La vera storia di S. Antonio da Padova

di Mary Falco

Nel 1219, nel fervere delle Crociate, in mezzo ad eccidi ed efferatezze da entrambe le parti, il sultano Elkamil fa all’Occidente un’inaspettata proposta di pace: cedere Gerusalemme ed i luoghi santi ai cristiani a patto che non ne facciano uno stato antagonista dell’Islam, ma un’oasi di pace sacra ad entrambe le religioni, che garantisca così la cessazione del fuoco e la libera ripresa dei pellegrinaggi da entrambe le parti.

Dietro a questo progetto, tanto in anticipo sui tempi da non essere neppure capito, si mormora insistentemente un nome: Francesco.

Il celebre santo infatti era giunto in missione in Egitto con la deliberata intenzione di convertire i musulmani al cristianesimo o di morire martire ed in questo spirito aveva proposto al sultano di sottoporlo pure alla prova del fuoco. Elkamil, al contrario, aveva trovato il santo intelligente e stimolante ed aveva iniziato quella via d’intesa con l’occidente che culminerà poi nell’alleanza con Federico II… ma a convertirsi al cristianesimo non ci pensava neppure e men che meno a martirizzare Francesco, che fu rispedito a casa pieno di regali.

Quest’episodio ed in genere il viaggio “tra gli infedeli” doveva maturare definitivamente la crisi del santo d’Assisi, in bilico da anni tra la vita contemplativa e l’impegno nella Chiesa: tornato in Italia, la leggenda vuole a Venezia, perché una tempesta l’aveva fatto approdare in Dalmazia ed egli ne approfitta subito per fondare il convento di San Francesco del Deserto, il santo riceve l’annuncio della proposta del Sultano di fare di Gerusalemme una città aperta ai pellegrini di tutte e tre le religioni, ponendo fine ad ogni guerra. I confratelli sono entusiasti e ritengono Francesco artefice della pace, ma questi resta profondamente deluso quando sente che il sultano non ha accettato di converstirsi al cristianesimo ed è completamente indifferente agli argomenti degli altri, tanto da decidere di lasciare la direzione dell’ordine ed il suo posto in seno alla comunità francescana per ritirarsi sul monte Verna, fino alla fine dei suoi giorni.

Proprio in quel frangente entra nell’ordine francescano un giovane sacerdote di Lisbona, ordinato da poco a Coimbra: si chiama Fernando de Bouillon, è nato il 15 agosto 1195 e la madre lo ha sempre considerato un protetto speciale della Madonna. Entrato in convento a dodoci anni aveva sentito la necessità di allontanarsi da Lisbona per entrare tra gli Agostiniani di S. Croce di Coimbra, ora voleva rinunciare anche agli studi, per seguire il Cristo in povertà, lasciando il paese natio e lo stesso nome di Ferdinando per scegliere Antonio, in onore dell’Abate a cui era intitolato l’eremo francescano S. Antonio degli Olivi, in cui aveva conosciuto il nuovo ordine.

I più informati sussurrano che la sua vocazione è maturata nel gennaio 1220 ai funerali dei “protomartiri francescani”, così il popolo aveva chiamato i frati dell’eremo, martirizzati in Marocco nonostante il permesso di predicazione del sultano, molti dissero che se Francesco non avesse abbandonato i suoi per recarsi in Siria l’incidente non sarebbe avvenuto.

Inutile dire che l’unica notizia certa è la scelta del nome Antonio d’Olivares ed uno sfortunato tentativo di missione fallito… causa mal di mare!

