La storia misteriosa della città di Bari

L’ARCO DELLE STREGHE A Bari e nella provincia le streghe erano chiamate “gatte masciare”, termine che deriverebbe da megaera, una delle tremende Erinni, ma anche dal vergo latino megairo, cioè invidio. Erano infatti le masciare coloro che lanciavano il malocchio, si arrampicavano sui tetti delle case, facevano ammalare i bambini e si trasformavano in terribili gatti neri attraverso l’uso di un particolare unguento, da qui il nome di gate masciare. Come le loro “colleghe” italiane anche le streghe baresi si recavano al sabba beneventano ove raggiungevano Lucifero pronunciando la frase magica “sop’ a spine e ssop’a saremìinde / m’agghi’acchià a Millvìinde” ( su spine e su sarmenti, mi troverò a Benevento”. La tradizione delle tremende masciare è fortemente diffusa, nel borgo antico del capoluogo pugliese, nei pressi della Basilica di San Nicola, ove, sotto “U arche d’la Masciar’, si incontravano spesso streghe e demoni richiamati da oscuri rituali. La gente evitava così il passaggio da quelle stradine o tentava di proteggersi attraverso l’uso di uno scongiuro che, in realtà, diviene interessante da esaminare perché in qualche modo è traccia delle vere origini. Bisognava farsi il segno della croce e dire “Driana meste ca va pela vì, degghìa ngondrà Gesù, Gesèppe e Marì” ( Maestra Diana che vai par la via, devo incontrare Gesù, Giuseppe e Maria. Al di là dell’effetto dello scongiuro che avrebbe fatto ritornare la gatta masciara delle sue sembianze di donna, interessante è il forte richiamo alla Maestra Diana che ci riporta a culti pagani mai dimenticati.

Graal, Cavalieri, Emirati arabi e tradizioni celtiche

di Andrea Romanazzi

san nicola di bariQuesto articolo è una sorta di piccola summa degli eventi storici e misteriosi che si sono succeduti nella città di Bari da sempre considerata un ponte verso il misterioso Oriente. E’ stata infatti sede dell’unico Emirato arabo dell’Italia Continentale, per alcuni nella città è nascosto il Graal che aveva il compito di proteggere i cavalieri in partenza per le Crociate (la Prima Crociata partì proprio da questa città). I misteri baresi poi si intrecciano con la cultura celtica. Molti sono i richiami a miti nordici come a “Gargano” o a Re Artù che incontriamo a Bari prima ancora della sua apparizione nella Materia di Bretagna. Se questo non bastasse il Patrono della città è un santo orientale dalla pelle scura, San Nicola, curiosamente legato a Babbo Natale, le cui ossa continuano a produrre un liquido taumaturgo chiamato manna.

C’è un filo che unisce tutti questi Misteri? Perché Arabi, Bizantini e Normanni si disputeranno per secoli la città? Ecco un viaggio tra gli enigmi del capoluogo pugliese, città multi etnica e multiculturale da sempre crogiuolo di culture iniziatiche come quella ebraica, islamica, cristiano-ortodossa e addirittura celtica.

Partiamo dall’inizio. Le origini della fondazione del borgo sono avvolte nel mistero, secondo Plinio sarebbe stata fondata dai Pediculi, ovvero “i nove discendenti”, proveniente dall’Illiria. Si tratta di uno dei tanti “popoli del mare” le cui leggende si narrano spesso sotto il nome di Shardana e legati al culto della Grande Madre. Non a caso in Puglia moltissimi sono i ritrovamenti delle Vergini dai “larghi fianchi”. Successivamente la città assume, in età greca, il nome di Barion e poi di Barium sotto i romani. Non mancano però influenze orientali, infatti alcuni studi hanno messo in evidenza la presenza di antichi culti pagani egizi che dovevano attestarsi proprio nell’attuale zona della cattedrale come testimonierebbe una stele e un’epigrafe dedicata ad Anubis oggi conservata al Museo Archeologico di Berlino. Successivamente la città viene cristianizzata, nel 45 d.C. è lo stesso Pietro (San Pietro) che, dopo essere sbarcato a Brindisi, in una grotta non meglio specificata nella parte antica della città, verosimilmente nei pressi dell’attuale Piazza San Pietro (Fig.1), ordinò San Mauro il primo Vescovo di Bisceglie.

