La parola all’Archeologia. L’inizio di una collaborazione.

Cari Amici,

Con l’articolo che segue, nel 15° anno di vita di Acam.it, inizia la tanto da noi auspicata collaborazione con gli ambienti accademici e scientifici. Nel grande sito sui generis ed  enciclopedico di Acam, si aggiungono i cugini archeologi in una sezione dedicata proprio ad Archeologia e Storia. Articoli condotti con metodo rigoroso, attentamente selezionati, a firma di studiosi, professionisti, laureati o studenti delle suddette nobili Discipline.

archeologiaIn un’ottica di interdisciplinarità e orizzonti aperti al pensiero di tutti, si contribuirà ad accrescere le basi solide su cui si deve fondare ogni ulteriore approfondimento e costruzione logica. Nel rispetto della pluralità democraticamente difesa a spada tratta da Acam e dal sottoscritto, su Acam ci sarà spazio (nelle apposite e ben definite sezioni) per lo studio, la ricerca, la suggestione.

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dott. Enrico Galimberti, Direttore di Acam.it

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La sottile linea rossa: Archeologia e Fantarcheologia

dott.ssa Beatrice Emma Zamuner – Università di Firenze

Quando un paio di anni fa mi è stato chiesto di scrivere alcuni articoli su argomenti storici ed archeologici per Acam, il fatto che bazzicassi ancora l’ambiente accademico mi ha imposto di chiedermi quanto la mia credibilità ne avrebbe sofferto, visto che il sito riporta, fra l’altro, la titolazione Archeologia Misteriosa.

Ho peccato di presunzione.

A differenza di molti siti di fantainformazione, Acam fonda se stesso proprio sull’essere «ponte mediatore» [1]tra “teorie concrete, cronache puntuali e risultati scientifici, ma anche supposizioni, ispirazioni, idee, e abbagli allo scopo di aprire interrogativi, sperando, nel contempo, di stimolare una ricerca più approfondita sui “fatti” ai quali siamo potuti arrivare”[2].
Quando ho accettato di collaborare con Acam, al di là dell’amicizia che mi lega da anni con il Direttore, il dr. Enrico Galimberti, ho potuto contribuire con scritti dal “taglio” ben preciso, che delineassero un’ impostazione storico-archeologica pura, garantendo una rigorosa e, per quanto possibile, scientifica veridicità.

Un piccolo “valore aggiunto”che forse al sito mancava, comunque basato su un metodo.

Sir Conan Doyle scrisse:Costruire teorie prima di aver raccolto i fatti è un errore madornale: conduce ad adattare i fatti alle teorie, invece che adattare le teorie ai fatti”.

Tuttavia non è mio compito insegnare, preferisco far conoscere, o meglio ancora ispirare: il Vero e il Falso è dato a tutti riconoscerli, ma in cosa è giusto credere e in cosa no, è una fatto squisitamente soggettivo.

E’ proprio l’ispirazione alla ricerca continua uno degli scopi principali di Acam.

La sola regola che ci si impone è la corretta informazione.

Scrivere questo saggio, è stato pertanto un atto dovuto, a me stessa, al lettore, e ad Acam, perchè la sua fama e reputazione siano legate anche alla verdidicità di ciò che pubblica, non solo a “like”!

Molto di ciò che reperiamo nel web, soprattutto su siti di informazione alternativa si rifà spesso e volentieri alla fantarcheologia e non all‘Archeologia.

Vista l’attenzione riservata ad essa dai media a caccia di sensazionalismo, quello della fantarcheologia è ormai un argomento entrato a tutti gli effetti nel dibattito archeologico[3].

Sotto il nome di fantarcheologia possiamo far rientrare tutte quelle teorie che sfuggono alla verifica ed al controllo della veridicità, nonostante i suoi fautori si facciano, a parole, portatori proprio dell’esigenza di ulteriori verifiche e controlli nei confronti delle teorie “ufficiali”, giudicate non soddisfacenti.