Dal porto di Ksar-el-Kebir: Fernando-Antonio, accompagnato e sorretto dal confratello Pietro da Lisbona, chiese di essere imbarcato su una caravella che fa vela per la Spagna. Contrariamente ad ogni aspettativa il giovane monaco è trattato con ogni riguardo dal capitano, ma il viaggio era sfortunato ed all’infermità successe il naufragio: arrivarono così sulle coste della Sicilia completamente in fiore: era fine aprile, quasi maggio! I viaggi del tempo avevano di queste incognite. Un francescano laico di nome Giovanni, ex soldato di Federico II, convinse i confratelli che Dio stesso li avesse guidati in Italia, perché partecipassero al Capitolo di Pentecoste, alla Porziuncola, così i missionari mancati si misero in cammino per quello passato alla storia per il “capitolo delle stuoie” perché gli intervenuti erano tanti, che non fu possibile ospitarli tutti, ma si disposero delle stuoie all’aperto per farli riposare! Naturalmente nessuno sa se i due santi s’incontrarono in questo frangente; la tradizione colloca in questo luogo la prima apparizione della Vergine col Bambino Gesù, a cui il santo era particolarmente devoto; di certo c’è invece l’incontro con padre Graziano, provinciale di Montepaolo in Romagna, che gli propose di seguirlo. A Forlì Antonio per un certo periodo fece l’eremita, tacendo d’essere un sacerdote e chiedendo d’essere adibito ai servizi più umili. Nella primavera 1222 però, sentendo discutere i confratelli dell’eresia catara, interviene quasi senza accorgersene. È la sua prima predica, che ha un enorme successo: non solo in pochi anni egli ha imparato benissimo tutti i dialetti locali, ma sa citare l’intera Bibbia a memoria… che per un’ordine povero è una gran comodità! Da allora inizia la sua vicenda di predicatore itinerante. che lo porta a Rimini, dove converte Bonillo col famoso miracolo della mula.

Sempre a Rimini si colloca il famoso “miracolo” della predica ai pesci, narrata con tono stupefatto ed immaginifico dai Fioretti: trascurato dalla gente, Antonio si mette a predicare sulla riva del mare ed i pesci accorrono in gran numero e mettono la testa fuori dall’acqua per ascoltare… inutile dire che tutti quelli che schifavano l’ennesima predica itinerante furono invece attratti dallo strano fenomeno e, dice il narratore dei Fioretti, furono pronti a convertirsi.

Attualmente saremmo un po’ più restii a parlar di miracolo.

La capacità di farsi intendere dagli animali è ormai una virtù riconosciuta all’uomo che viva in comunione con la natura, sia sciamano, santo o stregone medioevale. Gli studi sul paranormale e le teorie yoga hanno illustrato la sostanziale affinità che lega tra loro tutti gli esseri viventi ed ha illuminato d’una diversa luce i pretesi miracoli del medioevo.

Vegetariani, non violenti, liberi da condizionamenti culturali, gli eremiti entravano facilmente in contatto profondo con uomini, animali e spesso anche altri elementi: è famoso l’episodio in cui le preghiere congiunte di San Francesco e San Domenico ottennero la pioggia su una Bologna assetata in cui s’erano addirittura prosciugati i pozzi.

Antonio d’Olivares tuttavia pratica queste virtù in un’accezione completamente nuova: a differenza dell’eremita medioevale e dello stesso Francesco d’Assisi, egli non ha alcun bisogno di ritirarsi fisicamente dal mondo per entrare in contatto con Dio; la sua cella all’interno del monastero gli garantisce l’intimità sufficiente e dopo una notte passata in contemplazione egli torna ancora più sereno del solito ai suoi impegni in seno alla comunità.

La stessa povertà, sofferta e caratteristica virtù dell’ordine, portata avanti a grande fatica dal fondatore, è vissuta da Antonio non più come fine a se stessa, ma come strumento di soccorso per gli indigenti, per i quali è istituito appunto il famoso “pane di sant’Antonio”. La comunità dei fedeli, ma anche il più vasto mondo di peccatori, non sono per il santo un ostacolo alla vita mistica, ma al contrario la sua più naturale realizzazione.

Si distinse dunque come predicatore itinerante in Italia ed in Francia, con un’ottima preparazione teologica che lo mette in grado di spiegare agli umili anche i più arditi dogmi delle scritture, senza mai il benché minimo sospetto d’eresia.

È in un convento provenzale o della Spagna catara, quando arriva la lettera autografa di Francesco in cui Antonio è nominato Vescovo ed autorizzato a predicare teologia e la sera del 3 ottobre 1226, mentre predica ad Arles, appare nitida a vari ascoltatori l’immagine di S. Francesco. Più tardi si verrà a sapere che in quel preciso momento il santo è spirato.

Poi c’è un episodio, chiaramente leggendario, raccontato con le stesse parole in un paesino della Francia e ad Arezzo: un marito accusa la moglie di essere l’amante di Antonio, (tra parentesi era un bellissimo giovane) la picchia e le strappa i capelli, il figlio corre a chiamare il frate, che mette pace tra i coniugi ed invita la donna a raccogliere i capelli strappati ed a portarli l’indomani in chiesa, dove, dopo una preghiera collettiva, li riattacca alle radici.

