La storia dei nostri antenati

La realtà storica fra vecchi confini e nuove frontiere
di Antonio Mattera

Mentre ci lanciamo nel futuro e verso spazi illimitati, come è giusto che sia, non manchiamo però di allargare i nostri orizzonti anche retrospettivamente. Così con le nostre ricerche, gli studi e le scoperte ripercorriamo a ritroso quel cammino che è stata la nostra storia, composta da un insieme di scoperte, intuizioni e verifiche che hanno portato l’uomo dalla scoperta del fuoco all’invenzione della ruota, dalla costruzione delle piramidi alle prime esplorazioni geografiche, sino alla nostra epoca, dominata dai computer e satelliti artificiali.

La riscoperta dei nostri tempi antichi, usanze, miti e vestigia, fa parte del bagaglio di una branchia scientifica, forse antica quanto l’uomo (il quale ha sempre avuto sete di conoscenza) ma riaffermatesi con estremo vigore nel corso degli ultimi secoli: l’archeologia.

E’ ad essa che chiunque, dallo studente allo studioso, fa riferimento allorché si vuole estinguere il sacro fuoco della conoscenza della storia antica; è ad essa che tutti i nostri canoni storici, i nostri schemi tradizionali, sono dovuti. Ma è sempre veritiera o, a volte, è foriera di invisibili inganni? Grazie a nuove scoperte e all’uso del carbonio 14 (essenziale per determinare l’età di certi manufatti) si fa sempre più evidente il fatto che la civiltà, nelle sue varie forme, ha avuto origine in un lasso di tempo più antico (nell’ordine delle migliaia di anni) di quello generalmente supposto. Eppure non sempre tali scoperte godono della giusta considerazione, anzi spesso sono confutate con vigore dagli archeologi, oserei chiamarli “dogmatici”, se non addirittura ignorate, finendo nel limbo dei cover-up, volendo utilizzare un termine molto in voga nella seconda parte del ‘900.

Gli ultimi anni del secolo hanno portato alla nascita di numerosi movimenti, quali la New Age ad esempio, a falsi o improbabili profeti di rinnovamento globale, al rifiorire di dottrine esoteriche, e anche di nuovi fattori che hanno caratterizzato la seconda parte del 1900, qual è stata l’ufologia, tutti elementi che hanno portato al rigoglio il filone fantarcheologo e fanta-storico, creando industrie che tramite libri, video, film ed altro hanno fruttato miliardi e procurato più di un attacco di bile agli studiosi accademici. Non che fosse una novità, infatti anche nei secoli precedenti c’è stato chi, a scadenze più o meno fisse, portasse avanti le tesi più disparate sull’evoluzione storica dell’uomo, basti citare elementi come Platone (forse l’artefice del caso-Atlantide), Proclo, Cantore, Francis Bacon, Athanasius Kircher, Milena Petrova Blavatsky, Ignatius Connelly, Fulcanelli. Edgar Cayce con le sue letture psichiche ed altri, senza dimenticare Charles Darwin il quale, pure non trattando assolutamente il mito atlantideo o di altre civiltà sepolte, darà una spallata considerevole a quelle che erano le credenze ramificate nel corso dei secoli con la sua teoria dell’evoluzione dell’uomo. Ai giorni nostri ecco che la tematica di una diversa evoluzione storica dell’uomo è ripresa con enfasi da autori come Hanckock, Von Daniken, Bauval, West, Wilson, Collins, Sitchin ed altri, i quali asseriscono, fatti alla mano ( o almeno sostengono di possedere tali fatti) che le piramidi e altre strane costruzioni sparse dal mondo, anacronistiche, rispetto al tempo e ai popoli a loro assegnati, per via di tecniche e capacità costruttive, sarebbero da attribuire a una civiltà immensamente più erudita e antica, della quale abbiamo perso il ricordo. Purtroppo non sempre questa ricerca và eseguita con i dovuti canoni e spesso, come nel caso di Von Daniken, il quale pur di piegare a suo compiacimento alcuni elementi non esita spesso a fare solo una grande confusione con evidenti forzature, il lavoro molto farraginoso di alcuni autori và a discapito del lavoro di altri ricercatori, i quali si pongono lo stesso obiettivo ma con argomentazioni diverse molto più sostenibili. Ma tali dubbi sulla nostra cronologia storica hanno ragione di esistere? E come si pone l’archeologia tradizionale rispetto a tali tematiche ?

Si potrebbe stare un libro intero a discutere sulle capacità ingegneristiche, tecniche ed astronomiche di popoli quali Maya, Aztechi, Incas, Egiziani, ma alla fine credo che le prove più importanti non siano solo quelle grandi costruzioni tramandateci, ma sono da ben considerare altrettanto importanti argomenti quali le strane mappe nautiche rappresentanti territori sconosciuti all’epoca della loro compilazione, miti e leggende comuni a popoli distanti miglia, mari e monti, ricordi ancestrali e strani manufatti, in arte chiamati O.O.P.A.R.T., non classificabili nei normali canoni storici.