La parola “verifica” associata all’Archeologia ha in parte un significato diverso rispetto alle scienze sperimentali, per l’ovvio motivo che, così come per le altre discipline umanistiche è estremamente difficile riprodurre in laboratorio, sperimentalmente, contesti umani da poter studiare in condizioni ottimali, ancor più se si tratta di contesti antichi -anche se l’archeologia sperimentale, l’archeometria e l‘etnoarcheologia gli si avvicinano parecchio.

Nel 2000, Pucci sostenne che si potrebbe definire la fantarcheologia come portatrice di teorie e spiegazioni «tendenzialmente incompatibili con la razionalità propria di ogni discorso storico», i di cui fautori si sentono novelli Galileo dalle convinzioni rivoluzionarie confusamente apprese dalla storia della scienza passata e recente, avversi ad un’ortodossia scientifico-accademica.

Novelli Schliemann convinti che qualsiasi teoria o spiegazione è probabile e possibile quanto un’altra.

Un enorme difetto della letteratura fantarcheologica, a differenza di quella scientifica, è l’assenza di una bibliografia che permetta al lettore di controllare e verificare quanto si sostiene: quando la bibliografia è presente rimanda, in genere, ad altre pubblicazioni fantarcheologiche, che si danno conferma l’un l’altra in maniera assolutamente tautologica.

Altra negativa caratteristica è il modo di procedere quando si trattano testimonianze di cultura materiale: i resti, quasi sempre decontestualizzati, sono descritti in maniera imprecisa, estremamente soggettiva e impressionistica. Un caso famoso, come ricorda sempre Pucci, è quello dell’Astronauta di Palenque[4], descritto come un uomo che maneggia strani marchingegni, in quello che sembra un razzo spaziale.

palenque_lastraSe l’oggetto non viene considerato entro il suo contesto culturale, quello maya in questo caso, qualsiasi cosa può esser detta su di esso, e qualsiasi lettura può esser buona tanto quanto un’altra.

Se invece partiamo dal contesto di rinvenimento, la simbologia maya risulta piuttosto evidente: rianalizzando limmagine possiamo, quindim distinguere chiaramente l’albero della vita e altri simboli ricorrenti in altre opere – non tralasciando il fatto che la presenza di un’iscrizione ci restituisce il nome e l’età del sovrano rappresentato.

Esempi come questo, anche se meno famosi se ne trovano in tutte le pubblicazioni fantarcheologiche.

Quano i fantarcheologi estremisti teorizzano, spesso e volentieri la “sparano grossa”, ma se vogliamo dal loro il beneficio del dubbio, analizzando le loro conclusioni potremmo individuare le due tesi che ne costituiscono il fondamento: entrambe si aggrappano ad una supposta superiorità tecnologica degli antichi, a conoscenze dimenticate nel tempo o tramandate per via misterica attraverso gruppi elitari, come i templari, i massoni, e via discorrendo (complottismi e dietrologie).

L’una è quella atlantidea, e fa derivare queste conoscenze da una civiltà scomparsa, anche se non necessariamente l’Atlantide di Platone – in quest’ultimo caso è peraltro presente un altro tipico errore di metodo, quello di una totale assenza di critica delle fonti, prese sempre e comunque come fedeli resoconti storici; il che in questo caso equivale a prendere qualche frase di Platone estrapolandola dal contesto, costituito non solo dalle opere in questione, ma anche dall’intera produzione e dall’intero pensiero del filosofo.

L’altra tesi considera, invece, le superiori conoscenze del passato come un lascito di visitatori extraterrestri, intervenuti nella nostra storia in vario modo e a diversi livelli.

Ambedue fanno uso disinvolto della mitologia: nelle mitologie delle diverse culture, e nelle loro somiglianze, si troverebbero le tracce delle visite aliene o la memoria della civiltà scomparsa e della sua fine (uno per tutti il mito del diluvio).