Il Semisconosciuto emirato arabo barese

La nostra ricerca però parte attorno all’800 d.C., quando avviene il primo avvenimento “curioso”. Bari diventa l’unico Emirato Arabo dell’Italia continentale. Dopo la conquista della penisola iberica e della Sicilia, gli arabi arrivano nell’Italia Meridionale attorno al 835, quando il Ducato di Napoli chiede aiuto ai Saraceni per contrastare Sicardo di Benevento. La presenza Saracena rimasne così in tutta la regione, numerosi sono i castra saraceni, veri e propri accampamenti da dove partivano le scorrerie per tutto l’Adriatico. Nel 847 Bari è occupata dagli arabi guidati da Khalfun. Il comandante berbero, infatti, scopre un passaggio segreto che gli permette in poche ore di occupare la città. Bari si organizza fin da subito come un piccolo stato islamico. Nel 853 a Khalfun succede l’”emiro” Mufarrag. In realtà il virgolettato è d’obbligo, non essendo Bari  un protettorato riconosciuto. Proprio per questo il nuovo reggente cerca di farsi riconoscere dall’autorità mussulmana e costruisce a Bari una moschea, simbolo di un potere non solo politico ma anche religioso. Egli chiede così il titolo di wali, ovvero emir, direttamente al califfato di Baghdad, senza però un buon esito. Ad oggi il luogo ove doveva trovarsi la Moschea è ancora sconosciuto, per alcuni archeologi sotto l’area a fianco della cattedrale, si ravviserebbero i resti dell’edificio. In realtà l’area mussulmana doveva essere posta tra le attuali Strada Filioli, Corte Zeuli, Strada del Gesù, strada del Carmine e Strada Tancredi (Fig.2). Quattro anni dopo a Mufarrag, assassinato, succede il fratello Sawdan che governerà la città dal 857 al 865. Bari rimane sotto gli arabi per circa un cinquantennio diventando l’unico emirato arabo nell’Italia continentale, anche piuttosto vasto se si parla infatti del controllo arabo di circa 24 castelli nella regione, sconfitto solo dall’unione dei Bizantini e dei Longobardi preoccupati per questo stra-potere arabo. Una imponente flotta nell’Adriatico, guidata dal noto ammiraglio Niceta Orifa, costituita da ben 400 navi taglia gli approvvigionamenti dal mare mentre i longobardi di Ludovico chiudono la città da terra. In realtà, dopo le molteplici angherie bizantine, i 25 anni di protettorato arabo furono di una gran vivacità culturale per la città. La “Bari mussulmana” era caratterizzata da una convivenza pacifica di diverse comunità, quella cristiano-romana, l’ortodossa-bizantina, l’ebraica e l’araba. Ecco così che il Ribat berbero e la Moschea conviveva con le chiese cristiane e la Sinagoga ebraica [Il quartiere ebraico era presente nell’area alle spalle dell’attuale Cattedrale. La via San Giuseppe, (già Sinagoga), doveva ospitare il luogo di culto ebraico. L’Antica giudecca si estendeva dall’attuale Largo San Sabino alla strada san Gaetano, Largo dei Lamberti e la strada dell’Incuria. Un pezzetto della Sinagoga è conservato in una casa privata di via San Sabino, proprio dietro la Cattedrale. Gli attuali proprietari, durante i lavori di ristrutturazione, trovarono su un muro delle iscrizioni in ebraico, scoprendo così che la loro casa sorgeva sui resti dell’ antico luogo di culto. ]. La multi etnicità culturale è anche sottolineata dalla presenza, tra i consiglieri di Sawdan, dell’ebreo Aaron ben Samuel ha-Nassi, nativo di Bagdad e proveniente da Oria. In realtà già da prima dell’arrivo degli arabi dovevano essere presenti nella città delle vere e proprie accademie rabbiniche, come nei noti centri di Otranto e Oria. E’ infatti tra questi borghi che ritroviamo la figura di Shabbatai Donnolo,   medicofarmacologo, studioso di astrologia e di interpretazione del Talmud; il cui maestro fu un arabo di Baghdad. Il suo lavoro Sefer HaMirkachot, ovvero “Il libro dei rimedi”, è un sommario dei suoi quaranta anni di esperienza medica dove sono trascritti più di 100 medicamenti con le specifiche ricette, tratte dalla tradizione medica greco-romana e araba. La sua fama “esoterica” è però legata al Sefer Hakhmoni, il primo e più importante degli scritti sulla Qabbalah e sulle sephirot. l’Emirato arabo cade nel 854, ma non cessano gli assalti saraceni al debole nuovo dominio bizantino.

