che le nuove generazioni si ritrovino nell’unicità e nella ricchezza di questo patrimonio culturale, il programma prevede, in tutto l’arco della sua durata, iniziative dedicate specificamente alle scuole ed ai più piccoli.

Per conoscere il programma della manifestazione:

Nei giorni di rievocazione vera e propria saranno invece protagonisti i gruppi di rievocatori nati in tutto l’arco subalpino, vediamo in dettaglio uno particolarmente vicino al territorio interessato:

POPOLO DI BRIG

– TEUTA AP BRIG –

GRUPPO DI RIEVOCAZIONE STORICA CELTICA III-II SEC. A.C.

Il popolo di Brig nasce nel 2004 con lo scopo di far conoscere la cultura, la storia e la civiltà dei Celti d’Italia in epoca preromana, in particolare quella della Brianza.

“Brig” (collina, altura) è la radice da cui deriva il nome dell’attuale Brianza (la zona posta a nord di Milano compresa tra Monza, Como e Lecco), abitata in epoca preromana da popolazioni celtiche.

Il simbolo del teuta (popolo) è il fiume Lambro, che attraversa i due monti che ne sovrastano la valle.

Seppure relativamente giovane, il Popolo di Brig ha partecipato in soli tre anni dalla sua nascita a numerose manifestazioni di interesse nazionale (Celtica-Valle d’Aosta, Trigallia e Nubilaria – Emilia Romagna, Storitalia – Lombardia) e locale (Magiaceltica – Trentino, Lactarella Celtic Festival – Lombardia, Festival Insubre di Marcallo con Casone – Lombardia, Festa di Beltane ad Ornavasso – Piemonte, Festa d’Occidente – Veneto, Fiumalbo Celtica – Emilia Romagna, etc.). Nel 2006 partecipa alla prima edizione dell’Archeofestival di Perugia e alla Centuriazione Romana di Villadose (PD) riscuotendo un grande successo di critica da parte di partecipanti, visitatori ed esperti del settore.

Il gruppo è apolitico e aconfessionale ed è aperto a persone di qualunque età, sesso, credo religioso o etnia.

Le attività si suddividono tra pratiche (ricostruzione documentata di vestiario, armi, manufatti, cibi e bevande utilizzati nella rievocazione storica; partecipazione a feste e raduni celtici facendo vita da campo e prendendo parte a simulazioni di combattimento) e teoriche (conferenze, visite a mostre, articoli su riviste del settore).

Le attività pratiche consistono nella costruzione di oggetti di uso comune nell’età del ferro, fedeli ricostruzioni di ritrovamenti archeologici. Per farlo sono stati riprodotti anche gli utensili e le varie fasi di lavorazione in uso all’epoca; tale attività viene svolta anche sul campo. Una di queste lavorazioni è la costruzione della cotta di maglia, armatura in uso all’epoca dai guerrieri celti, lavorazione che viene eseguita totalmente a mano anello per anello.

(Magiaceltica 2006 – Trentino)

Altre attività sono: lavorazione del cuoio (scarpe, cinture, scarselle); lavoro al telaio; realizzazione di epigrafi su pietra in alfabeto leponzio.

Le attività sono accompagnate da spiegazioni al pubblico sull’artigianato, ma anche sui diversi aspetti della civiltà, della storia e della religione celtica, fino ad interagire il più possibile con la gente.

Quando è possibile il gruppo ripropone quella che un tempo era la vita da campo. In una completa sinergia con il pubblico, offre la possibilità di osservare la vita di un accampamento celtico dell’età del ferro, dalla ricostruzione delle tende alla cucina e all’aspetto religioso, che non era mai disgiunto dalla vita di tutti i giorni; è dunque possibile osservare la preparazione del cibo, i rituali e gli allenamenti dei guerrieri.

____________________________________-

Per saperne di più: WWW.popolodibrig.it