Nel 1227, fu eletto padre provinciale d’Emilia e della Lombardia in quest’epoca, se prestiamo fede alla “vita” di Salvagnini, che è stata scritta nel 1887, si colloca l’imbarazzante questione dei “processi”.

Il padre di S. Antonio fu processato due volte: la prima volta mentre il figlio era a Milano, accusato di cattiva gestione del denaro pubblico (un processo “mani pulite”nel XII secolo!) la seconda volta, quando già era a Padova (1227-1229), addirittura sospettato di aver ucciso un uomo, trovato in effetti sepolto nel suo giardino. Tutt’e due le volte il santo ha difeso personalmente il padre, la seconda volta ottenendo addirittura, fatto eccezionale per l’epoca, la riesumazione del cadavere. S. Antonio infatti aveva compiuto studi che lo rendevano esperto in giurisprudenza, tant’è vero che ottenne leggi speciali anche a Padova per la protezione dei debitori insolventi. Inutile dire che la leggenda s’impadronì degli episodi, dicendo che il viaggio fu percorso in volo e che il cadavere non fu riesumato, ma addirittura resuscitato il tempo necessario per scagionare il padre… il che tra l’altro sarebbe stato crudele!

Nel 1229 in ogni caso Antonio fissò la sua sede a Padova, che diventerà famosa per la sua presenza, divenuta ben presto leggendaria. Qui vedrà il Bambino Gesù e qui morirà, nel 1231, famoso ormai come “sant’Antonio di Padova”.

Il primo testimone dell’apparizione fu l’ignaro conte di Camposampiero, di nome Tiso, che ospitò il Santo per qualche tempo; un giorno rientrando da caccia sorprese Antonio in sacra conversazione con un bimbo apparentemente in carne ed ossa. Quando Antonio si accorse di essere osservato il Bambino scomparve ed egli fu colto da un profondo turbamento, tanto che fece promettere al conte di non rivelare a nessuno la cosa.

Per accontentarlo il signore di Camposampiero fece costruire per Antonio una celletta su un noce, in cui il frate poteva vivere in assoluto isolamento.

A questo punto si colloca l’ultima leggenda: il 13 giugno, sapendo di essere in punto di morte, chiese di essere trasportato nella chiesa di Santa Maria Mater Domini di Padova, ma durante il viaggio le sue condizioni peggiorano ed i confratelli, vedendolo incosciente, decisero senza consultarlo di tornare indietro. Nella nebbia della calura estiva Antonio vide una donna piangente, che teneva in braccio un bambino completamente nudo, abbandonato come se fosse morto. Interrogata prudentemente da Antonio disse di essere fuggita, perché degli uomini cattivi la inseguono per uccidere il bimbo; si offre di aiutarla e prende delicatamente in braccio il bambino, che si sveglia e gli sorride. Anche la donna alza finalmente il capo e sorride: Antonio riconosce la Vergine Maria. La tradizione vuole che Antonio a questo punto sia tornato giovane e sano e sia morto cantando un inno mariano. Aveva una splendida voce da tenore.

La sua contemplazione del Bambino costituisce un passo importante nella mistica medioevale ed un’anticipazione di fenomeni successivi.

Fino a San Francesco infatti, la meditazione dei mistici si concentrava sul mistero della passione, concretizzato nella figura di Gesù Crocifisso. Uno studioso moderno non potrebbe più sostenere che San Francesco abbia “avuto” le sacre stimmate, ma piuttosto che con la costante meditazione abbia dapprima visualizzato e poi addirittura interiorizzato e riprodotto il fenomeno.

Nell’alto medioevo l’unico fattore significativo della vita del Cristo è appunto la passione, vissuta in maniera fortemente drammatica durante la settimana santa, durante la quale si contano addirittura dei decessi per “misteri” recitati con eccessiva convinzione e “Gesù” crocifissi sul serio.

Dopo l’anno mille si fa faticosamente avanti l’interesse per tutta la sua vita e addirittura per il mistero dell’incarnazione: nel 1219 San Francesco propone di celebrare anche il Natale e non solo la Pasqua, con la rappresentazione di un mistero ed organizza, nella selva di Greccio, il primo presepe vivente.

Per noi che non recitiamo più la via crucis, ma che abbiamo senza dubbio da qualche parte le statuette di un presepe di famiglia, è difficile capire la portata rivoluzionaria di questa proposta, ma si tratta veramente di una svolta: non più la drammatica morte del Cristo, ma la sua nascita come elemento significativo della vita religiosa.