I Normanni e il culto di Gargano

Se però la presenza degli arabi è anche geograficamente giustificabile, quale è il rapporto del mondo “celtico” con Bari e con la Puglia? Ebbene attorno all’anno 1000 ecco apparire nella Regione gli “uomini del Nord”, i Normanni, temibili guerrieri discendenti dei Vichinghi. A dispetto del nome, non tutti sanno che questo popolo, proveniente dall’attuale Normandia, crea uno dei più imponenti Stati nel bacino del Mediterraneo. Prime compagnie di ventura nel capoluogo pugliese le troviamo già nel 1017 con lo scopo di aiutare i rivoltosi della città, capeggiati da Melo, a ribellarsi ai bizantini. In realtà la presenza dei Normanni nella regione è molto più antica, legata alla venerazione per l’Angelo-Guerriero Michele e dunque a quella via di pellegrinaggio che univa ed unisce Mont Saint Michelle a Monte sant’Angelo, sul promontorio del Gargano, il più antico luogo di culto legato all’Arcangelo. La Montagna il cui nome deriverebbe, secondo la leggenda, da un grande possidente terriero e guerriero, diventa presto crocevia dei pellegrini che percorrevano la “via Sacra Longobardorum”, considerata al pari di quella che portava i pellegrini a Santiago di Compostela, un vero e proprio centro spirituale dove, ancor oggi, nelle sue isolate grotte, vivono numerosi eremiti. Il legame tra la Montagna pugliese e il mondo celtico è inoltre attestato anche dalla presenza di simboli runici su diverse pareti della grotta dell’Arcangelo ancora oggi visibili. Torniamo però a Gargano. Questo mitico personaggio è però presente in tutti i luoghi di culto legati all’Arcangelo, nel folklore francese, infatti, troviamo la figura di un mitico figlio del dio Belenos, denominato proprio Gargan, poi trasformato nel folklore popolare nel  gigante Gargantua. Guarda caso la figura di questo mitico gigante è presente anche in Italia settentrionale proprio in quei luoghi in qualche modo legati all’Angelo.

In un altro mio scritto [http://www.lereviviscenze.com/Gargano%20Misteri.htm] ho ipotizzato che il termine “Gargan”, nato da un primo mitico cavaliere, poi fosse diventato il soprannome di un ordine eremitico legato all’Arcangelo, i cui cavalieri, esperti in armi, facevano voto di povertà nel nome nel nome del culto conio del difensore del regno celeste. In aggiunta molte leggende legano questo sito, insieme alla figura di Gargano, al Graal, proprio come lo sarà la città di Bari. Un caso? Sta di fatto che su un muro perimetrale della Cattedrale di Bari è presente una iscrizione che parla di un “cultor Gargane”, un luogo legato dunque a questa misteriosa figura. Certezza è che i Normanni vollero conquistare la città di Bari anche se in realtà oramai in un periodo di forte crisi commerciale e dedita spesso a rivolte. C’era forse altro che spingeva a questa conquista? Figure chiave del regno normanno sono Ruggero I e il figlio Ruggero II. La conquista parte dalla Sicilia. Ruggero I si getta a capofitto nella conquista dell’isola, la leggenda vuole che a capo di soli 36 uomini sconfigge più di 3000 saraceni. Si narrava che a capo di questa battaglia ci fosse lo stesso Arcangelo Michele. Che Ruggero fosse un “Gargano” ovvero un “Cavaliere dell’Arcangelo”? Ruggero fu nominato Gran Conte di Sicilia e nello stesso anno conquista la roccaforte saracena di Palermo. Contemporaneamente il fratello Roberto il Guiscardo, il 16 aprile 1071 conquista Bari e viene investito del titolo di duca di Puglia, Calabria e Sicilia.