Come risponde l’archeologia di fronte a questi fatti? Ebbene non risponde affatto o se lo fa è con molti elementi dubbiosi. In effetti non sentirete su nessun libro di storia, scolastico e non, o su una rivista di archeologia tradizionale, parlare delle Mappe di Pìri Reìs, Buache, Fineo, degli strani oggetti volanti (Vimana) di cui si tratta con descrizione dettagliate di materiali usati per la loro costruzione, combustibile e capacità tecniche, tutte cose riportate in numerosi testi indù, antichi di migliaia di anni e tradotti, nella maggioranza dei casi, in epoche dove tali argomenti avrebbero destato incredulità, poiché non se ne avevano riscontri nella società di allora.Né sentirete parlare delle pile di Baghdad, che stanno lì a dimostrare che qualche concetto di elettricità, anche se molto primitiva e per scopi puramente galvanici, gli antichi sicuramente possedevano; oppure dei monoliti giganteschi di Balbeek; o delle straordinarie capacità astronomiche di popoli, capaci di descriverci non solo il numero ma anche i moti dei pianeti, mentre la “ nostra” civiltà ha scoperto gli ultimi pianeti all’inizio del secolo.. Costruzioni megalitiche, conoscenze astronomiche e geografiche, miti e leggende sui luoghi di origine, su diluvi, o su semi-dei giunti da terre lontane, sono elementi comuni in molte parti del mondo, tanto da far pensare a più di una semplice coincidenza. Eppure molte scoperte sono avvenute proprio attraverso la rilettura di miti e leggende. Un esempio? Quando il semi-dilettante archeologo tedesco Heinrich Schielmann si accinse alla scoperta della mitica Troia, fù oggetto di scherno da parte degli studiosi ufficiali, non tanto per non essere, obiettivamente, un vero e proprio addetto al mestiere, ma, bensì, per credere ciecamente a ciò che aveva scritto Omero. Grazie a questa sua “ fede” cieca, ecco che oggi gli archeologi discorrono sulle cause del lungo conflitto, percotendosi, a mò di mea culpa, il petto.

Il lavoro dell’archeologia è importante ma il trincerarsi dietro i bastioni del dogma archeologico come unico summa di tutta la nostra storia, a volte diventa un arrampicarsi sugli specchi così come lo è in alcuni punti la ricerca di altre civiltà, antiche o, addirittura, aliene.

Quanti O.O.P.A.R.T giacciono sepolti sotto la polvere di desolanti magazzini, pure di non decifrare il loro antico messaggio ( è il caso del famoso e presunto modellino di aliante egiziano, il quale ritrovato in un magazzino fù poi esposto in mostra insieme ad altri suoi simili)?

La Grande Piramide è di Cheope? Benissimo, portiamo come prova i pochi geroglifici trovati (celati in una camera nascosta) e per di più scritti in forma errata, mentre del piatto di ferro trovato dallo stesso scopritore delle scritte, Vyse, non si trovano più tracce. Eppure se i geroglifici potevano dimostrare l’appartenenza a Cheope di tale piramide, il ritrovamento del piatto, incastonato in un blocco, di ferro (materiale sconosciuto agli egizi) avrebbe procurato più di qualche quesito. Lo stesso Sir W. M Flinders Petrie , vero gigante dell’egittologia e portato ad esempio dagli stessi archeologi di tutti i tempi, ebbe modo di esternare la sua sorpresa, quando nel 1881 potè riesaminare tale piatto metallico:

“….Benché siano stati sollevati alcuni dubbi riguardo al pezzo, esclusivamente per la sua rarità, le prove della sua autenticità sono molto precise; vi si può notare un calco di nummulite (protozoo marino fossilizzato) sulla parte arrugginita, il che dimostra che è stato sepolto per intere epoche sotto un blocco di pietra calcarea nummulitica, perciò è sicuramente antico. Non vi può essere dubbio sul fatto che sia un pezzo autentico…”.

Nessun archeologo vi spiegherà come sono state costruite le piramidi ( la teoria delle rampe può essere facilmente confutata e in quanto alla forza manuale, beh, vi invito a salire sulla cima della Piramide e vi renderete conto); sono state costruite e basta.

Tutti gli archeologi, tranne gli “eretici”, vi diranno che sono tombe, perché quelle precedenti lo sono state e così è per le altre anche se non vi è mai stata trovata la benché minima traccia di mummie o altro.

Zahi Hawass, archeologo e sovrintendente della Piana di Giza, è commovente, e allo stesso tempo irritante, quando cerca di ribadire continuamente l’appartenenza delle piramidi al popolo egizio, come perno principale proprio della storicità di tale nazione.

