La Notte di Halloween e la Processione dei Morti

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Il culto dei Defunti dal mondo celtico alle tradizioni Italiane

di Andrea Romanazzi

Da sempre la notte di Samhain, o come è più comunemente conosciuta, Halloween, nasconde, tra le pagine di magazine e network televisivi che parlano del “carnevale” novembrino, antiche magie legate ad un mondo lontano per molti estraneo alla nostra cultura italiana e chiaro esempio dell’effetto della globalizzazione e dell’assorbimento di usi e costumi del mondo anglosassone.

In realtà per scoprire cosa si cela dietro le schiere di ragazzini mascherati che passano di casa in casa alla ricerca di dolci e doni ed incontrare il mitico Artù, espressione dell’Ankou bretone, ma anche e soprattutto delle tradizioni popolari italiane ove già da tempo si usava accender lanterne ottenute dalle zucche, dovremo attraversare i sentieri del folklore italiano alla ricerca delle “processioni dei morti”.

L’Ankou e il culto dei morti in Bretagna

Ph. credit Wikipedia

Dal XI secolo moltissimi sono i racconti popolari e i testi letterari che parlano dell’apparizione dell’”esercito furioso”, nome con il quale è conosciuto, nell’area centro europea, una strana processione di misteriose creature fantastiche, poi evolutesi nel loro aspetto, in streghe e stregoni pronti al viaggio verso il sabba.

Questa schiera di esseri, composta indifferentemente da uomini e donne spesso a cavallo di animali in qualche modo legati al mondo pagano, come capre, cavalli o strani rapaci, era di solito guidata da un essere mitico, una antica divinità pagana autoctona come Wotan, Odino od altri esseri, spesso anche dalle fattezze femminili, che trasportavano, non di rado, un carro rituale.

Una interessante area da esaminare, a causa del forte rapporto tra viventi e defunti è la Bretagna, luogo ove alla religione ufficiale si mescolano vorticosamente antiche tradizioni pagane mai cancellate.

Lo strano rapporto con i defunti traspare ancora oggi nelle leggende e nei racconti popolari, come quello dell’Ankou. Si tratta di una figura locale raffigurata come la “morte”, sotto forma di scheletro con la falce che però non è semplice espressione della stessa, in realtà si tratta solo di un suo messaggero, una strana figura che giunge ad avvisare le persone, e spesso a consigliare di portare subito a termine faccende personali in sospeso prima del loro trapasso.

Altra interessante informazione su questo rapporto con i defunti può esser desunta, poi, dal racconto di Procopio di Cesarea nella sua Guerra Gotica. Parlando della Brittia “…giunto a questo punto della storia mi sembra inevitabile raccontare un fatto che ha piuttosto attinenza con la superstizione…”. Ecco così che lo storico narra delle strane abitudini di alcuni abitanti di borghi di pescatori situati dall’altra parte del mare, in quell’area che oggi è appunto nota come la Bretagna. Alcuni di questi individui avevano un compito strano, quello di traghettare le anime dei morti nella “…A tarda ora della notte, infatti, essi sentono battere alla porta e odono una voce soffocata che li chiama all’opera. Senza esitazione saltano giù dal letto e si recano sulla riva del mare…sulla riva trovano barche speciali, vuote. Ma quando vi salgono sopra le barche affondano fin quasi al pelo dell’acqua come se fossero cariche…dopo aver lasciato i passeggeri ripartono con le navi leggere…”.

Se questo racconto sembra incredibile basta giungere ancora oggi in Bretagna per ritrovare, arenate nelle sacche di sabbia dovute alla marea, vecchie barche oramai in disuso. Nessuno però si azzarda a spostarle o portarle via, ancora oggi queste sono le barche che traghettano i morti.

E’ questa l’espressione della comunicazione locale con un aldilà mai visto come luogo tenebroso come dimostrerebbero i numerosi cimiteri mai isolati dai luoghi abitati.

Del resto è già dai tempi di Claudiano, V secolo, che l’area bretone era nota come il luogo dei morti, era qui, infatti, che si identificava il luogo ove Ulisse aveva incontrato i morti e ove “i contadini vedono vagare le ombre pallide dei morti”, una affermazione che ritroveremo in seguito proprio legata al territorio italiano. Non solo, ma oramai è ben dimostrato come alcuni viaggi compiuti da cavalieri delle saghe bretoni, come Parsifal o Lancillotto, in terre desolate o verso castelli misteriosi altro non sono che viaggi nel mondo dei defunti come poi testimonierebbero toponimi come Limors o il Schastel le mort.

Lo stesso Artù, in varie raffigurazioni, altro non sarebbe che il traghettatore delle processioni dei morti, come nel mosaico pavimentale di Otranto, ove il sovrano è raffigurato con uno scettro in mano in groppa ad un caprone, seguito da una schiera di uomini.

Il Licantropo Come Traghettatore dell’Aldila’

La tradizione della Processione dei defunti e la visione degli stessi da parte della gente contadina non è però patrimonio esclusivamente bretone, anche se ancora oggi in quelle terre tale tradizione resiste fortemente, ma in tutta Europa sono fortemente diffusi racconti popolari di gente che periodicamente assisteva a tali apparizioni.

In realtà questo “spettacolo” non era riservato a tutti, ma solo a persone dai particolari poteri o nati in ben precisi giorni.

