La vita su Marte

di Alberto Musatti

Un gruppo di ricercatori americani del Johnson Space Center (JSC) e della Stanford University ha trovato gli indizi della possibile esistenza di forme di vita primitive, vissute più di 3,6 miliardi di anni fa sul pianeta Marte, all’interno del frammento di una roccia caduta sulla Terra come meteorite, e trovata nel 1984 in Antartide. Questo frammento, denominato ALH84001, é uno dei 12 meteoriti la cui composizione è simile a quella rilevata dalla sonda Viking sul suolo marziano nel marzo 1976. La ricerca, finanziata dalla NASA, ha portato al ritrovamento di molecole organiche complesse, probabilmente di origine marziana; di minerali prodotti da attività biologica e forse di microscopici fossili di organismi primitivi simili a batteri. ALH84001 è il più antico dei 12 meteoriti marziani, con un’età tre volte superiore agli altri: circa 16 milioni di anni fa un enorme cometa o un asteroide colpirono Marte, lanciando in aria il frammento di roccia con forza sufficiente a farlo sfuggire all’attrazione gravitazionale del pianeta. Dopo aver vagato nello spazio per milioni di anni, 13.000 anni fa incontrò l’atmosfera terrestre, cadendo nell’Antartide come meteorite. La scoperta dei ricercatori della S.U. è importante, tra l’altro, per la scoperta di presenza di molecole organiche, composti carboniosi che sono la base della vita; e diversi minerali, poco comuni, che sappiamo prodotti anche sulla Terra da organismi microscopici primitivi. Inoltre, il ritrovamento di strutture simili a microscopici fossili avvalorano queste ipotesi, e questa è una delle prove più evidenti. I ricercatori della SU non hanno faticato a trovare quantità rilevabili di molecole organiche denominate idrocarburi policiclici aromatici (PAH), concentrate vicino ai carbonati. Questi composti minerali sono associati generalmente alla presenza di micro-organismi e di possibili strutture fossili.

Ma è davvero possibile che si sia sviluppata o si possa sviluppare, la vita su Marte? Gli scienziati ritengono che un elemento sufficiente sia la presenza di acqua; e seguendo questo ragionamento si sviluppano gli studi successivi…

Nel 2001 la NASA lancia l’ennesimo progetto, chiamato Mars Odissey 2001: esso è composto da un Orbiter (stazione orbitante) che per la prima volta ha il compito, oltre che di raccogliere dati per studiare clima e geologia, di rinvenire qualunque traccia di acqua, mediante un antenna in grado di scandagliare il sottosuolo. E Odissey, di indizi sulla possibile presenza di acqua ne trova diversi, registrando con il suo spettrometro di bordo la presenza di idrogeno: in più esso rivela che l’estensione delle zone ricche di idrogeno aumenta man mano che ci si allontana dall’equatore, verso il Polo Sud marziano.

Nel 2003 L’ESA (Agenzia Spaziale Europea) dopo 3 anni e mezzo di preparazione lancia la sua missione, e lo scopo di verificare la presenza di acqua è ancora più esplicito: la sonda orbitante europea è infatti dotata di un’antenna di 40 metri in grado di identificare la composizione del sottosuolo fino a 2 km sotto terra, mentre la americana Odissey poteva arrivare ad un solo metro di profondità. Ed è proprio la sonda europea Mars Express che conferma quella che un anno e mezzo prima appariva solo come un’ipotesi. E’ il 23 Gennaio 2004: “Abbiamo identificato dell’acqua sotto forma di ghiaccio al Polo Sud di Marte”.

In questa “gara di velocità” tra équipe statunitense ed europea va anche registrata la perdita, al momento dell’atterraggio, del robotino europeo destinato allo studio “da terra” del suolo marziano: si chiamava Beagle 2, ed era l’equivalente dei Rover Spirit e Opportunity lanciati dagli americani, che proprio in questi giorni stanno rivoluzionando la galleria di foto marziane di cui potremo disporre.

In questi ultimi anni abbiamo quindi assistito ad un’accelerazione vertiginosa dell’interesse verso Marte, quasi ad un “ritorno di fiamma”, dopo un distacco durato anni e dovuto ad alcune esperienze negative. Nonostante le speculazioni non manchino nemmeno nella scienza, e consci che molto dell’entusiasmo é profumatamente promosso da Mr. Bush in persona, ci piace limitarci a pensare che stiamo toccando con mano i passi da gigante che la tecnologia ha fatto e sta facendo, e che vediamo addirittura migliorarsi e perfezionarsi in intervalli temporali brevissimi.

Sembra naturale, a questo punto, domandarsi “quale sarà la prossima frontiera dell’esplorazione? Cosa succederà dopo aver verificato la presenza dell’acqua, dopo aver misurato temperatura e climi, dopo che disporremo di dati precisi sulla geologia… si parla di tante cose, e si finisce per perdere di vista quello che l’uomo, da secoli, sta davvero cercando: quel fatidico 2012, che prevedeva il primo sbarco umano sul pianeta rosso, sembrava terribilmente vicino ma ora…i tempi si allungano…