Inoltre, gli elementi portati a sostegno sono quasi sempre gli stessi e ricorrenti: dalle piramidi di Giza a quelle maya a quelle sumere via via fino alle supposte piramidi cinesi, da Nazca a Baalbek, dalle costruzioni inca ai templi cambogiani passando per l’isola di Pasqua, e via discorrendo. Il tutto condito da indicazioni astronomiche spesso imprecise, se non del tutto errate, dati geologici altrettanto imprecisi o parziali e improbabili numerologie.

Questo però avviene nei migliori dei casi; spesso ci si basa su visioni, sogni, viaggi estatici, preveggenza e premonizioni.

Il fatto che questo approccio funzioni o meno – a livello di numeri sicuramente – non conta, conta invece il fatto che le conclusioni non sono verificabili in alcun modo.

I fantarcheologi ci dicono di credere sulla parola, ma paradossalmente, questo cozza proprio con la pretesa della fantarcheologia di «basarsi su osservazioni razionali» e di aspirare a «vedersi riconosciuta dignità scientifica da parte dell’archeologia istituzionale»[5].

Manacorda rincara la dose, sostenendo che «di fronte all’impasse di una rigida alternativa tra un approccio iperpositivista, che deleghi la validità delle interpretazioni archeologiche solo alla qualità dei dati archeologici e delle tecniche di analisi, e un approccio iperrelativista, che spieghi le interpretazioni archeologiche interamente in termini di convinzioni del singolo ricercatore, è utile ammettere la complessità del dato archeologico e delle vie della sua interpretazione»[6].

Dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, va tuttavia sottolineato che la fortuna della fantarcheologia è dovuta anche all’insoddisfacente livello di comunicazione e divulgazione archeologica, cosa che permetterebbe tra l’altro all’archeologia «di contribuire a porre un argine all’irrazionalismo (termine con il quale intendo la negazione del metodo scientifico e delle possibilità di ragionamento comune che esso implica) piuttosto che di fargli da treppiede, come accade nella letteratura fantarcheologica o in certa divulgazione banalizzante che crede di attirare l’interesse del pubblico calcando la mano sui ‘misteri’ dell’archeologia»[7].

Per un serio approccio alle teorie esposte, non solo fra queste pagine, è fondamentale riuscire a distinguere l’Archeologia dalla fantarcheologia, in quanto quest’ultima porta, purtroppo, lontano dalla verità attirando lettori su siti, riviste e libri.

A premesse sbagliate, provenienti da fonti inattendibili e non verificate, alle quali conseguono vaghe ed improbabili conclusioni, si aggiunge il fatto che, al seguito dei vari fantarcheologi, si va creando una sottocultura dissociata completamente dalla realtà. In casi estremi ci troviamo di fronte a mentalità che vanno oltre la superstizione: “Voi non avete una mente aperta”, “tutto può essere”, “la scienza non sa niente”, “gli antichi hanno costruito astronavi”, “sono esistite civiltà tecnologiche avanzate scomparse”, “il continente perduto“, “le civiltà sotterranee”, la cospirazione, le congiure del silenzio, i governi e la scienza che nascondono la realtà, ecc.

Di chi sia la colpa possiamo anche non chiedercelo, ma il fenomeno c’è, e trova nella rete una cassa di risonanza potente.

Il “Tutto può essere” è un illusione: la realtà è invece proprio che “non tutto” può essere.

Einstein, ad esempio, si rivolterebbe nella tomba: a differenza di molti, egli ha sostenuto le proprie teorie proprio col metodo scientifico, e agli inizi veniva considerato un pazzo .

Quindi, spazio alle ipotesi se vogliamo, ma con cognizione di causa, dopo aver necessariamente – e lo sottolineo – consultato una bibliografia, che va riportata e analizzato fatti e reperti (almeno quelli che si citano).

Quanto all’Archeologia spaziale[8], settore più estremo della fantarcheologia che unisce alieni e reperti archeologici o antiche civiltà, la sola cosa materialmente certa e documentabile è l’arricchimento che ha portato a molti.