San Nicola il Graal e re Artù

Dalla cultura celtica arriva a Bari un’altra curiosa leggenda, quelle di una coppa chiamata Graal, legata certamente alla storia del Cristo, ma i cui arbori risiedono in miti nordici come nei racconti della coppa di Dagda prima e nella Materia di Bretagna poi. Cosa lega Bari a Glastonbury dove, la leggenda vuole Giuseppe d’Arimatea avesse nascosto il Graal in un pozzo oggi noto come Chalice Well? Ecco trovare come trait d union la figura mysteriosa (utilizzo una “y” perché anche La Bonelli ha dedicato uno speciale di Martin Mystere alle vicende del Graal e San Nicola a Bari) di San Nicola, Vescovo di Myra. Non si sa molto riguarda la vita del Santo, per alcuni sarebbe nato a Patara nel 245 d.C. e morto nel 345 d.C. Era sicuramente una personalità di spicco, viene infatti invitato al Concilio di Nicea e si narra che durante il concilio avrebbe condannato duramente l’Arianesimo, difendendo la fede cattolica. In un momento d’impeto avrebbe addirittura preso a schiaffi Ario. Gli scritti di Andrea di Creta e di Giovanni Damasceno confermerebbero la sua fede radicata nei principi dell’ortodossia cattolica. Più volte incontra l’Imperatore Costantino che, dalle agiografie, appare sempre molto devoto al Vescovo di Myra.

Attorno al 400 d.C., l’imperatore Teodosio fece costruire a Myra, un Tempio dedicato al culto del Santo, già in realtà professato dal popolo. Sta di fatto che il Santo era fortemente venerato non solo dall’Oriente ortodosso ma anche dai Normanni e addirittura dagli arabi.

Si narra infatti che un saraceno di Seleucia durante un attacco di briganti caddè in un burrone. Ricordando l’uso dei Cristiani invocò San Nicola e, salvatosi, usò portare sempre sul petto un’immagine del Santo. Tra le numerose leggende che sono narrate, si racconta che, recatosi a Gerusalemme, il vescovo di Myra, venne a conoscenza sul monte Calvario dell’esatta ubicazione della Vera Croce molto prima che fosse ritrovata da Sant’Elena e che, introdottosi in un non meglio specificato “Sagro Tempio”, accompagnato dagli angeli vide “quanto di sagro e di Santo in quello si conservava”. Il culto del Santo andava però ben oltre l’Oriente, era già diffusissimo in Russia, in Germania ed in Inghilterra prima ancora della stessa traslazione delle reliquie nella città di Bari “…a poco a poco tanto la sua fama si diffuse tra i barbari da essere continuamente venerato anche da coloro che non sono battezzati…”

Nel 1087 un gruppo di 62 marinai, guidati da alcuni sacerdoti, si recano a Myra ove, da un pozzo pieno di uno stranissimo liquido, che poi sarà definito “Manna”, prelevano parte delle ossa di San Nicola per portarle, come venerate reliquie, nella città. Per alcuni studiosi la traslazione delle ossa del santo non sarebbe stato altro che una copertura voluta dal Papa Gregorio VII per il recupero di qualcosa di molto prezioso, una reliquia che avrebbe potuto aiutare gli eserciti cristiani contro gli “infedeli” e che si trovava nella mitica Sarraz, luogo  impossibile da situare storicamente o geograficamente. Alcuni pensano al Graal. Sta di fatto che il sovrano cui è legata la cerca del Graal è immortalato in un archivolto della stessa basilica costruita per ospitare le ossa del santo (Fig.3-4). Viste le numerose discrepanze temporali che appaiono nel mito arturiano, un po’ di tempo fa definimmo una intrigante ipotesi: Il termine Artù, nato da un primo mitico re, sarebbe un titolo che veniva preso da tutti i suoi successori, un po’ come il titolo di Cesare per i romani. Così nasce una affascinante idea: nel 1087 un drappello di 62 cavalieri , guidati da un Artù, si mettono in viaggio da Bari verso la mitica Sarraz per recuperare le ossa del Santo Custode del Graal. Torniamo però alla realtà storica. Una volta giunte a Bari le ossa del Santo si pose il problema di dove riporre le ossa. Ebbene, tra le numerose chiese a disposizione fu scelta quella secondaria di San Michele (Fig.8). Perché? Tutto questo sembra ancora una volta sottolineare il legame tra San Nicola, Re Artù, i Cavalieri di “Gargano”, la cultura arabo-orientale e la tradizione normanna. E’ alquanto curioso che all’interno del complesso della chiesa ci sia un altro richiamo a Gargano “hoc sepulcrum est Nicolai Gargani Filii”. Chi è questo figlio di Gargano di nome Nicola? Esiste dunque un legame nascosto tra Gargano e San Nicola? Come mai un santo venerato in Oriente è considerato un “Patrono” dei Normanni? Dobbiamo ammettere che queste domande sono piuttosto intriganti.