Il problema è che la conoscenza, sotto ogni aspetto, non dovrebbe avere né bandiere né confini di nazionalità, poiché la nostra storia è la storia di tutta l’umanità. Ma evidentemente per il signor Hawass non è così e lo dimostrano le continue “cacciate” di coloro che non seguono i suoi canoni di pensiero, i rifiuti di aiuti (vedi casi Gantenbrick) quando la patata diventa troppo bollente (chissà se sapremo mai cosa c’è dietro quella porta situata in uno dei canali di “ventilazione” nella camera della Regina, nella Grande Piramide!), per arrivare alle trasmissioni tv in diretta dove ci viene spiegato che assisteremo all’entrata in una camera celata della Sfinge e invece ci porta in una tomba di un dignitario di corte.

Ma la cosa più importante è quando lo stesso Hawass, per altro stimatissimo archeologo, dà l’impressione di voler prendere per i fondelli chi legge i suo articoli, sperando in una qualsiasi forma di ignoranza dell’argomento. Infatti ecco uno stralcio di un suo articolo uscito sulla rivista “Horus”:

“….Molte persone sostengono che gli antichi Egizi non avrebbero mai potuto spostare pietre il cui peso si aggirava tra le cinque e le dieci tonnellate) di conseguenza, deve esserci stata una civiltà ancora più antica e civilizzata responsabile di questa struttura monumentale. Nel 1998, Art Bell mi venne a trovare in Egitto. Andammo nell’area dietro il mio ufficio dove gli operai tagliano le pietre per restaurare le tombe. Osservavamo gli operai: essi adoperavano lo stesso metodo utilizzato dagli antichi Egizi: in modo specifico come gli operai tracciavano un linea sulla pietra da una fine ad un’altra; poi nel mezzo di questa linea, essi ponevano un cuneo di ferro contro la pietra. Poi, percuotevano il cuneo con un asse, e in una frazione di secondi, la pietra era divisa in due pezzi ..”

Sarebbe tutto perfetto se non per un piccolissimo particolare: a quanto ci è dato saperne, o almeno per quanto ne siano a conoscenza gli archeologi stessi, gli egizi non conoscevano il ferro, anzi pare che la lega metallica più resistente a loro disposizione fosse il bronzo!Eppure con il bronzo gli egizi scavavano, trapanavano, modellavano, arrotondavano, limavano elementi durissimi quali il granito di Assuan e la diorite!

Un errore di sbadatezza da parte del caro Hawass o voluta negligeranza?

Si respira tanto un clima di santa Inquisizione, con i dovuti paragoni ed effetti diversi, su tale problematica, e d’altronde non potrebbe essere diversamente: sostenere tali tesi di corsi e ricorsi storici significherebbe rimettere in discussione un certo numero di dogmi ai quali la scienza, la storia, la religione ci hanno assuefatto sin dai primi giorni di scuola. Se tali tesi sull’esistenza di nuove civiltà ancestrali venisse provata provocherebbe terremoti e sconquassi nel nostro paradigma storico, così come lo hanno provocato nei tempi passati le teorie di Galileo Galilei e di Darwin (anch’esse ostacolate ma poi veritiere). Così come cambiamo orario al passaggio del fuso, dovremmo riposizionare indietro le lancette dell’ orologio della nostra storia e varie dottrine scientifiche e religiose dovrebbero mettersi in discussione fra di loro e con se stesse, prendendo come esempio una nuova visione storica e religiosa. Niente di più normale che tali argomentazioni, quindi, allorché vengono portate alla luce e si cerca di suffragarle con elementi ( e, badate bene, non è vero che non ne esistano) siano subito ferocemente contrastate e volutamente screditate dalla scienza. In effetti cose del genere sono già successe, nel corso dei secoli, anche se con motivazioni diverse: l’avversione dei Romani verso i Cristiani, la fondazione della Santa Inquisizione da parte di una Chiesa cattolica atta a eliminare chiunque potesse interferire con il proprio potere e via discorrendo. Però alla fine al verità, o la presunta tale, è sempre venuta a galla! Ben vengano quindi gli archeologi con i piedi per terra, come lo stesso Petrie, osannato dagli stessi “dogmatici”,il quale di fronte alle meraviglie della Grande Piramide mosse più di un dubbio sulle capacità realizzative del popolo egizio. Ben vengano anche scrittori come Hanckock, Bauval ed altri che danno una nuova chiave di lettura della nostra storia, purchè lo facciano partendo da fatti reali, concreti e non mere illusioni o giochi di prestigio letterario.La “conoscenza” ha bisogno di tutte le frecce del suo arco, poiché spesso essa è come una medaglia che ha sempre due facce, rappresentanti l’una l’incisione raffigurativa, l’altra l’incisione commemorativa.