Visualizzando, anzi materializzando con la sua fede il corpicino di Gesù infante, Sant’Antonio concretizza questa proposta. Vezzeggiando Gesù Bambino egli porta la sua attenzione a tutti i bambini e fa del cristianesimo una religione per la vita nel senso pieno del termine.

Certo da sempre la Chiesa s’era espressa contro l’aborto o l’abbandono dei neonati, ma la mistica del santo da a queste posizioni una nuova connotazione affettiva: bisogna accogliere i bambini non perché è peccato respingerli, ma proprio perché essi stessi sono la riproduzione continua e vivente di quel mistero antico chiamato incarnazione, che, come tutti i dogmi, è impossibile capire a fondo e va quindi vissuto. Se il vangelo ordina di accogliere i bambini in nome di Dio, le apparizioni del santo colorano questo dovere di un appagamento affettivo: poiché in ogni bambino si rispecchia il Cristo, ogni madre che allatta e che si occupa della sua creatura partecipa un poco alla beatitudine della Vergine e ancora di più: chi non può generare nella carne può egualmente condividere la gioia dell’incarnazione stringendo un neonato fra le braccia, simbolo vivente del Cristo.

In un momento d’esplosione demografica dovuta all’addolcimento del clima ed al miglioramento dell’agricoltura, in cui la Chiesa ufficiale non trovava altra soluzione che spedire le forze eccedenti in Terrasanta a farsi massacrare dai Turchi, la posizione di Sant’Antonio da Padova è al tempo stesso rivoluzionaria e quieta: mentre la povertà dei francescani è denuncia aperta, più o meno consapevole, alla ricchezza del clero, l’immagine del Bambino si diffonde senza colpo ferire, innocente e rassicurante, in tutto l’orbe cattolico.

Da sant’Antonio in poi i francescani non sono più quegli originali che vivono in povertà ad un passo dall’eresia, ma una struttura insostituibile e ben organizzata per l’assistenza agli indigenti.

Venerato da fedeli e confratelli fin da quando era in vita, subito dopo la sua morte iniziò a far miracoli, soprattutto come taumaturgo, tanto che Gregorio IX lo canonizza già nel 1232!

Naturalmente sono fiorite ben presto le leggende ed una tradizione lo vuole in contatto diretto con San Francesco, che ritirandosi sul monte Verna, avrebbe dato disposizioni precise perché il giovane discepolo studiasse teologia e fosse quindi pronto ad affrontare un mondo fatto di poveri da convertire, ma anche di dispute teologiche e rivalità intestine. Purtroppo tuttavia la storiografia medioevale è molto più approssimativa di quella di oggi, soprattutto per quanto riguarda le vite di santi, per cui dei rapporti precisi intercorsi tra i due si sa poco o nulla.

Potrebbero anche non essersi mai visti.

Per quanto si sa di Francesco è molto strano che, in crisi ed ammalato, ritirandosi dal mondo ed abbandonando addirittura la direzione del proprio ordine, ritenesse opportuno far intraprendere studi particolari al nuovo adepto. È molto più semplice pensare che qualcuno lo avesse informato del fatto che ci fosse nell’ordine un sacerdote colto e che egli ne avesse semplicemente autorizzato l’attività con la lettera autografa giunta in Provenza

Comunque la preoccupazione per l’eresia e la sua convinzione che i cristiani dovessero attenersi scrupolosamente alla direzione del Pontefice è autentica e ben documentata, dunque l’idea di dare una formazione anche culturale ai nuovi predicatori potrebbe esserne una derivazione diretta. Niente di più facile che proprio perché giovane e digiuno delle dispute italiane, il sacerdote portoghese sia stato scelto appunto dai dirigenti francescani per costituire un po’ la punta di diamante dell’ordine nascente e che le direttive di Francesco siano state applicate a lui senza nessun interessamento diretto da parte del mistico, che viveva allora nella più completa solitudine.

Quel che è certo è che raramente una “brillante carriera” come quella di questo santo si è affiancata ad un’umiltà più convinta.

Nel 1256 viene proclamato patrono di Padova dove, nel 1231, viene costruita la celebre basilica.Il suo culto si diffuse soprattutto dopo la Controriforma, quando l’immagine del santo col sacro bambino tra le braccia apparve rassicurante alla Chiesa, sconvolta dalle contestazioni di Lutero e timorosa d’apparire paganeggiante e frivola per il contestatissimo uso della pittura e della scultura nei luoghi sacri.