LA MORTE E IL TURCO Vi è una antica leggenda che ancora oggi gira per i vicoli del centro storico di Bari, quella del turco e della Morte. Viveva in città un turco che si prendeva beffe delle storie locali. In particolare si narrava che il giorno dell’Epifania tutti gli abitanti del borgo antico dovevano chiudersi in casa perché tra i vicoli sarebbe passata  una sorta di “Befana”, chiamata “Pefanì”, avvolta in un lenzuolo bianco, con la falce in mano e sulla testa tre candele rosse accese. Aveva inoltre un libro nel quale erano scritti i nomi di chi sarebbe morto entro l’anno. Il turco, di nome Mufarrag, decise di sfidare questa credenza e, armatosi di corazza e scimitarra, alcuni giorni prima della fatidica notte, scese nei vicoli e nelle corti della città vecchia, avvertendo che avrebbe sfidato “Pefanì” e gridando ai baresi che erano una razza di fifoni. Giunta la notte del 5 Dicembre, Mufarrag scese in strada per affrontare la mortale “Pefanì”, che in effetti incontrò all’improvviso e che, con un rapido colpo di falce, gli troncò di netto la testa. La testa del turco rotolò per i vicoli e le corti della città vecchia, fino a conficcarsi nell’architrave di via Quercia. Ancora oggi, nella notte del 5 Gennaio, si ritiene che nella zona si aggiri  lo spirito inquieto del “Turco” che cerca disperatamente il suo corpo.
LA MORTE E IL TURCO
Vi è una antica leggenda che ancora oggi gira per i vicoli del centro storico di Bari, quella del turco e della Morte. Viveva in città un turco che si prendeva beffe delle storie locali. In particolare si narrava che il giorno dell’Epifania tutti gli abitanti del borgo antico dovevano chiudersi in casa perché tra i vicoli sarebbe passata una sorta di “Befana”, chiamata “Pefanì”, avvolta in un lenzuolo bianco, con la falce in mano e sulla testa tre candele rosse accese. Aveva inoltre un libro nel quale erano scritti i nomi di chi sarebbe morto entro l’anno. Il turco, di nome Mufarrag, decise di sfidare questa credenza e, armatosi di corazza e scimitarra, alcuni giorni prima della fatidica notte, scese nei vicoli e nelle corti della città vecchia, avvertendo che avrebbe sfidato “Pefanì” e gridando ai baresi che erano una razza di fifoni. Giunta la notte del 5 Dicembre, Mufarrag scese in strada per affrontare la mortale “Pefanì”, che in effetti incontrò all’improvviso e che, con un rapido colpo di falce, gli troncò di netto la testa. La testa del turco rotolò per i vicoli e le corti della città vecchia, fino a conficcarsi nell’architrave di via Quercia. Ancora oggi, nella notte del 5 Gennaio, si ritiene che nella zona si aggiri lo spirito inquieto del “Turco” che cerca disperatamente il suo corpo.

Ulteriore miracolo è poi quello della manna, un misterioso liquido prodotto dalle ossa del Santo già da quando le sue ossa erano nella Basilica di Mira “…la cui natura è simile a quella della luce…”. Nelle due relazioni dell’epoca (Niceforo e Giovanni Arcidiacono) è detto che le reliquie galleggiavano in un sacro liquido allorché i baresi se ne impadronirono. Nel corso dei secoli sono stati usati termini diversi, come oleum oppure unguentum (i russi dicono myro, e i greci myron). Ancora oggi questo sacro liquido è venerato ed è effettivamente una reliquia, essendosi trovata comunque a contatto con le ossa del Santo. Molti fedeli hanno affermato di averne ricevuto consolazione.

Facendo ancora temporalmente qualche passo in avanti, sembrerebbe che proprio a Bari viene ideata la Crociata per il recupero delle terre sacre d’Oriente. Alcuni esoteristi affermano che questo sarebbe dipeso proprio dalla presenza del Graal o della Vera Croce che, secondo la Chiesa, avrebbe protetto la Riconquista di Gerusalemme. Sta di fatto che nel 1089 Papa Urbano II con la scusa di consacrare a Bari la cripta della Basilica di San Nicola (Fig.7-8). organizza nella città un Concilio al quale erano presenti ben 185 vescovi e il futuro papa Pasquale II. Troppe personalità per una consacrazione, per quanto importante!