Spesso si tratta di uomini destinati alla licantropia, in realtà sciamani e sacerdoti che all’inizio vestivano delle pelli dell’animale, forse i prolegomeni della mascherata della notte di Ognissanti.

Del resto per il primitivo, secondo i principi della magia empatica o imitativa, travestirsi con le pelli dell’animale equivaleva a trasformarsi nello stesso acquisendo i suoi poteri e le sue capacità come testimoniato dai cacciatori Pawnee o i Mau-Mau, gli uomini leopardi, piaga e terrore dei soldati inglesi o ancora i guerrieri nordici come i ulfhednar, le teste di lupo o i non lontani cugini Berseker, i camici d’orso.

Del resto il cane e il lupo non erano animali scelti casualmente ma da sempre sono stati messaggeri dei morti. Ad Orvieto, ad esempio, Hades è raffigurato con una testa di lupo come copricapo, ma andando ancor più indietro basti pensare alle divinità dalle sembianze canine legate al culto dei morti che troviamo nella cosmogonia egizia ove si parla di Anubi, il dio sciacallo o ancora il dio lupo Ap-uat che aveva la funzione di traghettare i morti nell’aldilà. Non è estranea poi la cosmogonia nordica ove il lupo è sia simbolo di vita, fedele compagno di Odino, ma anche della apocalisse finale rappresentata dal lupo Fenrir, mentre in Irlanda alcune dee madri a guardia di importanti sepolture sono raffigurate in compagnia di piccoli cani, e stesso messaggio è presente ed in Germania ove l’animale è ancora protagonista e fedele compagno della dea germanica Holle che guida i morti negli inferi.

La Processione dei morti nella tradizione italiana

Tornando in Italia e alle sue tradizioni folkloriche, in Friuli, ad esempio, Il Ginzburg ci fa notare che “chi vede i morti, cioè va con loro, è un Benandante”. Si tratterebbe di uomini dai particolari “poteri”, nati con la “camicia”, un parte della placenta che, proprio per questa loro “stranezza” saranno poi gli attori, in particolari periodi dell’anno, di una lotta contro le forze maligne per assicurare fertilità ai campi.

Moltissimi poi sono i racconti di incredibili incotri nelle campagne con schiere di defunti. Interessante è l’avventura capitata ad un povero monaco datata 1091. Mentre questi camminava lungo un sentiero di campagna viene attratto da strani lamenti e così scorge una processione tra la quale riconosce alcuni uomini suoi conoscenti morti da poco tempo. Se però potremmo pensare che simili visioni sono relegate ad un lontano passato ecco presenti numerose testimonianze di donne lucane che durante il secolo scorso si imbatterono in quella che è la “messa dei morti”. Così lungo le buie vie che conducono le contadine del sud nei campi da lavoro, capita spesso di vedere una chiesa aperta e illuminata e all’interno anime dannate che allontanano subito le viandante o le comunicano un messaggio per il mondo dei vivi.

“…una volta un forese [abitante del paese di Forenza, in Lucania N.d.A] commise con il suo padrone di andar ad attingere acqua ad una fontana lontano dal paese…il forese si mise in cammino ma giunto nei pressi della fontana di Tromacchio vide quattro persone che portavano a spalla una bara…decise di andare alla fontana di spando ma anche qui il cammino era sbarrato dai quattro…allora gli venne incontro un sacerdote morto da qualche tempo che lo prese per mano e gli disse “queste scommesse non le devi fare”…”

La strana fila tanto ricorda quelle raffigurazioni rinascimentali successive, chiamate “Danze Macabre” che iniziano ad apparire attorno al 1400, interpretate successivamente con il motivo della morte “livellatrice”. Sicuramente queste attingerebbero da ben più antichi ricordi, come testimonierebbe la primitiva guida delle fila.

Sempre nella regione pullulano storie di donne che, mentre raccoglievano l’acqua, nel riflesso del catino, scorgevano strane processioni tra le quali individuavano alcuni loro defunti, tradizione presente anche nel Sud Italia. Anche in questo caso le “visioni” sono accomunate da un particolare. Queste avvengono solo in particolari momenti della vita dell’individuo o in particolari periodi dell’anno, spesso coincidenti con festività agrarie, come ad esempio la Festa di Onnissanti o la notte di San Giovanni. Ecco così che nascono strane tradizioni ancora presenti come l’usanza nel caso di recenti lutti in famiglia, di occupare tutti i posti a sedere durante feste o banchetti, in modo che il morto non potesse trovare posto per la sua presenza, o ancora le tradizioni che ritroviamo in molti paesi del sud Italia e in particolare di Lucania, Puglia o Calabria ove si usa porre del cibo sul davanzale delle case, nel giorno dei morti.

Ecco così che, tra le numerose tradizioni legate alle schiere dei morti si propone una nuova ed interessante interpretazione delle schiere di ragazzini, mascherati da esseri demoniaci o semplicemente da strane creature animalesche, che girano per le città al grido di “trick or treak”. Guidati da un mitico “traghettatore”, come capitava nell’antichità, questi bambini, vestiti a maschera come i vetusti sciamani altro non sarebbero che i defunti che tornano tra i vivi e chiedendo loro in dono cibo e favori in cambio di tranquillità: solo una volta sazio il defunto potrà ritrovare la pace dell’aldilà.