A qualsiasi storico, archeologo, astronomo prenderebbe un colpo nel leggere le convinzioni del fautore di queste teorie Erich Von Daeniken e queste di seguito sono poche fra centinaia: Vi è una raffigurazione di un essere con le corna? Sono le antenne radio della tuta spaziale! Esseri con la testa grande o tonda? è il casco della tuta! Giganti? è sempre la tuta! Racconti di come gli dei viaggiano in cielo ( i carri degli dei)? Navi volanti! Visioni di esseri fiammeggianti? Astronavi aliene in fase di atterraggio! Quadri raffiguranti lo spirito santo? Sempre astronavi aliene! Le piramidi? Sono stati gli alieni! Idem per Stonehenge, i testoni dell’isola di pasqua, le linee di Nazca.
Ma è un dato di fatto che Von Daeniken ha venduto 68 milioni di copie!

La pubblicità è l’anima del commercio e, sui media, è linfa vitale; qui però non vogliamo vendere o, peggio ancora, svendere un contenuto

Qui lo vogliamo far conoscere per quello che è.

Non necessariamente vero, ma almeno critico.

dott.ssa Beatrice Emma Zamuner – per ACAM

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NOTE

[1] I siti di informazione alternativa di cui tratterò nell’articolo sono quelli che maggiormente si discostano dalla divulgazione scientifica contemporanea. Acam non ne fa parte.

[2] Dichiarazione del Direttore di Acam – 2015.

[3] cfr. Pucci, 2000; Manacorda, 2004; Trigger, 1996; Renfrew, Bahn 1995; Giannichedda, 2002.

[4] Palenque, una delle città Maya più importanti della storia della civiltà mesoamericana, sarebbe raffigurato un astronauta. Palenque, nello stato del Chiapas a sud del Messico, a 3000 metri d’altezza, fu abitata tra il 100 ed il 900 d.C. ma si sviluppò soprattutto nel VII secolo, sotto il regno di Pacal II, detto “il grande” perchè permise alla città di espandersi grazie alla costruzione di grandiosi palazzi in pietra, decorati con simboli che rappresentassero il suo potere.

[5]Cnfr. Pucci, 2000.

[6] Cnfr. Manacorda, 2004.

[7] Ibid.

[8] Il capostipite dei diffusori di queste teorie estreme è lo scrittore di fantarcheologica Erich Von Daeniken. Nel 1968, con la pubblicazione di “chariots of the gods” (I carri degli dei), egli fece tantissimi soldi soldi popolarizzando il concetto che gli alieni sono tra noi, e non solo, essi sono qui da diverse migliaia di anni. In svizzera, per alcuni anni, c’è stato addirittura un parco di divertimenti dedicato alle sue teorie.

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Riferimenti bibliografici
Giannichedda E., Archeologia teorica, Carocci, 2002.
Manacorda D., Prima lezione di archeologia, Laterza, 2004 (2^ ed. 2005).
Pucci G., «Fantarcheologia», in Francovich R., Manacorda D., (a cura di), Dizionario di archeologia. Temi, concetti e metodi, Laterza, 2000 (2^ ed. 2002).
Renfrew C., Bahn P., Archeologia. Teorie metodi pratica, Zanichelli, 1995 (ed. or. 1991).
Trigger B.G., Storia del pensiero archeologico, La Nuova Italia, 1996 (ed. or. 1989).

Letture consigliate – (in lingua italiana)
Feder K. L., Frodi, miti e misteri. Scienza e pseudoscienza in archeologia, Avverbi, 2004
Jordan P., La sindrome di Atlantide, Newton & Compton
Stiebing W. H. Jr., Antichi astronauti, Avverbi
Sprague de Camp L., Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi, 1980

 

E…..per farsi due risate

Tutti Dottori (post ad altissimo contenuto di turpiloquio)