L’ARCO DELLE STREGHE A Bari e nella provincia le streghe erano chiamate “gatte masciare”, termine che deriverebbe da megaera, una delle tremende Erinni, ma anche dal vergo latino megairo, cioè invidio. Erano infatti le masciare coloro che lanciavano il malocchio, si arrampicavano sui tetti delle case, facevano ammalare i bambini e si trasformavano in terribili gatti neri attraverso l’uso di un particolare unguento, da qui il nome di gate masciare. Come le loro “colleghe” italiane anche le streghe baresi si recavano al sabba beneventano ove raggiungevano Lucifero pronunciando la frase magica “sop’ a spine e ssop’a saremìinde / m’agghi’acchià a Millvìinde” ( su spine e su sarmenti, mi troverò a Benevento”. La tradizione delle tremende masciare è fortemente diffusa, nel borgo antico del capoluogo pugliese, nei pressi della Basilica di San Nicola, ove, sotto “U arche d’la Masciar’, si incontravano spesso streghe e demoni richiamati da oscuri rituali. La gente evitava così il passaggio da quelle stradine o tentava di proteggersi attraverso l’uso di uno scongiuro che, in realtà, diviene interessante da esaminare perché in qualche modo è traccia delle vere origini. Bisognava farsi il segno della croce e dire “Driana meste ca va pela vì, degghìa ngondrà Gesù, Gesèppe e Marì” ( Maestra Diana che vai par la via, devo incontrare Gesù, Giuseppe e Maria. Al di là dell’effetto dello scongiuro che avrebbe fatto ritornare la gatta masciara delle sue sembianze di donna, interessante è il forte richiamo alla Maestra Diana che ci riporta a culti pagani mai dimenticati.
L’ARCO DELLE STREGHE
A Bari e nella provincia le streghe erano chiamate “gatte masciare”, termine che deriverebbe da megaera, una delle tremende Erinni, ma anche dal vergo latino megairo, cioè invidio. Erano infatti le masciare coloro che lanciavano il malocchio, si arrampicavano sui tetti delle case, facevano ammalare i bambini e si trasformavano in terribili gatti neri attraverso l’uso di un particolare unguento, da qui il nome di gate masciare. Come le loro “colleghe” italiane anche le streghe baresi si recavano al sabba beneventano ove raggiungevano Lucifero pronunciando la frase magica “sop’ a spine e ssop’a saremìinde / m’agghi’acchià a Millvìinde” ( su spine e su sarmenti, mi troverò a Benevento”. La tradizione delle tremende masciare è fortemente diffusa, nel borgo antico del capoluogo pugliese, nei pressi della Basilica di San Nicola, ove, sotto “U arche d’la Masciar’, si incontravano spesso streghe e demoni richiamati da oscuri rituali.
La gente evitava così il passaggio da quelle stradine o tentava di proteggersi attraverso l’uso di uno scongiuro che, in realtà, diviene interessante da esaminare perché in qualche modo è traccia delle vere origini. Bisognava farsi il segno della croce e dire “Driana meste ca va pela vì, degghìa ngondrà Gesù, Gesèppe e Marì” ( Maestra Diana che vai par la via, devo incontrare Gesù, Giuseppe e Maria. Al di là dell’effetto dello scongiuro che avrebbe fatto ritornare la gatta masciara delle sue sembianze di donna, interessante è il forte richiamo alla Maestra Diana che ci riporta a culti pagani mai dimenticati.

Il Concilio, nato per disquisire di una futile vicenda legata a vicende clericali extra italiane, si accese su una questione ben diversa, ovvero la ricucitura dello scisma fra Cristianità greca e Cristianità latina e al contempo la riconquista della Terra Santa. Per l’occasione fu realizzato un trono, oggi noto come il “sedile dell’abate Elia”, ove si vede raffigurato un moro schiacciato proprio dal potere della Chiesa Romana. Ed infatti nel 1094 passa da Bari il famoso predicatore Pier l’Eremita e da qui parte la prima Crociata. In realtà la Crociata in questione fu un vero fallimento a causa dell’improvvisazione ma la storia delle Crociate non lascerà più il suo legame con Bari.

San Francesco, Federico II e la Crociata degli Scomunicati

Facciamo un salto temporale, siamo nel 1200, Bari diviene nuovamente scenario della VI crociata, detta anche degli Scomunicati. Infatti per aver addotto più volte scuse per non parteciparvi e soprattutto per non voler combattere una cultura che aveva sempre apprezzato, Federico II viene scomunicato da Gregorio IX. Nel 1228, benché scomunicato dal l’imperatore parte per i Luoghi Santi, determinato a riconquistare Gerusalemme con una nuova strategia politica: la Diplomazia.

Tenta così di aprire dei negoziati con il sultano d’Egitto Malik al-Kamil, per ottenere la restituzione di Gerusalemme.

Federico II non sarà però l’unico a tentare la via diplomatica. Negli stessi anni un altro personaggio storico si reca dal Sultano per ottenere la liberazione dei luoghi sacri: San Francesco. Tommaso da Celano, uno tra i più importanti biografi di San Francesco d’Assisi, ci racconta che il giorno di San Giovanni del 1219, il frate parte da Ancona con la flotta crociata  alla volta della Terra Santa, probabilmente in compagnia di altri frati, per giungere al porto di San Giovanni d’Acri. Una volta raggiunta quella terra oramai straziata dal sangue dei numerosi paladini cristiani e guerrieri islamici, giunge al campo dei crociati con lo scopo di occuparsi delle anime dei combattenti dei due schieramenti. Cosa si nasconde in realtà dietro il viaggio del Santo? Secondo le cronache il motivo del viaggio del Santo, velato dal cercare di convertire quanti più “infedeli” possibile alla religione del Cristo, era in realtà una disperata ricerca da parte di Francesco di trovare la via del martirio. In realtà lo scopo potrebbe essere ben altro, un compito più arduo e quasi “eretico” che, tra le alterne vittorie e sconfitte dell’esercito crociato, mai nessuno storico ci riporta e che è lasciato nel limbo della leggenda. Francesco era davvero interessato alle anime degli “infedeli” o, disgustato dagli orrori della guerra, partecipò direttamente alle trattative per pace duratura? E’ certo che nella sua visita oltremare il Santo sia entrato in contatto con il Sultano Malik al-Kamil, nipote di Saladino. Varie sono le storie e le leggende che raccontano del loro incontro. Ne “I Fioretti” il frate, “…giungendo in alcuna contrada de Saracini, ove si guardavano i passi de sì crudeli uomini, che nessuno de’ cristiani, che vi passasse, potea iscampare che non fosse morto: e come piacque a Dio non furono morti, ma presi, battuti e legati furono e menati dinanzi al Soldano…”  e il testo continua dicendo “…Ed essendo dinanzi a lui santo Francesco, ammaestrato dallo Spirito Santo predicò sí divinamente della fede di Cristo, che […] il Soldano cominciò avere grandissima divozione in lui, sí per la costanza della fede sua, sí per lo dispregio del mondo che vedea in lui, […] il Soldano l’udiva volentieri, e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a’ compagni ch’eglino potessono predicare dovunque e’ piacesse a loro. E diede loro un segnale, per lo quale ei non potessono essere offesi da persona…” .

Francesco viene dunque accolto dal Sultano come un messaggero di pace per la liberazione dei luoghi santi, e infatti riesce ad ottenere notevoli agevolazioni, i Frati Minori vengono autorizzati a restare a Gerusalemme al servizio dei pellegrini occidentali, “conquista” che, fino alla metà del secolo XIX, permetterà ai “Poverelli di Cristo” di essere gli unici religiosi cattolici occidentali presenti in Palestina.

LA MONETA DI SAN NICOLA Sono davvero poche le monete coniate a Bari. Durante il medioevo se ne conoscono soltanto tre, di cui due attribuite alla città e una sola certamente prodotta a Bari. Si tratta di un follaro con al dritto la figura di San Nicola, e sul rovescio scritte sufiche anche legate ad Allah  simbolo dell’integrazione religiosa del tempo e dell’importanza di Bari quale città multiculturale.  Come mai questa tra i vari santi la scelta di Nicola? La motivazione va ben oltre la scontata risposta del “Patrono” della città. Infatti benchè la città di Bari non fosse la capitale del regno e nonostante tutti i sovrani preferissero essere raffigurati mentre ricevono l’incoronazione dal Cristo, Ruggero  desidera una sorta di riconoscimento ufficiale della regalità di Ruggero da parte della città di san Nicola e si fa rappresentare incoronato proprio dal Santo sia a Messina che su una placchetta di oro oggi conservata nella Basilica barese. Perché? Poteva essere Nicola, il santo dalla pelle scura il simbolo di un regno che doveva affacciarsi su tutto il Mediterraneo? Nel 1150 Ruggero II aveva esteso il suo regno anche a Corfù ed al nord Africa (tra Tunisi e Tripoli). Il regno di Sicilia dei Normanni oramai dominava nel Mediterraneo grazie ad una potente flotta ed a una serie di conquiste sulla costa africana dove fu creato il "Regno normanno d'Africa" Il re morì nel 1154, dopo 24 anni di regno e dopo aver sottomesso buona parte delle terre che si affacciano nel Mediterraneo. Due mesi dopo la sua morte nacque la figlia Costanza, che alcuni anni più tardi avrebbe partorito, in una pubblica piazza, lo Stupor mundi, Federico II, il sovrano che continuò la via percorsa da Ruggero II unendo  Oriente ed Occidente
LA MONETA DI SAN NICOLA
Sono davvero poche le monete coniate a Bari. Durante il medioevo se ne conoscono soltanto tre, di cui due attribuite alla città e una sola certamente prodotta a Bari. Si tratta di un follaro con al dritto la figura di San Nicola, e sul rovescio scritte cufiche anche legate ad Allah simbolo dell’integrazione religiosa del tempo e dell’importanza di Bari quale città multiculturale. Come mai questa tra i vari santi la scelta di Nicola? La motivazione va ben oltre la scontata risposta del “Patrono” della città. Infatti benchè la città di Bari non fosse la capitale del regno e nonostante tutti i sovrani preferissero essere raffigurati mentre ricevono l’incoronazione dal Cristo, Ruggero desidera una sorta di riconoscimento ufficiale della regalità di Ruggero da parte della città di san Nicola e si fa rappresentare incoronato proprio dal Santo sia a Messina che su una placchetta di oro oggi conservata nella Basilica barese. Perché? Poteva essere Nicola, il santo dalla pelle scura il simbolo di un regno che doveva affacciarsi su tutto il Mediterraneo? Nel 1150 Ruggero II aveva esteso il suo regno anche a Corfù ed al nord Africa (tra Tunisi e Tripoli). Il regno di Sicilia dei Normanni oramai dominava nel Mediterraneo grazie ad una potente flotta ed a una serie di conquiste sulla costa africana dove fu creato il “Regno normanno d’Africa” Il re morì nel 1154, dopo 24 anni di regno e dopo aver sottomesso buona parte delle terre che si affacciano nel Mediterraneo. Due mesi dopo la sua morte nacque la figlia Costanza, che alcuni anni più tardi avrebbe partorito, in una pubblica piazza, lo Stupor mundi, Federico II, il sovrano che continuò la via percorsa da Ruggero II unendo Oriente ed Occidente

Per alcuni storici come Julien Green sarebbe stata proprio la predicazione di Francesco, poi ritornato in Italia nel 1220, a favorire la concessione a Federico II da parte di Malik Al-Kamil della Città Santa in quanto il suo approccio religioso legato alla povertà e ad un rapporto diretto con il divino ricordava al sultano i poverelli Sufi cui era particolarmente legato. E’ in questo scenario che Bari diventa sede di un altro misterioso evento. Infatti curiosamente proprio di ritorno dalla Terrasanta, Francesco si sarebbe incontrato a Bari con il Sovrano Illuminato come ricorderebbe proprio una iscrizione del 1635 presente sull’architrave del portone di ingresso al primo piano del Castello Svevo della città (Fig.9).

C’era un piano comune tra i due personaggi?

Anche la scelta del luogo di incontro non sembrerebbe casuale ma cela, dentro di essa, il germe di quello che era il vero scopo della visita. Semplicisticamente si potrebbe pensare che la città si trovasse proprio lungo la via che conduce da Gerusalemme in Italia, ma forse si celava un motivo ben più profondo e legato all’unione tra cristiani e islamici. Bari, da sempre nodo cruciale per i collegamenti tra Oriente ed Occidente, tra la chiesa ortodossa e quella cristiana, ma anche “trait d’ union” tra il mondo arabo e quello occidentale, poteva diventare una sorta di “capitale” di un regno interculturale, sotto l’egida del Santo dalla pelle scura, Nicola? Quale migliore scenario per un incontro volto a rendere meno sanguinoso possibile il futuro scontro tra i due schieramenti accomunati entrambi da un universale messaggio di pace che stava nascendo nel seno di entrambe le due religioni, il movimento francescano da una parte e quello sufi dall’altra?

Laudate mi’ Signore et rengratiate et serviateli cum grande humilitate.